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In Case You Missed It…Going By Car To The North Pole

Russian motorists drive to North Pole

27.04.2009

Russian motorists have reached the North Pole for the first time in an Arctic expedition. The new record has been set by a team of seven Russians. They set out for the Pole from the Severnaya Zemlya archipelago on two experimental Russian-made YEMELYA cars on the 20th of March, covered over 1,100 kilometres on pack ice, and reached the earth’s northern pole on Sunday, the 26th of April. The jubilant team of seasoned travellers is now receiving congratulations from across Russia.

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not exactly your average SUV but still…the vehicles look quite heavy, therefore the underlying ice must have been quite solid…

Who knows why Richard Black or Roger Harrabin don’t appear interested in the effort?

La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa’: se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

Georgia e Russia: A Che Punto Siamo?

E’ passato un mese dall’attacco georgiano contro la popolazione civile nell’Ossezia del Sud. A che punto siamo? Ecco un breve sunto ricavato da varie fonti (Il Sole 24 Ore, The Economist, International Herald Tribune/The New York Times, Spiked Online, Il Corriere della Sera, Il Riformista, The Globe and Mail):

  1. La Russia: e’ debole, e insicura. Ha “bisogno” di dimostrare di non essere tale, ma poi manda i soldati a combattere senza neanche un paio di stivali decenti. Con i suoi forti problemi interni, e un deciso complesso di inferiorita’, e’ sostanzialmente isolata, costantemente con soli due passi di vantaggio rispetto alla crisi piu’ nera. Per quanto?
  2. La Georgia: forse e’ una democrazia, forse no. Sicuramente, non e’ una democrazia solida. C’e’ troppa voglia di “menare le mani”. Mutatis mutandis, e’ la Russia del Caucaso: stessa debolezza, stesso complesso di inferiorita’, etc etc
  3. La UE: ha fatto una ottima figura con la diplomazia del cessate-il-fuoco, solo per poi ritornare alla stupida normalita’ degli interessi nazionali. La sua somma e’ decisamente minore delle parti, rendendola vulnerabile e dipendente, nonostante le sue dimensioni e ricchezza.
  4. Gli USA: la dipendenza da petrolio ha ridotto l’unica Superpotenza a uno stanco fallimento. Troppi nelle stanze dei bottoni pensano di giocare alla Guerra Fredda, e di vendicarsene venti anni dopo che e’ finita.
  5. Il Resto del Mondo: orfani di una politica USA seria, tentennano aspettandone le conseguenze, tutte da vedere.
  6. Svariati commentatori: tutti impegnati nel gioco al rilancio nello sport dell’equivalenza storica. Chi dice che e’ il 1968, chi il 1956, chi il 1938. Io propendo per il 1919. In ogni caso, circolano pericolose e perniciose idee interventiste, in un caos di ideali senza fini.

Georgia and Russia: Where Are We?

It’s been a month since the first Georgian attack against the civilian population of South Ossetia. Where are we? Here a brief summary, based on various sources (Il Sole 24 Ore, The Economist, International Herald Tribune / The New York Times, Spiked Online, Il Corriere della Sera, Il Riformista, The Globe and Mail):

  1. Russia: weak and insecure. It “needs” to prove itself otherwise, but then fighting soldiers don’t even have a decent pair of boots. With its strong internal problems, and a strong inferiority complex, it is pretty much isolated, constantly just two steps ahead of a crisis. For how long?
  2. Georgia: maybe a democracy, maybe not. Surely, it is not a solid democracy. There is too much desire for a fight. It is like a “Russia of the Caucasus”: same weakness, same inferiority complex, etc. etc.
  3. The EU: it has done well with its cease-fire diplomacy, only to revert to type and to its abundancy of stupid national interests. The whole is less than the sum of the parts indeed, making it vulnerable and dependent, despite its size and wealth.
  4. The USA: its own dependency on oil has reduced the one and only Superpower to a tired, failed has-been. Too many people in the control rooms still play like in the Cold War, and still think of revenge despite having won twenty years ago.
  5. The Rest of the World: orphans of a serious U.S. policy, they move back and forth waiting to see what the consequences will be.
  6. Several commentators: all involved in the game of historical equivalence. Some say it’s 1968 all over again, some point 1956, others to 1938. I say it’s 1919. In any case, I have read quite a few pernicious, interventionist ideas, in a chaos of ideals without purpose.

