Gli Incorreggibili, Fondamentali Difetti del Giornalismo (specie Televisivo)

Questa e’ la traduzione di un saggio da poco pubblicato sul sito della Skeptics Society americana

Originale: Journalist-Bites-Reality! How broadcast journalism is flawed
in such a fundamental way that its utility as a tool for informing viewers is almost nil.
. by Steve Salerno

Si tratta di un’analisi molto interessante e che si puo’ applicare praticamente identica al giornalismo italiano: con la carta stampata spesso prona a far chiasso intorno a stupidaggini e i telegiornali quasi sempre decisi a rinforzare quasi tutti i pregiudizi dei loro spettatori.

Giornalista-Morde-la Realta’!
Come il giornalismo televisivo ha cosi’ tanti difetti fondamentali da rendere la sua utilita’ come strumento di informazione quasi nulla.
di Steve Salerno

Una misura dell’ossessione dei media con le notizie sui “pedofili senza freni!” e’ che tanti di noi conoscono le vittime per nome: Polly, Ambra, JonBenet, Danielle, Elizabeth, Samantha. E adesso c’e’ Madeleine. Chiaramente questi crimini erano e sono orribili e niente qui va inteso come un tentativo di sminuire la perdita subita dai loro genitori.

Ma qualcos’altro e’ stato perso con i giornalisti che ispirano instancabilmente il timore per gli sconosciuti, facendo seguire reportage notturni sui “cyber-stalkers” e “il violentatore nel vostro quartiere” a servizi in prima serata intitolati “Come Catturare un Predatore” (dal programma Dateline della rete NBC)..

Quel “qualcos’altro” perduto e’ la realta’. Secondo il Ministero della Giustizia degli Stati Uniti, in un anno ci sono circa 88.000 casi documentati di abuso sessuale fra giovani. Nei circa 17.500 casi che coinvolgono bambini fra 6 e 11 anni, i colpevoli sono degli sconosciuti appena il 5% delle volte – e se la vittima e’ sotto i 6, solo il 3% (e non solo: piu’ di un terzo dei molestatori sono giovani essi stessi, piu’ che “predatori” adolescenti confusi o inquieti)

In generale, la probabilita’ che uno dei 48 milioni di bambini in America sotto l’eta’ di 12 anni incontri un adulto pedofilo al parco e’ eccezionalmente remota. L’Istituto di Ricerca & Prevenzione delle Molestie Sessuali contro i Bambini la mette cosi’: “Adesso, il 90% dei nostri sforzi vanno nella direzione di proteggere i bambini dagli sconosciuti, quando quello che c’e’ bisogno di fare e’ concentrare il 90% dei nostri sforzi per proteggere i bambini dai violentatori che non sono degli sconosciuti.”

Quello e’ un modo diplomatico di esprimere una verita’ scomoda ma provata dai fatti: che se il vostro bambino non e’ molestato a casa vostra – da voi, dal vostro partner, o da qualcun’altro che avete fatto entrare –e’ alta la probabilita’ che il vostro bambino non sara’ mai molestato da nessuna parte. La copertura mediatica ha precisamente invertito sia la realta’ che il rischio di assalti sessuali contro i bambini. E lungo la via, ha anche sovverito il genere delle vittime piu’ tragiche: malgrado la parata senza fine di giovani volti di bambine in TV, i bambini (maschi) hanno piu’ probabilita’ di essere uccisi nel corso di una violenza.

Pensiamo di conoscere i difetti del “grande giornalismo” dai suoi errori spesso sbandierati ai quattro venti – i relativi scandali, le gaffes e gli “incidenti” – come pure da un recente flusso di rivelazioni dall’interno del sistema. Quando Dan Rather va in trasmissione con una denuncia sensazionale [contro il Presidente] ma basata su documenti falsi; quando il giornale Constitution di Atlanta sbaglia a identificare Richard Jewell come l’autore della bomba alle Olimpiadi; quando a Dateline ricorrono a inserire esplosivi nei serbatoi della benzina dei camion “pericolosi” che, durante le prove, proprio non esplodevano da se’ [quanto volevano invece denunciare]; quando al New York Times il reporter Jayson Blair ruba ad altri reporter le storie citando fonti che non esistono…Vediamo questi avvenimenti come atipici, le eccezioni che dimostrano la regola.

