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La Tragedia di Una Sinistra Senza Popolo

Una risposta a “Berlusconi a Teheran” di Slavoj Žižek, pubblicato sulla London Review of Books il 23 luglio 2009

Slavoj Žižek, “filosofo materialista-dialettico e psicanalista lacaniano, co-direttore del Centro Internazionale di ‘Humanities’” al Birkbeck College di Londra e in passato gia’ noto come quasi-supporter del Governo Cinese (un dettaglio che come vedremo, e’ rilevante) ha scritto un articolo dal titolo “Berlusconi a Teheran“, pubblicato sulla London Review of Books il 23 luglio scorso. Partendo dalla crisi post-elettorale iraniana, e procedendo con un paragone (anzi, eguagliando) il Presidente iraniano Mohammed Ahmadinejad al Presidente del Consiglio italiano, Žižek mescola una nutrita serie di attacchi contro Berlusconi a un’altrettanto nutrita serie di inni alla democrazia…intesa pero’ come “skaio-crazia”, dove chi comanda e’ (un gruppo di oligarchi) di sinistra.

Dopo una serie di vicissitudini, una versione della risposta tradotta qui sotto non ha potuto trovare spazio sulla LRB in alcuna forma, nonostante fosse stata “approvata” per la pubblicazione due volte.

Cominciamo con il chiarire a cosa sia interessato l’autore di “Berlusconi a Teheran“. E’ difficile pensare che voglia parlare dell’Iran, argomento trattato troppo sommariamente. Forse non vuole parlare neanche di Berlusconi, una variabile a Žižek praticamente sconosciuta e al cui riguardo si perde in troppe imprecisioni, nonostante il Silvio nazionale sia diventato in termini di riconoscibilita’ probabilmente il secondo uomo politico piu’ importante al mondo dopo Barack Obama.

Il vero obiettivo di Žižek sembra il fare i capricci perche’ dopo il 1989 le società occidentali non vogliono votare pedissequamente per le figure e linee politiche favorite da Žižek stesso. E più che una lagnanza, Žižek fa la parte dell’intellettuale di (antica) sinistra che si atteggia a Vercingetorige, e sconfitto getta le armi ai piedi di Giulio Cesare/Berlusconi (lo so, è una scena tratta da un fumetto … ma se Žižek prende ispirazione dal cartone “Kung Fu Panda”, cosa c’è di sbagliato in “Asterix”?).

Se questo e’ il caso; se un articolo che equipara Ahmadinejad a Berlusconi è il segno finale del crollo del pensiero di sinistra … e se mai ci sia stato un tempo in cui ci fosse bisogno che emergesse una nuova sinistra, con un po’ più di fiducia almeno in quel popolo che afferma di voler sostenere e difendere; allora, è questo, quel tempo..

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Come detto, la mancanza di interesse di Žižek negli affari di Teheran è evidente. L’articolo comincia dai disordini a Teheran, ma finisce per discutere di un presunto razzismo di fondo di Berlusconi. Žižek scrive che “ci sono molte versioni degli eventi del mese scorso (Giugno) a Teheran“, quindi procede a scegliere quella di suo gradimento come se stesse sostenendo una squadra di calcio, semplicemente troppo ansioso di individuare i “buoni” e pronto a star loro dietro sempre e comunque. I Paesi e le società non sono visti come interessanti “esperimenti in corso”, da seguire e analizzare, piuttosto come “parco giochi” per annoiati stranieri con poco o niente da rischiare e l’entusiasmo per farsi gli affari degli altri. Tutto cio’ potrebbe essere divertente ma… è Politica?

E in effetti ci vengono date affermazioni totalmente prive di fondamento, come “Ahmadinejad non è l’eroe degli islamici poveri, ma un corrotto islamo-fascista, una specie di Berlusconi iraniano la cui miscela di atteggiamento clownesco e politica di potenza senza scrupoli sta causando disagio anche tra gli Ayatollah“. Cosa mai vuol dire “islamofascismo“? E come fa un populista a non essere l’eroe dei poveri, almeno nella misura in cui e’ percepito dai poveri? E che tipo di pensiero profondo si nasconde dietro la definizione di Žižek di Berlusconi come “un idiota corrotto”?

L’impressione è che quanto sopra non siano “osservazioni” o il risultato di una qualsiasi analisi, ma piuttosto dei punti speciosi, inventati a sostegno di un’indimostrabile equivalenza tra Berlusconi e Ahmadinejad. Forse Žižek sogna di essere in uno stadio di calcio, indossando una maglietta “Berlusconi è un idiota corrotto” sotto uno striscione “Ahmadinejad è un islamo-fascista”, mentre canta l’Internazionale e getta insulti contro un “dream team” avversario composto da Berlusconi, Ahmadinejad, ma anche Sarkozy, Bush Padre e Figlio, Reagan, e chissà, forse anche Nixon. Sulla panchina dei “nemici”: i fondatori del Ku Klux Klan.

