Tag Archives: Myanmar

Ban Ki-Moon Has Lost The Plot

What the &^%$ did UN Secretary-General Ban Ki-Moon think he would be doing, by going to Burma only to come back absolutely empty-handed?

The risks were fully known, but Ban Ki-Moon vowed the “right things” and then dedicated a speech in Yangon with the “right words” inside but…is it really the business of the UN Secretary-General to fly around the world begging to visit local dissidents, and then to lament his “disappointment” when not allowed to?

There’s plenty of low-ranking UN diplomats that perfectly able to do just that.

The bloody Burmese junta has made the usual electoral promise (this time for 2010…yeah, right!).

It could all have been so simple:

  1. Ban Ki-Moon lands in Yangon
  2. Ban Ki-Moon asks to see Aung San Suu-Kyi
  3. Ban Ki-Moon is refused to see Aung San Suu-Kyi
  4. Ban Ki-Moon flies away (immediately that is)

One would think even the current UN Secretary-General could devise such a complex plan, couldn’t he?

Perhaps in the post-Cold War world there is something fundamentally wrong in the way UN Secretary-General are chosen.

Una Questione Birmana per la Total

Daniel Altman dell’International Herald Tribune menziona sul suo blog “Gestire la Globalizzatione” la riluttanza da parte del gigante francese del petrolio Total di abbandonare i le attivita’ in Birmania.

Malgrado infatti decenni di dittatura e la crisi in corso, Total “insiste che la sua presenza migliora le vite quotidiane di decine di migliaia di persone del luogo“.

Orbene, e’ difficile immaginare Total come un gruppo di angeli verginali preoccupati delle potenziali ricadute negative dei loro comportamenti.Quello che sappiamo e’ che qualcuno li’ ovviamente decise un certo tempo fa che sarebbe una buona idea investire in una dittatura.

E’ ancora piu’ difficile immaginare che uno Stato dia via le proprie risorse gratis: e quindi e’ evidente che Total ha contratti in cui si spartisce i profitti con il Governo Birmano: cioe’, Total sta finanziando la continuazione della dittatura.

Ma c’e’ di piu’: la Birmania e’ il Paese piu’ corrotto al mondo insieme alla Somalia (secondo l’indice appena pubblicato da Transparency International e segnalato dal Washington Post il 27 settembre).

Chi allora potrebbe seriamente sostenere che Total (o qualunque altra azienda per quello che importi) abbia trovato il modo di ottenere il petrolio o il gas dalla Birmania senza partecipare ad alcuna corruzione?

Quello sarebbe davvero un miracolo. E quindi possiamo ragionevolmente dire che con tutta probabilita’, ci sono tutti i segni che Total, ancora una volta, sta appoggiando la dittatura birmana (e no, non e’ sola).

Di conseguenza la presenza di Total e’ direttamente collegata alla sofferenza di circa 50 milioni di persone in Birmania. Ma i diritti di quelli superano forse i miglioramenti grazie alla Total alle “vite quotidiane di decine di migliaia di persone del luogo“?

Se cosi’ non fosse, si potrebbe giustificare qualunque violazione dei diritti umani a patto che una quantita’ ragionevole di persone appaiano guadagnarne economicamente. Non sono sicuro che quella sia la strada da percorrere.

Cosa dovrebbe fare la Total, allora? Dipende dal suo rapporto con la Giunta Militare al momento.

Se Total deve essere supina perche’ teme di perdere i contratti ed non se lo puo’ permettere, cio’ significherebbe che l’azienda sta correndo un grande rischio con i soldi dei suoi investitori, visto che una parte critica dei suoi redditi dipende dalle fisime di un numero di persone mai elette e piuttosto impopolari sia nel mondo che nel loro Paese.

E’ sicuramente ora per la Total di ridurre quel rischio, per esempio andandosene dalla Birmania alla prima occasione.

Se Total puo’ invece avere il coltello dalla parte del manico (per esempio visto che i Generali birmani hanno bisogno di un flusso di reddito stabile, i loro guadagni dalla corruzione), allora la ditta dovrebbe fare pressione affinche’ vengano fatte le riforme necessarie oppure uscire del Paese: perche’ se non usa il potere che ha, la Total e’ complice in tutte le uccisioni, tutti gli assalti, tutte le torture e tutte le incarcerazioni.

Forse, malgrado la grandezza e la profondita’ delle sue cassaforti, e’ troppo chiedere alla Total di portare il cambiamento in un Paese. Ma per l’azienda e’ davvero obbligatorio almeno tentare, oppure chiudere il becco riguardo il portare “miglioramenti” alle vite di chicchessia.

Total’s Burmese Question

The IHT’s Daniel Altman mentions in his “Managing Globalization” blog French’s giant oil company Total’s reluctance to abandon its Burmese operations.

Despite decades of dictatorship and the ongoing crisis, Total “insists that its presence improves the daily lives of tens of thousands of local people“.

Well, it’s hard to imagine Total as a bunch of virginal angels wondering about their potential wrongdoings. Obviously somebody there decided some time ago it would be a good idea to invest in a dictatorship.

It is even harder to imagine any State giving away its resources for free, so it is obvious that Total is in some sort of revenue-sharing agreement with the Burmese government: hence, Total is financing the continuation of the dictatorship.

