Gestire Il Picco del Petrolio (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 3)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

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(d) Commento a parte del tema che sara’ trattato nella sessione: “Petrolio e Gase: Risorse e Problemi Geo Politici

Presidenza: Antonio Bacchi, direzione di Radicali Italiani
Luca Pardi – Aspo Italia – Segretario Associazione radicale RientroDolce
Diego Gavagnin Direttore Editoriale di Quotidiano Energia
Igor Boni Segretario Associazione Adelaide Aglietta
Alessandro Ortis Presidente Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas
Leonardo Bellodi – Responsabile affari istituzionali ENI
Francesco Giorgianni – Responsabile affari istituzionali ENEL

Limitero’ per il momento le mie considerazioni al solo aspetto del petrolio come risorsa, senza considerazioni geopolitiche.

Una prece per le Cassandre, pero’: visto che neanche i figli di Troia vi ascolterebbero, capirete che forse e’ il caso di parlare in maniera diversa?

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A differenza del Riscaldamento Globale, il problema del Peak Oil (l’eventuale raggiungimento di un picco nella produzione mondiale di petrolio, con susseguente precipitoso declino della stessa), problema di cui si occupa l’Aspo, non e’ di moda, non e’ usato per raccogliere consensi, non appare sui giornali tre volte al giorno, e non e’ neanche urlato.

Forse perche’ non e’ un messaggio facilmente manipolabile; forse perche’ non e’ direttamente collegabile ai panda, ai coralli o agli orsi bianchi; o forse perche’ e’ un problema reale.

Purtroppo chi ne parla deve fare i conti con un passato in cui non sono certo mancati gli allarmi riguardo l’imminente fine della civilta’ a causa della fine del carburante: allarmi che fino ad ora si sono ovviamente rivelati troppo allarmisti.

Ma se vengono letti i discorsi pacati e ragionati sul Peak Oil, la possibilita’ che si raggiunga un picco di produzione nei prossimi dieci anni e’ significativa.

Rendersi conto di questo rischio ed agire di conseguenza non e’ quindi cadere nella fallace trappola del Principio di Precauzione (secondo il quale non si dovrebbe fare niente finche’ non se ne conoscono le conseguenze): e’ “semplicemente” un problema di rischio, appunto, da gestire e dunque mitigare.

Agiamo allora nell’ipotesi che ci sara’ davvero un picco nella produzione mondiale di petrolio. La prima cosa da fare e’ ovviamente migliorarne le stime, e quindi investire in piu’ ricerca e stabilire quantomeno un Osservatorio Europeo sul Petrolio.

E le domande a cui rispondere sono molte: cosa ci dice che diminuira’ dopo il picco precipitosamente, la produzione di petrolio? O ci saranno i tempi perche’ agiscano meccanismi “naturali” di compensazione, nel mercato? Possiamo imparare qualcosa, da cio’ che e’ avvenuto negli “Oil Shocks” del passato (pur considerando la loro temporaneita’)?

D’altronde, la plastica, la benzina e l’elettricita’ da gas e petrolio costano davvero poco. Buste, bicchieri e posate di plastica sono letteralmente troppo poco costosi per essere venduti, e vengono regalati dal 99.99% dei negozianti.

E come dimostrano anni di aumenti dei costi dei carburanti, possiamo aspettarci che anche se triplicassero o quintuplicassero, la societa’ si adeguerebbe alla nuova situazione (probabilmente, spenderemmo un po’ di meno per il tempo libero, invece di risparmiare benzina): perche’ cinque volte un bruscolino, sono solo cinque bruscolini.

Non e’ quindi obbligatorio pensare che l’unico modo per sostenere il tenore di vita attuale sia trovare un sostituto del petrolio allo stesso identico costo di quello attuale.

Forse ci sarebbero problemi non trascurabili solo se il costo del petrolio decuplicasse o piu’ in tempi brevissimi. Sarebbe interessante allora vedere il grafico delle previsioni del costo del “barile” dopo il picco, invece che la quantita’ di petrolio che viene estratta.

Non viene anche detto ripetutamente che le fonti di energia rinnovabili ci sono, ma attualmente risultano troppo costose?

Se per esempio il solare fosse in totale cinque volte piu’ costoso del petrolio, e’ evidente che quand’anche quest’ultimo diventasse cento volte piu’ caro, alla fine la nostra bolletta potra’ al massimo quintuplicare (senza considerare le ovvie riduzioni dei costi del solare se fosse adottato pressocche’ universalmente come lo e’ adesso il petrolio).

Non c’e’ neanche bisogno di puntare tutto sulle rinnovabili pero’. Se di petrolio ce ne sara’ poco, avremo sempre il carbone, e l’uranio, entrambi inquinanti ma dalla tecnologia matura.

Visto poi che le riserve di uranio non sono ben note, invece di tentare il fato e dover gestire a breve un “picco dell’uranio”, possiamo puntare sul carbone, e tentare il fato sui cambiamenti climatici.

In ultima analisi, non e’ forse vero che abbiamo degli standard di vita eccezionalmente alti?

Forse possiamo solo cadere, ma non stiamo forse costruendo comunque dei grandi cuscini che addolciranno la caduta? Sia coltivando la scienza e la tecnica delle rinnovabili, sia usando le alternative esistenti, come carbone ed uranio: il che e’ la cosa migliore da fare, per mitigarne il rischio.

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Quindi come la si volti e la si giri, non ci sono indicazioni di crisi irreversibili sul lato-petrolio nei prossimi tre o quattro decenni (e cercare di vedere piu’ in la’ e’ un giochino inutile).

Magari mi si dira’ che non e’ cosi’: e perche’, non lo sarebbe?

E se non lo fosse: invece che sognare future “guerre per le risorse”, e frutta e verdura vendute a meta’ del XXI secolo di nascosto e care come droghe illegali (immagini usate recentemente a Gaia su RaiTre per mostrare come potrebbe essere un mondo con poco petrolio), dovremmo in ogni caso continuare a concentrarci su cosa ci sarebbe da fare per cambiare la situazione, diminuire i rischi, mitigare le conseguenze.

Chi e’ sicuro che non ci sia piu’ niente da fare, almeno non faccia come quei manager della Nasa: i quali per supponenza e fatalismo, lasciarono morire i sette astronauti del Columbia nel Febbraio 2003, convinti (i manager) che anche il pensare a un rimedio fosse un’azione inutile.

(continua…)