Purtroppo, ci sbagliamo. E sostenere che il giornalismo moderno e’ stato invaso da una mancanza di professionalita’, e che i media “sono comandati da [inserire qui il gruppo politico meno amato]“, significa mancare completamento il punto; suggerisce che tutto quello che dobbiamo fare per rimettere le cose apposto e’ filtrare via le interferenze politiche gratuite o rinforzare le regole un poco piu’ strette.

In verita’, l’odierno sistema di distribuzione delle notizie e’ un’impresa le cui procedure, protocolli e presupposti di fondo sono praticamente la garanzia che non può riuscire nella missione che si e’ ufficialmente dato. Il giornalismo televisivo in particolare e’ incrinato cosi’ fondamentalmente che la sua utilita’ relativa come strumento per illuminare la vita, se non addirittura interpretarla, e’ quasi nullo.

“Dateci 22 minuti (il tempo standard di un giornale radio americano) e vi daremo… che cosa, esattamente?”
Guardiamo le notizie per “vedere che cosa succede nel mondo.” Ma c’e’ subito un problema. Nella concezione classica, la notizia e’ basata sull’anomalia: uomo-morde-cane, per usare l’inflazionatissimo esempio da scuola di giornalismo. L’importanza di questo non può essere esagerata. Significa che, per definizione, il giornalismo nella sua forma piu’ fondamentale si occupa di riportare cio’ che la vita non e’.

Un giornalista famoso al giorno d’oggi, tuttavia, fa molti sforzi per allontanarsi dalla tradizione del cane morso dell’uomo. L’ammettere che cio’ che sta presentando e’ in gran parte “marginalia”, note a margine (o nel migliore dei casi “musica di sottofondo”) sgonfierebbe infatti l’importanza del giornalista stesso in un ambiente in cui i membri piu’ importanti si considerano degli Sciamani e degli Oracoli contemporanei.

In un memorabile articolo del 2002, “Il Peso del Presentare un Telegiornale” l’opinionista Frank Rich la mette cosi’ riguardo i 3 Grandi di allora negli USA (Brokaw, Jennings e Rather): “Non proprio stelle del cinema, non abbastanza parte delle istituzioni, sono piu’ famosi della maggior parte delle stelle del cinema e piu’ potenti della maggior parte dei politici.”

Quindi, il giornalismo come attualmente esercitato comunica due messaggi contradittori: che quello di cui parla (a) e’ un’anomalia (il vecchio standard dell’uomo che morde il cane), ma anche (b) cattura lo zeitgeist, lo spirito del tempo. (“dateci 22 minuti, noi vi daremo il mondo,” dicono tutti i notiziari delle stazioni della radio per tutto il Paese.)

I mezzi di informazione non possono seriamente fare le due cose simultaneamente. In pratica, vengono anzi entrambe a mancare. Dipingendo la vita in termini di anomalie, il giornalismo non rende una istantanea del mondo, ma qualcosa di piu’ vicino ad un negativo fotografico.

E anche quando il giornalismo non sta chiaramente rovesciando la realta’, fornisce un’informazione che varia fra l’immateriale e l’ingannevole. Presentati come cinema-verité, i giornalisti “embedded” nei battaglioni in guerra, come mostrato in Irak e nella recente serie “sulla guerra dimenticata in Afghanistan” su Nightline della rete ABC, mostrano soltanto cosa succede nelle loro vicinanze immediate. E cio’ non e’ per niente utile per dare un senso generale del progresso di una guerra, e potrebbe facilmente essere controproducente: interpretare tali reportage sul campo come un microcosmo valido e’ l’equivalente di stare in un punto in cui piove e presupporre che stia piovendo dappertutto.

I paradossi ed i problemi del giornalismo vengono al pettine nel concetto del “newsmagazination”, il “magazine televisivo di notizie”, di cui sono stati pionieri a “60 minuti” della CBS e che e’ poi divenuto la modalita’ standard di popolari cloni come Dateline, “48 ore” della CBS e “20/20” della ABC. Uno dei fenomeni piu’ intellettualmente disonesti delle annate recenti, la “newsmagazination” si presenta al telespettatore con un minestrone di circostanze messo insieme da:
* una manciata di soundbites, frasi brevissime estratte da fonti aneddotiche,
sondaggi d’opinione (che ci dicono niente tranne cosa pensi la gente)
* statistiche che hanno niente peso come evidenze reali e/o solo attinenza limitata con il punto che dovrebbero “provare”
* enormi difetti dell’argomentazione come l’uso del “post hoc ergo propter hoc”: se un evento ne segue un altro, allora si dice che ne e’ stato causato
* ipotesi di base “esperte” ma erronee o, nel migliore dei casi, non dimostrate, o altro “senso comune” che non viene seriamente esaminato
* una conoscenza riservata dei pensieri nascosti o dei motivi delle persone (come quando un corrispondente della Casa Bianca minimizza le dichiarazioni del Presidente per rivelarci ogni giorno il “vero pensiero” del Presidente stesso), ecc.

