Per l’Animale Sociale, Un Abisso Di Solitudine

C’e’ voluto un po ‘di tempo, ma ho finalmente trovato la fonte originale del “divario” menzionato da Elissa Ely recentemente sull’International Herald Tribune.

E’ da uno scritto di Rabbi Joseph B. Soloveitchik, intitolato “Confronto“, e apparso in “Tradition: A Journal of Orthodox Thought“, 1964 Volume 6, # 2. Citazione tradotta dal testo pubblicato sul sito del Boston College:

E’ paradossale, pur tuttavia vero che ogni essere umano vive sia in una comunità esistenziale, circondato da amici, sia in uno stato esistenziale di solitudine e tensione, dove deve confrontarsi con estranei. In ogni persona con cui mi relazioni come essere umano, trovo un amico, perché abbiamo molte cose in comune, così come un estraneo, perchè ciascuno di noi è unico e totalmente diverso.

Questa diversità impedisce una completa comprensione reciproca. Il “divario di unicità” è troppo ampio per essere colmato. Infatti, non è un divario, è un abisso. Ovviamente, molto spesso prevale una sintonia di interessi – economici, politici, sociali – riguardo i quali due persone possono concentrare la loro attenzione. Tuttavia, due persone che guardino allo stesso oggetto possono continuare a condurre esistenze isolate e chiuse in se stesse. Il coordinamento dell’interesse non fa comparire per magia una unione esistenziale.

Noi spesso ci impegniamo insieme in questa o quella iniziativa, e con prudenza cerchiamo di perseguire obiettivi comuni, viaggiando temporaneamente lungo strade parallele, ma le nostre destinazioni non sono le stesse. Siamo, nelle parole della Torah, compagni di aiuto gli uni degli altri, ma allo stesso tempo esperiamo lo stato di rimanere diversi e anche opposti gli uni agli altri. Noi pensiamo, sentiamo e rispondiamo agli eventi non in sintonia, ma singolarmente, ognuno nel suo modo individuale.

L’uomo è un essere sociale, con l’anelito per un’esistenza di insieme fatta di mutuo servizio e esperienze condivise; e una creatura solitaria, timida e reticente, che teme l’invadente, cinico sguardo del vicino della porta accanto. A dispetto della nostra socialità e natura diretta verso l’esterno, restiamo estranei gli uni agli altri.

I nostri sentimenti di solidarietà e di amore per l'”altro” sono appannaggio della nostra personalità superficiale e non raggiungono i recessi piu’ interni della nostra personalità profonda, che non lascia mai la sua solitudine ontologica e non si fa mai coinvolgere nella comunita’ esistenziale.

For the Social Animal, An Abyss of Uniqueness

It took a while, but I have finally found the original source behind Elissa Ely’s “Bridging the abyss – if only briefly” thoughtful contribution to the IHT.

It’s from Rabbi Joseph B. Soloveitchik‘s “Confrontation“, and appeared in “Tradition: A Journal of Orthodox Thought“, 1964 volume 6, #2. Quote only very slightly modifed, from the Boston College’s website:

It is paradoxical yet nonetheless true that each human being lives both in an existential community, surrounded by friends, and in a state of existential loneliness and tension, confronted by strangers. In each to whom I relate as a human being, I find a friend, for we have many things in common, as well as a stranger, for each of us is unique and wholly other.

This otherness stands in the way of complete mutual understanding. The gap of uniqueness is too wide to be bridged. Indeed, it is not a gap, it is an abyss. Of course, there prevails, quite often, a harmony of interests, – economic, political, social – upon which two individuals focus their attention. However, two people glancing at the same object may continue to lead isolated, closed-in existences. Coordination of interest does not spell an existential union.

We frequently engage in common enterprise and we prudently pursue common goals, traveling temporarily along parallel roads, yet our destinations are not the same. We are, in the words of the Torah, a helpmeet to each other, yet at the same time, we experience the state of remaining different and opposed to each other. We think, feel and respond to events not in unison but singly, each one in his individual fashion.

Man is a social being, yearning for a together-existence in which services are exchanged and experiences shared, and a lonely creature, shy and reticent, fearful of the intruding cynical glance of his next-door neighbor. In spite of our sociability and outer-directed nature, we remain strangers to each other.

Our feelings of sympathy and love for our confronter are rooted in the surface personality and they do not reach into the inner recesses of our depth personality which never leaves its ontological seclusion and never becomes involved in a communal existence.