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La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa’: se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

Serbia: Trapped in the past…by the EU!

I find the IHT’s Feb 25 Editorial on Serbia and Kosovo rather disingenuous (“Trapped in the past“, IHT, Feb 25).

They state that “Every effort has been made by NATO, the United Nations, the European Union and the United States to accommodate Serbian fears and sensitivities” but then undermine that very claim by decrying Serbia’s lack of “any willingness to negotiate the province’s independence” (as if this were a fait-accompli from the very beginning: so much for “accommodation“…).

They also accuse Belgrade of having “never demonstrated any remorse for the carnage unleashed by the former dictator Slobodan Milosevic“: thereby forgetting how young the Serbian democracy is, and its obvious innocence with respect to the crimes of a past dictatorship.

Serbia and the Serb may have a lot of soul-searching to do having lost pretty much everything and some in their misguided attempts to restore national pride by way of armed conflicts. But nothing, almost nothing has been done by the EU in primis, and by the USA, to help them out of that trap.

Actually, it is apparent that Kosovo has been recognized by some States, and not by others, only as part of a wider USA/Russia geopolitical game. What trust should Serbia put in such a process, is anybody’s guess.

If that can be the basis against “triggering wider conflict“, it’s very much doubtful.

Mentre i Serbi in Televisione Sembrano Peggio di Belzebu’

Nel giorno dei disordini contro le Ambasciate a Belgrado, pubblico una “lettera” cui avevo lavorato all’inizio di Dicembre 2007, e che fu bocciata perche’ troppo filoserba.

Da confrontare con quello che succede quando vengono deliberatamente negati tutti i motivi di speranza, e l’Unione Europea di muove in ordine sparso senza una politica comune…sull’Europa!

A Tutti Gli Iscritti e Simpatizzanti Radicali, e specialmente ai Compagni Kosovari:

Roma, 5 Dicembre 2007

Cari Amici, cari compagni

Con l’avvicinarsi dell’improrogabile data stabilita dall’ONU al 10 Dicembre 2007 per la fine dei negoziati internazionali sul futuro status del Kosovo, e le parti in causa ancora molto distanti (Belgrado, disposta a concedere al massimo una qualche autonomia; Pristina, decisa ad acquisire l’indipendenza a ogni costo), la questione sembra destinata a diventare una vera e propria emergenza dalle conseguenze drammatiche, nocive alla efficacia stessa dell’Unione Europea nel suo ruolo sia globale che di sviluppo e mantenimento della pace continentale.

Riteniamo dunque giunto il momento di lavorare perche’ non solo i rischi piu’ grossi non si materializzino, ma anche il momento presente di crisi diventi un’opportunita’ per rinforzare pace e democrazia in tutto il nostro Continente. Per questi motivi, come Radicali auspichiamo che:

1- L’Europa assuma tutte le sue responsabilita’ nei Balcani, non solo per motivi umanitari ma anche per non perdere la sua missione primaria volta a impedire il ritorno delle guerre fratricide che la hanno afflitta per millenni

Sul piano militare, la UE deve consolidare la propria missione per impedire un conflitto armato tra serbi e kosovari albanesi, oltre che per tutelare la minoranza serba in Kosovo come tutte le minoranze nei Balcani e altrove, e naturalmente tutto il patrimonio storico-religioso serbo e albanese; sul piano politico, occorre che rafforzi in maniera decisa la prospettiva europea del Kosovo e della Serbia, qualunque sia lo status definitivo del primo.

2- Vengano trovate soluzioni “nuove e coraggiose” per il futuro dello status del Kosovo, che permettano una convivenza pacifica e solidale invece di garantire il perpetuamento di questa o quella ingiustizia contro i popoli albanese e serbo

Il tempo c’e’ ancora: perche’ ci sono tutte le indicazioni che il Kosovo non proclamera’ l’indipendenza fino almeno a Febbraio. Parafrasando Zbigniew Brzezinski allora, di fronte alla incompatibilita’ delle richieste di Serbi e Kosovari Albanesi, e’ indispensabile che “si abbia l’ambizione cosi’ come l’audacia di esplorare soluzioni nuove e prendere misure coraggiose”: un Kosovo indipendente ma piu’ piccolo, con i territori a maggioranza serba annessi alla Serbia; una federazione “a macchie di leopardo”; l’ingresso immediato del Kosovo e della Serbia nell’UE non appena le leggi necessarie siano promulgate e, nel caso di Belgrado, i criminali di guerra assicurati alla giustizia