Esempio calzante: Il 5 novembre 2004, Dateline sul canale NBC e’ stato dedicato ai pericoli della chirurgia del bypass gastrico per dimagrire. L’argomento era ovvio per Dateline, poiché Al Roker del Today Show della stessa NBC, che ha curato gran parte del servizio, aveva subito l’operazione realizzando una perdita sbalorditiva di peso. Il celebre presentatore Storm Phillips ha cominciato dicendo che il tasso di mortalita’ per il bypass gastrico e’ 1 su 200 (traduzione: il tasso di sopravvivenza e’ 199 su 200, o 99.5 per cento). Phillips ha passato la parola a Roker il quale come sempre affabile ha parlato per alcuni momenti felici del proprio successo, solo per poi trovare la sua faccia triste continuando con la storia tragica di Mike Butler, morto dopo l’intervento.

La storia di Butler ha occupato meta’ del tempo di trasmissione, 30 minuti punteggiati dal classico e obbligatorio soliloquio della giovane vedova. Cosi’, nell’occuparsi di una procedura che aiuta (o almeno, non uccide) circa il 99.5 per cento dei pazienti, Dateline ha scelto di raccontare la storia in termini dello zero virgola cinque percento che ha avuto risultati tragici. Avesse la NBC cercato di riportare equamente il lati positivi e negativi del bypasso gastrico, avrebbe dedicato 1/200mo dell’esposizione – 18 secondi in totale – a Butler.

E inoltre: non sarebbe stato giornalisticamente piu’ responsabile per Dateline dedicare una buona parte della trasmissione ai rischi dell’obesita’ come malattia, che superano di gran lunga i rischi del bypass chirurgico?

Qualcuno faccia i conti…
Un fattore di fondo qui e’ che i giornalisti o non capiscono la differenza fra dati casuali e genuine prove statistiche, o trovano quella distinzione inopportuna per il loro scopo piu’ grande: rendere le notizie drammatiche ed accessibili. I media hanno bisogno di una storia – una descrizione coerente, idealmente con un eroe e un furfante identificabili. Come disse una volta Tom Brokaw, forse rivelando piu’ di quanto intendesse, “Sapete, si tratta proprio di raccontare una storia. Ecco cos’e’ il giornalismo.”

La grande industria tradizionale delle notizie e’ cosi’ poco abituata ad entrare in un qualunque livello di complessita’ e sfumatura che non perdono occasione per semplificare eccessivamente le loro stesse storie al punto di ridurle in caricature. L’esempio contemporaneo migliore e’ la dicotomia Stato Rosso (Repubblicano) /Stato Blu (Democratico), invocata come facile metafora per esprimere il presunto scisma filosofico che divide “le due Americhe.”

Guardando Bill Schneider alla CNN librarsi sopra le mappe all’indomani delle Elezioni Presidenziali del 2004, disegnando linee rigide fra i colori, uno avrebbe potuto pensare che non ci fossero Repubblicani in California, o che un Democratico che arrivi al confine del Texas sarebbe rimandato via sotto minaccia armata. Bene, provate a indovinare: la dicotomia non esiste – certamente non nei termini usati dai giornalisti. E’ solo una finzione pratica e “sexy” inventata dai media.

Anche se la California e’ finita per appoggiare Kerry nel 2004, circa 5.5 milioni di Californiani hanno votato per George W. Bush. Cio’ rappresenta circa il 45 per cento dell’elettorato dello Stato e un collegio elettorale molto piu’ grande nei numeri che quanto ha appoggiato Bush in Stati dove questi ha vinto, compreso il Texas. Parlando del quale: anti-Yankee, ha dato a John Kerry 2.8 milioni di voti. Due-punto-otto milioni. Tuttavia a quanto dicono i media, la California e’ di colore azzurro, profondo e freddo, mentre il Texas e’ brillante, monoliticamente di colore rosso.