Questo atteggiamento da “tifoso sognante” si vede anche nei paragrafi successivi. In un primo momento Žižek afferma che “è vitale” riconoscere che le manifestazioni iraniane sono state “un grande evento di emancipazione, che non rientra nel quadro di una lotta tra liberali filo-occidentali e fondamentalisti anti-occidentali”. Perché allora ricade subito nella vecchia abitudine di attaccare logore etichette a tutto ciò che si muove? “Se non facciamo [ciò che è vitale etc etc]], noi in Occidente entreremo in una era post-democratica, pronti per i nostri Ahmadinejads. Gli Italiani conoscono già il suo nome: Berlusconi”.

Addirittura.

Dietro a questi ragionamenti c’e’ un concetto un po’ peculiare di “democrazia”, e Žižek se ne rende conto visto che procede con lo spiegarcelo. Perche’ Žižek vuole “il Governo da parte della Sinistra”, una skaio-crazia che purtroppo per lui manca dal mondo reale. Una skaio-crazia che andrebbe applicata comunque, e nonostante, se non interamente contro la volontà delle pecore, pardon, del popolo.

Gli animali di allevamento non sono una metafora ironica: Žižek cita con entusiasmo come “manifestamente vero” il pensiero del giornalista americano Walter Lippmann, il quale, ci viene detto, “come Platone … vedeva il popolo come una grande bestia o una mandria smarrita” che “deve essere disciplinato da ‘una classe specializzata’” capace di vedere lontano.

Ma le parole di Lippmann sono del 1922. Per coincidenza (davvero?), in quello stesso anno Benito Mussolini ha conquistato il potere in Italia, introducendo il mondo ad una forma di governo chiamata fascismo, all’inizio popolare tra le élite occidentali, e probabilmente l’esperimento piu’ completo di governo da parte di una “classe specializzata” prima dell’avvento di Stalin.

E’ davvero doloroso leggere questa approvazione da parte di Žižek di una “democrazia come allevamento di animali”, dopo che un gruppo di “pastori del popolo” auto-nominati hanno ucciso centinaia di milioni di esseri umani, dalla Germania nazista al Grande balzo in avanti di Mao al genocidio di Pol Pot agli assassini politici di massa di Pinochet.

Ed e’ davvero curioso che pensieri di questo genere non si siano mai sopiti. Come dice Frank Furedi nel suo libro “La Politica della Paura“, “le élite politiche [contemporanee], svincolate dalla società e interamente incentrate sul presente, spingono per un’agenda misantropica che sottolinea la vulnerabilità delle persone e vede il comportamento individuale come un problema da gestire, [dimostrando] un forte elemento di disprezzo paternalistico [con la sensazione di fondo che] ci siano tutti questi misteriosi selvaggi là fuori, che hanno bisogno di sentirsi dire cosa fare” in cabina elettorale.

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Perché mai qualcuno dovrebbe considerare in modo cosi’ negativo la democrazia rappresentativa? In realtà, Žižek e’ preoccupato con la stessa organizzazione della società contemporanea. Il (secondo) esempio della direzione in cui vede “l’Occidente” evolvere, è Lee Kuan Yew, “il leader di Singapore che ha pensato e messo in pratica un ‘capitalismo con valori asiatici“. Nella “democrazia occidentale”, infatti, Žižek vede la lunga mano del “capitalismo”. E il “progresso capitalistico” viene esplicitamente dichiarato come estraneo a qualunque cosa la “democrazia” significhi.

Seguendo Alain Badiou, ci viene detto che “la democrazia elettorale è rappresentativa nella misura in cui essa è rappresentativa del capitalismo“; e che “le elezioni democratiche … non sono di per sé un’indicazione del vero stato delle cose“(un punto bizzarramente sostenuto utilizzando quel fulgido (si fa per dire) esempio di democrazia elettorale che e’ stata la Francia di Vichy).

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Le affermazioni su Berlusconi sono francamente mal argomentate e scritte, una grottesca insalata di inesattezze storiche e di “non sequitur”.

Niente di cui meravigliarsi, ovviamente, visto che la stessa esistenza di un politico/non-politico come Berlusconi e’ benvenuta nel mondo di Žižek come un candelotto lacrimogeno acceso, in una stanza senza porte e finestre:

(a) E’ ovviamente un errore considerare, come fa Žižek, quanto “resta della ‘sinistra’ italiana” come “ormai rassegnato al suo destino” sotto Berlusconi. Piuttosto, la ‘sinistra’ ha trascorso gli ultimi 15 anni, anche quando era al potere, parlando quasi sempre e solo di Berlusconi. I suoi componenti non sono vittime di una “cinica demoralizzazione“, quanto nemici ipnotizzati, incapaci di qualsiasi pensiero politico che non comprenda (odio contro) Berlusconi.

