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Limiti dell’Analisi Religiosa Scientifica Contemporanea

Devo leggermi con calma davvero, il saggio “Religion: Bound to believe?” (“Religione: Destinati a Credere?”) di Pascal Boyer su Nature (455, 1038-1039 (23 October 2008)), perche’ a tutta prima mi sembra una gigantesca sciocchezza (la solita visione afflitta da un grande complesso di superiorita’ nei confronti di chi crede, con un vago innaffiamento di vetusti concetti religiosi “cristiani”).

Innanzitutto, “fictional character” (“personaggio finto“) Boyer lo dica a suo nonno.

E poi “organized religions present themselves as a package” (“le religioni organizzate si presentano come un pacchetto [intero]“)?

Dice invece bene Giuseppe Bonfrate sul Domenicale Sole24Ore del 19 ottobre (”Alle radici di una fede”):

[…] Comprendere una religione comporta riconoscere che l’oggetto ultimo della fede e’ la realta’ della rivelazione e non gli asserti che la esprimono. Fare storia del cristianesimo [e non solo del cristianesimo, aggiungo io] domanda di misurarsi con lo Spirito […]

E ancora “central tenets of most established religions…the notion that their particular creed differs from all other (supposedly misguided) faiths” (“fra le credenze fondamentali della maggior parte delle religioni maggiori…il concetto che il loro particolare credo sia diverso da tutte le altre fedi, che si presume siano in errore“?

Qualcuno regali a Boyer una raccolta dei discorsi di Gandhi, oppure una guida alle religioni Sikh o Baha’i.

Non sarebbe piu’ saggio studiare le modalita’ religiose del pensiero senza presupporre che siano basate sul niente? Altrimenti e’ un po’ come analizzare la musicalita’ della razza umana rifiutando per principio ogni importanza alla musica. Sarebbe proprio necessario?