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Niente Dimostra il Perche’ dell’Indipendenza Tibetana…

…quanto il comportamento del Governo Cinese.

Potessi fare una sola domanda a Hu Jintao, il Presidente Cinese, gli chiederei: Ma se il Tibet e’ davvero parte della Cina, e non una colonia, allora perche’ viene trattato dalla Cina come se fosse una colonia?

Lasciamo pure perdere le ambizioni “politiche” o meno del Dalai Lama; le opinioni sulla indipendenza diffuse fra la diaspora tibetana e fra i tibetani in Cina; e la malcelata propaganda anti-cinese sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione internazionali.

Quelli sono argomenti importanti ma che non spiegano, e non potranno mai spiegare il perche’ del “muso duro” scelto dal Governo di Pechino per decenni riguardo la “questione tibetana”: nonostante il fatto che solo un approccio piu’ morbido permettera’ alla Cina stessa di non essere categorizzata come “un impero coloniale” (come detto recentemente da Sir Malcolm Rifkind, ex Ministro della Difesa britannico, in “A pragmatic solution“, International Herald Tribune, 24/3/2008 )

Il Governo Cinese puo’ far scrivere chilometri di articoli contro il Dalai Lama; gli storici Cinesi possono sgolarsi nelle aule universitarie, in televisione, alla radio descrivendo per filo e per segno come il Tibet e la Cina siano stati uniti come un solo Stato fin dai tempi degli australopitechi; gigabytes di fotografie e filmati possono essere pubblicati su internet con tibetani festanti al passaggio della fiaccola olimpica, tutti molto grati del benessere tecnologico generosamente offerto da Pechino.

Eppure, tutto cio’ non avra’ molto valore, perche’ la verita’ si vede non nelle parole, non nelle leggi, non negli studi e neanche nelle fotografie. Per capire se il Tibet e’ una colonia, e quindi se ha diritto all’Indipendenza (sempreche’ cosi’ vogliano i suoi abitanti), ad aver valore sono solo i fatti, e gli atteggiamenti.

E i fatti e gli atteggiamenti puntano innumerevoli a una sola risposta: il Tibet e’ una colonia della Cina.

Guardiamo ai dettagli aiutandoci anche con quanto scritto da Howard W French sul New York Times nel marzo scorso (“In Tibetan areas, parallel worlds now collide“); su un editoriale dell’Economist del 22 marzo (“Tibet: A Colonial Uprising“); da Patrick W French, autore di “Tibet, Tibet: A Personal History of a Lost Land“, in un’opinione pubblicata sul New York Times sotto il titolo “He’s no politician“; e nell’eccezionale reportage del corrispondente dell’Economist, “dimenticato” a Lhasa proprio nei giorni della rivolta (“Thrashing the Beijing Road“);

  1. Cinquanta anni sono passati da quando Mao finalmente estese la giurisdizione di Pechino all’altopiano del Tibet. Eppure, gli unici strumenti per raggiungere l'”armonia” in Tibet sembrano essere l’arma da fuoco, e i militari
  2. Quando e’ scoppiata la rivolta a Lhasa e in altri posti nel Marzo scorso, non c’e’ stata risposta immediata da parte delle autorita’. Con il capo locale Zhang Qingli in quel momento a Pechino, cio’ fa pensare che Zhang abbia accentrato su di se’, senza alcuna delega, ogni possibilita’ di decisione: come, appunto, puo’ fare un Vicere’ per governare la sua colonia
  3. I Tibetani sono trattati come cittadini di seconda classe. Anche se solo ufficiosamente, il “sistema” favorisce comunque i Cinesi Han
  4. Non ci sono Tibetani ai posti di comando, fra i militari o nella burocrazia o nel partito (strutture come si sa molto chiuse in se stesse, e malfidate delle e dalle popolazioni colonizzate)
  5. Migliaia di Cinesi Han vengono incoraggiati a trasferirsi in Tibet (se non e’ colonizzazione, quella, allora cos’e’?)
  6. I Tibetani e i non-Tibetani vivono in Tibet praticamente in mondi separati
  7. Manifestazioni di protesta anche molto pacifiche sono praticamente impossibili
  8. C’e’ molto pregiudizio, e poca fiducia fra gli uni e gli altri. I Cinesi di etnia Han (la maggioranza dei Cinesi nel mondo) evitano i Tibetani in Tibet, e hanno pochi o zero amici Tibetani
  9. Vengono propinati alla popolazione una serie di “miti”, come la secolare cinesita’ del governo in Tibet, che sono propaganda finanche troppo rozza
  10. Il “Padre della Patria Tibetana”, il Dalai Lama, simbolo per ogni tibetano ovunque nel mondo, non solo non e’ riverito dallo Stato Cinese: e’ addirittuare oggetto di vilipendio e offesa quasi come routine quotidiana. Un giorno descritto come “irrilevante”, poi il giorno dopo come “capace di fomentare sentimenti anti-Cinesi” (e quindi, assai poco “irrilevante”)
  11. Non parliamo neanche del Panchen Lama, fatto sommariamente sparire bambino, tanti anni fa.