(b) Žižek rimprovera a Berlusconi di aver agito “più o meno spudoratamente” e di “comportarsi in modo tale da minare la sua dignità di Capo del Governo“, perché “la dignità della politica classica deriva dal suo elevarsi sopra il gioco degli interessi particolari della la società civile…nella sfera ideale del ‘citoyen’ in contrasto con la situazione di conflitto di interessi egoistici che caratterizzano il ‘borghese’“(ecco un altro attacco al capitalismo).

Ma come può questo pensiero andare d’accordo con quando lo stesso Žižek descrive cinicamente le ‘elezioni libere’ come il semplice “mostrare un minimo di cortesia” da parte di chi “è al potere [ma temporaneamente] fa finta di non detenere il potere”? I politici allora devono essere elevati rispetto agli elettori o no?

(c) Ci viene detto che “la scommessa dietro le volgarità di Berlusconi è che le persone si identificheranno con lui come rappresentante dell’immagine mitica dell’Italiano medio”. Questo è un mito diffuso, ma totalmente privo di fondamento, ancora una volta ripetuto da Žižek senza alcun elemento di prova a sostegno. Non spiega affatto le due sconfitte elettorali di Berlusconi, e non può essere riconciliato per esempio con la maggioranza relativa acquisita e poi conservata dal partito di Berlusconi tra gli Italiani all’estero, per esempio nel Regno Unito.

(d) Žižek sostiene che Berlusconi ha bisogno di “paura” per rimanere al potere. Eppure l’attuale Governo italiano e’ stato per mesi accusato di minimizzare ogni tipo di problema, dalla crisi finanziaria globale alla situazione delle vittime del terremoto a L’Aquila, ai problemi per il numero crescente di disoccupati o temporaneamente occupati, fino alla Influenza A. Amico e nemici riconoscono come Berlusconi cerchi sempre di presentare un volto felice, a volte anche troppo rilassato. Uno dei suoi ministri è stato rimproverato per aver suggerito che le scuole potrebbero rimanere chiuse se il contagio di influenza A sara’ peggiore del previsto.

Un esempio molto più vero di deimo-crazia, la manipolazione della paura per scopi politici, è in realtà la Gran Bretagna, dove saltiamo letteralmente da un allarme all’altro: quando la preoccupazione per il morbo della mucca inizia a scemare, arriva il Duemila, poi il riscaldamento globale, poi Blair e i suoi “45 minuti all’attacco da parte di Saddam“, poi l’Aviaria, poi una siccita’ da desertificazione, e adesso l’influenza “suina”. Il rischio per terrorismo e’ invariabilmente “Alto”, e chissa’ cosa ci riservera’ il futuro..

(e) Degli ultimi paragrafi su Berlusconi si può solo rabbrividire. La realtà “dello stato di emergenza“, introdotto da Berlusconi, nel luglio del 2008 è “dimostrata” citando un incidente dell’… Agosto 2007! Il che è circa otto mesi PRIMA che Berlusconi sia tornato al potere. Una ridicolaggine insomma, che precede una filippica rattoppata e infondata che include discorsi sull’”anti-semitismo ragionevole“, su violenza contro gli immigrati e sulla “barbarie berlusconiana“. Certo non c’è bisogno di commento quando l’autore di un articolo si toglie da solo ogni credibilita’.

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L’impressione generale è che il problema non sia la democrazia occidentale e/o elettorale, o personaggi come Berlusconi, Lee Kuan Yew o addirittura Ahmadinejad. Il problema per Žižek è se stesso, e il suo rapporto con un mondo occidentale post-1989 che non è stato in grado (almeno finora) di produrre un clima di fiducia politica significativa riguardo la “sinistra classica”. Gli elettori con regolarita’ non selezionano come rappresentanti membri di quella “classe specializzata” cui pensa di appartenere Žižek, classe che si presenta come l’unica “legittimata” a difendere i poveri, i lavoratori e in generale chiunque non sia un arco-capitalista.

Agli occhi di Žižek, il mondo intero è sottosopra: “la popolarità di Reagan aumentasa dopo ogni apparizione pubblica, proprio mentre i giornalisti enumeravano i suoi errori“. Ma piuttosto che cercare di capirne il perché, Žižek ha arbitrariamente deciso che le ragioni devono trovarsi all’interno della “mandria disorientata” chiamata popolo, e / o nelle astute, malvagi mani di populisti da tutto il mondo. Pertanto, se e quando il processo democratico anche solo temporaneamente fa languire partiti di sinistra all’opposizione, allora è l’intero processo democratico che va classificato come una manifestazione del capitalismo. La soluzione per Žižek è quindi di sbarazzarsi della democrazia elettorale del tutto. E infatti, le “elezioni democratiche che emanano un momento di verità” sono definite esattamente come quelle in cui le persone votano cosi’come Žižek vorrebbe che votassero.

