Il Parroco in Camera da Letto

Avrei un paio di domande per Monsignor Gianfranco Ravasi, avendo letto il suo articolo “Cristiani Anima e Corpo” sul supplemento Domenicale del Sole24Ore del 19 ottobre 2008.

In conclusione al suo pezzo, Monsignor Ravasi contrappone due concezioni della sessualita’, una ‘laica’, secondo la quale l’atto sessuale apparterebbe alla “sfera esclusiva della liberta’ individuale”; e una cattolica, “che lo giudica e lo definisce come momento importante del percorso spirituale di OGNI credente” (l’enfasi e’ mia), “un incontro tra anima e corpo che non si puo’ sottrarre al rispetto delle regole religiose” basato sull’”individuo come soggetto morale in un sistema di regole definite”.

Cominciamo con un chiarimento. Immagino che sia stato solo per motivi di spazio che il discorso non sia stato incentrato sul “percorso spirituale” associato alla sessualita’ come un fenomeno della coppia, e non semplicemente del singolo.

Interessante comunque quel riferimento a “ogni credente”. So di entrare in un’antica polemica, pero’ oso ancora chiedere: cosa dire allora di coloro che scelgono di non esperire quel “momento importante” nel loro “percorso spirituale”?

Mi si potra’ rispondere, che la Grazia che si manifesta nella vocazione sacerdotale, compensa la mancanza dell’”incontro [sessuale] tra anima e corpo”. Al che posso allora replicare, che tale compensazione nell’attuale struttura della Chiesa Cattolica e’ in qualche modo eccessiva, perche’ sono proprio coloro che per vocazione decidono di non esperire la sessualita’, a far parte della Gerarchia.

Senza polemica quindi: se restare celibi fornisce dei vantaggi (piu’ o meno l’opinione di Paolo), e permette (consente) di dedicarsi alla Chiesa, e se quindi la sessualita’ costringe a una specie di vita di “Serie B”, che senso ha considerarla “momento importante del percorso spirituale di ogni credente”?

Il fatto che sia “importante” e’ relativo, e il “momento” non si applica a “ogni credente”.

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Monsignor Ravasi enfatizza due volte l’importanza dell’esistenza di “regole religiose [e] definite” che vanno rispettate nell’atto sessuale; da contrapporre alla concezione “laica” della sessualita’ come un qualcosa di appartenente al solo individuo e alla sua liberta’.

Non sono sicuro delle conseguenze di un concetto di “sessualita’ cristiana” cosi’ formulato: perche’ in qualche maniera, trasforma l’atto sessuale in un atto pubblico. Chi puo’ stare infatti li’ a controllare che le regole vengono rispettate? Dobbiamo imporre all’individuo (cioe’ alla coppia), di agire come se, diciamo cosi’, il locale Parroco fosse in stanza con loro a verificare cosa stanno facendo, e come?

Evidentemente no. A parte alcune eccezioni che proprio per quello confermano la regola, la sessualita’ e’ considerata in pressocche’ tutte le societa’, e ancora piu’ nelle comunita’ Cattoliche, come un atto esclusivamente privato. Non penso si possa prescindere da questo in alcun modo: piu’ che imporre o insegnare, quindi, bisogna fare appello all’individuo (alla coppia), perche’ seguano quelle “regole”.

Se nessuno le segue infatti, quelle regole non hanno senso. E se tutti dicono di seguirle quando parlano in pubblico, ma poi non le seguono durante l’atto sessuale e quindi privato, allora anche in quel caso quelle regole non hanno senso.

Perche’ qualcuno le segua, quelle regole, l’unica via e’ attraverso le coscienze, in un dialogo continuo con il credente, con il quale quelle regole stesse vanno… definite, riviste e modificate ogni volta, a seconda delle circostanze, della capacita’ di comprensione e della sensibilita’ di ciascuno.

Questo non vuol dire avere una regola diversa per ognuno: vuol dire evitare di incatenare il Cattolico a delle norme estranee, probabilmente incomprensibili e ingiustificate…un po’ come imporre l’obbligo, per far parte di Santa Romana Chiesa, di essere capaci di sollevare un masso di una tonnellata senza alcun aiuto.

Penso che in quel caso tanti si dichiarerebbero Cattolici lo stesso. E farebbero bene (ogni riferimento alla proibizione dei metodi anticoncezionali chimici e meccanici, e’ intenzionale).

Cosa scegliere dunque? L’atto sessuale come azione quasi-pubblica, o il dialogo con le coscienze? Mi sembra ovvio, e’ in quest’ultimo l’unica strada: ma non e’ questa, una visione molto simile a quella “laica”? Le anime, infatti, non vengono forse salvate una per una, come individui?