La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa': se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

Omosessualita’, ONU e Vaticano

Notizie non molto edificanti, ovviamente, dal fronte omosessualita’-ONU-Vaticano, dopo l’intervista a Mons. Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite (disponibile qui in italiano e nell’originale francese), che ha detto che il Vaticano non firmera’ la proposta francese/UE di dichiarazione ONU contro la discriminazione degli omosessuali (qui nella versione “originale” in inglese).

Intanto inviterei Mons. Migliore a essere un portavoce migliore, che eviti pronunciamenti straordinariamente sibillini come il seguente

Dans une déclaration ayant une valeur politique et signée par un groupe de pays, il est demandé aux Etats et aux mécanismes internationaux d’application et de contrôle des droits de l’homme d’ajouter de nouvelles catégories devant être protégées contre la discrimination, sans tenir compte que, en cas d’adoption, elles créeront de nouvelles et terribles discriminations

Certe dichiarazioni e certe prese di posizione andrebbero spiegate MOLTO BENE e PRIMA e non lasciate a un affannoso gioco di contropiede come si vede in questi giorni. Ha seminato vento, povero Monsignore, che cosa si poteva aspettare, se non la cagnara che e’ scoppiata in Italia?

E pur tuttavia, neanche fra i vociferi antivaticanisti mi sembra di vedere granche’ di buono. Notiamo come il casino sia stato quasi tutto italiano, e notiamo anche quanti siano saltati immediatamente sulle quattro parole di Mons. Migliore…come se ci fosse un nervo scoperto (*). O come se ci fossero avvoltoi sempre in agguato, al minimo sentore di qualcosa che puzzi.

E perche’, viste come sono andate le cose ultimamente (Sapienza inclusa) gli antivaticanisti devono ri-cascarci e, buttandosi a capofitto contro il Vaticano, rimettersi in condizione di essere dipinto come “laicisti d’attacco”? Come si dice, se siedi al tavolo del poker e non sai chi e’ lo stupido…

Infine non puo’ il Vaticano dire come la pensa? Quando lavoravano per far passare la mozione sulla pena di morte, hanno forse i Radicali concentrato i loro sforzi nel denunciare chi non era d’accordo?

Che si trovino i voti per far passare la mozione francese, e del resto chi se ne importa…

L’impressione finale, che magari e’ sbagliata, e’ che tutto questo seguire cosa si dice in fondo a via della Conciliazione sia una forma di omaggio dei Radicali (e non solo) all’autorita’ del Papa e dei Vescovi.

(*) Niente links per Repubblica.it, che a quanto dice news.google.it ne sarebbe piena, visto che continua il mio sciopero della lettura

UE e Clima: Commento al Blog di Antonello Pasini

(commento al blog di Antonello Pasini del Sole24Ore “Battaglie di retroguardia e CO2“)

Luca Lombroso dice che il Pacchetto sul Clima non e’ tanto sul Clima, quanto sull’energia (risparmio, diversificazione).

Allora sarebbe bello se qualcuno lo chiamasse semplicemente Pacchetto sull’Energia e ci fosse meno fissazione intorno alla riduzione delle emissioni di CO2; che non si capisce bene se sia importante dal punto di vista climatico, o strumentale per forzare il cambiamento energetico.

Il sospetto della strumentalita’ aumenta vedendo come di fronte alla recentissima crisi economica mondiale, adesso si propone l'”energia verde” come speranza per il futuro (come se appunto, si trattasse di una soluzione in cerca di un problema; e appena compare un problema, subito l'”energia verde” venga additata come soluzione).

Dubito che abbia senso dire che “i Paesi in via di sviluppo ci copiano”: se la UE dimostrera’ che bisogna spendere quattrini a palate per ridurre le emissioni del 20%, quanti di quei Paesi se lo potranno permettere? E siamo sicuri di poter giustificare almeno 60 miliardi di euro di costi all’anno per la UE (se non 120) con la vaga speranza che forse qualcun altro si accodera’, in futuro?

Poniamo anche che la UE convinca tutti gli altri di fare lo stesso. Stiamo parlando allora di spendere almeno 300/400 miliardi di euro all’anno a livello mondiale per tagliare le emissioni del 20%? Non pensavo fossimo cosi’ ricchi.

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Per Pasini: grazie del link a RealClimate (ho due commenti li’, il 10 e il 76).

Sono ovviamente tutt’orecchi per sapere da chi puo’ fare i conti meglio di me, di quanto si ridurra’ la temperatura globale nel 2020 grazie al pacchetto 20-20-20. Anche Lomborg sul Sole24Ore recentemente ha parlato di centesimi di grado, nel 2100.

Se io fossi comunque preoccupato per la CO2 nell’atmosfera, non penso che pochi centesimi di grado in piu’ o in meno cambierebbero le mie preoccupazioni. Anzi, mi chiedo se davvero non ci sia altro che si possa fare, se non il 20-20-20?

Perche’ allora in quel caso, anche chi si preoccupa della CO2 ha poco senso che si preoccupi, visto che alla fine, a parte un miracolo come estrarre petrolio dell’aria non c’e’ davvero niente di concreto che possa evitare l’inevitabile

UE e Clima: Grandi Risultati (o forse no)

Riguardo alla polemica fra il Governo italiano (e non solo) e quanti nella Unione Europea vogliono mandare avanti il “Pacchetto Clima 20-20-20“:

(1) Il contributo attuale della UE alle emissioni di CO2 e’ il 14% di quelle mondiali

(2) Il pacchetto 20-20-20 le ridurra’ del 20%. Nell’ipotesi che gli altri non emettano piu’ di adesso, cio’ si traduce in una riduzione delle emissioni del 14×0.2=2.8% (in realta’ sara’ di meno, perche’ le emissioni altrui aumenteranno). Quindi invece di emettere 100, nel 2020 emetteremo almeno 97.2

(3) Visto che l’effetto serra agisce in maniera logaritmica, log(97.2)/log(100)=99.38

(4) Quindi anche nelle previsioni UE andremo a spendere 0.66% del PIL per dodici anni (7.92% del PIL di un anno) per ottenere un miglioramento dello 100%-99.38%=6.2 per mille.

(5) Un’efficienza straordinaria: ben 8 parti per diecimila di raffreddamento per ogni % di PIL speso. Esagerati!

Chissa’ il perche’ di tanta titubanza, allora…

ps si’, sono sarcastico

Turchia ed Europa: Mia Lettera Pubblicata sulla London Review of Books

Nell’ultimo numero della London Review of Books (LRB) esce una mia lettera sulla Turchia e il suo ingresso nella Unione Europea, in risposta ad articoli molto lunghi e molto critici di tutti i Governi turchi dalla fine dell’Impero Ottomano in poi, scritti da Perry Anderson, Professore all’University of California a Los Angeles.

Non e’ la realta’ dei fatti che contesto ad Anderson, ma il volerli presentare sotto una finta pellicola di verita’, illuminandoli in realta’ sempre e comunque in modo da mettere in cattiva luce ogni leader turco (a parte, naturalmente, quelli “di sinistra”…lo dice lui, eh, non lo dico io)

Prima e dopo Kemal
Di Maurizio Morabito

I saggi di Perry Anderson saggi ‘Kemalismo’ e ‘Dopo Kemal’ (LRB, 11 e 25 settembre) hanno catturato la mia attenzione. La discussione sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea sta contribuendo a definire cosa sia (o non sia) l’Unione Europea, e in questo contesto la storia della Turchia moderna è importante.

In realta’, ‘Kemalismo’ e ‘Dopo Kemal’ sembrano antiquati opuscoli polemici, sovrintendenti un ‘ragionamento’ che regge la pervasiva coerenza di entrambi. Tutto è spiegato, e tutto trova perfettamente il suo posto nel racconto. E tutto ciò che invece non lo trova (come la fine del regime di Menderes nonostante Anderson lo abbia descritto come economicamente e politicamente forte) viene classificato come parte di un ‘ciclo’ comune a tutti i governi turchi di centro-destra. Ogni studioso che non è d’accordo con Anderson ha venduto la sua anima al diavolo – cioe’, al Governo di Ankara.

La Turchia, ci vuol dire Anderson, è invariabilmente dalla parte sbagliata della storia, si comporta male e ha poco in comune con il resto dell’Europa. (È interessante notare che in un articolo precedente dello stesso Anderson, ‘Le divisioni di Cipro’, pubblicato nella LRB del 24 aprile 2008, i ‘cattivi’ sono invece i colonialisti inglesi, e i buoni gli appartenenti al Partito Comunista AKEL. In quel “ragionamento”, la Turchia svolge il ruolo di spettatore semi-passivo, e la mentalita’ da assedio imminente diffusa fra i Turco-ciprioti rimane inspiegata).

E allora, perche’ dedicare trenta mille parole per la Turchia, proprio in questo momento? Anderson fornisce involontariamente una spiegazione. Le ‘motivazioni tipiche’ che giustificano l’adesione della Turchia all’Unione Europea sono ‘innumerevoli’, scrive. Sta allora cercando di far sentire il suo peso, affinche’ la Turchia resti fuori dalla UE a meno che siano rispettate determinate condizioni, proprio perché c’è una schiacciante maggioranza di motivi perche’ la Turchia venga accettata? E’ istruttivo al riguardo notare che mentre da una parte Anderson elenca le ‘speranze’ nella UE da parte della sinistra turca, e dei popoli Curdi e Alevi, dall’altra parte egli elenca come ostacoli al ‘processo di adesione’, i maltrattamenti subiti della sinistra turca, dai Curdi e dagli Alevi..

Per riferimento, ecco il testo completo dei miei commenti originali in inglese, prima che venissero tagliati: sulla Turchia e su Cipro.

Questi invece sono gli articoli di Anderson, anch’essi in inglese, cui mi riferisco nella lettera:

(a) Su Cipro
(b) Su Kemal
(c) Sulla Turchia dopo Kemal

Il Momento Giusto per Banche Low-Cost?

Ricompense gonfiate, fallimenti periodici, inefficienze gigantesche, sempre pronte a chiedere aiuti governativi … sono le caratteristiche condivise dalle compagnie aeree di bandiera, e da un incredibile numero di banche.

C’e’ nessuno che stia considerando la possibilità di fondare una banca “low-cost”? Una specie di Ryanair della finanza?

Forse uno o due dei super-ricchi Fondi Sovrani o magnati del petrolio ci provera’. Sono quelli che hanno i soldi, dopo tutto … e che hanno appena visto tantissimi dei loro soldi venire bruciati da banchieri professionisti.

Georgia e Russia: A Che Punto Siamo?

E’ passato un mese dall’attacco georgiano contro la popolazione civile nell’Ossezia del Sud. A che punto siamo? Ecco un breve sunto ricavato da varie fonti (Il Sole 24 Ore, The Economist, International Herald Tribune/The New York Times, Spiked Online, Il Corriere della Sera, Il Riformista, The Globe and Mail):

  1. La Russia: e’ debole, e insicura. Ha “bisogno” di dimostrare di non essere tale, ma poi manda i soldati a combattere senza neanche un paio di stivali decenti. Con i suoi forti problemi interni, e un deciso complesso di inferiorita’, e’ sostanzialmente isolata, costantemente con soli due passi di vantaggio rispetto alla crisi piu’ nera. Per quanto?
  2. La Georgia: forse e’ una democrazia, forse no. Sicuramente, non e’ una democrazia solida. C’e’ troppa voglia di “menare le mani”. Mutatis mutandis, e’ la Russia del Caucaso: stessa debolezza, stesso complesso di inferiorita’, etc etc
  3. La UE: ha fatto una ottima figura con la diplomazia del cessate-il-fuoco, solo per poi ritornare alla stupida normalita’ degli interessi nazionali. La sua somma e’ decisamente minore delle parti, rendendola vulnerabile e dipendente, nonostante le sue dimensioni e ricchezza.
  4. Gli USA: la dipendenza da petrolio ha ridotto l’unica Superpotenza a uno stanco fallimento. Troppi nelle stanze dei bottoni pensano di giocare alla Guerra Fredda, e di vendicarsene venti anni dopo che e’ finita.
  5. Il Resto del Mondo: orfani di una politica USA seria, tentennano aspettandone le conseguenze, tutte da vedere.
  6. Svariati commentatori: tutti impegnati nel gioco al rilancio nello sport dell’equivalenza storica. Chi dice che e’ il 1968, chi il 1956, chi il 1938. Io propendo per il 1919. In ogni caso, circolano pericolose e perniciose idee interventiste, in un caos di ideali senza fini.