Tali montature non sono solo sciocche. Vengono istituzionalizzate nella cultura e colorano – in questo caso letteralmente – il senso in cui che gli Americani osservano la nazione in cui vivono. Ma il mitico paradigma Stato Rosso / Stato Blu e’ solo una delle indicazioni piu’ impressionanti di un’inabilita’ generale dei media nel capire i dati.

Una serie di eventi casuali non fa “una nuova tendenza preoccupante!” – ma cio’ non impedisce ai giornalisti di individuare “modelli” in quanto succede per caso. Pensiamo ai fulmini. Essi uccidono con una strana prevedibilita’: circa 66 Americani ogni anno. Ora, quelle morti potrebbero capitare uniformemente per tutta la Primavera e l’Estate, o potrebbero, in teoria, uccidere quei 66 in una domenica realmente spaventosa a Maggio.

Ma una domenica spaventosa a Maggio non significherebbe necessariamente che stiamo in un anno in cui i fulmini uccideranno 79.000 persone (cosi’come se uccidesse una mezza dozzina di persone chiamata Johanssen quella domenica, non significherebbe che improvvisamente gli Svedesi sono i bersagli.) Tuttavia potete scommettere che se una domenica qualsiasi, mezza dozzina di persone e’ uccisa dai fulmini, presto vedrete un reportage speciale del tipo, FULMINI: DECISI A COLPIRCI?

Abbiamo visto questa tendenza nelle notizie sugli attacchi degli squali, la meningite, l’aumento l’anno scorso degli infortuni mortali nei parchi-divertimenti e ogni qual volta ci sia una serie di accadimenti simili che si presentano tutti insieme per motivi che nessuno riesce a spiegare. I giornalisti reagiscono esageratamente ad eventi che capitano in conformita’ alle leggi della probabilita’. Trattano il fatto che qualcosa sia accaduto come se mai prima avessimo avuto motivo di pensare che potrebbe accadere – come se fosse un rischio completamente nuovo con causa precedentemente imprevista.

L’America e’ diventata piu’ vulnerabile dopo l’11 settembre? O era stata vulnerabile anche prima? Effettivamente, si potrebbe proprio dire che l’America oggi e’ meno vulnerabile, a causa della vigilanza aggiuntiva ispirata dall’11 settembre. Si puo’ evincere quello dai media? Similmente, un crollo di un ponte e’ motivo affinche’ i giornalisti suppongano automaticamente che i ponti siano meno sicuri adesso che nei decenni passati. Certamente invece non e’ motivo di saltare alla conclusione che l’infrastruttura della nazione stia sbriciolandosi, che e’ il modo in cui parecchi notiziari e giornali incorniciarono il crollo del ponte sull’Interstate 35W l’estate scorsa. Direbbe Freud, a volte il crollo di un ponte e’ solo il crollo di un ponte. Ma sfortunatamente, il giornalismo ha proprio bisogno di una “storia”.

Per un esempio lampante della sterilita’ intellettuale di tanto che ci e’ presentato come “notizie principali”, consideriamo il Consumer Confidence Index, l’indice di ottimismo del consumatore e come questo venga riportato dai media. Per decenni, tale indice ha detto all’America come la pensa riguardo le prospettive economiche. Il CCI, l’indice piu’ conosciuto, e’ stato compilato ogni mese dal 1967 dal Conference Board, un’organizzazione senza scopo di lucro nata nel 1916. Il CCI e’ composto da un numero arbitrario di indicatori basati su cinque domande altrettanto arbitrarie, e questionari spediti a 5000 famiglie. (“ritenete un nuovo lavoro come piu’ facile o piu’ difficile da ottenere l’anno prossimo?”).

Martedi’, 30 ottobre 2007, il Conference Board ha riportato che l’ultimo CCI era arrivato al minimo degli ultimi due anni. I mezzi sono immediatamente saltati sulla storia, come sempre quando il CCI scende. (raramente gli spostamenti verso l’alto sono segnalati con lo stesso fervore.). E cosi’, come sicuramente molte delle sue controparti a livello nazionale, una televisione di Filadelfia ha mandato una sua reporter a scovare consumatori che difettavano di ottimismo. C’e’ riuscita.

