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Al Gore Suffers A Case Of Inconvenient Translation

Funny episode around the world’s preferred Oscar+Nobel AGWer…

As reported in a blog by Piero Vietti of Italian daily “Il Foglio, Al Gore’s NYT Op-ed about (not) wishing away climate change has been slightly “censored” when translated by Rome-based uberwarmist newspaper “La Repubblica. The problem? Most likely, excessive mysticism on the part of the former VP.

Here’s the original:

Their most consistent theme is to label as “socialist” any proposal to reform exploitive behavior in the marketplace. From the standpoint of governance, what is at stake is our ability to use the rule of law as an instrument of human redemption. After all has been said and so little done, the truth about the climate crisis — inconvenient as ever — must still be faced. The pathway to success is still open, though it tracks the outer boundary of what we are capable of doing.

This is the translation:

Il loro tema costante consiste nell’etichettare come “socialista” qualunque proposta di riformare i comportamenti basati sullo sfruttamento. La strada verso il successo è ancora aperta.

The translation corresponds roughly to the following text:

Their constant theme is to label as “socialist” any proposal to reform exploitive behaviors. The road to success is still open.

Perhaps, to left-leaning Italian readers of La Repubblica all calls for “human redemption” simply resonate too much as Papal exhortations. And some people still claim that AGW doesn’t look like a religion?

La Religione Ambientalista del Riscaldamento Globale

Carlo Stagnaro (si’, proprio lui) ha deciso di citarmi sul blog de Il Foglio: “Gli ambientalisti costruiscono la loro nuova fede alla Nicea del global warming“:

La religione del global warming ha finalmente avuto il suo Concilio di Nicea. Il blog RealClimate.org – una specie di assemblea dei saggi dell’allarmismo climatico – ha pubblicato un importante post in seguito alla scomparsa di Ed Lorenz. Lorenz ha conquistato la fama pubblica e l’immortalità scientifica inaugurando le teorie del caos e sintetizzandole nell’effetto farfalla: il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un uragano in Texas. I redattori di RealClimate.org si sono sentiti in dovere di spiegare che sì, l’effetto farfalla crea qualche grattacapo a chi vorrebbe sfruculiare le interiora di gallina per cavarne previsioni affidabili sulle temperature tra cent’anni. Però, nessun grattacapo è insuperabile se lo si seppellisce sotto una dichiarazione di fede: e hanno risolto la questione deliberando in questa maniera: “But how can climate be predictable if weather is chaotic? The trick lies in the statistics. In those same models that demonstrate the extreme sensitivity to initial conditions, it turns out that the long term means and other moments are stable. […] Climate change then is equivalent seeing how the structure changes, while not being too concerned about the specific trajectory you are on”. Che può essere liberamente tradotto così: non importa cosa succede oggi, cosa è accaduto ieri, come andranno le cose domani; i nostri modelli guardano oltre, all’alba del giorno dopo, e allora si dimostreranno infine giusti e il mondo sarà un’immensa palla rovente a causa dell’uso indiscriminato degli spazzolini elettrici. Come ha rivelato l’attento Maurizio Morabito, “la mancanza di attenzione per la traiettoria specifica del riscaldamento globale fa sì che letteralmente non possa esistere alcun set di osservazioni in grado di falsificare i modelli”. A differenza del Concilio di Nicea del 325 dC, che era una cosa seria tanto che siamo qui a quasi due millenni di distanza e ancora ne parliamo, il pronunciamento di RealClimate.org non ha a che fare con la Verità ma con la fuffa, non con la vita eterna ma col cattivo tempo. Non c’è proprio più religione.

 

Anche Sofri Dubita della Serieta’ del PD…

Piccola posta • da Il Foglio del 6 febbraio 2008, pag. 2 di Adriano Sofri

in un serio partito che voglia fare da sé, ed essere davvero aperto, l’unico veto accettabile è quello contro chiunque voglia imporre veti alla parteci­pazione altrui. I radicali non lo fanno

Trovo assai istruttiva, quanto all’assurdità o peggio dei tempi, la polemica sul bando dei radicali da parte del Partito democratico. Un po’ per lealtà, un po’ perché se ne aspettavano molto meno che gli altri commensali (con quella formula pannelliana, i Capaci di tutto contro i Buo­ni a nulla) i radicali sono stati i più fedeli partecipi della vicenda del governo Prodi, e i meno inclini agli ultimatum e ai calcoli di botteguccia. Emma Bonino si è guada­gnata, come ogni volta che le venga affida­to un incarico di fiducia – come il soldato Nemecsek, pronto a immergersi nella vasca dei pesci rossi, se la consegna è quella – l’apprezzamento di tutti gli osservatori in buona fede. Ai radicali si deve in misura decisiva il più prestigioso dei rari meriti di cui il governo può andar fiero, il voto all’O­nu per la moratoria sulla pena di morte. Ai radicali è stato fatto il torto evidente – e co­me tale riconosciuto in pubblico da alcuni fra i più autorevoli giuristi, in privato da tutti – di sottrarre i seggi in Senato che la lettera della legge, cioè la legge, assegnava loro, capaci oltretutto di dare al governo quella infima maggioranza che ne avrebbe protratto l’esistenza. In una esperienza go­vernativa lungo la quale le cose buone so­no state realizzate non grazie ma nonostan­te o contro la coalizione di governo, e la consumazione di una maggioranza si è bru­ciata fino alla mortificazione e al rigetto di un intero popolo, e l’opposizione è cresciu­ta come un pallone gonfiato senza prende­re alcuna iniziativa degna di memoria, e anzi dando prove intestine di meschinità madornale e sbandierando dalla prima ora fantastici proclami di illegittimità del risul­tato elettorale, i radicali hanno fatto la loro parte costruttivamente facendosene un punto d’onore, come gli ultimi giapponesi di una guerra perduta. Nel corso di questa esperienza, e già alla sua vigilia, hanno am­piamente dissipato una rischiata confusio­ne fra l’americanismo, che rivendicano, e il bushismo, e fra il liberismo, che rivendica­no, e la legge della giungla. Vantando a ra­gione una estraneità ai vizi castali, e anzi una primogenitura nella denuncia della partitocrazia, si tengono alla larga dalla cresta d’onda demagogica, Hanno auspicato costantemente e vigorosamente indulto e amnistia, e non se ne sono pentiti ipocrita­mente quando piovevano pietre forcaiole. Hanno sostenuto, con l’esempio della vita e della morte di militanti e dirigenti politici che dalla loro solidarietà hanno tratto e soprattutto dato forza, da Luca Coscioni a Piergiorgio Welby, battaglie tra le più es­senziali per una nobile idea della politica. Quanto all’aborto, solo una confusione fra la dolorosa libertà di scelta personale del­le donne e l’infamia delle demografie coer­citive di stato può ricacciare su trincee op­poste e accanite persone accomunate da un intimo amore per la vita. I radicali sono lai­ci, ma questo non dovrebbe guastare in nes­sun partito, tanto meno nel Partito demo­cratico. Qualcuno di loro sarà anche mangiapreti, ma i preti contemporanei hanno a loro volta appetito da vendere. Insomma, la mia opinione è che l’idiosincrasia per i ra­dicali sia una brutta malattia, che per giun­ta vede loro come ammalati dal cui conta­gio guardarsi. Ora, in un serio partito che voglia fare da sé, ed essere davvero aperto, l’unico veto accettabile è quello contro chiunque voglia imporre veti alla parteci­pazione altrui. I radicali non lo fanno. Que­sta almeno è la mia opinione.