Mentre i Serbi in Televisione Sembrano Peggio di Belzebu’

Nel giorno dei disordini contro le Ambasciate a Belgrado, pubblico una “lettera” cui avevo lavorato all’inizio di Dicembre 2007, e che fu bocciata perche’ troppo filoserba.

Da confrontare con quello che succede quando vengono deliberatamente negati tutti i motivi di speranza, e l’Unione Europea di muove in ordine sparso senza una politica comune…sull’Europa!

A Tutti Gli Iscritti e Simpatizzanti Radicali, e specialmente ai Compagni Kosovari:

Roma, 5 Dicembre 2007

Cari Amici, cari compagni

Con l’avvicinarsi dell’improrogabile data stabilita dall’ONU al 10 Dicembre 2007 per la fine dei negoziati internazionali sul futuro status del Kosovo, e le parti in causa ancora molto distanti (Belgrado, disposta a concedere al massimo una qualche autonomia; Pristina, decisa ad acquisire l’indipendenza a ogni costo), la questione sembra destinata a diventare una vera e propria emergenza dalle conseguenze drammatiche, nocive alla efficacia stessa dell’Unione Europea nel suo ruolo sia globale che di sviluppo e mantenimento della pace continentale.

Riteniamo dunque giunto il momento di lavorare perche’ non solo i rischi piu’ grossi non si materializzino, ma anche il momento presente di crisi diventi un’opportunita’ per rinforzare pace e democrazia in tutto il nostro Continente. Per questi motivi, come Radicali auspichiamo che:

1- L’Europa assuma tutte le sue responsabilita’ nei Balcani, non solo per motivi umanitari ma anche per non perdere la sua missione primaria volta a impedire il ritorno delle guerre fratricide che la hanno afflitta per millenni

Sul piano militare, la UE deve consolidare la propria missione per impedire un conflitto armato tra serbi e kosovari albanesi, oltre che per tutelare la minoranza serba in Kosovo come tutte le minoranze nei Balcani e altrove, e naturalmente tutto il patrimonio storico-religioso serbo e albanese; sul piano politico, occorre che rafforzi in maniera decisa la prospettiva europea del Kosovo e della Serbia, qualunque sia lo status definitivo del primo.

2- Vengano trovate soluzioni “nuove e coraggiose” per il futuro dello status del Kosovo, che permettano una convivenza pacifica e solidale invece di garantire il perpetuamento di questa o quella ingiustizia contro i popoli albanese e serbo

Il tempo c’e’ ancora: perche’ ci sono tutte le indicazioni che il Kosovo non proclamera’ l’indipendenza fino almeno a Febbraio. Parafrasando Zbigniew Brzezinski allora, di fronte alla incompatibilita’ delle richieste di Serbi e Kosovari Albanesi, e’ indispensabile che “si abbia l’ambizione cosi’ come l’audacia di esplorare soluzioni nuove e prendere misure coraggiose”: un Kosovo indipendente ma piu’ piccolo, con i territori a maggioranza serba annessi alla Serbia; una federazione “a macchie di leopardo”; l’ingresso immediato del Kosovo e della Serbia nell’UE non appena le leggi necessarie siano promulgate e, nel caso di Belgrado, i criminali di guerra assicurati alla giustizia

3- Venga accelerato il processo di integrazione nell’Unione Europea del Kosovo ma anche della fragile e ancora nascente democrazia serba

Nei Balcani si tratta di unire domani in Europa quel che oggi divide così profondamente e irreparabilmente. Non e’ forse la storia serba recente (dittatura comunista; corruzione; mafia; campi di concentramento; stragi) anche quella del Continente? Occorre allora svincolare la priorità del processo di integrazione europea della Serbia dalla cattura e consegna di coloro accusati di crimini di guerra, senza ovviamente rinunciarvici (un obiettivo che puo’ anzi diventare operativo per l’intera Unione e non solo una conveniente spada di Damocle su una democrazia ancora molto giovane e fragile come quella serba).

4- che il Kosovo aspetti una fase piu’ propizia per un passaggio al riparo da tensioni internazionali e non proclami semplicemente e unilateralmente la sua indipendenza adesso, perche’ riteniamo che cio’ sara’ controproducente

Siamo consapevoli che l’obiettivo dell’indipendenza sia un esito inevitabile. Il problema e’ nella eventuale unilateralita’ non e’ legato a questioni di integrità territoriale e sovranità nazionale, causa di tantissime guerre e tuttora un’ipoteca pesante sullo sviluppo civile e democratico delle nostre società. Il punto e’ che consentira’ alla Russia di Putin di allontanare definitivamente la Serbia dal consesso delle Nazioni europee, e ispirera’ nuovi secessionismi (serbi di Bosnia, albanesi di Macedonia): mentre il Kosovo si trovera’ indipendente ma al confine di una ferita politica profondissima.

Sappiamo come nessuna delle nostre scelte sia facile. Il Partito Radicale si e’ occupato del Kosovo fin dal 1992 (incontro tra il leader kosovaro nonviolento, Ibrahim Rugova e il Presidente del Consiglio italiano Amato su iniziativa di Marco Pannella). Fra gli iscritti al Partito Radicale Transnazionale, Fatmir Sedju, Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Kosovo e tutta la leadership democratica. E la documentazione preparata dall’Associazione Radicale “Non c’è Pace senza Giustizia” e’ stata utilizzata nella formalizzazione dell’atto d’accusa e dell’incriminazione di Slobodan Milosevic nel 1998-1998 presso il Tribunale Penale Internazionale alla preparazione.

A spingerci oggi e’ pero’ la consapevolezza che la missione, e il ruolo primario della UE e’ impedire che ritornino a manifestarsi quelle guerre con le quali gli imperi egemoni e le dittature fasciste e comuniste misero in ginocchio il Continente e oltre nel secolo scorso: con il beneficio addizionale di mostrare la via della convivenza, del mutuo rispetto e dello sviluppo pacifico delle societa’ al resto del Pianeta, e soprattutto a quelle regioni tuttora insanguinate da conflitti che continuano all’apparenza da tempi immemorabili.

Noi crediamo che tutto cio’ possa avvenire solo se l’Europa rimarra’ unita, oggi sul Kosovo come domani sull’Iran. Il problema del Kosovo e’ come una bomba piazzata nel cuore del Continente: impediamole di indebolire e dividere l’Europa!

Lezione al Mondo dall’Unione (Europea) di Stati Altrimenti Poco Importanti

Scrivevo alcuni mesi fa: “Se la UE riuscira’ davvero ad accomodare in maniera razionale tanti Paesi con una tal varieta’ di esperienze, desideri e preoccupazioni [...] trasformandosi in una specie di nuove, spontanee Nazioni Unite [...] diventera’ allora il primo regalo all’Umanità da parte di un’Europa risorta piu’ pacifica.”

E infatti, ecco un articolo dall’International Herald Tribune del 22 gennaio 2008, a firma Stephen Castle: “Emulando la UE, alcuni Paesi uniscono le loro forze per avere una voce potente e non dispersa“:

“il tentativo dell’Europa di far convinvere 27 disparate nazioni in un blocco viene imitato nel mondo, dall’Asia all’Africa, con i vari Paesi a sperimentare nuovi modi di aumentare la loro capacita’ di influenza. [... ]

l’esperimento europeo di integrazione viene copiato con maggior successo dall’Associazione delle Nazioni Asiatiche Sudorientali ASEAN [con l'obiettivo di] un mercato unico entro 2015.

Anche l’Unione Africana, concepita nel 1999, anche più grande e men pratica con 53 membri, ha preso in prestito strutture della UE, compresa il suo apparato burocratico più influente, modellato sulla Commissione Europea e conosciuto come la Commissione dell’Unione Africana. Il sogno dell’America latina e’ avere qualcosa come l’UE [... ] ”

Ci sono alcune osservazioni nell’articolo secondo cui una struttura centralizzata dell’Unione sarebbe necessaria per realizzare l’obiettivo del “pensiero continentale”.

Non sono d’accordo: quello che e’ importante, è che tutti i membri della UE (e dell’AU e dell’ASEAN) realizzino che ciascuno di loro è troppo piccolo per avere alcuna importanza a confronto delle Potenze, gli USA, la Russia, la Cina, l’India, forse anche il Giappone.

La cooperazione allora sarà una conseguenza naturale di quella realizzazione, senza alcun’esigenza di coercizione.

Anzi, quella è la ragione principale che fa restare i Britannici ancora riluttanti ad entrare completamente nell’Unione, mentalmente e non solo formalmente: perché quello significherà accettare che i giorni dell’impero sono realmente una cosa del passato.

Trasformismo, Mal Comune

Jacques Dutronc – L’OPPORTUNISTE

Je suis pour le communisme
Je suis pour le socialisme
Et pour le capitalisme
Parce que je suis opportuniste

Il y en a qui conteste
Qui revendique et qui proteste
Moi je ne fais qu’un seul geste
Je retourne ma veste, je retourne ma veste
Toujours du bon côté

Je n’ai pas peur des profiteurs
Ni même des agitateurs
Je fais confiance aux électeurs
Et j’en profite pour faire mon beurre

Il y en a qui conteste
Qui revendique et qui proteste
Moi je ne fais qu’un seul geste
Je retourne ma veste, je retourne ma veste
Toujours du bon côté

Je suis de tous les partis
Je suis de toutes les patries
Je suis de toutes les coteries
Je suis le roi des convertis

Il y en a qui conteste
Qui revendique et qui proteste
Moi je ne fais qu’un seul geste
Je retourne ma veste, je retourne ma veste
Toujours du bon côté

Je crie vive la révolution
Je crie vive les institutions
Je crie vive les manifestations
Je crie vive la collaboration

Non jamais je ne conteste
Ni revendique ni ne proteste
Je ne sais faire qu’un seul geste
Celui de retourner ma veste, de retourner ma veste
Toujours du bon côté

Je l’ai tellement retournée
Qu’elle craque de tous côtés
A la prochaine révolution
Je retourne mon pantalon

Svizzera, Europa e Inutili Spot Pubblicitari Anti-Immigrati

Massimo Gramellini si congratula con la Svizzera per aver “diffuso uno spot sulle tv africane per scoraggiare gli abitanti di quei Paesi dal trasferirsi nella Confederazione elvetica” (spot, a quanto ne so, pagato anche dall’Unione Europea)

Avendo visto il video per il Cameroon “sento” invece grosse contraddizioni di fondo.

Per esempio, siamo sicuri che lo spot sia stato costruito per fare effetto sugli africani, e non piuttosto sugli elettori in Svizzera (e in Europa)?

Non e’ infatti strano che il linguaggio pubblicitario sia tale da rendere quello spot efficace agli occhi di un Europeo che di emigrare non ha nessuna voglia? Penso che nessun professionista della pubblicita’ farebbe mai un errore del genere, se non intenzionalmente.

Dal punto di vista del potenziale Africano immigrante, l’impressione puo’ essere molto diversa da quello che a parole e’ il messaggio dello spot. Insomma, se qualcuno chiude un cassetto a chiave, lo sanno tutti che dentro c’e’ qualcosa di prezioso.

Quindi gli Svizzeroti disperati al punto di pagare pur di tener lontani i Nigeriani, in un certo qual modo stanno dicendo che in Svizzera si sta davvero molto bene (altrimenti, nessuno ci vorrebbe andare, e soprattutto, non ci sarebbe bisogno di buttare i soldi in pubblicita’ per dimostrare che li’ si sta male) .

Anzi: “se” davvero gli immigrati stanno peggio in Svizzera che a casa loro, andrebbero favoriti i loro metodi per comunicarlo in patria. Telefonate gratuite per descrivere le pessime condizioni di vita, invece che spot pubblicitari.

Se“, appunto…

Quanto e’ vicina alla realta’ poi l’immagine del ragazzo che e’ scappato in Europa da una bella casa ordinata con i quadri alle pareti, il padre comodamente in poltrona a leggere e i fratellini pronti per andare a scuola?