Žižek non e’ solo. Anche Thomas L Friedman del New York Times ha confessato la sua invidia per il sistema autocratico cinese, cosi’ “efficiente” nell’occuparsi di questioni ambientali visto che non deve “perdere tempo” a dialogare con un’opposizione democratica. Come ha fatto notare Jonah Goldberg, studioso e autore di “Liberal Fascism”, si tratta degli stessi argomenti che negli anni Venti resero Mussolini popolare in Europa e anche negli USA, grazie ai treni che arrivavano in orario e alle paludi pontine che venivano prosciugate.

Il fatto poi che le piu’ grandi catastrofi ambientali, come il prosciugamento del Lago d’Aral, siano legate proprio a sistemi autocratici e per questo incapaci di evitare colossali errori, apparentemente a Žižek o Friedman non interessa.

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Tutto sommato, l’articolo di Žižek rappresenta la sconfitta di quella parte della “sinistra classica” che si ritiene come un Sansone collettivo prossimo alla morte (politica) e quindi e’ determinato ad uccidere (politicamente) tutti i Filistei. O usando una metafora forse ancora piu’ appropriata, , o, meglio ancora, come un bambino antipatico che fa i capricci per una e una sola ragione: perché le cose non vanno a modo suo.

Turchia ed Europa: Mia Lettera Pubblicata sulla London Review of Books

Nell’ultimo numero della London Review of Books (LRB) esce una mia lettera sulla Turchia e il suo ingresso nella Unione Europea, in risposta ad articoli molto lunghi e molto critici di tutti i Governi turchi dalla fine dell’Impero Ottomano in poi, scritti da Perry Anderson, Professore all’University of California a Los Angeles.

Non e’ la realta’ dei fatti che contesto ad Anderson, ma il volerli presentare sotto una finta pellicola di verita’, illuminandoli in realta’ sempre e comunque in modo da mettere in cattiva luce ogni leader turco (a parte, naturalmente, quelli “di sinistra”…lo dice lui, eh, non lo dico io)

Prima e dopo Kemal
Di Maurizio Morabito

I saggi di Perry Anderson saggi ‘Kemalismo’ e ‘Dopo Kemal’ (LRB, 11 e 25 settembre) hanno catturato la mia attenzione. La discussione sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea sta contribuendo a definire cosa sia (o non sia) l’Unione Europea, e in questo contesto la storia della Turchia moderna è importante.

In realta’, ‘Kemalismo’ e ‘Dopo Kemal’ sembrano antiquati opuscoli polemici, sovrintendenti un ‘ragionamento’ che regge la pervasiva coerenza di entrambi. Tutto è spiegato, e tutto trova perfettamente il suo posto nel racconto. E tutto ciò che invece non lo trova (come la fine del regime di Menderes nonostante Anderson lo abbia descritto come economicamente e politicamente forte) viene classificato come parte di un ‘ciclo’ comune a tutti i governi turchi di centro-destra. Ogni studioso che non è d’accordo con Anderson ha venduto la sua anima al diavolo – cioe’, al Governo di Ankara.

La Turchia, ci vuol dire Anderson, è invariabilmente dalla parte sbagliata della storia, si comporta male e ha poco in comune con il resto dell’Europa. (È interessante notare che in un articolo precedente dello stesso Anderson, ‘Le divisioni di Cipro’, pubblicato nella LRB del 24 aprile 2008, i ‘cattivi’ sono invece i colonialisti inglesi, e i buoni gli appartenenti al Partito Comunista AKEL. In quel “ragionamento”, la Turchia svolge il ruolo di spettatore semi-passivo, e la mentalita’ da assedio imminente diffusa fra i Turco-ciprioti rimane inspiegata).

E allora, perche’ dedicare trenta mille parole per la Turchia, proprio in questo momento? Anderson fornisce involontariamente una spiegazione. Le ‘motivazioni tipiche’ che giustificano l’adesione della Turchia all’Unione Europea sono ‘innumerevoli’, scrive. Sta allora cercando di far sentire il suo peso, affinche’ la Turchia resti fuori dalla UE a meno che siano rispettate determinate condizioni, proprio perché c’è una schiacciante maggioranza di motivi perche’ la Turchia venga accettata? E’ istruttivo al riguardo notare che mentre da una parte Anderson elenca le ‘speranze’ nella UE da parte della sinistra turca, e dei popoli Curdi e Alevi, dall’altra parte egli elenca come ostacoli al ‘processo di adesione’, i maltrattamenti subiti della sinistra turca, dai Curdi e dagli Alevi..

Per riferimento, ecco il testo completo dei miei commenti originali in inglese, prima che venissero tagliati: sulla Turchia e su Cipro.

