La Luna e…i Rifiuti

Hans Blumenberg (autore di “Juenger: Non Sporcate la Luna“, supplemente Domenicale del Sole24Ore, 17/2/2008) sembra essere riuscito nell’impresa di sbagliarle tutte o quasi.

Contrario alla preoccupazione di Juenger che le missioni abitate lunari avrebbero lasciato spazzatura sul nostro satellite naturale, Blumenberg scrive che sulla Luna non sono state lasciate tracce di “bisogni” terrestri, come le lattine di Coca-Cola.

Sara’, ma sicuramente ci sono molte tracce di “bisogni” lunari: come per esempio i rottami distrutti degli ultimi stadi del lanciatore Saturno, e delle cabine abitate dei moduli lunari (“LEM“), regolarmente mandati a impattare la Luna dopo aver svolto il loro compito. Chissa’ quanti pezzetti di plastica e metallo sono li’, sparsi a luccicare per miliardi di anni a venire.

Blumenberg sbaglia anche quando dice che, a differenza della “classica spedizione degli esploratori“, le spedizioni Apollo non soffrivano di “scarsita’ dell’equipaggiamento“.

In realta’, per raggiungere la Luna in meno di un decennio, e farlo prima dei Sovietici, alla NASA hanno davvero dovuto tirare tutto fino all’osso: evitando, appunto, “ogni grammo di bagaglio superfluo“.

Un esempio per tutti: come ben descritto da Andrew Chaikin in “A Man on the Moon“, libro ahime’ ancora non tradotto in italiano, nella progettazione del LEM la massa di materiale usato e’ stata pensata e ripensata piu’ volte, eliminando tutto il superfluo (piu’ di una tonnellata in totale, inclusi 57 chilogrammi nella disperatamente denominata “Operazione Raschiatura“).

Via le finestre panoramiche, via i sedili, via ogni struttura non strettamente necessaria: alla fine il portello di uscita, spesso pochi millimetri di alluminio, tendeva a bombare verso l’esterno a causa delle pressione atmosferica nella cabina, in maniera definita “inquietante” dagli stessi astronauti.

A ben pensarci comunque, anche una “classica spedizione degli esploratori” non e’ mai stata come descritto da Blumenberg. Amundsen, Scott, Shackleton non avevano certo remore ad abbandonare lungo il percorso le latte dei cibi in scatola che si erano portati dietro. I grandi alpinisti del passato non perdevano certo tempo “ripulendo” le pareti appena scalate da corde, chiodi, e ogni altro equipaggiamento che aveva gia’ fatto la sua parte.

E perche’ quelle latte, quei chiodi e quelle corde non potrebbero essere qualificate come “resti culturali“? Non sono forse tutti oggetti figli del loro tempo, facilmente identificabili anche storicamente a seconda del materiale e della fattura?

Aveva perfettamente ragione Juenger, quindi: si’, l’uomo continua a manifestarsi nei suoi “rifiuti“. E si’, era giusta la prognosi che “l’uomo nel cosmo si sarebbe comportato come se fosse a casa“.

Solo, “i resti culturali piu’ evidenti” non sono sempre gli stessi, ovunque. Una “natura altra” accogliera’ semplicemente le tracce dei resti di “altri bisogni“: prima ancora di essre una rampa di lancio per il ritorno, il “rifiuto” piu’ evidente che gli astronauti hanno lasciato sulla Luna era la base, il motore e i piedi del modulo di allunaggio.

E il fondo della bottiglia di Coca Cola che si butta via a Milano e Roma, viene messo capovolto a proteggere i paletti nei campi della Lunigiana. Quanti scarponi da neve ci sono nella spazzatura in Tanzania? E quante creme di protezione solare nei rifiuti dei siberiani?

A proposito: Blumenberg parla anche di una presunta “assurdita’ di un marchio di fabbrica speciale che contraddistingua l’ossigeno migliore per i turisti lunari“. Ed e’ quasi sicuramente in errore di nuovo, perche’ invece non e’ difficile pensare che fornitori diversi potranno vendere bombole di ossigeno di design, ingombro, peso a vuoto differenti (per non parlare del loro “mix” di ossigeno puro, aria e vapor d’acqua), in una situazione analoga a quella dell’acqua minerale in bottiglia.