Not only that: Burma is the most corrupted country in the world alongside Somalia (according to Transparency International’s 2007 index, reported by the Washington Post on September 27 ). Who would then seriously argue that Total or any other company for that matter has found a way to get oil or gas out of Burma without paying bribes?

That would be nothing short of miraculous. So we can reasonably say that in all probability, there are all the signs that Total is, once again, propping up the Burmese dictatorship (and no, it is not alone).

Therefore the continued presence by Total is directly linked to misery for a little short of 50 million people.

Do the rights of those outweigh Total’s improvements of the “the daily lives of tens of thousands of local people“?

Well, if they don’t, then we could justify any violation of human rights as long as a reasonable amount of people appears to be gaining economically. I wouldn’t be sure that is the way forward.

So what is Total to do? It depends on what the relationship with the Junta is at the moment.

If Total has to be supine because it fears losing the contracts, and it can’t afford to, that would mean the company is running a large risk with his investors’ money, as a critical part of his revenues depends on the vagaries of an unelected number of people rather unpopular the world over, and in their country.

It is high time Total should lower that risk then, for example by moving out of Burma at the first opportunity.

If Total can gain the upper hand instead (as the Burmese Generals need a stable revenue stream, i.e. the bribes), then it should push for the necessary reforms or get out of the country: because if it does not use the power it has, then it is an accomplice in all of the deaths, assaults, tortures and incarceration.

Perhaps Total, despite its size and coffers, cannot really bring change to a country. But it is mandatory for the company to give it at least a try, or else shut up about bringing “improvements” to anybody.

Birmania (non Myanmar), India, Italia

(Intervento pubblicato su Notizie Radicali del 27 Settembre 2007)

Permettera’ l’Italia di farsi prendere per il naso ancora una volta dall’India?

In queste ore che ricordano quella notte del 3 giugno 1989, l’ultima prima della strage a Pechino nella Piazza Tian-an-men, puo’ risultare difficile pensare come poter appoggiare realisticamente i dimostranti Birmani per la Democrazia, a parte lanciare appelli a una Giunta Militare che pero’ non e’ probabilmente seconda a nessuna in tema di repressioni sanguinarie e strangolamento politico ed economico del proprio Paese.

Comunque, e’ possibile mettere subito in atto tre gesti non solo simbolici.

(1) Rifiutiamoci categoricamente di usare il termine “Myanmar” per indicare la Birmania.

Anche se etimologicamente “quasi corretto”, si tratta pur sempre di una invenzione della Giunta Militare imposta senza nessun controllo democratico nel 1989.

Se i Birmani vorranno cambiare il nome ufficiale “per l’estero” del loro Paese in Myanmar, lo potranno tranquillamente fare dopo essere tornati proprietari tutti della loro Nazione. Anzi: un paio di anni fa il Ministro degli Esteri Birmano protesto’ per l’uso di “Burma” da parte dello State Department americano: motivo in piu’ per non usare “Myanmar”.

(2) Diamo nomi e cognomi.

Per troppo tempo si e’ parlato della Giunta Militare Birmana come se fosse un’entita’ informe e non un gruppo di dittatori feroci (al punto di negare per esempio ad Aung San Suu Kyi di rivedere il marito morente). Ecco allora alcun delle persone che dovrebbero sedere da imputati in un tribunale, e non nei posti di comando di uno Stato:

Generale Than Shwe – Presidente
Generale Soe Win – Primo Ministro
General Maggiore Nyan Win – Ministro degli Esteri

Bisogna pubblicizzare nomi (e fotografie) di tutti quelli che comandano, perche’ non si possano nascondere dietro l’anonimato all’estero, che hanno cosi’ ben coltivato.

(3) E infine, non permettiamo all’India di prenderci per il naso per l’ennesima volta.

Gia’ il nostro Governo ha detto poco o niente sugli elicotteri Dhruv, costruiti in India usando anche forniture italiane e poi forniti alla Giunta Birmana in barba a ogni embargo della Unione Europea.

Adesso addirittura, proprio mentre fuori i monaci dimostravano, il Ministro Indiano per il Petrolio Murli Deora ha firmato un accordo di 150 milioni di dollari per ricerche di gas naturale in Birmania: un chiaro segno di appoggio alla Giunta da parte di un Governo “democratico”.

Questo comportamento da parte di Nuova Dehli deriva una miopia strategica che vede l’India cosi’ spaventata dalle ribellioni nel Nord-Est da doversi affidare alla Birmania per evitare che diventino qualcosa di piu’ grosso. E da una apparente impunita’ quando si va contro le regole stabilite da altri Paesi democratici: un modo di pensare che dovrebbe essere intollerabile con la Cina della dittatura comunista, e quindi ancora di piu’ con l’India.

Il nostro Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, ma anche Emma Bonino come Ministro per il Commercio Internazionale, hanno insomma il dovere in questo momento drammatico di fare tutte le pressioni possibili: inclusa una protesta contro l’acquiescenza attuale se non la complicita’ Indiana futura con la Giunta Birmana, e questo prima che succeda il peggio.

(Petizione online “Stand with the Burmese Protesters”)