3- Venga accelerato il processo di integrazione nell’Unione Europea del Kosovo ma anche della fragile e ancora nascente democrazia serba

Nei Balcani si tratta di unire domani in Europa quel che oggi divide così profondamente e irreparabilmente. Non e’ forse la storia serba recente (dittatura comunista; corruzione; mafia; campi di concentramento; stragi) anche quella del Continente? Occorre allora svincolare la priorità del processo di integrazione europea della Serbia dalla cattura e consegna di coloro accusati di crimini di guerra, senza ovviamente rinunciarvici (un obiettivo che puo’ anzi diventare operativo per l’intera Unione e non solo una conveniente spada di Damocle su una democrazia ancora molto giovane e fragile come quella serba).

4- che il Kosovo aspetti una fase piu’ propizia per un passaggio al riparo da tensioni internazionali e non proclami semplicemente e unilateralmente la sua indipendenza adesso, perche’ riteniamo che cio’ sara’ controproducente

Siamo consapevoli che l’obiettivo dell’indipendenza sia un esito inevitabile. Il problema e’ nella eventuale unilateralita’ non e’ legato a questioni di integrità territoriale e sovranità nazionale, causa di tantissime guerre e tuttora un’ipoteca pesante sullo sviluppo civile e democratico delle nostre società. Il punto e’ che consentira’ alla Russia di Putin di allontanare definitivamente la Serbia dal consesso delle Nazioni europee, e ispirera’ nuovi secessionismi (serbi di Bosnia, albanesi di Macedonia): mentre il Kosovo si trovera’ indipendente ma al confine di una ferita politica profondissima.

Sappiamo come nessuna delle nostre scelte sia facile. Il Partito Radicale si e’ occupato del Kosovo fin dal 1992 (incontro tra il leader kosovaro nonviolento, Ibrahim Rugova e il Presidente del Consiglio italiano Amato su iniziativa di Marco Pannella). Fra gli iscritti al Partito Radicale Transnazionale, Fatmir Sedju, Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Kosovo e tutta la leadership democratica. E la documentazione preparata dall’Associazione Radicale “Non c’è Pace senza Giustizia” e’ stata utilizzata nella formalizzazione dell’atto d’accusa e dell’incriminazione di Slobodan Milosevic nel 1998-1998 presso il Tribunale Penale Internazionale alla preparazione.

A spingerci oggi e’ pero’ la consapevolezza che la missione, e il ruolo primario della UE e’ impedire che ritornino a manifestarsi quelle guerre con le quali gli imperi egemoni e le dittature fasciste e comuniste misero in ginocchio il Continente e oltre nel secolo scorso: con il beneficio addizionale di mostrare la via della convivenza, del mutuo rispetto e dello sviluppo pacifico delle societa’ al resto del Pianeta, e soprattutto a quelle regioni tuttora insanguinate da conflitti che continuano all’apparenza da tempi immemorabili.

Noi crediamo che tutto cio’ possa avvenire solo se l’Europa rimarra’ unita, oggi sul Kosovo come domani sull’Iran. Il problema del Kosovo e’ come una bomba piazzata nel cuore del Continente: impediamole di indebolire e dividere l’Europa!

Lezione al Mondo dall’Unione (Europea) di Stati Poco Importanti

E cosi’ la UE e’ arrivata al lungamente atteso appuntamento con la indipendenza del Kosovo senza una posizione comune.

Ventisette piccoli idioti.

Go Serbia!!!

Let’s hope the news don’t change through the night.

This is just a step towards uniting Europe (the really big push forward can only come from the EU itself: sadly, the Netherlands of Srebrenica memory are among those refusing to play fair, at the moment, together with Belgium and its inability to do much about the Rwanda genocide).

Still, a Tadic victory goes (would go) in the right direction.