Evidentemente per evitare accuse di razzismo e stereotipaggine, i produttori dello spot hanno dovuto dipingere la vita “in Africa” letteralmente a rose e fiori. L’effetto che cio’ avra’ sul supposto “target” quale potra’ essere allora?

Il messaggio apparente e’ allora “se sei ricco a casa tua, non ti muovere”. Amen. Chi sta bene a casa sua pero’, gia’ ora non parte certo per fare l’immigrato clandestino…

E se invece sei povero?

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Invece naturalmente gli elettori in svizzera, visto lo spot, saranno tutti soddisfatti del loro governo, il quale di fronte alle rinnovate immigrazioni potra’ dire “che ci possiamo fare? abbiamo anche detto loro di non venire, e vengono lo stesso“. Bravi polli.

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Proviamo a fare un discorso piu’ serio invece. Perche’ mai un Africano dovrebbe pensare di rischiare la vita per emigrare in Europa? Naturalmente, perche’ in Europa puo’ stare meglio che a casa sua. Ma non sara’ certo mostrando le vite d’inferno di chi non ce la fa a vivere dignitosamente che convinceremo i potenziali immigrati a non trasferirisi.

Il punto infatti e’ in quel piccolo dettaglio, quel “puo’” (o meglio, “potrebbe, se gli va bene“) che sottolinea la Speranza, il grande attrattore di tutta l’Umanita’.

E’ la Speranza a far emigrare, legalmente o illegalmente, e l’unico modo per fermare l’immigrazione e’ uccidere quella Speranza. Solo che se davvero la uccidiamo per loro, la uccidiamo anche per noi: perche’, molto lapalissianamente, gli immigrati non vanno dove si sta male.

E quindi  se non vogliamo immigrati, non ci resta che rovinare la nostra economia.

Con Israele, con l’Iran

Quando si parla di Medio Oriente, di Israele e di Iran si deve purtroppo fare ancora piu’ fatica del solito per riuscire a non farsi ingannare dai diluvi di retorica e prosopopea che forse da quaranta anni mai cessano di arrivare da piu’ fronti.

Ma possiamo almeno provare, comprendendo il perche’ del comportamento iraniano, tranquillizzandoci sulle probabilita’ di uso della bomba atomica, e analizzando le tre possibilita’ di intervento dell’Unione Europea (UE): per stabilire un clima di mutuo rispetto con l’Iran, far entrare Israele nella UE, e dimostrare al mondo che si puo’ fare a meno delle armi atomiche.

- Perche’ l’Iran Vuole la Bomba

Bertrand Kouchner, il Ministro degli Esteri Francese, si e’ recentemente ritagliato uno spazio su moltissimi giornali annunciando una linea dura contro la possibilita’ che l’Iran costruisca una bomba atomica. Per l’occasione Kouchner non ha pero’ detto perche’ mai la Francia non dia l’esempio togliendo di mezzo i suoi ordigni nucleari.

Se infatti il problema e’ la proliferazione delle bombe atomiche, prima appannaggio delle Cinque Potenze (USA, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e adesso in mano a molte (troppe) altre nazioni, cio’ non e’ che la conseguenza logica della decisione delle Cinque Potenze stesse di non rinunciare alle loro bombe.

Perche’? Perche’ l’Atomica e’ il segno dell’essere una Potenza Mondiale, per chi ce l’ha. Per chi non ce l’ha, e’ il biglietto di ingresso nel Club dei Potenti e soprattutto degli Intoccabili. L’Iraq senza Bomba e’ stato invaso, il Pakistan con la Bomba gode di ottimi rapporti con gli USA. E come nel gioco USA-URSS durante la Guerra Fredda, fra India e Pakistan le armi nucleari sono una garanzia di pace ed equilibrio.

Anche per Israele non e’ difficile notare che, chissa’ perche’, l’acquisizione della bomba atomica ha piu’ o meno coinciso con la fine delle invasioni arabe nel 1973..

E quindi, in barba a tutte le minacce e tutti i ricatti Europei ed Americani, nell’assurda logica del nostro Mondo e’ naturale che anche un Paese come l’Iran, circondato da potenziali nemici e continuamente minacciato da lontano, voglia avere la Bomba.

- Perche’ l’Iran non bombardera’ Israele

Il programma nucleare iraniano e’ cosi’ strategico da essere iniziato ai tempi dello Shah, quando naturalmente era incoraggiato dagli USA. Ma non e’ questa l’unica indicazione che l’idea che l’Iran bombardi Tel Aviv fa acqua da tutte le parti. Infatti:

(1) Nessuno ha mai usato le bombe atomiche, perche’ i rischi di ritorsione sono troppi. E’ vero che la ritorsione viene dopo: ma gli USA e Israele hanno abbastanza capacita’ tecniche da bombardare non con una, ma con dieci bombe Teheran e in maniera automatica in caso di attacco. Come possa l’Iran dalla storia plurimillenaria scegliere il suicidio collettivo garantito, non e’ dato sapere.

(2) Bombardare Israele significa quasi sicuramente lanciare un missile. E non e’ l’Iran possa rischiare di sbagliare e invece distruggere Gerusalemme o polverizzare i Palestinesi e poi mandare le proprie scuse da un bunker nel Deserto Settentrionale. L’alternativa e’ far esplodere l’ordigno atomico in una nave in un porto israeliano, facendo finta di non saperne niente, o contrabbandarlo via terra in un modo o nell’altro: entrambi scenari realistici solo per un film di James Bond.

(3) Essere capaci di costruire un’atomica e’ solo un passo dei tanti. Poi bisogna fare dei test, e ogni volta naturalmente costruire una bomba nuova. Il fallito petardo atomico della Corea del Nord del 9 Ottobre 2006 (forse quattro volte meno potente del previsto) ha dimostrato che non si tratta di niente di facile. Una volta completati test decennali, poi, per anni l’Iran avrebbe solo un paio di ordigni pronti, se lanciati un’atrocita’ tremenda ma certo non abbastanza per “cancellare Israele”.

(4) L’Iran non ha mai attaccato nessuno negli ultimi due secoli. Non si capisce perche’ dovrebbe farlo proprio adesso e a rischio totale della propria esistenza. In compenso non sono mancate le aggressioni: inclusa quella dell’Iraq, di nuovo sponsorizzata dagli USA (e dall’Europa) e costata un milione di morti. E’ vero che soldi e armi arrivano da Teheran a Hamas e Hezbollah, ma non dobbiamo commettere l’errore di pensare che la propaganda esista solo da noi: nel 2006 l’Iran ha promesso di mandare in Libano un “battaglione suicida” e lo ha fatto comparire agguerrito in televisione, ma poi non e’ partito nessuno.

(5) Al confine del Mare di Sabbia Araba dal Marocco a Baghdad, checche’ ne dicano gli ayatollah l’Iran Sciita e’ un ovvio alleato di Israele, cosi’ come lo e’ la Turchia anch’essa Musulmana non-Araba. Non e’ una faccenda di religione ma di alleanza contro il pan-arabismo che continua a cercare di alzare la testa, e che non puo’ tollerare ne’ Ebrei, ne’ Turchi/Ottomani, ne’ naturalmente Persiani Sciiti.

(6) Nonostante la repressione e la censura l’Iran e’ uno dei pochi posti nell’area dove le elezioni vengano organizzate senza che il risultato sia preordinato. Ci sara’ pure un motivo? Il motivo e’ che la societa’ iraniana e’ complessa e matura e ha bisogno di democrazia, ancorche’ soggiogata. Il regime dei preti semplicemente non puo’ tenersi in piedi da solo, e per questo il sistema politico Iraniano e’ molto complesso, con pochi dei classici segni delle dittature centraliste e dirigiste.

(7) Come si puo’ gia’ evincere da quanto sopra, se a volte l’Iran si comporta in maniera paranoica e’ perche’ e’ stato minacciato, usato, invaso e turlupinato per tantissimo tempo. La stessa, originale democrazia non-clearicale Iraniana fu inopinatamente fatta fuori dallo Shah e dalla CIA con la complicita’ britannica nel 1953. A chi si chiede perche’ avvenimenti vecchi di cinquanta anni debbano essere ancora rivelanti ricordo che l’Europa non ha ancora finito di sistemare tutti i problemi legati alla Prima Guerra Mondiale, un avvenimento finito novanta anni fa.

(8) Il Presidente Ahmadinejad chiacchiera tanto ma il suo potere e’ limitato. A comandare e’ il Papa Iraniano, il Leader Supremo Grand Ayatollah Ali Khamenei. Il Presidente non comanda le Forze Armate, e ha scelte limitate riguardo i Ministri dello Spionaggio e della Difesa. E in contrasto alle ambiguita’ di Ahmadinejad sull’Olocausto, la TV di Stato dell’Iran ha ottenuto un enorme successo con lo sceneggiato “Svolta di Zero Gradi” (“Madare sefr darajeh”), la storia di uno studente iraniano che si innamora (addirittura!) di una Ebrea francese a Parigi e tramite lei vede crescere il dramma della Shoah.

C’e’ dunque motivo di ritenere che se la situazione non cambiera’, l’Iran costruira’ una bomba atomica ma non la usera’. E se questa puo’ essere una buona notizia per chi abbia a cuore Israele, certo non lo e’ abbastanza per l’Umanita’ intera, perche’ l’Iran Nucleare sara’ l’ennesimo aumento della proliferazione atomica. La Siria, l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Turchia certo non potranno esimersi dal seguire l’esempio.

Lo vogliamo davvero, un mondo dove le bombe atomiche sono come il prezzemolo?

- Tre Opportunita’ per l’Europa

La situazione pero’ e’ ancora fluida, e per l’Europa ci sono tre chiare opportunita’ di leadership: recuperare un rapporto con l’Iran al di fuori della logica americana autolesionista degli Stati Canaglia; cominciare i negoziati per l’ingresso di Israele nell’Unione; e avere il coraggio di mostrare al mondo che si puo’ vivere senza l’Atomica.

(i) Dialogo e Rispetto con l’Iran
La politica estera dell’Amministrazione Bush, che certo non ha mai mostrato lungimiranza, ha uno dei suoi cardini nella demonizzazione dell’Iran, anni fa appunto incluso in quella lista del cosiddetto Asse del Male, addirittura con la Corea del Nord. Questa demonizzazione viene perorata in una propaganda cosi’ pervasiva da aver trasceso i confini politici fra destra e sinistra, conservatori e “liberals”.

Nonostante la debacle in Iraq, si fanno apertamente e seriamente piani per attaccare, invadere e/o bombardare uno Stato Sovrano in barba a ogni trattato internazionale. La figura di Ahmadinejad e’ usata correntemente come esempio di Cattivo Mondiale, e anche chi lo ha invitato alla Columbia University si e’ sentito in dovere di insultare il proprio ospite, in barba a duemila anni di tradizione “Occidentale”.

Tanti hanno sottolineato come Ahmadinejad abbia improbabilmente affermato che in Iran non ci sono omosessuali. Nessuno si e’ chiesto come mai il Presidente Iraniano avesse deciso di andare li’, e se Saddam Hussein o il nordcoreano Kim Jong-Il per esempio avrebbero mai potuto fare niente del genere. E nonostante l’Iran non c’entri assolutamente niente ne’ con al-Qaeda, ne’ con i Taleban, ne’ con gli attentati dell’11 Settembre, al Presidente in visita e’ stato negato l’accesso al sito delle Torri Gemelle, quasi che le avesse buttate giu’ personalmente.

Quale reazione possiamo mai aspettarci di ritorno se non un arroccamento a difesa anche del programma atomico?

A Teheran lo sanno anche le pietre che se l’Iran decidesse domani unilateralmente di rinunciare all’Atomica, la probabilita’ di un attacco USA, se non di un golpe appoggiato da Washington, aumenterebbe vertiginosamente, e rimarebbe alta anche dopo il cambio della guardia in America nel Gennaio 2009: questo perche’ la fiducia reciproca e’ zero, e l’Iran ha gia’ imparato piu’ volte a sue spese che tutti i discorsetti sui Diritti e la Democrazia sono stupidaggini che gli USA o il Regno Unito non hanno timore a mettere da parte quando fa loro comodo.

In una frase: l’Atomica e’ uno strumento di difesa della Nazione contro minacce ed interferenze esterne, e solo quando queste finiranno sara’ possibile immaginare la fine anche della Bomba Iraniana.