Questi invece sono gli articoli di Anderson, anch’essi in inglese, cui mi riferisco nella lettera:

(a) Su Cipro
(b) Su Kemal
(c) Sulla Turchia dopo Kemal

Morabito’s Turkish Defence on the LRB

The London Review of Books has kindly allocated some space in the Letters section of the latest issue to my letter on the (mis)treatment of Turkey by Perry Anderson, Professor at UCLA.

One important addendum, as my original text has been energetically and mercilessly shortened: at the end of the letter, when it says

“the left, the Kurds and the Alevis are precisely the factors impeding Turkey’s ‘accession process’”

it should actually read as

according to Anderson, the left, the Kurds and the Alevis are precisely the factors impeding Turkey’s ‘accession process’”

For reference, these are my original comments in full: on Turkey and on Cyprus.

and these Anderson’s articles I am referring to in my letter:

(a) On Cyprus
(b) On Kemal
(c) On Turkey after Kemal

Cyprus: Historical Analysis i.e. Fiction

(Addendum to “Thirty Thousand Attempts to Keep Turkey Out of the EU“, Sep 24, 2008)

Perry Anderson is not new to writing historical but relentlessy leftist pamphlets. In his 24 April 2008 article on the LRB, “The Divisions of Cyprus“, the “baddies” are colonialist Brits, whilst Turks are either depicted as semi-passive bystanders going from one fabricated outrage to another, or even beastly thugs.

Tellingly, Anderson describes Turkish Cypriots as “a community that felt itself entitled as of right to a disproportionate share of power on the island, yet continually lived on its nerves as if under imminent siege” but then spends no time dwelling on the reasons for that “siege” mentality.

Archbishop Makarios is portrayed somewhat sympathetically (perhaps due to his willingness to defy NATO). But it’s the Communist AKEL party that, as expected, is the hero of the story, always on the receiving end of violence and the only group capable to express a leader like current President Dimitris Christofias, seemingly on the verge of an historical settlement with the Northern, Turkish area of Cyprus.

Exaggerations abound, including comparisons to the West Bank, Guantanamo, and pro-Franco Italian and German forces in the 1930’s. The British intervention in the 1944-1949 Civil War in mainland Greece is depicted as bigger than the USSR’s in Hungary in 1956 (never mind there was no civil war in Hungary, in 1956). Greek leaders Papandreou and Karamanlis are weaklings in the extreme, with the latter a “sentry duty in the Cold War” retreating “to his bedroom as details of the [Zurich] agreement were fastened down“.

Successive British Governments are invariably scheming and evil, and Greek-Cypriot General George Grivas “a nervi of extreme wing of counter-revolution“.

Furthermore, Anderson’s essays describe eminently self-consistent stories, with little or no space for mistakes, random circumstances, and the revelation that some critical information may be missing and/or open to different, equally valid interpretations.

All in all, one is forced to classify Anderson’s historical efforts not as much as scholarly analysis, rather as documented fiction. And by trying to present it as some kind of unvarnished history, one risks cheapening both Literature, and History.

Thirty Thousand Attempts to Keep Turkey Out of the EU

I was attracted at first to UCLA History Professor Perry Anderson’s contribution to the London Review of Books (LRB) in the 11 Sep 2008 issue (“After the Ottomans”, also titled “Kemalism”) by four peculiarities.

First of all the topic: the discussions about letting Turkey in the European Union are obviously helping define what the “European Union” actually is (or is not). The history of modern Turkey occupies an important spot in the debate, and Anderson’s article promised to deal with that in great detail.

In fact (and here lies the second oddity about “After the Ottomans”) it was a very long piece, running to a total of more than 14,000 words.

This is not a good or bad thing per se: but the vast majority of LRB articles are much, much shorter, little more than a couple of pages in print and less than 5,000 words (2,700 words for Rosemary Hill‘s “Making Do and Mending”, 25 Sep 2008; 4,700 words for Sheila Fitzpatrick’s “Like a Thunderbolt”, 11 Sep 2008) .

Longer pieces are not common; for example the 15,000 words for John Upton’s “In the Streets of Londonistan”, 22 Jan 2004). Actually, the fact that authors are given a restricted space to express their opinions, does set the LRB apart from, say, the New York Review of Books and The New Yorker.

Third, LRB articles usually sport very peculiar titles (check the examples above): Anderson’s was very uncharacteristically just a pure statement of fact.

Fourth, as it appeared obvious from the start, Anderson was not going to review any particular book: “After the Ottomans” was an essay in political history, with more than a whiff of polemics about everything Turkey.

Imagine then my surprise (or lack thereof) when the very next issue of the LRB hosted yet another Perry Anderson article on Turkey (“After Kemal”, 25 Sep 2008).

Once again the unimaginative title, the lack of any book to review (rather than simply quote and mostly, summarily dispose of), and the huge amount of paper devoted to it: 10 full pages, 16,000 words, of course mostly with very little of positive to say about Turkey.

