Christmas 2007

Malanova chi’ ffriddu”. Scendo dal treno alla stazione di Charing Cross a Londra, il sabato, 15 dicembre 2007 intorno alle 5 del pomeriggio. E’ buio, c’e’ un vento gelido e la sensazione e’ molto spiacevole nonostante il giaccone pesante e i pantaloni di lana.

La mia carrozza era anche stata piacevolmente vuota, mentre qui piano piano ad ogni passo sembra che io mi stia addentrando in una folla sempre piu’ fitta. Quando esco dalla stazione c’e’ una piccola fila anche ad aspettare il verde del semaforo pedonale, e dal cielo coperto arriva la solita luce giallognola, somma del milione di luci della grande citta’.

“Ma quanti sono?” continuo a chiedermi mentre passo accanto al monumento ad Oscar Wilde, a pochi passi da Trafalgar Square dove c’e’, o forse no, un grande Albero di Natale. Londinesi e turisti mi circondano da ogni dove, ognuno in marcia in una direzione e per una destinazione differente. Sento voci dall’Est dell’Europa, probabilmente polacchi.

Se mi ci scontrassi per caso fra un passo e l’altro saprei cosa rispondere “Psheprasham! Mi scusi”, ma li’ termina o quasi la mia collezione di parole nella lingua di Chopin e Woytila.

Giro dietro a Leicester Square, e quelle voci si trasformano nella parlata di Manzoni e Montini, gli immancabili gruppi di italiani in ordine sparso che continuano a formarsi e dissolversi, mentre due chiacchierano fra di loro e tre arditi mappatori discutono sul dove andare. “Andiamo qui davanti a mangiare, alla stick ‘aus”, dice una signora con il solito improbabile cappotto impellicciato.

La stick ‘aus? La Stick House, forse, ma dove sara’ la Casa del Bastoncino, e cosa ci serviranno mai, la collezione di prodotti Findus? Ah, no, e’ la Aberdeen Steak House, da pronunciare Aberdiin Steik ‘Aus, perche’ la bistecca e’ un piatto antico e le regole di pronuncia inglese tradiscono continuamente. Chissa’ che risate il cameriere quando ordineranno un Bastoncino Ben Cotto, Non Al Sangue?

E si’, di mondo qui ce n’e’ davvero tanto. A vivere nei sobborghi ci si stanca, ma qui al centro non c’e’ mai modo di annoiarsi. Certo che camminare in questa folla con un bambino ancora piccolo non puo’ essere un’esperienza piacevole, anzi fonte di ansia e angoscia se l’informe massa umana cercasse di far scomparire il giovanissimo Futuro.

Londra rimane il posto per giovani, ricchi e scapoli, magari per vivere nell’Oggi e divertirsi anche semplicemente a vedere le stranezze e i cambiamenti della Citta’.

C’e’ un teatro alla mia destra, e non guardo neanche il titolo della rappresentazione, perso nelle fotografie del cast, tutti vestiti anni trenta e quaranta e tutti immancabilmente pagati da fame, perche’ fare l’attore a Londra e’ uno strumento per fare carriera, e non soldi. Chissa’ che magari non diventino poi ricchi a Broadway, a New York?

Oppure sono attori alla vecchia maniera, lo fanno per il piacere e l’emozione del ripetere le stesse parole e le stesse azioni tutte le sere nello stesso posto, ma di fronte a spettatori sempre differenti per i quali non c’e’ alcun tipo di ripetizione, anzi unicita’ di ogni cosa che vedranno?

Mi ritrovo a camminare sotto i portici che vanno verso Nord su Charing Cross Road. I negozi di souvenir si susseguono, perche’ e’ qui che vengono i turisti, non certo dove lavoro io fra i palazzoni e i finestroni illuminati della City.

Il buono di tutti questi negozi e’ che sono tutti uguali, visto uno visti tutti, e quindi solo il visitatore piu’ sprovveduto si trovera’ costretto a fermarsi per guardarli tutti. Piatti con la faccia di Diana, piatti con la faccia di Carlo (brrr! E che regalo sarebbe, per la matrigna cattiva, o per spaventare la suocera?), cartoline dall’umorismo che si spegnera’ in pochi secondi, e un cumulo incredibile di cianfrusaglie che andranno ad adornare migliaia di sale da pranzo di malcapitate nonne e zie. Eppure se qualcuno li vende, vuol dire che qualcuno li compra.

Si vede che non sono io il target, e tutto quel materiale non e’ li’ per essere comprato da me: e infatti non me ne curo, ma guardo e passo. E sento un odore particolare provenire da una bancarellina di legno dove una donna minuscola vende il sushi, i piccoli cilindretti di riso con il pesce crudo sopra.

Curiosamente il tutto non sembra ne’ sporco ne’ poco invitante, e un paio di affamati compratori contano i soldi da scambiare per quel giapponesissimo spuntino.

Ma io proseguo e passo davanti a un bar dalle vetrate tutte nere, con una porta di vetro anch’esso nero dietro la quale c’e’ un altro ingresso naturalmente nero. Solo qualche luce passa da molto in alto. E’ un gay bar abbastanza famoso, un ritrovo per omosessuali (maschi?) che tengono molto alla loro privacy (non mi meraviglierei che quelle vetrate fossero rinforzate, onde evitare che qualche scalmanato omofobo decidesse di organizzare una “spedizione punitiva”…).