Pochi reporter si preoccupano di accennare al fatto che, abitualmente, c’e’ stato solo un collegamento molto tenue fra i numeri del CCI e i comportamenti reali di spesa del consumatore, o la salute generale dell’economia come obiettivamente misurata. Infatti, giusto giorni dopo la notizia mogia del CCI, il Ministero del Lavoro ha segnalato che l’economia aveva generato 166.000 nuovi posti di lavoro a Ottobre – due volte la previsione. Quella statistica, che misura la realta’, non ha ottenuto per niente la considerazione del CCI, che misura una percezione.

Ricapitoliamo. Abbiamo una fantasiosa misura che e’ giusto la compilazione di un’opinione, stratificata su altre opinioni basate sul pensiero di passanti e sottoposta ad un’analisi arbitraria (aggiungendo ancora opinione). Questa e’ presentata a lettori e telespettatori come… notizia.

Il problema per la societa’ e’ che far risaltare eventi insignificanti o marginali come principali esalta quegli eventi alla condizione di “senso comune”. “Il reporting conferisce legittimita’ e rilevanza,” scrive Russell Frank, professore di etica del giornalismo a Penn State University. “Quando un giornale mette una determinata storia in prima pagina o un telegiornale la mette nei primi minuti, sta dicendo al pubblico, senza incertezza, che `questa storia e’ importante.’”

La natura auto-alimentante di tutto questo dovrebbe essere chiara: i media decidono cosa e’ importante, lo modificano a loro piacimento, se ne occupano fino alla nausea, e poi lo descrivono – senza ironia – come “il problema che proprio non vuole andare via.” Ciò non e’ dissimile da quegli annunci pubblicitari che invitano a vedere serie televisive “di cui tutti stanno parlando” nella speranze di convincere la gente a guardare quei programmi di cui nessuno apparentemente, sta parlando.

Stasera alle 11… l’Apocalisse!
Ancora peggio del pompare una storia che rappresenta lo 0.5 percento della realta’, e’ l’occuparsi di “notizie” che riguardano lo zero percento della realta’: letteralmente, non c’e’ nessuna storia. Nondimeno, se la non-storia risponde ad altre esigenze, sara’ comunque notizia. Questa verita’ non e’ sfuggita al defunto David Brinkley, che, verso la conclusione della sua vita, ha osservato, “L’unica cosa che i notiziari televisivi fanno molto bene, e’ che quando non ci sono notizie, ve le diamo noi con la stessa enfasi come se ci fossero.”

Il 9 giugno 2005, nell’ambito della sua serie serie “Aggiornamenti sulla Sicurezza,” la CNN ha mandato in onda un reportage speciale intitolato “Mantenere il Latte Sicuro.” Sopra immagini di adorabili bambini di prima elementare che sorseggiavano dai loro cartoncini di latte, la CNN ha detto ai telespettatori che la catena di distribuzione dalla mucca al supermercato e’ vulnerabile in ogni punto, cominciando dall’animale; con grande effetto drammatico, il rapporto ha dato risalto alle conseguenze terrificanti che tale alterazione potrebbe avere. Da nessuna parte la CNN ha fatto menzione del fatto che nella storia dell’industria del latte, non e’ mai successo nessun caso di alterazione, dovuto a terrorismo o ad altro. Similmente, dopo che gli tsunami in Asia hanno colpito a Natale del 2004, Dateline non ha perso tempo per trovare un allarmista che potesse portare la tragedia piu’ vicino a casa: la familiare domanda “potrebbe accadere anche qui?”.

I produttori della trasmissione hanno trovato Stephen Ward, Ph.D., dell’Universita’ di California a Santa Cruz. In gennaio, i telespettatori della costa orientale hanno sentito Ward prevedere che un’anomalia geologica nell’oceano potrebbe generare l’equivalente dell’esplosione “immediata di tutte le bombe sulla Terra”. Il disastro profetizzato da Ward libererebbe su New York City un’onda contenente “15 o 20 volte l’energia” degli tsunami asiatici. Per dare un contesto, Dateline ha mostrato le spettacolari immagini dal film “The Day After Tomorrow”, con i grattacieli che scompaiono all’arrivo di un’onda grossa e spumosa a Manhattan.