Kosovo: Un Sogno per Superare la Crisi

Occorrono idee nuove, irragionevoli, assurde, per evitare che logica e realismo conspirino diplomaticamente a perpretare nuove ingiustizie in Kosovo, e prolungarne per molti anni la situazione di conflitto

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Dopo tanti anni di rinvii la crisi internazionale intorno al Kosovo sta per venire al pettine.Secondo le intenzioni del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon, il 10 dicembre sara’ la data conclusiva dei negoziati fra la Serbia e la provincia meridionale a maggioranza Albanese esclusa dal controllo di Belgrado dal 1999.

Il mediatore Martti Ahtisaari ha pubblicato lo scorso Aprile una serie di raccomandazioni che includono l’indipendenza del Kosovo, e ci sono tutte le indicazioni che gli ulteriori negoziati in corso falliranno, gli USA seguiranno il Piano Ahtisaari, la Russia ne fara’ un caso, e la Serbia si chiudera’ a riccio rifiutando sdegnata a priori di entrare nell’Unione Europea (UE), sempre piu’ attratta in orbita intorno il Presidente Putin (che magari all’epoca sara’ Primo Ministro).

Nel frattempo la UE, per dimostrare di non essere comandata da Mosca, decidera’ in una materia cosi’ straordinariamente europea di seguire quanto dettato da Washington: scegliendo cosi’ di non fare niente per sanare i conflitti rimasti aperti nel Continente.

Anzi, si puo’ essere certi che scorre abbastanza cattivo sangue fra il Kosovo e il resto della Serbia da garantire che dal 10 dicembre in poi, i mercanti d’armi faranno affari con le bande armate di qua e di la’ della “nuova” frontiera, semmai ce ne fosse bisogno.

La Storia insegna che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Europei sono diventati bravissimi a illudersi che i problemi si risolvono rimandandone la soluzione a data da destinarsi. Non meravigliamoci allora se non e’ cambiato molto da quel Dicembre 1991 nel quale prima la Germania e poi il resto dell’Unione riconobbero l’indipendenza di Croazia e Slovenia, all’apparenza fermando la guerra fra Zagabria e Belgrado ma in pratica scatenando il lunghissimo conflitto bosniaco.

Un parallelo tra la Bosnia e il Kosovo e’ ovvio: nella prima furono Musulmani e Croati a optare per l’indipendenza nonostante il desiderio dei Serbi locali, nel Kosovo sono gli Albanesi: o meglio, gli Albanesi che si sono trovati in Serbia a causa di una decisione geopolitica presa sulla testa dei loro avi, quasi 130 anni fa.

Gli Albanesi sono infatti uno dei popoli storicamente “perdenti”, un po’ come i Kurdi. Nel 1878 fu addirittura riconiata da Bismarck per l’Albania quella frase “solo un’espressione geografica” usata anni prima per definire l’Italia. E fu quindi negata l’indipendenza, fino al 1913 quando l’Albania che conosciamo e’ stata ritagliata in una conferenza internazionale a Londra, abbandonando pero’ una larga fetta di popolazione etnicamente albanese nelle attuali Serbia, Grecia e Macedonia.

La caratteristica che accomuna queste decisioni e’ che nessuno ha mai interpellato gli Albanesi stessi. Anche in Kosovo, alla fine la “liberazione” e’ arrivata dalle bombe americane, non dalla guerriglia. E dal 1999, nonostante siano state tenute delle elezioni, la provincia e’ stata effettivamente in mano all’ONU seguendo la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244.

Neanche i Serbi hanno granche’ da celebrare nella loro storia. Sottomessi dagli Ottomani nel 1389 dopo aver vinto una battaglia contro di quelli proprio in Kosovo, fu loro riconosciuta internazionalmente l’indipendenza nella gia’ citata Conferenza del 1878. Persero pero’ la maggior parte della popolazione maschile fronteggiando l’Impero Austriaco nella Prima Guerra Mondiale, e furono atti poi a pezzi non solo figurativamente da Nazisti, Croati e Italiani nella Seconda Guerra Mondiale,. Finito il Comunismo di Tito hanno fatto guerre quasi per tutti i dieci anni della straordinariamente aggressiva Presidenza nazionalista/socialista di Slobodan Milosevic, in un isolamento sempre piu’ implacabile.