So we got all of 30,000+ words on the single topic of post-Ottoman Turkish history: perhaps a record for the LRB, perhaps not. But it was all natural that I started wondering what was behind the LRB Editors’ choice to deluge their readers with enough words to fill up around 15 “standard” articles.

Now, I am not going to dwell into the “truth” of what Anderson has written about, from the end of the Ottoman Empire to today (it would be nice if a counter-article were to appear, perhaps on the LRB itself).

Who am I (who is anybody) to be able to reply to Anderson’s finely detailed history of Turkey, without risking getting buried by hundreds of pieces of information that only a lifelong study of a subject can provide?

And still: the two bits I dare considering myself rather familiar with, the conditions leading to the 1980 coup and the preparations and aftermath of the 1974 invasion of Cyprus, I do not remember them as clear-cut as described by Anderson, with the Turks invariably playing the “baddy” roles.

In truth, “After the Ottomans” and “After Kemal” do not read as works of scholarship as much as political-journalistic polemical essays, like a pamphlet of old, with an underlying “discourse” that keeps both articles together and absolutely consistent throughout. Oh, and all scholars that disagree with Anderson, each single one of them, have sold their souls to the Devil, I mean, the Ankara government.

In Anderson’s Turkish history everything is explained and neatly falls in place within the “narrative”. Even what shouldn’t follow that pattern (like the end of Menderes’ rule after being described as economically and politically strong) is classified as “part of a cycle” common to all centre-right Turkish governments: a cycle whose existence and reasons are however not truly explored.

Therein lies my biggest critique of Anderson’s double anti-Turkish whammy. Readers are being offered a partial and partisan representation of history, dressed up as the one and only truth, with no a single doubt expressed to it.

Turkey, they learn, is invariably on the wrong side of history (Turkish leftist politicians aside, apparently), behaving rather badly and with little in common to the rest of Europe, apart from a relentlessly-pursued (by Anderson) list of all that makes successive Kemalist and post-Kemalist governments in Ankara a sort of heirs to the Nazis.

That may be so: but why devote 30,000 words to it right now? Well, Anderson does actually provide an unwitting explanation to that: ironically, by making a very strong case for Turkish EU membership:

The conventional reasons for which it is pressed within the EU are legion: militarily, a bulwark against terrorism; economically, dynamic entrepreneurs and cheap labour; politically, a model for regional neighbours; diplomatically, a bridge between civilisations; ideologically, the coming of a true multiculturalism in Europe. In the past, what might have been set against these considerations would have been fears that such an elongation of the Union, into such remote terrain, must undermine its institutional cohesion, compromising any chance of federal deepening. But that horse has already bolted. To reject Turkish membership on such a basis would be shutting the door well after there was any point in it. The Union is becoming a vast free range for the factors of production, far from an agora of any collective will, and the addition of one more grazing ground, however large or still relatively untended, will not alter its nature.

In Turkey itself, as in Europe, the major forces working for its entry into the Union are the contemporary incarnations of the party of order: the bourse, the mosque, the barracks and the media. The consensus that stretches across businessmen and officers, preachers and politicians, lights of the press and of television, is not quite a unanimity. Here and there, surly voices of reaction can be heard. But the extent of concord is striking. What, if the term has any application, of the party of movement? It offers the one good reason, among so many crass or spurious ones, for welcoming Turkey into the Union. For the Turkish left, politically marginal but culturally central, the EU represents hope of some release from the twin cults and repressions of Kemal and the Koran; for the Turkish poor, of chances of employment and elements of welfare; for Kurds and Alevis, of some rights for minorities

Is it this then: with his essays, is Anderson trying to weigh in to keep Turkey out the EU unless certain conditions are met, exactly because there is an overwhelming list of reasons for Turkey to be accepted right now? It is telling that the listed “hopes” for the Turkish left, the Kurds, the Alevis form for Anderson some of the reasons for impeding Turkey’s “accession process”: thereby killing those very same “hopes”…

One last point: Anderson has been provided a pulpit by a major publication. Is the LRB in the business of torpedo-ing the chances for a European Turkey?

I do think the LRB Editors should come out honestly about it, explaining their own reasons for allocating a large amount of magazine real estate to…a pamphlet. A pamphlet unlike any other LRB article.

Esplosiva Ipotesi Sulla Sessualita’

Adam Phillips fa la recensione sull’ultima London Review of Books del libro “Sexual Fluidity: Understanding Women’s Love and Desire” (“Fludita’ Sessuale: Comprendere Desiderio e Amore nelle Donne”) di Lisa Diamond: un libro frutto di una pluriennale ricerca personale dell’autrice nel campo dell’omosessualita’ femminile.