Il punto riguardo l’Iran e’ che se non si rinuncia alle caricature e alle demonizzazioni, non si puo’ sperare in un dialogo serio. Un’Europa seria avrebbe allora cominciato da tempo a ricostruire la fiducia con l’Iran, cominciando con il prendere seriamente Ahmadinejad e Khamenei. Niente e’ perduto, ma grazie guarda caso alla Francia, invece, le carte migliori sono in mano alla Russia e a quel Putin di cui ormai conoscono tutti il viaggio a Teheran, dopo le presunte minacce alla sua vita.

(ii) Ingresso di Israele nella UE
Un’altra iniziativa Europea che avrebbe dovuto essere gia’ intrapresa anni fa e’ invitare Israele nell’Unione, mandando cosi’ un segnale molto chiaro al Mondo Arabo ma anche e soprattutto a Teheran, e cioe’ che la difesa di Israele e’ la difesa dell’Europa. Chi avra’ sogni velleitari di “annientare Israele” avra’ quindi l’impossibile compito di dover annientare un intero Continente. Riaprendo inoltre l’Europa alle sue radici di cultura ebraica cosi’ inopinatamente recise settanta anni fa, l’ingresso di Israele sarebbe la chiosa suprema per seppellire secoli di antisemitismo, i pogrom, e la Shoah.

E perche’ no, vorrebbe dire anche avere un peso non zero nell’aiutare gli amici Israeliani a correggersi dove sbagliano, nelle discriminazioni anti-Palestinesi, nella tortura di Stato, nella strategia distruttiva della colonizzazione: perche’ in Europa puo’ solo entrare l’Israele dove, nelle parole di Adam LeBor sul New York Times, “non ci sono strade separate per Arabi ed Ebrei”, “villaggi resi inaccessibili dai bulldozer dell’Esercito”; “posti di blocco”; e “uno steccato di sicurezza che separa gli agricoltori dalla loro terra, e i bambini dai loro luoghi di gioco”.

(iii) Rottamazione delle atomiche europee
Israele nell’UE non basta pero’, perche’ come detto all’inizio il problema della proliferazione degli ordini atomici e’ globale. In Europa le testate sono di proprieta’ della Francia e del Regno Unito: riuscira’ qualcuno a far dire loro per davvero perche’ mai ne dovrebbero aver bisogno? Per esempio, potrebbe mai esserci un attacco atomico all’Europa con un’America indifferente? E in ogni caso, se c’e’ un motivo per cui due Potenze relativamente minori hanno “il diritto alla Bomba” cosa impedirebbe di applicare le stesse argomentazioni piu’ o meno a ogni Stato di media grandezza, Iran incluso?

Non si tratta di argomenti facili, e Parigi e Londra si aggrapperanno alle loro disutili bombe con le unghie e con i denti. Il discorso da fare e’ che proprio perche’ i due ex-Imperi non vogliono rinunciare ai loro giocattoli, c’e’ il rischio di centinaia di migliaia se non milioni di morti in un attacco atomico da qualche parte nel mondo.

Lo status quo e’ quello di un’Europa codarda e ipocrita, le cui minacce e pontificazioni mai potranno liberare l’Umanita’ dal pericolo della Bomba.  Anzi, il numero di Paesi dotati o pronti a dotarsi della Atomica continuera’ a crescere.

E con esso il rischio che qualche idiota faccia esplodere una citta’ per stupidita’ o imperizia.

Kosovo: Un Sogno per Superare la Crisi

Occorrono idee nuove, irragionevoli, assurde, per evitare che logica e realismo conspirino diplomaticamente a perpretare nuove ingiustizie in Kosovo, e prolungarne per molti anni la situazione di conflitto

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Dopo tanti anni di rinvii la crisi internazionale intorno al Kosovo sta per venire al pettine.Secondo le intenzioni del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon, il 10 dicembre sara’ la data conclusiva dei negoziati fra la Serbia e la provincia meridionale a maggioranza Albanese esclusa dal controllo di Belgrado dal 1999.

Il mediatore Martti Ahtisaari ha pubblicato lo scorso Aprile una serie di raccomandazioni che includono l’indipendenza del Kosovo, e ci sono tutte le indicazioni che gli ulteriori negoziati in corso falliranno, gli USA seguiranno il Piano Ahtisaari, la Russia ne fara’ un caso, e la Serbia si chiudera’ a riccio rifiutando sdegnata a priori di entrare nell’Unione Europea (UE), sempre piu’ attratta in orbita intorno il Presidente Putin (che magari all’epoca sara’ Primo Ministro).

Nel frattempo la UE, per dimostrare di non essere comandata da Mosca, decidera’ in una materia cosi’ straordinariamente europea di seguire quanto dettato da Washington: scegliendo cosi’ di non fare niente per sanare i conflitti rimasti aperti nel Continente.

Anzi, si puo’ essere certi che scorre abbastanza cattivo sangue fra il Kosovo e il resto della Serbia da garantire che dal 10 dicembre in poi, i mercanti d’armi faranno affari con le bande armate di qua e di la’ della “nuova” frontiera, semmai ce ne fosse bisogno.

La Storia insegna che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Europei sono diventati bravissimi a illudersi che i problemi si risolvono rimandandone la soluzione a data da destinarsi. Non meravigliamoci allora se non e’ cambiato molto da quel Dicembre 1991 nel quale prima la Germania e poi il resto dell’Unione riconobbero l’indipendenza di Croazia e Slovenia, all’apparenza fermando la guerra fra Zagabria e Belgrado ma in pratica scatenando il lunghissimo conflitto bosniaco.

Un parallelo tra la Bosnia e il Kosovo e’ ovvio: nella prima furono Musulmani e Croati a optare per l’indipendenza nonostante il desiderio dei Serbi locali, nel Kosovo sono gli Albanesi: o meglio, gli Albanesi che si sono trovati in Serbia a causa di una decisione geopolitica presa sulla testa dei loro avi, quasi 130 anni fa.

Gli Albanesi sono infatti uno dei popoli storicamente “perdenti”, un po’ come i Kurdi. Nel 1878 fu addirittura riconiata da Bismarck per l’Albania quella frase “solo un’espressione geografica” usata anni prima per definire l’Italia. E fu quindi negata l’indipendenza, fino al 1913 quando l’Albania che conosciamo e’ stata ritagliata in una conferenza internazionale a Londra, abbandonando pero’ una larga fetta di popolazione etnicamente albanese nelle attuali Serbia, Grecia e Macedonia.

La caratteristica che accomuna queste decisioni e’ che nessuno ha mai interpellato gli Albanesi stessi. Anche in Kosovo, alla fine la “liberazione” e’ arrivata dalle bombe americane, non dalla guerriglia. E dal 1999, nonostante siano state tenute delle elezioni, la provincia e’ stata effettivamente in mano all’ONU seguendo la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244.

Neanche i Serbi hanno granche’ da celebrare nella loro storia. Sottomessi dagli Ottomani nel 1389 dopo aver vinto una battaglia contro di quelli proprio in Kosovo, fu loro riconosciuta internazionalmente l’indipendenza nella gia’ citata Conferenza del 1878. Persero pero’ la maggior parte della popolazione maschile fronteggiando l’Impero Austriaco nella Prima Guerra Mondiale, e furono atti poi a pezzi non solo figurativamente da Nazisti, Croati e Italiani nella Seconda Guerra Mondiale,. Finito il Comunismo di Tito hanno fatto guerre quasi per tutti i dieci anni della straordinariamente aggressiva Presidenza nazionalista/socialista di Slobodan Milosevic, in un isolamento sempre piu’ implacabile.

La Serbia e’ oggi una nazione con serissimi problemi di immagine, che per qualche motivo non si sono risolti quando il Dittatore nel 2000 e’ stato impacchettato verso il processo all’Aja e la morte in carcere. Il suo cammino verso una democrazia “moderna” continua a non essere facile, con i nazionalisti sempre al potere o quasi, un Primo Ministro ucciso dalla mafia, e vari criminali di guerra ancora latitanti. Nonostante il cambiamento di regime grazie a una incruenta rivoluzione popolare, non c’e’ stato granche’ tentativo di rapprochement fra Belgrado e Bruxelles/Washington, in un atteggiamento rancoroso.

Sembra quasi che l’intera Nazione Serba debba “scontare colpe”, in un modo di pensare un po’ difficile da comprendere specie in chi ha fatto tanto per intervenire, togliere di mezzo Milosevic e dare spazio alla democrazia.

Ma i Serbi sono Europei, quanto lo sono gli Italiani, i Portoghesi e i Tedeschi (e gli Albanesi). E’ vero che la loro societa’ si e’ sviluppata anni fa in maniera dittatorial-comunista; che c’e’ ancor oggi corruzione e mafia nei centri di potere; che alcuni Serbi hanno commesso atrocita’ in una guerra a tutti gli effetti civile, macchiandosi di sangue in tentativi di pulizia etnica, in campi di concentramento e in eccidi; e che due criminali di guerra come Karadzic e Mladic siano ancora a piede libero.

Ma tutto cio’ rende i Serbi ancora piu’ Europei, accomunando la loro storia con quella di quasi tutto il resto del Continente: dai Partiti Comunisti; al fascismo italiano; alle menti naziste genocide, molte delle quali poi fuggite e mai trovatisi di fronte a un tribunale. E non e’ difficile continuare.

Possiamo anzi dire di piu’: la UE e’ figlia del cambiamento epocale di paradigma del 1951, quando l’ascia di guerra fra Francia e Germania, l’Europa Latina e quella Germanica, fu sotterrata nella Comunita’ Europea del Carbone e dell’Acciaio, ben 1942 anni dopo il massacro delle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo. La UE e’ l’esperimento di pacificazione piu’ di successo nella Storia dell’Umanita’, piu’ importante perche’ piu’ complesso anche dei 6414 chilometri completamente smilitarizzati fra USA e Canada.

Ma se con quell’idea l’Europa comincia, con quella finisce (o quantomeno, si inceppa). Sara’ insomma proprio l’ingresso della ex-antagonista Serbia a sancire il completamento “europeo” della UE, proprio perche’ la Serbia e’ stata per anni il nemico da isolare e finanche bombardare.

(Un paio di incisi per chiarezza: anche l’ingresso dell’Albania nella UE e’ importante ma appare soprattutto una questione di tempo…dal punto di vista strategico, e’ come se fosse gia’ avvenuto. E gli altri “pezzi mancanti” del Continente (Svizzera, Norvegia, Islanda) sono in tutto tranne che sulla carta membri effettivi dell’Unione, di cui devono seguire quasi ogni direttiva e regolamento).

Infine, senza Serbia, anzi se la Serbia viene messa alla porta e/o si pone volontariamente in contrapposizione del sogno che fu di Spinelli, Monnet e Schuman, la UE non solo non potra’ mai essere completa, ma si trovera’ anche a spendere tempo e risorse per quella che rimarra’ una ferita interna, inutilmente aperta e che sanguinera’ alla prima occasione: altro che espansione alla Turchia, all’Ucraina, al Marocco e ad Israele!

Purtroppo pero’ quello e’ il futuro piu’ probabile. Per gli Albanesi del Kosovo, l’indipendenza e’ adesso un sogno che pensavano di aver gia’ ottenuto l’anno scorso. Per i Serbi a Pristina e Belgrado invece il mantenimento della provincia del Kosovo e’ l’ultimo bastione di dignita’ nazionale da difendere, dopo essere stati divorziati da Sloveni, Croati, Bosniaci, Macedoni e Montenegrini.

Andrebbe considerata anche la posizione dell’Albania, che naturalmente non e’ stata invitata ai negoziati ma e’ pur sempre confinante e a cui potrebbe aspirare di unirsi nel futuro un Kosovo alla cui indipendenza il Primo Ministro di Tirana Sali Berisha si e’ dichiarato favorevole (anche se il sogno della Grande Albania forse e’ morto il giorno che i rifugiati kosovari hanno potuto “apprezzare” in che stato era ridotta dopo il suicidio culturale, sociale e politico di 41 anni anni sotto Enver Hoxha; paradossalmente, il Kosovo potrebbe entrare nella UE molto prima dell’Albania).