La Serbia e’ oggi una nazione con serissimi problemi di immagine, che per qualche motivo non si sono risolti quando il Dittatore nel 2000 e’ stato impacchettato verso il processo all’Aja e la morte in carcere. Il suo cammino verso una democrazia “moderna” continua a non essere facile, con i nazionalisti sempre al potere o quasi, un Primo Ministro ucciso dalla mafia, e vari criminali di guerra ancora latitanti. Nonostante il cambiamento di regime grazie a una incruenta rivoluzione popolare, non c’e’ stato granche’ tentativo di rapprochement fra Belgrado e Bruxelles/Washington, in un atteggiamento rancoroso.

Sembra quasi che l’intera Nazione Serba debba “scontare colpe”, in un modo di pensare un po’ difficile da comprendere specie in chi ha fatto tanto per intervenire, togliere di mezzo Milosevic e dare spazio alla democrazia.

Ma i Serbi sono Europei, quanto lo sono gli Italiani, i Portoghesi e i Tedeschi (e gli Albanesi). E’ vero che la loro societa’ si e’ sviluppata anni fa in maniera dittatorial-comunista; che c’e’ ancor oggi corruzione e mafia nei centri di potere; che alcuni Serbi hanno commesso atrocita’ in una guerra a tutti gli effetti civile, macchiandosi di sangue in tentativi di pulizia etnica, in campi di concentramento e in eccidi; e che due criminali di guerra come Karadzic e Mladic siano ancora a piede libero.

Ma tutto cio’ rende i Serbi ancora piu’ Europei, accomunando la loro storia con quella di quasi tutto il resto del Continente: dai Partiti Comunisti; al fascismo italiano; alle menti naziste genocide, molte delle quali poi fuggite e mai trovatisi di fronte a un tribunale. E non e’ difficile continuare.

Possiamo anzi dire di piu’: la UE e’ figlia del cambiamento epocale di paradigma del 1951, quando l’ascia di guerra fra Francia e Germania, l’Europa Latina e quella Germanica, fu sotterrata nella Comunita’ Europea del Carbone e dell’Acciaio, ben 1942 anni dopo il massacro delle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo. La UE e’ l’esperimento di pacificazione piu’ di successo nella Storia dell’Umanita’, piu’ importante perche’ piu’ complesso anche dei 6414 chilometri completamente smilitarizzati fra USA e Canada.

Ma se con quell’idea l’Europa comincia, con quella finisce (o quantomeno, si inceppa). Sara’ insomma proprio l’ingresso della ex-antagonista Serbia a sancire il completamento “europeo” della UE, proprio perche’ la Serbia e’ stata per anni il nemico da isolare e finanche bombardare.

(Un paio di incisi per chiarezza: anche l’ingresso dell’Albania nella UE e’ importante ma appare soprattutto una questione di tempo…dal punto di vista strategico, e’ come se fosse gia’ avvenuto. E gli altri “pezzi mancanti” del Continente (Svizzera, Norvegia, Islanda) sono in tutto tranne che sulla carta membri effettivi dell’Unione, di cui devono seguire quasi ogni direttiva e regolamento).

Infine, senza Serbia, anzi se la Serbia viene messa alla porta e/o si pone volontariamente in contrapposizione del sogno che fu di Spinelli, Monnet e Schuman, la UE non solo non potra’ mai essere completa, ma si trovera’ anche a spendere tempo e risorse per quella che rimarra’ una ferita interna, inutilmente aperta e che sanguinera’ alla prima occasione: altro che espansione alla Turchia, all’Ucraina, al Marocco e ad Israele!

Purtroppo pero’ quello e’ il futuro piu’ probabile. Per gli Albanesi del Kosovo, l’indipendenza e’ adesso un sogno che pensavano di aver gia’ ottenuto l’anno scorso. Per i Serbi a Pristina e Belgrado invece il mantenimento della provincia del Kosovo e’ l’ultimo bastione di dignita’ nazionale da difendere, dopo essere stati divorziati da Sloveni, Croati, Bosniaci, Macedoni e Montenegrini.

