Il Dalai Lama e l’Indipendenza del Tibet

Ma insomma il Dalai Lama vuole un Tibet indipendente o no? C’e’ qualcosa di vero nelle accuse delle autorita’ cinesi, secondo le quali egli nasconderebbe un continuo desiderio o addirittura dei piani per raggiungere l’indipendenza?

Non e’ facile rispondere a queste domande. E’ vero che Sua Santita’ continua a ripetere che il suo obiettivo e’ “solo” un’ampia autonomia per il Tibet, ma non possiamo limitarci certo solo a quello che si dice: men che meno nel caso del Dalai Lama, i cui pensieri sono spesso difficili da intendere.

Si puo’ comunque partire dall’Appello inviato dal Dalai Lama nell’Aprile 2008, riguardo la rivolta del mese precedente in Tibet, nel quale ci sono alcune interessanti ambiguita’:

  1. L’appello e’ al popolo cinese, ma l’originale e’ in tibetano
  2. Si parla di “diverse nazionalita'” ma il discorso e’ tutto riguardo “tibetani” e “cinesi”
  3. Viene menzionata “un’escalation della tensione” nel 1956 come inizio del tracollo della situazione, senza precisare pero’ cosa mai sia successo in quell’anno
  4. Si dice che la decisione di non cercare di “separate il Tibet dalla Cina” e’ stata presa ma sono nel 1974, cioe’ 15 anni dopo la fuga del Dalai Lama verso l’India, e due anni dopo il viaggio di Nixon in Cina con la conseguente rinuncia da parte della CIA nel 1973 di supportare i ribelli tibetani (armati)
  5. Il Dalai Lama menziona il “grande beneficio per il Tibet nel rimanere in seno” alla Repubblica Popolare Cinese riguardo alla “modernizzazione e allo sviluppo economico” – un’affermazione non troppo implicita della separazione fra Tibet e Cina
  6. Come soluzione attuale viene proposta una “via di mezzo” che per definizione non e’ quanto vorrebbe il governo Cinese, e cioe’ il riconoscimento che il Tibet e’ parte della Cina

Dal canto suo il governo di Pechino accusa il Dalai Lama di volere l’indipendenza del Tibet, e quindi la “scissione” della Cina, sulla base di alcuni elementi dal loro punto di vista circostanziati. Come elencato da Robert Barnett in “Thunder from Tibet” (New York Review of Books, 29 Maggio 2008 ) in una recensione del libro “The Open Road: The Global Journey of the Fourteenth Dalai Lama” di Pico Yier:

  1. Il rifiuto del Dalai Lama di dire che il Tibet ha fatto parte della Cina, in passato
  2. I viaggi sempre piu’ frequenti in Occidente, spesso risultanti in condanne contro la Cina da parte dell’opinione pubblica internazionale
  3. Il suo non voler denunciare qeugli esponenti tibetani in esilio che chiedono esplicitamente l’indipendenza

Non c’e’ dubbio comunque che per i Tibetani in generale e’ l’indipendenza l’unico vero obiettivo. Riferisce Barnett di come ci sia chi e’ morto pur di mostrare una bandiera tibetana in pubblico; e che nel passato almeno, alle dimostrazioni e le rivolte dei monaci si accompagnavano richieste per l’indipendenza. Gli stessi disordini del Marzo 2008 non sono capitati allora per caso, ma in concomitanza del 49mo anniversario della rivolta tibetana del 1959. 

Giusto per eliminare ogni qualsivoglia dubbio, Somini Sengupta riporta sull’International Herald Tribune come alle giovani generazioni tibetane non vada tanto a genio la “via di mezzo”, perche’ a loro importa solo l’indipendenza (“For some young Tibetan exiles, Dalai Lama’s ‘middle way’ is a road to failure“, 22 Marzo 2008 ).

Ma a leggere fra le pieghe nell’articolo, non possono che aumentare i dubbi riguardo il vero pensiero e la vera aspirazione del Dalai Lama. Questi infatti:

  1. Dice di sentirsi obbligato a chiedere ai giovani tibetani di essere “pratici” nelle loro richieste – in altre parole, di dissimulare il loro desiderio ultimo
  2. Viene descritto come guidato da una strategia che e’ volta a risparmiare vite…Tibetane
  3. Afferma che chiedere l’indipendenza significherebbe perdere il supporto da parte dei leader mondiali
  4. Descrive il suo ripetere che “non cerchiamo l’indipendenza” come il suo “mantra” – parola che nell’originale anche Buddista indica un suono come strumento di indagine spirituale, e non necessariamente qualcosa di interpretare per quello che sembra

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Tutto sommato, la “via di mezzo” non sembra un’iniziativa particolarmente promettente, visto che scontenta tutti ma proprio tutti e risulta solo in una montagna di ambiguita’ che ognuno puo’ leggere come vuole.

Sarebbe sicuramente meglio se il Dalai Lama attuasse quello che dice, comportandosi come se il Tibet davvero fosse parte della Cina e le sue etnie non fossero rigidamente divise. E chi ha poi detto che la cultura dell’etnia Han sia necessariamente monolitica?

Oppure altrimenti, che dica la verita’, e chieda l’indipendenza piena. Come fece Gandhi stesso, fin quasi dal principio.