Russia e Georgia: Dick Cheney…in Italia?

E che ci viene a fare il Vice-Presidente USA Dick Cheney, gia’ Segretario (Ministro) della Difesa all’epoca della fine dell’URSS, in visita ufficiale in Italia la settimana prossima, dopo Georgia, Ucraina e Azerbaijan?

President Bush has asked Cheney to travel to Azerbaijan, Georgia, Ukraine and Italy next week for discussions with these key U.S. partners on issues of mutual interest, according to a White House news release.

Per “discutere argomenti di mutuo interesse”. E quali sono gli argomenti di mutuo interesse fra l’Italia, gli USA e le altre tre nazioni nella lista, se non qualcosa che ha a che fare con i contratti ENI per la estrazione e distribuzione di gas e petrolio?

Insomma il Vice-Presidente Cheney, gia’ alla testa di una Task Force sull’Energia nel 2001, sembra voler dire chiaramente che dal punto di vista dell’Amministrazione Bush, tutta la confusione intorno alla difesa della democrazia georgiana contro i bulli di Mosca, e’ quasi unicamente una faccenda di gas e petrolio…

Russia Bashing And The Game of Historical Equivalence

(Letter sent to the International Herald Tribune)

It is the international political game for August 2008 to find an equivalent for the situation between Russia and Georgia after the recent conflict. For example, William Kristol has referred to the 1924 Georgian uprising against the USSR (“Will Russia get away with it?“, IHT, Aug 11).

President Mikhail Saakashvili has not been the only one comparing Georgia with Czechoslovakia in 1938 (James Traub’s “Between Georgia and Russia, tinder is lit“, IHT, Aug 10) although he has gone as far as mentioning Hitler’s invasion of Poland in 1939, the Soviet crackdown in Prague in 1968 and the Soviet invasion of Afghanistan in 1979 (AP’s “Georgian President’s Russia claims raise eyebrows“, IHT, Aug 14).

Today, Gunnar Hökmark, European Parliamentarian, and Johnny Munkhammar, both of the European Enterprise Institute, suggest “the paralles with Hungary in 1956 and Czechoslovakia in 1968” may be “not that far-fetched” (Letters, IHT, Aug 25), whilst Simon Sebag Montefiore makes some eery references to that greatest Russian of Georgian origin, Iosif Dzhugashvili (also known as Stalin) (“In the Shadow of the Red Czar“, Aug 25),

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I am afraid most of these commentaries suffer from the tunnel vision that afflicts the victims of their own propaganda.

The root crisis in Georgia has been lasting since 1991, and it is about defining the borders of a newly-minted independent State irrespectfully of the ethnic composition of its regions.

The real parallel should therefore be with the Versailles conference of 1919, that literally re-drew the map of the world after World War I, nominally in the name of peoples’ self-determination but practically in light of narrow-minded goals mostly by France and the United Kingdom.

Far from being given the freedom and the new world order promised by US President Woodrow Wilson, many peoples found themselves the losers in the great game of the Powers, including the Chinese, what are now VietNam and Laos, the Kurds, the Palestinians, the vast majority of Africans. Others (such as the Albanians) were luckier, and got to get or keep their independence, again due to mere geopolitical calculations and not out of the liberal values purportedly championed by the West.

Once again, in 2008 in the democratic minds of US and European Union politicians some populations are “in” (eg the Kosovars, the Georgians) and others are “out” (the Ossetians, the Abkhazians).

If anybody can find any logic behind that, apart from political machinations between Powers, it would be nice to hear.

And by the way…Mr Sebag Montefiore sees Putin as the heir of Stalin, with the latter’s ghost almost trying “to get out” of his tomb. Why no mention of the real culprit then, the man that has done most to inspire Russia to become a World Power?

And not, I do not mean Czar Peter the Great, rather his enemy of 1709, that King Charles XII of Sweden that managed to lose his own Empire, against Peter, at the Battle of Poltava, thereby kick-starting almost overnight the dream of an Imperial Russia.