A completare la situazione, il fatto che la strada principale di Lhasa e’ stata rinominata “Beijing Road”

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In inglese c’e’ un detto, se cammina come un papero e starnazza come un papero, allora…e’ un papero. Analogamente, se la Cina in Tibet si comporta da occupante/colonizzatrice, vuol allora dire che il Tibet e’ una colonia, e non fa parte della Cina…

Non solo: il Governo di Pechino ricorda nel suo modo di esprimersi e di agire, i tempi peggiori degli anni di Stalin, e di Mao, come sottolineato da Vaclav Havel, Frederik Willem de Klerk, e altre eminenti personalita’ in una lettera aperta pubblicata sulla New York Review of Books il 1 Maggio 2008: “Tibet: The Peace of the Graveyard (“Tibet: la Pace del Cimitero”).

Qualcuno lo dica a Hu Jintao: tutto cio’ non e’ un segno di forza e maturita’, ma anzi di debolezza e incapacita’ di risolvere un conflitto addirittura pluridecennale. Comportarsi da potenza coloniale di sicuro non puo’ portare la Cina ne’ ad alcuna soluzione duratura della “questione tibetana”, ne’ verso alcun stato generalizzato di “armonia”.

Al massimo, puo’ portare il Tibet verso l’indipendenza piena.

Fallimento Tibetano per il Dalai Lama e il Presidente Cinese Hu Jintao

I disordini in Tibet del Marzo 2008 hanno fatto due grandi vittime politiche: Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama e Hu Jintao, Presidente della Repubblica Popolare Cinese.

a. Il Dalai Lama

O il Dalai Lama è dietro la ribellione, o non lo è.

Se lo è, quanto accaduto è un grosso fallimento per decenni della sua lotta nonviolenta, 49 anni circa dopo avere condotto in un modo o nell’altro la rivolta del 1959, dalla tempistica e opportunita’ assolutamente sbagliate e che termino’ con il suo esilio.

Se non lo è (e personalmente, penso che sia quello il caso), significa che è stato messo da parte (si veda la sua minaccia di dimettersi in caso di escalation della violenza). E quindi, visto che i tibetani non sono tutti dietro lui, qualunque sia la sua popolarita’ in Occidente, il mondo deve identificare (anche?) altri interlocutori per mantenere un contatto significativo con la gente del Tibet.

b. Presidente Hu Jintao

Ancor più del Dalai Lama, il fallimento più grande è tutto personale e riguarda il Presidente Cinese Hu Jintao.

Questi e’ gia’ stato Segretario del Partito in Tibet qualche tempo fa: quanto mai protetta e privilegiata sia stata la sua vita allora, e anche se come si dice arrivo’ a diffidare e disprezzare quella regione e quella gente, Hu deve aver pure imparato qualcosa riguardo il Tibet.

Adesso, come Leader Supremo, Presidente, Segretario Generale del Partito e Presidente della Commissione Militare Centrale (capo delle Forze Armate), Hu è responsabile di portare il Paese intero alle Olimpiadi.

E’ vero, ha persino provato a prevenire eventuali problemi mandando ulteriori truppe in Tibet. Ma quando poi i disordini sono cominciati (e sono cominciati quando prevedibile: in occasione di un anniversario, a pochi mesi dalle Olimpiadi), l’unica risposta di Hu e’ stata uccidere, brutalizzare, arrestare, deportare, in una serie di incredibili errori di Public Relations complicati anche da una fissazione malsana e improbabile per fantastiche macchinazioni da parte del Dalai Lama, un tizio con tunica in Dharamsala che fingerebbe nonviolenza per decenni ma che avrebbe ora l’abilita’, di mettere nei guai tutto da solo l’intera Cina.