La partita pero’ e’ fra pesci grossi. Ci sono di mezzo anche gli USA, che hanno dichiarato piu’ volte l’ntenzione di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, in aperto contrasto con la posizione filoserba della Russia, mentre la UE cerca di decidere la propria strategia all’unanimita’ e quindi pospone ogni atto concreto il piu’ possibile..

Siamo alle solite, con gli Albanesi in mano alle Potenze che se li tirano di qua e di la’: 94 anni dopo Londra 1913, non e’ cambiato niente.

E’ facile capire perche’ allo stato attuale i negoziati non siano arrivati a conclusione. Nella crisi del Kosovo la diplomazia internazionale mostra tutti i suoi limiti, colpita ancora una volta dalla “Maledizione della Ragione”: quel meccanismo per il quale la somma dei comportamenti perfettamente logici di ciascuno dei protagonisti e’ una decisione collettiva perfettamente illogica, e disastrosa.

Pensiamo al gioco delle parti che porto’ l’equilibratissima Europa di prima dell’attentato di Sarajevo nel 1914 alla autodistruttiva crisi della Prima Guerra Mondiale; oppure anche alla Guerra di Corea, che si interruppe il 27 Luglio 1953 al confine dove era iniziata il 25 Giugno 1950, con la “piccola differenza” di quattro di milioni di morti.

Per forza di cose, nessuna soluzione “logica” presentata finora puo’ soddisfare tutte le Potenze, anzi ogni “idea pratica” garantisce il perpretrare di una ingustizia: un Kosovo indipendente sarebbe la prova che degli interessi della Serbia agli USA e alla UE non potrebbe importare meno: francamente, un’umiliazione davvero di troppo e non si sa bene a quali fini. Un Kosovo provincia della Serbia vorrebbe dire invece il tradimento delle aspettative costruite in tutti questi anni, e alienerebbe i kosovari senza peraltro suscitare moti di ringraziamento a Belgrado o a Mosca.

La continuazione dello status attuale di protettorato ONU non giova invece certo allo sviluppo di un territorio che sta sviluppando dipendenza dagli aiuti internazionali, e dalle attivita’ malavitose che si finanziano con il contrabbando soprattutto di droga.

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Occorre allora un’idea nuova, irragionevole, assurda, impraticabile e proprio per quello davvero logica, ragionevole e pratica, molto piu’ che le guerre fredde e calde (e probabilmente, i morti) che altrimenti, quasi ineluttabilmente ci attendono.

Quale puo’ essere quell’idea? Offrire l’indipendenza a un Kosovo leggermente piu’ piccolo, secondo le linee etniche di prima del 1999, con conseguente cessione dei territori a maggioranza Serba alla Serbia?

Implementare una unione doganale Serbia/Kosovo/Albania che semplificherebbe le loro trattative di accesso alla UE e renderebbe in un solo colpo obsoleto il problema dell’indipendenza del Kosovo?

Offrire la libera circolazione delle persone fra Serbia e Kosovo indipendente, con generosi aiuti per i Serbi che volessero rientrare in patria? Dimenticare l’indipendenza in favore di una separazione federale a base etnica “a macchia di leopardo”? Garantire alla Serbia l’ingresso immediato nella UE una volta varata la legislazione necessaria, e comunque non dopo Croazia e Turchia? Riammettere Belgrado nel consesso delle nazioni senza la sfiducia passata e indipendentemente dalla situazione con i criminali di guerra? Compensare almeno le vittime serbe civili del 1999?

Nessuna di quelle domande ha una risposta facile: anzi, potrebbero essere tutti e solo Sogni. D’altronde, cosa hanno da offrire le Potenze, se non incubi?

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ADDENDUM DEL 8 NOVEMBRE: Segnalo il blog di Roberto Spagnoli sull’argomento Kosovo

90 Anni Dopo Il Proprio Suicidio, l’Europa Deve Scegliere

(pubblicato su Notizie Radicali del 4 Luglio 2007)

Fra un summit UE e l’altro, e’ facile perdere di vista quanto i problemi da affrontare siano ben piu’ importanti che in passato.

Essendosi espansa a includere i Paesi precedentemente dietro la cortina di ferro, la UE deve infatti trovare un modo per funzionare malgrado i suoi Stati membri vivano in periodi storici differenti.

Chiamatela quindi “Costituzione”, chiamatelo “Trattato”, chiamatelo “Paperino” ma un nuovo insieme di regole e’ necessario per una prospettiva futura invece che un’implosione. E definirlo compiutamente non sara’ semplice.

Il vecchio nucleo occidentale e’ parecchio in avanti rispetto ai nuovi membri orientali, riguardo alla convivenza di interessi nazionali in una Unione di molti Stati. Non che i Polacchi o i Cechi siano lenti di comprendonio: il fatto e’ che dopo aver messo sotto ghiaccio il loro sviluppo nazionale sotto la dominazione sovietica, e’ per essi fin troppo naturale rimettere sul tappeto questioni storiche e di difesa strategica che potrebbero apparire a noi reliquie da seconda guerra mondiale.

E infatti e purtroppo, quelle sono esattamente le domande che non possono interessare alle loro controparti occidentali. Poiche’ per questi ultimi, per noi, la Storia e’ nel migliore dei casi un fastidio.

L’Europa e la cultura europea si sono suicidate quasi esattamente 90 anni fa, piu’ o meno nei giorni della grande, inutile strage della battaglia della Somme.

Tutti gli imperi che iniziarono baldanzosi la Prima Guerra Mondiale furono danneggiati irreparabilmente entro tre anni ed in tutti i Paesi partecipanti soltanto i nazionalisti piu’ biechi non provarono orrore di fronte alla carneficina superflua. A complicare la situazione, milioni erano andati a combattere ispirati da un patriottismo entusiastico, aromatizzato spesso da riferimenti religiosi. E questo in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Russia, in Italia, dappertutto seguendo modelli molto simili: hanno marciato contenti di uccidersi l’un l’altro, apparentemente ignari delle loro straordinarie somiglianze.

Gli Europei hanno continuato a pugnalare se stessi per altri 30 anni: forse una conseguenza ovvia, con il senno di poi, perche’ la loro guerra non poteva concludersi, vista la sostanziale equivalenza sociale, culturale, economica e storica dei combattenti, che in un suicidio totale, dei corpi e della cultura.

Gli USA entrarono ufficialmente in guerra il 2 aprile 1917. Quel giorno per l’Europa, direbbe Hemingway, suono’ a lutto la campana .

Saltiamo velocemente al 1947. Decisi a distruggersi, gli Europei erano riusciti a completare la Grande Guerra con una Seconda e ancora piu’ grande. Un enorme pezzo di continente fu allora consegnato dalla Storia a quell’esperimento guasto chiamato Comunismo Sovietico.

Un altro grande pezzo, a Ovest, decise invece di rinunciare alla memoria, e far finalmente riposare i suoi fantasmi. Basta nazionalismo violento, basta con il desiderio di schiacciare il vicino, basta con le discussioni su come riparare questo o quel torto storico e quindi, avanti a a tutto vapore con un’Unione di Stati sovrani, abbandonando per strada la religione e altre vecchie abitudini (dal “padre padrone” a “il posto della donna e’ in cucina”).

Alcuni la chiamano “modernita'”. Sessanta anni piu’ tardi, il processo e’ quasi completo.

Non esiste aspetto della vita europea (occidentale) contemporanea che non sia stato influenzato dalla modernita’. Il rinnovamento artistico degli anni ’20 ha generato una varietà incredibile di movimenti. La religione e’ in declino, particolarmente la religione organizzata. E’ diventato perfettamente normale praticare l’omosessualità e allevare bambini senza madre o padre, cose considerate devianti non piu ‘ di 30 anni fa.

E’ irragionevole immaginare i pronipoti di chi fu mandato a morire sulla Marna o a Caporetto, accettare le iniziative dei loro governi senza molto scetticismo.

Ma quella non e’ l’esperienza altrove sul continente . Per esempio la “liberazione” delle donne occidentali e’ riconducibile direttamente alla necessita’ di far funzionare l’economia anche se gli uomini erano al fronte. In paesi comunisti invece, il desiderio di “liberare” uomini e donne e’ stato storpiato sinonimo di trasformare i cittadini in Servi dello Stato.

L’esperienza in Medio Oriente e’ ancora piu’ diversa. Chissa’, forse senza Prima Guerra Mondiale ci sarebbe ancora adesso da lottare per il suffragio universale e femminile… nelle democrazie liberali! (Gli USA, naturalmente, sono un soggetto a parte).

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E così il nuovo gruppo di Paesi orientali non può semplicemente entrare nell’Unione Europea senza urla, calci e pugni: particolarmente, la Polonia, un antico impero dal Baltico al Mar Nero, smembrato e spostato con forza verso ovest dai potenti vicini.

I negoziati sempre in corso saranno fruttuosi? Speriamo ci si ricordi, che i fallimenti scompaiono dalla memoria. Speriamo invece che venga lasciato un segno nella storia. Immaginiamo la Germania riconoscere il diverso percorso storico della Polonia, per esempio, riuscire poi a convincere Varsavia a transformarsi in traino dell’Unione: chiudendo finalmente 13 secoli di inimicizia.

Se la UE riuscira’ davvero ad accomodare in maniera razionale tanti Paesi con una tal varieta’ di esperienze, desideri e preoccupazioni, sara’ pronta per un’espansione ulteriore: Turchia, Ucraina, Israele, Marocco, Tunisia… e perche’ no? Trasformandosi in una specie di nuove, spontanee Nazioni Unite , l’Unione diventera’ allora il primo regalo all’Umanità da parte di un’Europa risorta piu’ pacifica.

Immigrazione: L’Incapacita’ Europea

Il famoso commentatore del Boston Globe HDS Greenway lascia come esercizio per il lettore il completamento del suo ragionare sulle attitudini europee riguardo l’integrazione degli immigrati (”Europe’s integration problems“, “I problemi di integrazione dell’Europa“, International Herald Tribune, 4 Maggio).

Che vorrebbe dire se gli Europei accettassero “che la loro e’ una societa’ di immigranti cosi’ come l’America e’ sempre stata“?

In quella circostanza (comunque altamente improbabile), gli Europei riconoscerebbero pubblicamente che nessuna nazione proviene da un’unica tradizione, e che per secoli gli immigrati hanno positivamente aggiunto alle culture delle loro nazioni di nuova residenza.

Sarebbe davvero il momento che le societa’ europee abbandonassero finalmente il loro complesso di superiorita’ per permettere agli immigrati di contribuire culturalmente e socialmente cosi’ come economicamente.

Per sfortuna pero’, niente del genere e’ permesso nei due “modi di integrazione” prevalenti, l'”assimilazione totale” alla francese o la “conservazione delle diversita’” alla britannica. E quindi non si parla neanche di Marocchini-Francesi o Indiani-Britannici mentre invece e’ comunissimo riferire di Irlandesi-Americani e Italo-Americani.

Anche il Presidente francese Sarkozy non e’ e non puo’ essere Ungaro-Francese….egli e’, e deve essere, semplicemente Francese.

Altrimenti la sua societa’ stessa lo rifiuterebbe.

Viva il Papa

Benedetto XVI l’ha detto…non al 1,000 per mille, ma l’ha detto!