Mi sovvengo della curiosa avventura di un paio di amici, invitati da un altro per un pranzo gratis, pagato dalla rivista per la quale dovevano scrivere una critica per un certo locale. Dopo alcuni drinks pero’, all’appropinquarsi della necessita’ naturale di origine renale decidettero di andare a mangiare da un’altra parte, e pagare loro il conto invece di rischiare incresciosi equivoci nei bagni di quel locale dove tutte ma proprio tutte le coppie erano maschili.

Malanova chi’ ffriddu”. Un paio di folate di vento che continua a perseguitarmi, un altro attraversamento di una grande e trafficatissima strada, giro intorno al teatro dove hanno rappresentato Les Miserables forse dai tempi della Regina Vittoria, e arrivo alla strada della mia destinazione. E’ un incontro natalizio con gli elettori italiani da parte dell’eletto nella Circoscrizione Europa al Parlamento italiano, residente a Londra, l’On.Guglielmo Picchi (deputato, Forza Italia).

E mi chiedo, chissa’ che ne direbbero al Partito, se sapessero che l’incontro e’ organizzato in un elegantissimo Club londinese ma a pochi centimetri da un inelegantissimo Sex Shop che promette non diciamo cosa al piano di sotto?

Che ci potrebbe d’altronde fare, Picchi? E’ Londra, la metropoli delle centinaia di lingue, centinaia di passaporti, migliaia di stili di vita. Una citta’ popolata di provinciali che vivono di un cosmopolitanesimo basato sul quieto vivere. E infatti chi mi aiuta nel Club a lasciare il giaccone, se non un Brasileiro cameriere dal nonno italiano (erano quasi tutti italiani, i nonni dei trentenni e quarantenni brasiliani di oggi) il quale sembra apprezzare il mio Obrigado ringraziamento?

Mentre quando me ne vado, a fare da guardia ai cappotti e’ una ragazza dal cipiglio severo, con un accento curiosissimo che si rivelera’ lituano, alla quale ahime’ non ho che da rispondere in inglese perche’ i convenevoli nella lingua che suona a Vilnius ancora non li conosco. Quanti inglesi purosangue saranno mai rimasti, a Londra e specie in quel Club, proprio non lo so. A servirci una cena che e’ una teoria di antipasti, un barese.

Quando esco il freddo non e’ ancora cambiato, ma c’e’ un po’ meno vento. Ritorno quasi su tutti i miei passi, a parte una scorciatoia dentro Chinatown, che nel mare delle culture londinesi non sembra per niente pittoresca, quasi normale con i dragoni di metallo e i grandi archi rettangolari ornatissimi e rigorosamente rossi (perche’ il rubicondo e’ portafortuna, non necessariamente comunista).

Tornato su Charing Cross Road la confusione fra le auto e’ aumentata da un tizio che pedala una specie di riscio’, con un paio di turisti dietro cui non sembra importare l’arrancare incerto del loro locomotore: il quale arrancare incerto pero’ non ispira sentimenti di amicizia e parole di amore fraterno a un conducente di taxi nero. Ma tiriamo avanti, visto che questi episodi continuano a capitare e scomparire senza posa in quesa specie di teatro all’aperto di tutta la possibile umanita’.

C’e’ un tizio che risalta sugli altri, qualche metro piu’ in la’: e’ seduto per terra sul marciapiede sotto delle impalcature e indossa una maglietta a maniche corte e un paio di pantaloni.

Due fettone enormi e scalze sembrano occupare meta’ del passaggio gia’ un po’ angusto, e la totalita’ di chi lo sfiora sono piu’ interessati a evitare di pestargli i piedi che a dargli un po’ di soldi. Il tizio trema vistosamente, e c’e’ poco di che meravigliarsi in tutto quel freddo. Rimango un po’ interdetto e chiedo lumi a un signore molto vestito, seduto un po’ piu’ in la’ e che vende The Big Issue, il “Grande Problema”, il periodico fondato per aiutare i senzatetto e che questi vendono a Londra agli angoli di tutte le strade.

Non ti preoccupare”, mi risponde quasi come se quella domanda l’avesse sentita un milione di volte, “Quel tipo scalzo e’ li’ tutte le sere”. “Allora non pensi che con tutto quel tremare sia in pericolo di vita?”, gli chiedo, e lui risponde, secco, “No”. “Ma ci sara’ da segnalarlo a qualcuno che si occupa di senzatetto?”. “Sono anche io senza un posto dove stare”, e’ la sua replica, intendendo evidentemente (visto che e’ sbarbato, lavato e con vestiti decenti) che passa le sue notti in ostelli, non al freddo con il cielo come tetto ma neanche in un luogo che possa definire come suo.

Mi allontano pensieroso, chiedendomi delle dinamiche di gruppo all’interno di chi non ha un alloggio dove stare. Un autobus mi passa davanti, ha la pubblicita’ in formato digitale, e’ uno schermo invece che il solito tabellone fisso. E gia’, siamo nel XXI secolo.

Prendo il treno, ritorno sulla Terra.