E’ Il Momento di Invitare la Russia Nella NATO

Corre voce che Putin e la Russia di oggi siano come Hitler e la Germania del 1938, al tempo dell’annessione dei Sudeti preludio alla Seconda Guerra Mondiale. Si sottintende quindi che l’unico modo per procedere sia un muro-contro-muro per “fermare la Russia”.

Confesso che anche se capisco quel punto di vista, pur tuttavia ne sono alquanto spaventato. Su due fronti.

Prima di tutto mi sembra di rivedere per l’ennesima volta quanto e’ capitato e capita con l’Iran, con la Cina, e appunto con la Russia: fior di commentatori che cadono vittime della propaganda, ma di quella che esiste anche in una democrazia (figuriamoci in Italia) e da cui e’ molto difficile sganciarsi. Propaganda che trasforma un po’ tutti in delle macchiette: Ahmadinejad il fanatico, i Cinesi gialli da far paura, il Dalai Lama un angelo del Paradiso, e Putin appunto un ambizioso spione e paranoico.

Il richiamo alla Germania nazista e’ un motivo ricorrente di tale propaganda. Finanche il Primo Ministro Eden nel 1956 tentava di dipingere Nasser come un novello Adolf, per giustificare l’occupazione del canale di Suez.

Il paragone con Putin e’ forse piu’ solido. Ma si potrebbero anche elencare tutte le differenze fra il 1938 e il 2008.

In Russia non c’e’ un apparato di partito dai connotati terroristici contro la propria stessa popolazione; non c’e’ un’ideologia da “odio di stato” contro un particolare gruppo etnico o religioso; non c’e’ la glorificazione della guerra, non ci sono migliaia di prigionieri politici, e i cittadini non sono vessati con sanzioni punitive se non seguono pedissequamente quanto a loro richiesto

(c’e’ una descrizione di tutto cio’ riguardo il Nazismo in questo saggio di Richard J. Evans “How Willing Were They?” dalla New York Review of Books, Volume 55, Number 11 · June 26, 2008 – chi fosse interessato al testo completo me lo chieda pure)

Il revanchismo post-sovietico non si e’ manifestato finora in maniera violenta, fuori dai confini, tant’e’ che finche’ Saakashvili non ha tirato i missili contro i peacekeepers russi a Tskhinvali, le truppe russe appunto non erano state impegnate in azioni militari.

E’ probabile che la Russia fosse ben pronta a rispondere come ha fatto, e non impossibile che qualche agente russo a Tbilisi abbia fatto in modo che Saakashvili agisse in maniera cosi’ improvvida.

Ricordiamo pero’ che rispetto al passato, il casus belli del 7 agosto 2008 e’ praticamente chiaro come il sole e limpido come l’acqua. Niente a che vedere con l’ingigantito incidente del Golfo del Tonkin nel 1964, o l’oscura discussione fra Cattolici e Ortodossi riguardo la Chiesa della Nativita’, che precipito’ la Guerra di Crimea nel 1854.

C’e’ poi un’altra interpretazione alle azioni russe, e si rifa’ alla geopolitica (che davvero non cambia mai). Cosi’ come Kennedy non poteva tollerare missili nucleari a Cuba, Putin/Medvedev non potevano tollerare di perdere contro un idiota come il Presidente georgiano.

Da una parte avevano la scelta di intervenire, e vincere alla grande su tutti i fronti, non solo quelli militari, diventando anche popolarissimi. Dall’altra avevano la scelta di non fare niente, e precipitare se stessi e il Paese in una vergogna totale e completa.

Perche’ fare paragoni con Hitler se la scelta e’ cosi’ ovvia?

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Il secondo fronte che mi spaventa e’ questa “voglia di menare le mani” che forse dopo 9/11 ha invaso un po’ tutti. Siamo alla sfiducia totale nella diplomazia?

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In effetti, esiste un’alternativa.

Dopo una vittoria russa cosi’ completa e’ bambinesco e pericoloso fare i dispettosi come gli USA e gran parte dell’Europa/ NATO hanno deciso di fare. Anche perche’ la politica di accerchiamento della Russia, pensata da Clinton e continuata da Bush, non e’ sostenibile visti i risultati che ha portato.

Occorre invece aprire un nuovo capitolo, se non altro per riprendere le redini della situazione.