“il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi [ha spiegato] che la Santa Sede non ha il potere ‘nè il compito specifico, politico, di intervenire sull’ingresso nell’Ue poichè non le compete, tuttavia vede positivamente e incoraggia il cammino di dialogo e di avvicinamento e di inserimento in Europa della Turchia, sulla base di valori e principi comuni‘”

L’Unione Europea morira’ se terra’ pregiudizialmente fuori la Turchia. Speriamo che oltre al Papa, molti altri si ravvedano presto

L’Iran e la nostra propaganda

(Lettere spedita a Notizie Radicali)

Cara Redazione

Piu’ che “approfondimento giornalistico”, l’articolo “Iran ed Hezbollah, grazie alla Russia, mettono in stallo l’ONU” (Matteo Mecacci, NR, 13 novembre) mi sembra un comunicato stampa stilato dal Segretario di Stato USA o dal Foreign Secretary britannico

In particolare la fraseologia associante “Iran” a “regime”

Se e’ vero che la democrazia della Repubblica Islamica e’ men che perfetta (e quale lo e’?), sarebbe lecito aspettarsi considerazioni meno sbrigative per un “approfondimento”: considerando, per esempio, che la partecipazione popolare alle elezioni non e’ trascurabile, cosa ben diversa dalle dittature in Medio Oriente e altrove; e che il potere effettivo del vocifero Presidente non e’ certo paragonabile a quello dei suoi corrispettivi in America o in Francia

Trovo anche semplicistico il riferimento alla “comunita’ internazionale” che dovrebbe respingere “in modo unito il suo [Iraniano] tentativo di acquisire armi nucleari”

La situazione e’ ben piu’ complessa: i cinque Big del club nucleare non sanno spiegare perche’ non possano fare a meno delle loro armi (specialmente, la Gran Bretagna e la Francia); e’ ormai un fatto storico che chi fa esplodere la Bomba puo’ aspettarsi un trattamento di riguardo (Pakistan, North Korea) mentre chi non ce la fa, e’ letteralmente condannato alla forca (Iraq); l’Iran fa ancora parte del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare; Mohamed ElBaradei, famoso capo dell’Ente Internazionale per l’Energia Atomica e Premio Nobel per la Pace 2005, ha confermato all’inizio del 2006 che non ci sono prove che Teheran abbia devoluto alcuno sforzo alla costruzione di armi nucleari; etc etc

L’Iran, checche’ ne dica il Presidente Ahmadinejad, non ha mai attaccato nessuno per vari secoli: difficile pensare che lo faccia proprio adesso rischiando l’obliterazione. 

D’altronde, le continue interferenze britanniche ed americane negli ultimi decenni, e le minacce mai smentite di imminenti attacchi ed invasioni da parte americana e israeliana non possono che spingere i dirigenti iraniani verso la Bomba (o anche solo la Minaccia di Costruire la Bomba) come soluzione difensiva di straordinaria efficacia

Riuscira’ l’ONU ad andare al di la’ delle pulsioni interne del momento dei Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza, per costruire una pace vera ed effettiva fra l’Iran e gli Stati Uniti, basata prima di tutto sul ripudio e la prevenzione dell’aggressione armata come strumento di risoluzione dei conflitti? Lo spero fortemente, e ne dubito con analoga forza

Ma se pure un minimo di speranza ci rimane, cerchiamo di non ucciderla noi stessi diventando cassa di risonanza per considerazioni troppo semplici e di parte Per ulteriori approfondimenti, rimando a due articoli di Christopher de Bellaigue sulla New York Review of Books: “Iran and the Bomb“, 27 Aprile; e “Defiant Iran“, 2 Novembre 2006

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Sull’argomento mi e’ stata pubblicata l’immancabile lettera sull’IHT (29 Gennaio 2006):

C’e’ una ipocrisia occidentale non menzionata da Philip Bowring nel suo articolo ‘Chi ha paura dell’Iran grosso e cattivo?’ (IHT, 19 Gennaio). Nazioni come la Francia e la Gran Bretagna hanno i loro arsenali nucleari, e nessuna intenzione di abbandonarli nel prossimo futuro. Come possono proprio esse, fra tutte le Nazioni, predicare agli altri di rimanere senza armi atomiche? Perche’ il Primo Ministro Blair e il Presidente Chirac non mostrano a tutti la strada maestra eliminando prima di tutto le loro capacita’ nucleari?

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ADDENDUM

Ecco le mie risposte a un paio di commenti a quanto sopra sul Gruppo Yahoo “radicali-toscana“:

L’Iran, come Israele e l’Uganda, e’ un po’ il mio pallino in tema di relazioni internazionali

[...] La tradizione democratica iraniana precede la rivoluzione islamica, con la quale e’ vero che si e’ stabilita una teocrazia (o meglio, una clero-crazia) che ha fra l’altro rotto l’antico tabu’ che voleva i mullah fuori dalla politica: ma la quale teocrazia non puo’ fare a meno del chiamare i cittadini al voto

Non e’ quindi solo la solita dittatura alla europea anni Venti, basata sul consenso implicito delle masse. Ed e’ molto piu’ aperta e dinamica della commedia egiziana

Com’e’ simile, e com’e’ diversa, la situazione iraniana con quella vietnamita: nell’una il movimento di liberazione nazionale ha dovuto vendersi ai preti, nell’altra ai comunisti. Pero’ ad Hanoi si vota poco

Insomma, a voler considerare la societa’ iraniana come tuttora sofferente del trauma del colpo di stato CIA-Shah contro il democraticissimo Mossadeq, e’ probabilmente naturalissimo aspettarsi questo stato presente di “democrazia sospesa” che chiede la protezione divina per difendere la Nazione

[...] Finanzia, rifornisce: ma [l'Iran] non ha mai appoggiato “in pubblico”. Hanno anche organizzato la farsa delle Brigate Suicide, volatilizzatesi quando c’era da inviarle davvero in Libano. Sembrano gli aiuti USA ai “movimenti democratici” di tutto il mondo: tante e soprattutto chiacchiere

[...] io invito all’approfondimento ulteriore [...] E critiche non ne risparmio mai a quel semi-idiota religioso di Ahmadinejad (curiosissimo caso di Vita Parallela con tal Dubya?)

[...] Insomma, il dipingere l’Iran a tinte fosche utilizzando un modo di parlare tipico dell’Amministrazion e USA, se non e’ propaganda, ne e’ vittima sicuramente

[...] La legittimita’ [dell'ONU] e’ stata per decenni quella del piu’ forte e dell’equilibrio delle superpotenze. Gli altri si sono adeguati, difficile che possano sgattaiolare via adesso.

Non e’ pero’ un caso che le riforme dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza non siano piu’ abortite sul nascere: non e’ solo il Clown di Caracas ad accorgersi che non si possa andare avanti secondo antiche logiche. Se il CDS pensa di mettere quattro sanzioni contro l’Iran e poi di “vincere le menti e i cuori” o fare come se nulla fosse, allora stanno freschi

[...] se ad indicare Teheran sono le potenze nucleari degli USA (che hanno invaso dalla Guerra Messicana del 1848 in avanti chi e’ loro parso e piaciuto, e non hanno ancora finito); del Regno Unito (detentore del
record mondiale di “partecipazione a guerre” probabilmente in qualsiasi periodo degli ultimi due secoli); e della Francia (che si tiene ancora stretta gran parte dell’Africa, ha supportato il genocidio rwandese, e
non ha la Legione Straniera per giocare a boccette)… allora permettimi di dire che la “minaccia iraniana”, piu’ che la Luna, sembra un piccolo asteroide! E quel dito [...] sembra troppo sporco per fare da accusatore

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[...] e’ troppo diffuso il desiderio di cancellare le nostre marachelle.

Io lo vedo come la storia della pagliuzza e della trave. La trave e’ nei “nostri” occhi e mi occupo di quella. Sono occidentale, liberale, italiano, europeo, cristiano

Fossi stato Iraniano, probabilmente “tuonerei” (in modalita’ differente, immagino) contro i pretunzoli sciiti al potere

[...] e’ chiaro che [quella iraniana] e’ una “democrazia” diversa. Loro non hanno avuto la mattanza collettiva della Prima Guerra Mondiale, a noi nessuno ci ha silurato il Primo Ministro con i Servizi Segreti. Loro sono una minoranza religiosa, noi la sede della Caput Mundi. etc etc etc

Non ricadiamo per favore nei soliti discorsi da “trapianto della democrazia”. Il modo di fare politica dipende dalla societa’, e dalla storia locale. I diritti umani fondamentali, no. Infatti esiste una Dichiarazione di quelli, ma non di quella

[...] il problema non e’ affatto se “il mondo” e’ piu’ sicuro: il problema e’ che “l’Iran” e’ piu’ sicuro

E quindi, vista la storia alle spalle, e’ logico che perseguano una certa strada

Se vogliamo fermarli, dobbiamo rispondere alle loro esigenze primarie di sicurezza. Esigenze che [continuiamo a ribadire] noi per le nostre societa’ e nazioni

Altrimenti, perdiamo tempo e/o prepariamo una guerra che non fara’ che confermare la bonta’ strategica dell’atomica iraniana…dal punto di vista degli Iraniani

[...] Il primum movens non e’ ne’ eliminare Israele, ne’ invadere l’Arabia Saudita. Lo sanno anche i pulcini che l’atomica non e’ un’arma d’attacco, ma di difesa

[... gli europei] gigioneggiano pregando che arrivi il Deus-Ex-Machina

[...] l’Iraq e’ stato invaso perche’ NON poteva nuocere. E’ cosi’ chiaro, non farmelo spiegare troppo…

Evviva il Sogno Europeo

E’ incoraggiare vedere che ci sono ancora politici coraggiosi abbastanza da uscire fuori dal coro, come il Ministro degli Esteri svedese Carl Bildt quando esprima la semplice, innominabile verità che l’espansione dell’Unione Europea ne e’ linfa vitale (“Spalanchiamo le Porte dell’Europa”, IHT, 7 novembre)

Ispirati da un’occasione storica di pace (o più probabilmente, senza accorgersene), i leader della UE hanno costruito per 40+ anni una Comunità di Stati forse come nessun’altra: qualcosa come una miscela fra un Club Onorifico, accessibile solo dopo duri esami sui diritti civili, sulle infrastrutture e sulla lotta contro la corruzione; e una versione pacifica dell’Impero Romano, costante faro-guida per le genti di oltre confine perche’ partecipino dei benefici della libera circolazione di merci e popolazioni

E propio come l’Impero Romano, l’Unione Europea comincera’ a morire il giorno che decidera’ di essersi espansa abbastanza e non di non poter continuare oltre

Soltanto la mancanza di politici quali il sig. Bildt potrebbe impedire all’UE come Associazione di Stati di muoversi oltre la definizione arbitraria di che cosa sia l’Europa continentale, per abbracciare tutte le nazioni asiatiche ed africane capaci di “ottenere i gradi” (a parte, forse, i gia’ giganteschi Russia, Cina, USA)

Che possa quello essere il nostro futuro: e non la lamentosa, incartapecorita UE di quelli troppo impauriti continuare il sogno europeo

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ADDENDUM

Questo testo e’ stato pubblicato in forma di lettera (in inglese) sull’International Herald Tribune del 10 Novembre 2006

Eichmann Sei Miliardi

Non molto tempo fa ho scritto un blog circa le nubi che sembrano addensarsi in preparazione di un Olocausto Islamico, specie in Europa: “Un Futuro Olocausto dei Musulmani? Lettera al programma ‘Any Question della BBC” (11-Feb-06 1:56pm):

La reazione occidentale alle polemiche su quegli idioti fumetti danesi e’ ruotata [...] intorno al sottolineare la ” superiorita’” di una cultura occidentale [...] che non fa distinzione fra milioni e milioni di musulmani pacifici e una manciata di contestatori violenti [...]

Alla “Superiore Civilta’ Occidentale ” (particolarmente quella europea) e’ alieno il concetto del rispetto, o persino del convivere con una minoranza “estranea”. Guardiamo a cosa e’ accaduto agli Amerindi, e agli Aborigeni in Australia. Pensiamo a cosa e’ accaduto agli Ebrei [...]

Visto che i “servizi di sicurezza” sono occupati a imprigionare gente per crimini come “religione errata”, “barba errata” (e persino “perossido di idrogeno errato”), la mia previsione rimane incertamente pessimista.

Puo’ sembrare un’esagerazione: mi e’ stato detto che la Civilta’ Occidentale ha fatto molta strada dal 1930, che adesso comanda definitivamente la Legge, che i Diritti dell’Uomo sono incastonati in troppe leggi e costituzioni per essere dimenticati.

Forse. Ma chi fra i nostri antenati che festeggiavano l’avvento del XX secolo avrebbe mai creduto che il mondo era sull’orlo di inventare il genocidio su scala industriale? Chi avrebbe potuto immaginarsi Auschwitz nella Germania di Bertold Brecht e Karl Valentin?

Chi avrebbe mai previsto che la Sarajevo delle Olimpiadi Invernali del 1984 si sarebbe trasformata in un territorio di guerra e massacri a malapena 8 (otto) anni dopo?

Naturalmente, noi siamo migliori dei nostri antenati. Naturalmente possiamo imparare dalla loro esperienza. Peccato che cio’ sia esattamente cosa avrebbero detto di se stessi.