Ci sarebbero da fare un po’ di critiche all’approccio della Diamond, e quindi anche a quello di Phillips: per esempio c’e’ un po’ troppa insistenza nelle presunte differenze fra la sessualita’ (e l’omosessualita’) maschile e le loro corrispondenti femminili. A parte il fatto che alla fine siamo tutti della stessa specie, non viene in mente alla Diamond, e a Phillips, che se la nuova ricerca sovverte pregiudizi sulla sessulita’ femminile, forse anche una nuova ricerca sulla sessualita’ maschile potrebbe portare a delle sorprese?

In ogni caso, questi sono i risultati principali della ricerca: (a) le donne intervistate lungo un arco di 10 anni hanno cambiato continuamente il loro orientamento sessuale; (b) c’e’ stato un aumento della consapevolezza della possibilita’ di cambiamento; (c) le prime esperienze sessuali non danno alcuna indicazione su quali saranno gli orientamenti futuri.

Il punto fondamentale del libro, e della recensione, e’ quindi questo (mia traduzione):

La Diamond crede che finora c’e’ stato “un modello troppo rigido della omosessualita'” e della sessualita’ femminile in generale. Questo modello – il quale, dice, e’ alla base di quanto riportato sia nei libri di testo, sia nei mass media – ipotizza che l’orientamento sessuale femminile si sviluppi presto, e che sia piu’ o meno fisso poi per sempre. La sua ricerca ha invece rivelato che tale orientamento “puo’ emergere piu’ tardi in eta’ adulta” e che le “sensazioni sessuali” possono cambiare “sia improvvisamente, sia gradualmente nel tempo”.

Si tratta di una visione davvero rivoluzionaria: da un lato permette di andare oltre i soliti discorsi sull’omosessualita’ come malattia o diversita’; dall’altro puo’ addirittura riconciliare il pensiero di chi considera la scelta sessuale come qualcosa di personale, con il fatto che alcuni dicano di aver appreso come ritornare ad essere eterosessuali.

Semplicemente, c’e’ tutta una serie di fattori da considerare, e il risultato e’ una “sessualita’ fluida” che si puo’ solo accettare, cosi’ come si puo’ solo accettare il modo in cui una persona si vesta, o l’auto che abbia acquistato. L’aspetto “religioso” e’ praticamente irrilevante.

L’unica cosa che importa, e’ non farsi etichettare.

Capitalismo Autoritario in Cina: Meglio della Democrazia Liberale?

(la risposta e’: no, non lo e’: cosi come provare a guadagnarsi da vivere al tavolo da gioco non e’ meglio dell’avere uno stipendio, anche se i potenziali ritorni economici sono molto piu’ alti)

Il capitalismo autoritario della Cina e’ forse meglio della democrazia liberale (come “condizione necessaria e motore dello sviluppo economico”)? E’ piu’ o meno quanto si chiede Slavoj Žižek, co-Direttore del Centro Internazionale per gli Studi Umanistici al Birkbeck College, una delle Universita’ di Londra, nella sezione delle lettere sulla London Review of Books (volume 30 no. 8, datato 24 aprile 2008), dopo aver descritto in maniera straordinariamente equilibrata le relazioni passate e presenti fra Tibet e Cina (che, a proposito, non sono una storia di buoni e cattivi). Scrive Žižek:

Fareed Zakaria ha indicato come la democrazia “attecchi” solo nei Paesi economicamente sviluppati: se un Paese in via di sviluppo e’ “democratizzato prematuramente”, il risultato e’ un populismo che si conclude nella catastrofe economica ed nel despotismo politico. Nessuna sorprese quindi nel notare che i Paesi del terzo mondo economicamente piu’ riusciti (Taiwan, Corea del Sud, Cile) hanno optato per una democrazia completa solo dopo un periodo autoritario.
Seguento questo stesso percorso, la Cina ha fatto uso di un sistema autoritario per gestire i costi sociali della transizione al capitalismo. La combinazione bizzarra del capitalismo e del potere politico comunista e’ risultata essere non un ridicolo paradosso, ma una benedizione. La Cina si e’ sviluppata così velocemente non nonostante l’autoritarismo comunista, ma grazie ad esso.

In realta’ c’e’ da mettere i “puntini sulle i” a questo discorso. In primo luogo, Taiwan, la Corea del Sud ed il Cile si sono transformati “Paesi del terzo mondo economicamente piu’ riuscitidopo avere superato il “periodo autoritario“. Con quelli come esempi, sembra che una dittatura possa fare da gestante ad un’economia di successo, ma che l’autoritarismo si trasforma poi in una madre soffocante, se non in una cattiva matrigna.

Ancora piu’ importante, la Cina in se e’ in un certo senso soltanto la piu’ recente manifestazione di una “verità”: una dittatura (economicamente) illuminata puo’ essere molto piu’ efficiente di cumulo di trucchi e trucchetti conosciuti come “democrazia”. Voltaire probabilmente ha creduto in questo, e anche Platone e tantissimi altri, ed anche se il tutto suona come un concetto elitista, e’ pur tuttavia ovvio: un Principe intelligente, che si preoccupa del suo Stato e dei suoi sudditi, politicamente ed economicamente saggio può decidere la cosa migliore per tutti nel giro di minuti, invece che sprecando mesi provando a convincere e negoziare, magari forse in interminabili Commissioni Parlamentari.