Andrebbe considerata anche la posizione dell’Albania, che naturalmente non e’ stata invitata ai negoziati ma e’ pur sempre confinante e a cui potrebbe aspirare di unirsi nel futuro un Kosovo alla cui indipendenza il Primo Ministro di Tirana Sali Berisha si e’ dichiarato favorevole (anche se il sogno della Grande Albania forse e’ morto il giorno che i rifugiati kosovari hanno potuto “apprezzare” in che stato era ridotta dopo il suicidio culturale, sociale e politico di 41 anni anni sotto Enver Hoxha; paradossalmente, il Kosovo potrebbe entrare nella UE molto prima dell’Albania).

La partita pero’ e’ fra pesci grossi. Ci sono di mezzo anche gli USA, che hanno dichiarato piu’ volte l’ntenzione di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, in aperto contrasto con la posizione filoserba della Russia, mentre la UE cerca di decidere la propria strategia all’unanimita’ e quindi pospone ogni atto concreto il piu’ possibile..

Siamo alle solite, con gli Albanesi in mano alle Potenze che se li tirano di qua e di la’: 94 anni dopo Londra 1913, non e’ cambiato niente.

E’ facile capire perche’ allo stato attuale i negoziati non siano arrivati a conclusione. Nella crisi del Kosovo la diplomazia internazionale mostra tutti i suoi limiti, colpita ancora una volta dalla “Maledizione della Ragione”: quel meccanismo per il quale la somma dei comportamenti perfettamente logici di ciascuno dei protagonisti e’ una decisione collettiva perfettamente illogica, e disastrosa.

Pensiamo al gioco delle parti che porto’ l’equilibratissima Europa di prima dell’attentato di Sarajevo nel 1914 alla autodistruttiva crisi della Prima Guerra Mondiale; oppure anche alla Guerra di Corea, che si interruppe il 27 Luglio 1953 al confine dove era iniziata il 25 Giugno 1950, con la “piccola differenza” di quattro di milioni di morti.

Per forza di cose, nessuna soluzione “logica” presentata finora puo’ soddisfare tutte le Potenze, anzi ogni “idea pratica” garantisce il perpretrare di una ingustizia: un Kosovo indipendente sarebbe la prova che degli interessi della Serbia agli USA e alla UE non potrebbe importare meno: francamente, un’umiliazione davvero di troppo e non si sa bene a quali fini. Un Kosovo provincia della Serbia vorrebbe dire invece il tradimento delle aspettative costruite in tutti questi anni, e alienerebbe i kosovari senza peraltro suscitare moti di ringraziamento a Belgrado o a Mosca.

La continuazione dello status attuale di protettorato ONU non giova invece certo allo sviluppo di un territorio che sta sviluppando dipendenza dagli aiuti internazionali, e dalle attivita’ malavitose che si finanziano con il contrabbando soprattutto di droga.

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Occorre allora un’idea nuova, irragionevole, assurda, impraticabile e proprio per quello davvero logica, ragionevole e pratica, molto piu’ che le guerre fredde e calde (e probabilmente, i morti) che altrimenti, quasi ineluttabilmente ci attendono.

Quale puo’ essere quell’idea? Offrire l’indipendenza a un Kosovo leggermente piu’ piccolo, secondo le linee etniche di prima del 1999, con conseguente cessione dei territori a maggioranza Serba alla Serbia?

Implementare una unione doganale Serbia/Kosovo/Albania che semplificherebbe le loro trattative di accesso alla UE e renderebbe in un solo colpo obsoleto il problema dell’indipendenza del Kosovo?

Offrire la libera circolazione delle persone fra Serbia e Kosovo indipendente, con generosi aiuti per i Serbi che volessero rientrare in patria? Dimenticare l’indipendenza in favore di una separazione federale a base etnica “a macchia di leopardo”? Garantire alla Serbia l’ingresso immediato nella UE una volta varata la legislazione necessaria, e comunque non dopo Croazia e Turchia? Riammettere Belgrado nel consesso delle nazioni senza la sfiducia passata e indipendentemente dalla situazione con i criminali di guerra? Compensare almeno le vittime serbe civili del 1999?

Nessuna di quelle domande ha una risposta facile: anzi, potrebbero essere tutti e solo Sogni. D’altronde, cosa hanno da offrire le Potenze, se non incubi?

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ADDENDUM DEL 8 NOVEMBRE: Segnalo il blog di Roberto Spagnoli sull’argomento Kosovo