Naturalmente siamo migliori dei Tedeschi nel 1930-1940, o degli Jugoslavi del 1992, o dei Rwandesi del 1994. Peccato che il fingerci migliori degli altri, sia un atto fondamentalmente anti-Cristiano, e quindi un tradimento di cio’ che di buono e’ stato prodotto dalla “Civilta’ Occidentale”

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In verita’, ci siamo impegnati ad uccidere i nostri propri concittadini da troppi secoli per credere seriamente che adesso la situazione sia davvero diversa. Che cosa allora puo’ aiutarci ad impedire un ritorno alla nostra vecchia sete di morte per amici e nemici?

(1) Riconosciamo che non va tutto bene: e cio’ che non va bene, e’ dentro di noi come individui.

Non c’e’ bisogno di credere alle mie parole: sentiamo cosa scrive David Cesarani circa la natura ordinaria della malvagita’ (“Diventando Eichmann: Ripensando la Vita, i Crimini e le Prove contro, un ‘Assassino da Scrivania’“, recensito da Barry Gewen sul New York Times, 12 maggio 2006 in “Un ritratto di Eichmann come Uomo Ordinario“)

Nelle circostanze giuste, gente normalissima commettera’ omicidi efferati, dice [Cesarani] e le circostanze della nostra epoca – con relativi razzismo, pulizia etnica, suicide bombers e genocidi – non promettono niente di buono. “Eichmann appare sempre più come un uomo dei nostri tempi,” conclude. “L’Uomo Comune e’ Genocida.”

E’ importante notare che Adolf Eichmann, il criminale di guerra Nazista processato e impiccato in Israele nel 1961, non era un rabbioso anti-semita

In Austria, Eichmann ha avuto amici Ebrei, ha lavorato per Ebrei [...] ha avuto parenti Ebrei dal matrimonio [...] Non era anti-Semitismo quello che ha condotto Eichmann nel Nazismo [...] La svolta e’ avvenuta dopo il 1941, quando dall’emigrazione forzata si e’ passati al genocidio. Sotto la pressione delle sue nuove funzioni, Eichmann cambio’.

(2) Ricordiamoci sempre che i nostri ideali in politica sono tanto piu’ rovinosi, quanto più meravigliosi sembrano sulla carta (e nella mente)

Un bell’esempio e’ fornito dal filosofo francese BHL (da un’intervista con Tunku Varadarajan sul Wall Street Journal, 23 gennaio 2006):

Quando l’Hegel dei tempi moderni scrivera’ la nostra Storia, dira’ che l’evento cruciale e’ stata la Cambogia […] Fino alla Cambogia tutti i rivoluzionari del mondo hanno creduto che la rivoluzione falliva perche’ non cambiava abbastanza, perche’ non era abbastanza radicale […] e poi, accade per la prima nella storia una rivoluzione assolutamente radicale [in Cambogia con Pol Pot] e che cosa scopriamo? Anziche’ il paradiso, la rivoluzione procura l’inferno totale.

Non per caso, sono dovuti passare anni prima che i crimini dei Khmer Rossi fossero completamente riconosciuti da molti partiti di sinistra, cosi’ come l’enorme numero di contadini cinesi morti durante il “Grande Balzo in Avanti” alla fine degli anni ‘50 non ha impedito a vari intellettuali “progressisti” di sostenere il Presidente Mao fino alla sua morte, e oltre.

(3) Rifiutiamo e rinneghiamo qualsiasi discorso di noi-contro-di-loro e tutte le forme di propaganda politica che capitalizzano sulla divisione, incluso ogni minimo suggerimento di avversione verso un gruppo di persone

Continua BHL nella stessa intervista:

Siamo impigliati in una guerra contro il terrorismo, ma la guerra e’ politica, non religiosa, non fra le Civilta’… e’ un suicidio dire che questa e’ una guerra fra Civilta’, perche’ se e’ tale, e’ una guerra infinita, blocco contro blocco. Se dite ‘guerra politica’ fate una scommessa sul risultato

(4) Manteniamo sotto controllo le societa’ e le culture cui ciascuno di noi appartiene, invece di pontificare su che cosa e’ errato in altre societa’ ed in altre culture

Se per esempio credete che sia vostro dovere “difendere la Civilta’ Occidentale” allora e’ vostro dovere capire e mettere in pratica il vecchio detto circa le pagliuzze, gli occhi e le travi. Altrimenti, state denunciando e tradendo la radice profonda della vostra stessa “causa”

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Gewen conclude il suo commento in una speranzosa disperazione, citando Hanna Arendt, che scrisse parecchi articoli per il New Yorker ai tempi del processo Eichmann e un libro, “Eichmann sotto Processo a Gerusalemme

Arendt era ostinatamente universalista. La sua analisi di Eichmann volgeva alla responsabilita’ specifica della persona, a un’insistenza sulla necessita’ di esercitare costantemente la scelta personale, rispetto a quanto la societa’ potrebbe dettare. E’ un invito eticamente freddo, severo come se venisse da Kant, ed e’ così difficile da implementare da avere una qualita’ quasi inumana. Chi fra noi puo’ praticare l’incessante consapevolezza morale che tale atteggiamento richiede?

Difficile, freddo: ma dobbiamo almento tentare di raggiungere quell’obiettivo.

Vigiliamo allora, altrimenti torneremo nuovamente ad essere tanti Eichmann.

Basto’ un lustro per trasformare il fallito partito di Hitler in un’organizzazione che convinse migliaia a diventare assassini totali. Nell’eta’ di Internet potra’ ben occorrere molto meno tempo per arrivare allo stesso risultato.

Buonaparte non e’ venuto qui

E se il nostro rapporto con la Unione Europea dipendesse dalle azioni del piu' famoso Corso della Storia?

Prendiamo ad esempio…il Regno Unito! Ma come, diranno i miei due lettori, lo sanno tutti che l’Imperatore di Francia non riusci’ mai a traversare la Manica, quei 40 chilometri di mare avevano visto trionfare Giulio Cesare, Claudio Augusto e Guglielmo il Conquistatore, ma sui quali il Vincitore di Austerlitz non ebbe fortuna, ne’ con la flotta (sbaragliata a Trafalgar dall'Ammiraglio Nelson poco piu’ di 200 anni fa), e neanche con un azzardato tunnel dalla zona di Calais.

Ma e’ proprio questo il punto: Inglesi (e Gallesi, e Scozzesi) non hanno subito l’invasione del Tricolore francese, e quindi non hanno fatto esperienza di alcuni cambiamenti importantissimi, “dettagli” ormai insiti nella cultura e nella societa’ degli altri Paesi dell’Unione Europea, intorno all’anno 1800 erano quasi tutti vassalli o sudditi di Parigi al contrario della Gran Bretagna,.

Tanti degli scontri e delle incomprensioni fra le nazioni britanniche e il resto dell’Europa possono quindi essere considerati conseguenze…della Presa della Bastiglia (dando fra l’altro ragione al Presidente Cinese Mao, che alla domanda “Qual’e’ stato l’impatto della Rivoluzione Francese del 1789?” rispose nel 1950 con una battuta “E’ passato ancora troppo poco tempo per saperlo”)

Alcune differenze fra la Gran Bretagna e il Continente sono ben note e palesi: per esempio, Napoleone impose che i cimiteri venissero trasferiti fuori citta’, mentre non e’ raro vedere a Londra dei camposanti annessi alle Chiese, usati fino a pochi decenni fa. Ma cio’ che aveva dato impeto alle grandi battaglie dopo la fine violenta del Regno di Luigi XVI, era qualcosa di piu’ significativo che semplici decisioni amministrative di igiene pubblica.

Il popolo e le elite francesi volevano esportare i principi della Rivoluzione: Liberta’, Uguaglianza e Fraternita’. Si tratta di tre concetti straordinariamente nuovi e davvero…rivoluzionari per un’Europa allora (e forse anche tuttora) rigidamente suddivisa in Stati sovrani dediti principalmente a fare i propri interessi, o meglio quelli delle rispettive classi dirigenti . L’avanzata delle armate francesi in Germania, Spagna, Italia e oltre semino’ i tre principi rivoluzionari nelle coscienze popolari di tutti i territori coinvolti. Gli eserciti transalpini e le amministrazioni che li seguivano avevano come scopo dichiarato il liberare i “fratelli”, vale a dire le nazioni vicine, e per riorganizzarle intorno all’idea che tutti i Cittadini hanno gli stessi diritti, e sono uguali di fronte alla Legge.

L’idea stessa di un’Unione Europea deve molto a questo concetto di Fraternita’ Militante fra i popoli (un atteggiamento curiosamente detestato, al giorno d’oggi, quando e’ rimasto un ideale principalmente americano). Di piu’: nel suo impeto di distruzione dell’Ancien Regime la Francia permise all’epoca l’ascesa al comando generale delle truppe, poi a quello della nazione e infine addirittura al Trono Imperiale, di una persona quasi rappresentante di quanto di piu’ lontano si potesse immaginare dalle vecchie elite borboniche. Di origine italiana, privo di parentele con l’alta nobilta’, e senza una robusta eredita’ e/o potenti interessi commerciali, Napoleone proveniva da un territorio come la Corsica, acquisito da poco, lontano dal centro e per questo a dir poco riottoso.

Insomma i vincitori Francesi, ad un certo padroni d’Europa, liberatori potentissimi ed invincibili (a parte le isole britanniche e poco piu’), mostrarono a tutti i popoli del continente che ne’ la casata, ne’ il commercio, ne’ il denaro, ne’ le origini e neanche l’accento erano necessari per poter entrare nelle “stanze dei bottoni”. Invece non c’e’ traccia nella storia (e quindi nella societa’ del Regno Unito) della possibilita’ che una rivoluzione popolare possa cambiare una nazione e sovvertire gli strati sociali prestabiliti, e che una persona “qualunque” per quanto eccezionale come il Bonaparte, possa prendere il controllo dell’autorita’. E qualunque Primo Ministro deve far bene attenzione a non parlare se non con un accento pulito (ed elitario).

Sommosse popolari, naturalmente, sono accadute anche a Londra e dintorni, e sono tutte fallite. La piu’ seria, nel 1381, quando migliaia di contadini marciarono sulla Capitale, solo per vedere le promesse del giovane re rinnegate dopo pochi istanti (e i loro capipopolo, giustiziati). L’unica Rivoluzione di successo e’ stata quella che porto’ nel 1646 al potere il nobiluomo Oliver Cromwell, che governo’ rifutando di farsi proclamare sovrano (altro che Napoleone, il quale invito’ il Papa volente o nolente a Parigi, e poi si incorono’ da solo).

Pensiamo invece alla filoeuropeista Irlanda, dove Bonaparte non arrivo’ ma che si rese indipendente dal Regno Unito all’inizio del XX secolo proprio con una insurrezione. Non e’ impossibile quindi stabilire un trait-d’union fra l’assenza di rivoluzioni popolari di successo, e l’apparente riluttanza, particolarita’, finanche ambivalenza britannica verso l’Unione Europea. Ricordiamo la borsetta agitata dalla ferrea Thatcher, e l’impopolarita’ dell’Euro nello stesso Governo Blair.

Le conseguenze non sono difficili da immaginare. Priva anche dell’esempio franco-napoleonico, la popolazione britannica e’ divenuta refrattaria a qualunque accenno di possibile rivoluzione, e ha conservato un fortissimo senso dell’Autorita’. In quale altro stato moderno potremmo trovare i cittadini definiti ufficialmente “sudditi” della Regina? E con tutte le guerre e i rivolgimenti del XIX e XX secolo, dove altro e’ il “comando” saldamente in mano dell’Establishment, l’Autorita’ Costituita, classi dirigenti, i cosiddetti “The Great and the Good” (Grandi e Bravi), un misto di nobilta’ ereditaria e mercantile ininterrottamente al potere almeno dall’epoca di Guglielmo d’Orange (a capo della “Rivoluzione” del 1688, dietro invito un gruppo di nobili inglesi)?

Come prova, guardiamo ai leader dei maggiori partiti politici degli ultimi tre secoli. Non tutti, ovviamente, di alto lignaggio o di famiglia ricca e potente, ma ognuno di essi saldamente parte dell’Establishment, anche coloro apparentemente ai margini, come quella Thatcher, in teoria un’outsider donna fra tantissimi uomini, e che invece dedico’ i suoi Governi a ristabilire una certa idea di societa’ britannica (centrata non per caso sulla sua persona), e non per fondare un “ordine nuovo”.