Un tal principe può anche garantire decenni di buon governo, davvero una benedizione per il suo popolo. C’e’ un piccolo aspetto pero’. Immaginiamo che il Principe sia Ottaviano Augusto, e la pace e la prosperità sono di tutti.

Dopo viene Tiberio, e le cose cominciano a peggiorare con la sua paranoia. Tocca quindi a Caligola, e a Nerone non manca molto.

Le cose non sono cambiate granche’ durante i passati 2.000 anni. Il problema dell’autoritaritarismo, e quindi del capitalismo autoritario, non e’ la sua capacità di generare prosperità: piuttosto, la perfettamente analoga capacità di degenerare, rapidamente perché quasi senza controllo, arrivando quindi a impedire lo sviluppo della prosperita’ se non ad ucciderla completamente.

Come si dice nel mondo finanziario: cosi’ come un nuovo Amministratore Delegato puo’ far risorgere o distruggere un’azienda, analogamente un Principe despotico (o un Comitato di Principi, altrimenti detto “Comitato Centrale del Partito Comunista della Cina”) e’ una ricetta per nuove opportunita’ di guadagno e, per gli stessi motivi, per un aumento del rischio. E cio’ andrebbe decisamente considerato, quando si vuol dare un giudizio circa che cosa scegliere come “la condizione necessaria ed il motore di sviluppo economico”.

Dopo tutto, chi desidera scommettere continuamente tutta la sua ricchezza?

Is China’s Authoritarian Capitalism Better Than Liberal Democracy?

(No it isn’t: just like trying to earn a living by gambling is not better than having a salary, even if potential returns are much higher)

Is China’s authoritarian capitalism better than liberal democracy (as “the condition and motor of economic development“)? That’s more or less what Slavoj Žižek, co-Director of the International Centre for Humanities at Birkbeck College, asks in the Letters section of the London Review of Books (Vol. 30 No. 8 · Cover date: 24 April 2008), at the end of a singularly even-handed description of the Tibet-China relationship (that by the way only victims of their respective propaganda machines will believe to be a story of good guys vs. bad guys).

Fareed Zakaria has pointed out that democracy can only ‘catch on’ in economically developed countries: if developing countries are ‘prematurely democratised’, the result is a populism that ends in economic catastrophe and political despotism. No wonder that today’s economically most successful Third World countries (Taiwan, South Korea, Chile) embraced full democracy only after a period of authoritarian rule.

Following this path, the Chinese used unencumbered authoritarian state power to control the social costs of the transition to capitalism. The weird combination of capitalism and Communist rule proved not to be a ridiculous paradox, but a blessing. China has developed so fast not in spite of authoritarian Communist rule, but because of it.

There are a few i’s to dot, and t’s to cross in Mr Žižek’s discourse. First of all, Taiwan, South Korea and Chile became “today’s economically most successful Third World countriesafter getting rid of “authoritarian rule“. So from those examples it appears that dictatorship may gestate a successful economy, but more often than not “Authoritarian Rule” transforms itself into a suffocating mother, if not an evil stepmother.

More importantly, China itself is in a sense only the last manifestation of a truism: an (economically) enlightened dictatorship can be much more efficient than the collection of dirty tricks known as democracy. Voltaire likely believed in that, just as Plato and countless others, and even if it does sound like an elitist concept, it is obvious nevertheless. An intelligent, caring, politically and economically wise Prince can decide for the best of everybody in minutes, rather than wasting months trying to convince, negotiate, win over people, perhaps in interminable parliamentary committees.

Such a Prince can also guarantee decades of good governance, truly a blessing for his (or her) people.

There is a small matter though. Say, your Prince is Octavianus Augustus and peace and prosperity is for everybody. Then comes Tiberius, and things start out ok: only, to worsen with his increasing paranoia.

Then you’re stuck with Caligula. And Nero is not too far away either.

Things haven’t changed much in the intevening 2,000 years. The trouble with authoritarian rule, hence with authoritarian capitalism, is not its ability to generate prosperity: rather, its perfectly equivalent capacity to degenerate, quickly because almost without control, thereby hampering the growth of that prosperity if not killing it off entirely.

Speaking the language of the financial world: just like a new CEO can resurrect or destroy a Company, so a despotic Prince (or committee of Princes, aka the “Communist Party of China Central Committee“) is a recipe for increased earning opportunities and, for the very same reasons, for an increase in risk.

And that’s something that should definitely be factored in in any judgement about what to choose as “the condition and motor of economic development“. After all, who wants to continuously gamble all of one’s wealth?