Nelle (in-)capaci mani di Hu, la Cina è stata fatta apparire insensata, incapace di prepararsi, incapace di impedire disordini, violenta, facile con la pistola contro le “proprie” popolazioni, incapace di difendere i cinesi di etnia Han dalla rabbia dei tibetani, incapace di impedire che le notizie trapelassero al mondo esterno, macchiata di sangue davanti a centinaia di milioni di clienti delle sue merci in tutto il mondo, e questo giusto alcune settimane prima delle Olimpiadi: una Cina pronta si’ ma solo per le critiche e i tentativi di ostracismo da parte di tutti coloro che cercano una giustificazione per protezionismo anti-Cinese.

Tutto questo, alcuni giorni dopo l’annuncio di operazioni contro “terroristi” uiguri, che sembrano sempre piu’ una finzione o una realtà imbellettata.

È questo che Hu Jintao aveva in mente quando parlava della sua filosofia politica della “Società Armoniosa” e dello “Sviluppo Pacifico“? Speriamo di no… ma purtroppo, sempra proprio che sia come uno di quei Capitani che sanno comandare una nave ma solo quando il tempo e’ bello.

A meno che qualche cosa di grosso non accada durante i prossimi mesi, non stupiamoci se Hu Jintao decidera’ presto di pensionarsi…

Tibet’s Unrest A Failure for the Dalai Lama and President Hu Jintao

The March 2008 “unrest” in Tibet has managed to net two big political victims: Tenzin Gyatso, the XIV Dalai Lama and Hu Jintao, President of the People’s Republic of China.

a. The Dalai Lama

Either the Dalai Lama is behind the rebellion, or he is not.

If he is, it’s a big failure for decades of his nonviolent struggle, some 49 years after leading one way or another the wrongly-timed, poorly opportunistic 1959 uprising that lead him into exile.

If he is not (and personally, I think that’s the case), it means he’s been sidelined (check his threat to resign against escalating violence). That is, the Tibetans are not all behind him: and so, as much as he is popular in the West, the World needs to identify more interlocutors to keep a meaningful contact with the people of Tibet.

b. President Hu Jintao

Even more than the Dalai Lama’s, the biggest failure of all is a personal one, and concerns Chinese President Hu Jintao’s.

First he was Party Secretary in Tibet for a while: however protected and privileged his lifestyle must have been at the time, and even if he came to distrust and despise the region and the people, as rumors have it, Hu must have learnt a thing of two about Tibet. Now, as Paramount Leader, President, General Secretary, and Chairman of the Central Military Commission, Hu has been in charge of getting the whole country ready for the Olympics.

True, Hu even tried to prevent troubles by sending additional security personnel. But still: when the troubles happened (and they happened when most expected: on an anniversary, a few months before the Olympics), Hu’s only answer was to kill, brutalize, arrest, deport, in an incredibly bad P.R. move compounded by an unhealthy, improbable fixation for fantastic machinations by the Dalai Lama, a robed guy in Dharamsala pretending nonviolence for decades but now single-handedly capable of eliciting problems for the whole of China.

Under Hu’s (in-)capable hands, China has been lead into looking foolish, unable to prepare, unable to prevent civil unrest, violent, trigger-happy against “its own” people, unable to defend the ethnic Chinese Han apparently victims of the Tibetans’ anger, unable to prevent the news from leaking to the outside world, blood-splattered in front of hundreds of millions of its customers around the world a few weeks before the Olympics and ready to be criticized and ostracized by all those looking for an excuse for protectionism.

All of this, a few days after announcing a clampdown on Uighur’s terrorists that appears more and more either fiction or embellished reality.

Is this what Hu Jintao had in mind when presenting his political philosophy of “Harmonious Society” and “Peaceful Development“? Hopefully not…but unfortunately, his does look like “Fairweather Leadership“.

Unless something big happens during the next few months, one shouldn’t be surprised to find Hu in well-earned retirement quite soon.