Invece di peggiorare la situazione, dobbiamo avere il coraggio di proporre l’ingresso della Russia nella NATO.

Hypothesis Russia

More details are coming out about the reasons behind the war in South Ossetia between Georgia and Russia. Beyond the rhetoric (here’s a shameful commentary by The New York Times), it appears clear that Saakashvili wanted a fight, but Putin/Medvedev were also fully ready for war.

Anyway I look at it though, I can only think of one way to explain the whole situation…and that involves having one or more Russian agents in the upper echelons of the Tbilisi government.

The Russian victory on all fronts, military, political, diplomatic is so complete, it can only have been carefully prepared for months in the past.

I was kidding when suggesting that Saakashvili be a friend of Russia. Or was I?

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By the way…from Wikipedia, a map of ethnic groups in the Caucasus. Looks like more than one border should be redrawn…

In Georgia, la Russia Vince a Mani Basse

E se il Presidente Mikheil Saakashvili della Georgia, fosse un agente russo?

Sicuramente con la sua ancora inspiegabile decisione di muovere le truppe nella Ossezia del Sud proprio nel giorno dei giochi olimpici, Saakashvili e’ diventato la cosa migliore che sia accaduta alla Russia dal giorno in cui il prezzo del petrolio ha cominciato a salire. Quale amico di Putin e Medvedev sarebbe mai stato capace di realizzare una serie cosi’ impressionante di risultati pro-russi:

  • Dimostrare che la Russia è la Potenza che comanda nel Caucaso
  • Dimostrare che, nonostante i paroloni, gli Stati Uniti e la NATO non hanno alcun desiderio di aiutare un qualsiasi “alleato” che si trovi nella situazione sbagliata contro la Russia
  • Ripristinate l’orgoglio militare russo, con una rapida e completa vittoria, inclusa una apparentemente inarrestabile invasione della parte della Georgia nominalmente controllata da Tbilisi
  • Permettere al Governo di Mosca di risplendere di gloria diplomatica e magnanimità, rifiutandosi di portare il conflitto alla sua logica conclusione (la occupazione di Tbilisi)

Ora che Saakashvili ha raggiunto i suoi obiettivi, forse potra’ farsi da parte e permettere a un nuovo governo filo-russo di inaugurare una costituzione federale per la Georgia / Abkhazia / Ossezia meridionale…

In Georgia, Game, Set and Match for Russia

Is President Mikheil Saakashvili of Georgia a Russian agent?

Surely with his still-unexplained decision to move troops into South Ossetia on the day of the Olympics, he’s become the best thing that happened to Russia since the day oil prices started going up. What friend of Putin and Medvedev would ever be able to accomplish such an impressive series of pro-Russian feats:

  • Demonstrating that Russia is the Power in charge in the Caucasus
  • Showing that for all its rhetoric, the USA and NATO have no willingness to help whatever “ally” finds itself in the wrong situation against Russia
  • Restoring Russian pride in its military, with a swift and comprehensive victory, including a seemingly-unstoppable invasion of Tbilisi-controlled Georgia
  • Allowing the Moscow government to bask in diplomatic glory and magnanimity, refusing to bring the conflict to its logical conclusion (the occupation of Tbilisi)

Now that Saakashvili has achieved its aims, perhaps he should just gracefully step down and let a new, pro-Russian government draft a federal constitution for Georgia/Abkhazia/South Ossetia.

Twenty Missing, Three Dead, No Space on the Front Page

Letter To the Editors of the International Herald Tribune

As a long-time subscriber of the IHT I write to complain about your absurd choice of playing down both the death of 3 sailors during the recent storms in the Black Sea, and the fact that 20 more are missing and likely dead themselves due to the cold.

In the front page of the IHT’s paper edition of Nov 13, there is a short unsigned article titled “Counting losses in Black Sea storm“. In 59 words there is not a single mention of the human losses, and the reader is left with the impression that the ships’ captains and owners will be sued only for “environmental damage“. Has human life become as cheap as to be free to be taken?

True, there is a larger article at page 2, by Andrew E Kramer, where finally we learn of the human tragedy in the title “Black Sea toll: 3 dead and 20 lost“. This appears to be similar to an article on the IHT web site, again by Mr Kramer, although over there it is titled “Environmental disaster unfolding in Russia“.