La tradizione dell’Autorita’ si rinnova continuamente, e non solo con il cambiare di Sovrani e Primi Ministri, anche negli aspetti apparentemente piu’ democratici. Per esempio, la definizione dei piani di implementazione delle politiche governative, processo teoricamente aperto alle opinioni di tutti i sudditi, e’ cosi’ misteriosa ed improntata al consenso da non poter risultare che in annacquati progetti difficilmente volti a stravolgere lo status quo.

Inoltre, e’ tuttora comune che venga favorito un approccio alla vita caratterizzato dallo stiff upper lip. Si tratta di un’espressione difficilmente traducibile: pensiamo a una persona che non riveli sentimenti ed emozioni, e la cui bocca non tradisca quindi mai ne’ gioia ne’ nervosismo: le cui passioni, e le cui rabbie quindi, rimangano nascoste, affinche’ il quieto vivere domandato dalla Societa’ non venga disturbato. Di conseguenza, il cittadino medio britannico e’ educato a non lamentarsi mai in maniera efficace. Magari parlera’ male della qualita’ dei treni, pero’ niente piu’, stoicamente deciso a sopportare antiquati treni da Far West o carrozze finto-moderne che altrove in Europa sarebbero gia’ vecchie di venti anni.

Una situazione simile e opposta a quanto succede nel Sistema Sanitario Nazionale, dove si sperimenta quello che probabilmente si cerchera’ ahime’ di esportare un po’ ovunque entro il decennio. Al posto dei medici, in fase diagnostica vengono infatti utilizzati infermieri specializzati istruiti a seguire rigidi criteri basati sui sintomi riportati, invece che ad analizzare il paziente in modo attento e completo. Gli “utenti”, ligi al dovere, accettano la situazione come una necessita’, come ignari del fatto che le vessazioni di oggi diventeranno la routine di domani. Dal loro canto, gli amministratori delle strutture di medicina di base, possono escogitare nuovi sistemi per risparmiare sulle spese, senza preoccuparsi troppo della sempre peggiore qualita’ del servizio.

La burocrazia britannica e’ infatti particolarmente rigida e inamovibile, fredda e impersonale, come si addice appunto a una nazione comandata dall’alto. Il 2006 si e’ aperto con il caso di una coppia di anziani separati loro malgrado dagli assistenti sociali, lui veterano della Seconda Guerra Mondiale, lei cieca. Al marito e’ stato ordinato dal medico curante di andare in una casa di riposo, alla moglie e’ stato proibito, perche’ certi oscuri criteri stabiliti dalle amministrazioni locali sono soddisfatti dalla situazione dell’uno, ma non dell’altra. Tutte le persone coinvolte si trovano quindi in una situazione che potrebbe sembrarci paradossale, e che purtroppo ha una sua logica riconducibile ancora al “Senso dell’Autorita’”.

Il marito e’ in un ospizio suo malgrado, ma non pensa di tornare a casa perche’ gli e’ stato proibito dal medico. La moglie e’ accudita dalla sua famiglia ma si sente ovviamente molto sola. Fosse stato per lei, pero’, la storia sarebbe potuta finire li’, visto che a ribellarsi a certe decisioni sono stati i figli, che pero’ lasciano il padre dov’e’ e non ci pensano neanche a riunire i genitori in una casa di riposo privata, o a prendere una badante, “proteste” molto piu’ efficaci di una lettera o visita all’autorita’ costituita. Gli assistenti sociali, invece di far vivere meglio i cittadini, si sono resi responsabili di una grave e palese ingiustizia che ha rovinato la vita di due anziani innocenti, una dei quali non vedente. Ma neanche loro possono farci niente: per chi le deve applicare, alle regole non c’e’ alternativa. Qualunque interpretazione personale sarebbe interpretata come insubordinazione e la carriera del “colpevole” terminata all’istante. Dulcis in fundo, non esiste nessun canale ufficiale per chiedere deroghe ai regolamenti in casi eccezionali.

Insomma, in una struttura dirigista, ferrea, piramidale e congelata, l’assistente sociale, come qualunque altro rappresentate dello Stato o di una organizzazione, e’ solamente un messaggero, un tramite fra le regole da servire e riverire e il suddito che ci si deve abituare. Il cittadino che non lo volesse fare, o l’assistente sociale che volesse aiutare i suoi utenti, rischiano il loro benessere e la pace loro e quella delle loro famiglie.

Anche grazie al disastro di Trafalgar, e alla disfatta di Waterloo, il pensare altrimenti e’ imprescindibilmente legato in Gran Bretagna all’idea dell’Europa, e quindi del caos, delle guerre, dei potenziali invasori, dei Nemici. Al singolo, senza appoggi fra le alte sfere, rimane solo uno sterile ribellarsi, curiosamente concentrato nella sfera privata. E infatti ai rivoltosi del 1968 in Francia, Italia e Germania corrisposero i ribelli degli anni ’60 inglesi: le bande di ragazzi descritte nel famoso film Quadrophenia, pronti a picchiarsi con la Polizia, ma assolutamente privi di qualunque connotato politico e senza alcuna intenzione di cambiare la societa’.

Al giorno d’oggi, ai pendolari che si siedono di fronte agli affollatissimi treni di Torino o Milano corrispondono le battute di spirito inglesi sullo stato delle loro ferrovie. Non e’ certo un caso che l’umorismo britannico sia cosi’ famoso e sviluppato (e tollerato), quasi una delle tre principali valvole di sfogo per rendere piu’ sopportabile la vita del cittadino vaso-di-coccio. Una seconda “valvola di sfogo” e’ la fissazione con il creare e distruggere miti (come descritto poco tempo fa riguardo Tony Blair). La terza e’ l’ambigua celebrazione dell’alcol, e  dell’alcolismo, ma questo argomento merita un articolo a parte.

Per ora ci rimane solo sospirare alla domanda: Napoleone perche’ non sei venuto qui?

Le Piu’ Grandi Ipocrisie

Con quante palesi falsita' dobbiamo convivere?

1. "Sviluppo Del Terzo mondo"? E' solo colonialismo vecchio-stile sotto una nuova apparenza. La prova è il fatto che così poche "pæsi in via di sviluppo" hanno potuto "emergere": e non c'e' stato nessun paese "emergente" capace di sedersi con le "Grandi Potenze" (la Cina è un caso speciale semplicemente per le dimensioni). Così il risultato di decenni di "sviluppo" e' che le cose sono più o meno esattamente com'erano

2. "Democrazia Liberale"? E invece, continua a evolversi in oligarchie auto-perpetuantisi. Si veda la creazione dei partiti-personalità in Francia ed in Italia; ed il numero osceno di figli e figlie di ex presidenti e di altri politici, che ereditano dai genitori dei posti di potere all'apparenza elettivi

3. "Guerra alle Droghe"? Soltanto un idiota non capisce che una tal "guerra" è stata vinta, ma dai cartelli e dalle mafie della droga in tutto il mondo. Completamente ma speriamo involontariamente immemori del disastro proibizionista americano negli anni 20, spendiamo e spandiamo soldi e risorse, in qualcosa che può essere solo descritto come un elaborato schema per finanziare i trafficanti

4. "Servizio Pubblico"? In realtà, meglio descritto come un "contentino a minimo costo" visto che la maggior parte del tempo, non si fornisce alcun servizio, anzi l'efficacia è misurata dai soldi risparmiati, piuttosto che dalla qualità dell'assistenza fornita alla gente nel bisogno

5. "Reality TV"? Manco per niente. La televisione può ritrarre la "realta'" usando le tecniche di candid camera, forse, ma definitivamente nessuna persona sensata al mondo si comporterebbe "naturalmente" e "realisticamente" con al seguito una squadra di tecnici della luce, della fotografia e del suono. L'unica speranza di vedere "la realtà" è se i personaggi dimenticano l'esistenza di tutta quella gente intorno. Ma allora, è solo Televisione, una specie di teatro aumentato in cui le cose accadono a causa del loro valore intrattenitivo

6. "Stato Etico"? L'Inferno sulla Terra. Quante volte abbiamo bisogno di ripetere gli errori orrendi dell'inizio del XX secolo, dove gente altrimenti buona e intelligente ha inventato, approvato, incoraggiato e promulgato crimini in nome dell'Eugenica, nella speranza di rendere il mondo e l'umanita' migliori? E così dovremmo stare lontani da soluzioni semplicistiche su come abbellire noi e il pianeta, specialmente quando portate avanti indipendentemente dal resto: cosi' come, contrariamente a quanto suggerito da D.H. Lawrence, la povertà urbana non può essere risolta seriamente intossicando tutti i poveri in una costruzione grande quanto il vecchio Crystal Palace

7. "Amore Cristiano"? E perchè allora si trasforma così facilmente in crudeltà illimitata, come quando prova ad ostacolare l'amore tra omosessuali? Crudelta' durissima, per esempio in Italia, pronta a rendere l'inseminazione artificiale quasi impossible, in nome della protezione delle vite di feti che ora non saranno mai impiantati? E che finge di risolvere il problema dell'aborto rendendolo illegale? Ed che infine lascia tranqullamente a soffrire malati terminali in un'agonia indescrivibile, solo per difendere un diritto alla vita che diventa un obbligo di essere torturato dal proprio stesso corpo?

8. "Fondamentalismo Islamico"? Magari! Nelle ultime due decadi, ogni sforzo armato per "proteggere l'Islam" e' riuscito in primis ad eliminare…altri musulmani. Si pensi a tutti i morti dopo la bomba all'ambasciata degli Stati Uniti in Tanzania. Si pensi agli algerini uccisi durante la guerra civile negli anni 90. Si pensi alla vasta maggioranza delle vittime in quasi tutti gli attentati in Egitto. Si pensi alle nozze palestinesi misteriosamente designate come obiettivo per le bombe ad Amman nel 2005. E si pensi ai bambini musulmani uccisi durante l'attacco contro il quartierino per stranieri nella capitale saudita

9. "Guerra al Terrorismo"? Che cosa sta venendo fuori è invece un riposizionamento forte dei Governi, negli USA, in Gran Bretagna, in Europa ed altrove. I governi di tutti i colori e gusti sembrano provare a infiltrarsi sempre più nelle vite private dei loro cittadini. L'unica cosa che non hanno ancora giustificato con "la guerra al terrorismo" sembra essere la visita proctologica. Per il resto, cimici, macchine fotografiche nascoste, burocrazia supplementare, passaporti complicati, per non parlare della museruola del dissenso anche vicino al Parlamento di Londra. E chi osare fermarli, senza timore di essere identificato come un terrorista, o peggio, un debole nei confronti dei terroristi

10. "Valutazione Logica"? Sarebbe ridicola se non fosse così perniciosa. In tutti i generi di aziende e agenzie governative, le decisioni sembrano su carta essere il risultato di una larga consultazione con tutti gli interessati: perche' allora sono solitamente così vicine ai pregiudizi di chiunque sia in carica?Semplicemente troppo di quanto facciamo finisce nelle mani di chi ha l'oratoria piu' fine, invece che in quelle di chi ne avrebbe davvero bisogno

Ed ancora ipocrisie:

a. Chiamano "esportazione della democrazia" un modo di ottenere il controllo di una zona bombardando i potenziali "elettori"

b. Chiamano "protezione dell'ambiente" la fissazione di considerare ogni cosa fatta dagli esseri umani come "tossica". Nel frattempo, gli schemi di riduzione delle emissioni di CO2 forniscono finanziamento supplementare…alle grandi compagnie petrolifere

c. Dicono che "sport" è una competizione fisica in cui un'etica specifica permette divertimento in un ambiente giusto. Peccato sia solo un altro gigantesco business dell'intrattenimento, oppio delle grandi masse che si sottometto, scaricando la violenza intorno ad un campo verde piuttosto che sul tarmac grigio di una città

d. Denominano "processo di pace Israelo-Palestinese" cio' che ovviamente e' una serie di pazzi colpi di coda nell'affano che precede la stabilizzazione, un acchiappa-e-bombarda-mentre-puoi.

e. Dicono che stanno sviluppando "nuovi farmaci", mentre una grande parte di quelli e' solo una serie di sostituzioni superflue