Ma per pura assurdita’, e’ duro battere quanto avvenuto a meta’ settembre del 1999. Per sei giorni completi, i giornalisti si sono comportati come se ci fosse soltanto una ed una sola storia: l’uragano Floyd. La tempesta televisiva e’ cominciata il sabato, mentre la tempesta reale era a centinaia di miglia in mare aperto, e non vi era alcuna certezza della reale minaccia di Floyd, che avrebbe potuto scomparire ancor prima di colpire terra (come accade spesso – Katrina ha cambiato il modo in cui pensiamo agli uragani, ma Katrina e’ stato un evento che capita una volta in una generazione). Entro il martedi’ l’uragano ancora latitante aveva inghiottito le notizie della sera. Mentre i residenti delle zone a rischio erano evacuati, dall’altro lato delle strade principali si affollavano le squadre televisive, che correvano in senso opposto.

Entro mercoledi’ tutte le reti hanno avuto i loro corrispondenti imbacuccati su spiagge e litoranee, determinati a sembrare piu’ bagnati e piu’ sferzati dal vento che i colleghi li’ vicino. Spruzzate fra tutto questo erano interviste a uomini e donne per strada – cosi’ come nelle societa’ di assicurazioni, negli uffici dei servizi di emergenza, nei ristoranti locali etc etc. Privo pero’ di un uragano reale da mostrare durante questa febbrile attesa, il Today Show mando’ in onda materiale di archivio su Hugo, l’uragano che colpi’ Charleston in South Carolina nel 1989, in preparazione del disastro a venire.

Floyd ha causato una quantita’ ingente di danni quando infine ha colpito, il giovedi’: 57 morti e 6 miliardi di dollari in termini di danni alle proprieta’. Ma qui e’ che le cose diventano curiose. Quando Floyd e’ arrivato, l’interesse dei media stava chiaramente scemando. Almeno in televisione, se ne e’ parlato per un giorno o due, con cenni storici occasionali in questo o quel telegiornale. Insomma, la copertura mediatica riservata a Floyd prima che fosse una storia reale fu molto piu’ grande di quella fatta dopo. Evidentemente l’immagine delle onde di marea che distruggono i litorali erano piu’ eccitanti per i produttori che quelle di proprietari d’abitazione che ripuliscono scantinati da liquami brunastri.

I giornalisti di oggi hanno migliorato sostanzialmente rispetto a uno degli assiomi senza tempo del loro mestiere: “Se c’e’ del sangue, e’ la notizia principale”. Preferiscono preannunciare brutte notizie difettose, piuttosto che occuparsi di quanto accade davvero. Il risultato e’ giornalismo come lo farebbe Stephen King: la vendita ostinata del “cataclisma dietro l’angolo”, completa dell’illuminazione giusta e di scene inventate per scopi drammatici. E’ vero, la telecamera ama la suspense. Ma… e’ la suspense, una notizia? E’ realmente notizia che qualcuno pensi che un uragano potrebbe uccidere migliaia di persone? Potrebbe anche non uccidere nessuno, qualcosa storicamente piu’ vicina alla verita’. Il giornalismo onesto attenderebbe per vedere cosa la tempesta faccia, prima di parlarne.

E’ anche vero che Floyd ha colpito durante una settimana “lenta”. Di seguito, pero’, una lista di eventi in gran parte ignorati mentre i media stavano aspettando Floyd:
La Camera dei Rappresentanti ha preso una dura presa di posizione sui finanziamenti delle campagne elettorali, approvando dei limiti di spesa
La Commissione per le Eque Opportunita’ di Lavoro ha lanciato un’indagine sulla propensione per le grandi aziende di usare Fondi Pensione “Cash Balanced”, un problema che interessa milioni lavoratori e potrebbe interessarne ancora di piu’
I 17 membri della Commissione Unita per la Sicurezza hanno pubblicato un rapporto raggelante sulla gestione delle richieste di accesso a vari livelli di sicurezza. Ciò, ricordiamo, due anni prima degli attacchi terroristici dell’11 settembre

Inoltre in quella settimana sono stati trattati con l’equivalente giornalistico di uno sbadiglio, un attentato terrorista nell’ex-Unione Sovietica e l’orribile e continuo genocidio in Timor Orientale. Lo spazio dato in anticipo Floyd testimonia della oscura tendenza delle notizie radiotelevisive a diventare teatro. Abbiamo visto lo stesso fenomeno durante l’attesa per l’Operazione Desert Storm, il Millennium Bug e l’impeachment di Bill Clinton.