The paper version starts “Three dead sailor and dozen of birds slicked with oil…“. Just a few words later “Another 20 sailors were missing“. Roughly a little less than half of the piece is dedicated to environmental issues (but again, there is no mention of any ongoing prosecution for the loss of human life).

The online version starts with “An environmental disaster began to unfold” and only talks about humans in the second paragraph. But then, dead and missing people are literally forgotten about, and roughly more than three quarters of the article is about environmental problems. For the third time, the only mentioned prosecution is about “environmental damage“.

Interestingly, in the paper article a Greenpeace Russia campaigner, Vladimir Chuprov, is said to have “called the spill a catastrophe of local rather than international scale“. No such a thing is mentioned online.

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All in all the above indicates a very poor choice by front-page and online Editors to find an excuse to push the “right buttons” about the environment, for some unfathomable reason deciding to play down the human cost of the Black Sea storm.

Shall we worship the Environment to the point of forgetting the people? That is a false dichotomy. We can take care of the environment and take care of humans too.

Please try.

Kosovo: Dream a Dream Against the Nightmares of Reason

New, unreasonable, absurd ideas are needed to prevent diplomatic logic from perpetrating new injustice in Kosovo thereby prolonging the conflict for many years to come

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After years of postponements, the international crisis around the Kosovo region in the Balkans will climax in a little less than two months.

According to the intentions of the UN Secretary General Ban Ki-Moon, 10 December 2007 will be the final date for the negotiations between Serbia and its Southern province, whose Albanian majority have been out of Belgrade’s control from 1999.

International mediator Martti Ahtisaari has published a Plan with a series of recommendations that include independence for Kosovo. But in all likelihood negotiations will keep failing. And then in December the USA will follow the Ahtisaari Plan, but Russia will not, further attracting Serbia in its orbit.

In the meantime the European Unione (EU) will demonstrate its independence from Moscow by following the path indicated by Washington: thus doing nothing to heal one of the Continent’s most difficult conflicts.

Europeans have been developing for 60 years the art of postponing comprehensive solutions thereby creating more problems. In December 1991, the Union recognized the independence of Croatia and Slovenia, intently to stop the war between Zagreb and Belgrade but in practice triggering the long Bosnian conflict.

The Kosovo issue can be traced back to a geopolitical decision taken 130 years ago above the heads of the inhabitants. At the time the Albanians were denied independence by German Chancellor Bismarck. They got it then in 1913 but only on a chunk of Historical Albania. Substantial amounts of ethnic Albanians were stranded in Serbia, Greece and Macedonia.

The common trait of this history is that nobody has never asked the Albanians’ opinion. Even in Kosovo, the “liberation” has come from American bombs, not the local guerrilla. And from 1999, although elections have been held, the province has effectively been in the hands of the UN, following Security Council Resolution 1244.

Serbs haven’t much to celebrate from history either. Conquered by the Ottomans in 1389 despite winning an epic battle just in Kosovo, they achieved international recognition at the mentioned 1878 Conference, but then lost much of male population facing the Austrian Empire in World War I. Nazis,

Croats and Italians literally and figuratively cut them to pieces (not just figuratively) in World War II. Then, after relative prosperity under Tito’s Communism, the Serbs fought wars nearly for the entire ten years of the extraordinarily aggressive nationalist/socialist Presidency of Slobodan Milosevic.

Serbia is today a nation with a most serious image problem, seven years after nonviolent popular revolution sent the Dictator to die in an international jail. Its path towards becoming a modern democracy is still not easy, with nationalists always too close to power, a First Minister killed by the Mafia, and a list of fugitive war criminals.

With a rancorous attitude, Brussels and Washington relentlessly seem to treat the entire Serbian Nation as “guilty”, somehow illogically after making so much effort to inspire the local democrats.

Unfortunately, one point seems to escape most: Serbs are Europeans, as much as the Italians, the Portuguese and the Germans (and the Albanians).

In truth their society developed a Communist dictatoriship; there is still lots of corruption and Mafia near the power centers; some Serbs have committed atrocities, covering themselves in blood for ethnic cleansing, concentration camps and mass killings. Two egregious war criminals (Karadzic and Mladic) are still on the run.

