L’Illusione dell’Apoliticita’ dei Disastri Naturali

In seguito alla mia richiesta di inserire nelle manifestazioni pro-Tibet un momento riguardo le vittime del terremoto in Cina, mi e’ stato risposto che “mettere candele per le vittime di un terremoto a una manifestazione sul tibet, sembrerebbe un atto di solidarieta’ morale di “buona coscienza a buon mercato” che non aggiungerebbe niente“.

Ma come scrivevo, appunto, questo vuol dire illuderci che i disastri “naturali” (che poi tanto “naturali” non sono, visto che sono crollate soprattutto le scuole) non abbiano significato politico.

Potrei rispondere dicendo che in Italia non esisterebbe la Protezione Civile se non ci fosse stato il terremoto del 1908 a Messina, ma forse andiamo troppo alla lontana.

Potrei anche dire di vedere come il disastro del ciclone Nargis sia stato usato da tanti per forzare cambiamenti nel regime birmano, ma qualcuno potrebbe dire che tutto cio’ e’ fuori tema.

Oppure potrei ricordare come il comportamento di Dubya e seguaci al tempo di Katrina rimarra’ probabilmente come esempio piu’ calzante del fallimento di 8 anni di neo-cons. Ma forse quello e’ troppo generico.

Invito allora invece a riflettere sui cambiamenti nella societa’ cinese dopo quest’ultimo terremoto, con la dirigenza improvvisamente fotogenica, la grande partecipazione alla raccolta di aiuti (sia a livello personale, sia con una vera competizione fra le citta’ tutte a cercare il prestigio di essere quella che ha donato di piu’), le proteste molto pubbliche sulla qualita’ degli edifici, etc etc.

Pannella per esempio dice che vuole un “Tibet libero” per una “Cina libera”. Quanto e’ piu’ libera la Cina di oggi, in base a quello che si e’ visto dopo il terremoto, rispetto a quella di sei mesi fa? E non abbiamo niente da dire, o niente da fare al riguardo? Siamo davvero interessati a che la democrazia si sviluppi, in Cina?

Se si’, come facciamo a stabilire un dialogo se di fronte a una tragedia colossale diciamo “ciccia” e procediamo come se nulla fosse? Altrimenti, il sospetto e’ che il nostro obiettivo non sia aiutare i Tibetani, o i Cinesi, ma semplicemente forzare il Governo di Pechino nella direzione da noi preferita.

L’idea della “candela” rimane solo un suggerimento. E’ un gesto simbolico.

Ci possono essere altre forme: per esempio manifestare con bandiere tibetane e cinesi insieme, per ricordare a tutti come le politiche recenti abbiano messo in prigione il Tibet, e ucciso decine di migliaia di cinesi stessi, grazie all’assenza, fino ad oggi, di strumenti di controllo e protesta legale da parte delle popolazioni di ogni etnia.

Questi “strumenti di controllo” stanno venendo fuori, grazie alla nascita di una societa’ civile che non dipende dal Partito Comunista, e questa nascita andrebbe sottolineata con tutto il resto: perche’ la Cina non sara’ mai libera, e il Tibet non sara’ mai libero, per forzature che vengono dall’esterno.

E’ un momento di possibile cambiamento questo, in Cina. Il mio non e’ un invito a “manifestazioni di solidarieta’ a seguito di disastri naturali“: il fatto e’ che il terremoto, con tutte le sue conseguenze e cambiamenti umani, sociali e politici, e’ capitato proprio mentre ci occupavamo di Cina.

Snobbando tali conseguenze, e tali cambiamenti, non ci facciamo certo del bene. Anzi, diventiamo irrilevanti: anche quei Cinesi che desiderino cambiare il sistema despotico del loro Paese, non potranno che trovare la nostra compagnia quantomai imbarazzante.

Ma come, si chiederanno, questi (noi) parlano di “pace, liberta’ e giustizia” e non possono neanche degnarsi di un solo pensiero riguardo 70mila morti?

E infatti, l’unico risultato pratico delle proteste (pre-terremoto) contro la Torcia Olimpica, e’ stato una generale sensazione fra i Cinesi, di essere vittime di un insulto collettivo (la qual cosa non e’ tanto lontana dal vero, nel caso delle proteste piu’ violente).

Segnalo a completamento questa opinione di Daniel A Bell, in inglese, apparsa sul New York Times poche settimane fa: “China’s Class Divide – Xenophobic nationalists?