Crociate – in stile postmoderno
In nient’altro sono questi difetti piu’ notevoli – o piu’ una minaccia all’integrita’ giornalistica – che quando si raggruppano in una causa: la cosiddetta “advocacy” o “giornalismo sociale”.

Per cominciare, c’e’ da chiedersi legittimamente se il giornalismo dovrebbe persino avere una “causa” da perorare. Forse solo il giornalista conosce cio che e’ obiettivamente e astrattamente buono o diabolico? E cio’ che merita sostegno o riforma? Non appena i giornalisti pretendono di poter considerare degli eventi in modo comprensivo o cinico, ci troviamo davanti il problema di che cosa vada considerato in modo comprensivo o cinico, dove fermarsi e – soprattutto – chi decide dove fermarsi.

Ci sono molto pochi problemi che uniscono tutta l’umanita’. In ogni caso, come ha detto a USA Today Tom Rosenstiel del Progetto per l’Eccelkenza nel Giornalismo, “Giornali e notiziari hanno scoperto che possono generare piu’… identita’ facendosi un nome riguardo dei problemi, o dei punti di vista.”

Peggio, per i nostri scopi: i dati da cui partono i giornalisti per le loro crociate sono tratti dai “marginalia” sopra discussi. Quando Francisco Serrano e’ stato scoperto vivere nel Liceo in Minnesota dove era stato studente, i media parlarono di quella storia nel 2005 come se in ogni Liceo americano vivesse una mezza dozzina di senzatetto. L’episodio Serrano, benche’ eccezionalmente raro se non unico, e’ stato trasformato in una occasione per mostrare i fallimenti sociali della nazione.

Nel suo pensare e nella sua metodologia, il giornalista di oggi assomiglia al poliziotto della squadra omicidi che, convintosi su un sospetto, comincia a raccogliere le prove specificamente contro di quello, trascurando tutte le informazioni che vadano contro la sua idea riguardo quel crimine. Troppi giornalisti pensano a rimpolpare un argomento deciso a priori, o ad arricchire un senso della “storia” acquisito molto presto nella loro ricerca. Questo modo di pensare e’ formalizzato nel piu’ alto premio del giornalismo: il Premio Pulitzer.

Tradizionalmente, le storie ritenute degne di considerazione per il Pulitzer hanno rivelato un lato oscuro (e, piu’ spesso che no, statisticamente insignificante) della vita americana. Nel 2007 il Pulitzer per “Giornalismo di servizio pubblico” e’ andato al Wall Street Journal, per la sua “indagine creativa e completa nelle Opzioni retrodatate…”. Il Journal ha riportato riguardo “possibili” violazioni in 120 aziende allora in esame. Pero’ ci sono 2764 aziende quotate in Borsa a New York e il Nasdaq ne aggiunge altri 3200. Non per sminuire la sincerita’ e il diligente lavoro del Journal, ma che cosa e’ stato ottenuto, alla fine? Che 120 aziende (2%) “forse” hanno truffato? O che – per quanto se ne sappia – almeno 5844 altre non l’hanno fatto?

Argomento di riflessione: Ogni volta che volo, sono stupito come queste macchine enormi e alate decollino, rimangano per aria e non ritornino a terra se non quando previsto. Pensiamo a quanto spesso si guastino i prodotti ordinari: Le lampadine bruciano. Si rompono le cinghie del ventilatore. I frigoriferi smettono di refrigerare. Ma gli aerei non si schiantano. Parlando in maniera attuariale, semplicemente non lo fanno. L’intera procedura del volo commerciale e dei sistemi che lo sostengono e’ notevole. La capite completamente? Io no. Sono sicuro che tanta gente non la capisca. Eppure, non vincerete un Pulitzer per un articolo che faccia luce sugli innumerevoli “piccoli miracoli” che cospirano per produrre la normalita’, la stabilita’ ed il successo dell’aeronautica. Vi riderebbero dietro in redazione persino alla sola proposta di un articolo del genere (a meno che non lo proponiate come l’articoletto edificante che ai Direttori piace dare al pubblico come regalo per le feste).

Ma cada un volo – un volo, una volta – e se un reporter scova un certo operatore del traffico aereo oberato di lavoro o un’altra aberrazione che puo’ aver causato il disastro e voila’! Eccolo nei pressi del Pulitzer per aver scritto circa qualcosa che – essenzialmente – non accade mai.