But doesn’t precisely that make the Serbs truly European? Their history has many correspondences with the rest of the Continent’s: Communist Party; Italian fascism; Nazi genocide; and the many European war criminals never brough in front of a court of law.

And it would not be difficult to continue.

More: the EU is the fruit of the epochal paradigm shift of 1951, when France and Germany, Latin Europe and German Europe, renounced war in the European Coal and Steel Community, some 1942 years after the slaughter of the lost legions of Varus in the Teutoburg forest.

The EU is the foremost peacemaking experiment in the History of Humanity, more important because more complex also than those 4,000 completely demilitarized miles between USA and Canada.

But if peace is where the idea of Europe begins, that’s where it may end (or jam, perhaps). And so only an enlargement that would include Serbia, the former adversary, would sanction the Continental “completion” of the EU, exactly because for years Serbia has been the enemy to isolate and to bomb.

(two points for clarity: the enlargement to include Albania is also important but it appears a question of time…from a strategic point of view, it has happened already. And the other “missing pieces” from the Continent (Switzerland, Norway, Iceland) are in all but paper members of the Union, having to adhere to almost all of its directives and regulations).

Finally, without Serbia, and indeed if Serbia voluntarily and angrily refused to join the EU in open contrast to the dream of the founders (Spinelli, Monnet, Schuman), the Union would have to waste time and resources on that inner wound ready to spill blood at the first opportunity: bye-bye to further expansion with Turkey, the Ukraine, Morocco and Israel!

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Unfortunately, this is the most likely future.

In the Kosovar crisis international diplomacy has shown all its limits, and especially its “Curse of Reason”, with perfectly logical behaviors by all protagonists combining in perfectly illogical, and disastrous collective decisions.

Think of the tragic chain of events that changed the solid European equilibrium before the Sarajevo murder in 1914 to the suicidal years of the First World War; think also of the War of Korea, stopped on July 27, 1953 at the same border where it started on June 25, 1950, minus four million dead.

In Kosovo too, everybody behaves according to logic. For the local Albanians, independence is now a goal they thought they had reached a year ago. For the Serbs in Pristina and Belgrade, keeping Kosovo as a province is the last bastion to defend national dignity, having been divorced by Slovenes, Croats, Bosniacs, Macedonians and Montenegrins.

The larger fish couldn’t disagree more either. The USA have repeteadly declared their intention to recognize the independence of Kosovo, in opposition to Russia, while the EU awaits unanimity and so can only show paralisis.

It is hard to imagine how could any “logical” solution satisfy all the parties. Indeed, every “practical idea” guarantees the perpetration of this or that injustice: an independent Kosovo would be evidence for the Serbs that their interests are of no concern to the USA and the EU: frankly, one put-down too many, and without any strong reason why.

Declaring Kosovo as a province of Serbia would mean in turn the betrayal of years of expectations, and would alienate the Kosovars without eliciting so much as a “thank you” note” from Belgrade or Moscow.

Leaving the status quo would not help the development of a territory that is getting addicted to international aid, and where the way to riches passes through the local Mafia and drug smuggling.

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Some new solution is needed for Kosovo: an unreasonable, absurd, impratical idea and for those very reasons logical, reasonable and indeed practical, a lot more than the Cold and Warm Wars (and probably, the dead people) that otherwise await all of us in the future, almost with absolute certainty.

What kind of solutions? Offering independence to a smaller Kosovo, cut out according to pre-1999 ethnic lines plus adjustments, with the territories with Serbian majorities conceded to Serbia? Implementing a customs union of Serbia, Kosovo and Albania that would simplify their EU accession negotiations whilst rendering obsolete the issue of Kosovo independence?

Offering free circulation of people between Serbia and independent Kosovo, with generous aids for Serbs to repatriate? Setting aside independence in favor of a “macualted” federal state? Guaranteeing to Serbia the immediate accession to the EU as soon as the necessary laws are implemented, and in any case not after Croatia and Turkey?

Re-admitting Belgrade to the assembly of nations without the lasting distrust and independently from the situation with the war criminals? Compensating the civil Serbian victims of the 1999 war?

None of those questions may be the answer: indeed, they could be all and only Dreams.

However, what has the Powers’ diplomacy to offer, but Nightmares?