E cosi’ come giornalisti che scarseggiano di notizie le possono creare, cosi’ giornalisti che scarseggiano di “cause” reali possono inventarle. Non e’ difficile. Tutto quello di cui c’e’ bisogno e’ un fatto o due, da “contestualizzare” con il parere di cosiddetti esperti.

Il 10 dicembre 2004 e’ stata una notte speciale per esporre quelle tane di iniquita’ che si spacciano come colonie Amish, le comunita’ di ispirazione cristiana che vivono fuori dalla modernita’. Le storie circa violenza e incesto fra gli Amish sono apparse sia su Dateline che su 20/20. Il reportage su Dateline ha persino fatto riferimento al carattere principale di quello mandato in onda un’ora piu’ tardi a 20/20 – il che vi da’ una certa idea di quanto diffuso l’abuso possa mai (non) essere, visto che esperti giornalisti devono coreografare le loro denunce intorno allo stesso preciso avvenimento.

Questo ci porta ad Elizabeth Vargas della ABC e alla sua domanda per l’esperto di 20/20 sugli Amish: Quanto e’ diffuso questo abuso? Mentre si vedono immagini di repertorio di bambini adorabili che passeggiano per una strada al tramonto in bretelle e cappelli di paglia, l’esperto dice all’America che “non e’ affatto un’eccezione”.

Che genere di reportage e’ quello? Indica che l’1 per cento dei bambini Amish soffre di abusi? Il dieci per cento? Il quaranta per cento? Chi lo sa? E quello viene passato al giorno d’oggi come “giornalismo investigativo”.

Il loro mondo… e ne sono benvenuti
Il mondo che ci “viene offerto” ha un incontestabile effetto su come gli Americani vedano e vivano le loro vite. (quanti altri avvenimenti sono ispirati alle “verita’” che la gente pensa di trovare nelle notizie?). Qui entriamo nel regno del “reportage iatrogenico”: danni dimostrabili, che non esistevano fino a che il giornalismo non e’ stato coinvolto.

Nel giornalismo scientifico in particolare, l’uso di informazioni aneddotiche può avere risultati che sarebbero comici, se non fosse per l’allarme pubblico che spesso provocano in risposta. Un Pop Quiz: Quanti Americani sono morto della morbo della mucca pazza?

Prima che rispondiate, osserviamo la Gran-Bretagna, in cui le preoccupazioni cominciarono maggiormente circa intorno al 1995 dopo che alcune mandrie sono state trovate infette. In primo luogo, nelle stesse mucche, cio’ che chiamiamo “mucca pazza” e’ tecnicamente l’Encefalopatia Bovina Spongiforme, o in inglese BSE. Quando la BSE salta di specie e arriva agli esseri umani, si manifesta come una malattia denominata variante di Creutzfeldt Jacob, o vCJD. (La CJD “non-variante” si presenta indipendentemente dalle mucche e può persino essere ereditata.).

Un collegamento fra BSE e vCJD e’ stato stabilito nel 1996. I reporter britannici non hanno perso tempo nel trovare epidemiologi allarmati dalla scoperta, alcuni dei quali hanno servizievolmente stimato il tributo di morte durante gli anni a venire come superiore a 500.000.

Per la fine del 2006, la conclusione della prima decade documentata della Mucca Pazza, il Regno Unito ha avuto un totale confermato di 162 morti umane – certo non trascurabile. Ma lontano da 500.000. (Non scoraggiati, i reporter britannici piu’ intraprendenti hanno cominciato a parlare di “pecora pazza.” Non scherzo.)

E qui negli USA? Il Centro per il Controllo delle Malattie (CDC) parla di due morti confermate, entrambe riguardo persone nate e cresciute all’estero. Un terzo caso riguarda un uomo dall’Arabia Saudita che rimane vivo al momento della stesura di questo articolo. Non quanto avreste previsto, eh? Tuttavia, quando una donna del New Jersey, Janet Skarbek, si e’ convinta che un epidemia aveva ucciso dei suoi vicini, ha trovato un’accoglienza calorosa nelle redazioni.

Le sue dichiarazioni terribili hanno ispirato una mini isteria. Anche dopo che il CDC ha eliminato la vCJD come responsabile, i media hanno continuato a rinfocolare le preoccupazioni del pubblico, tipicamente citando il Dott. Michael Greger, uno Chef per meta’ del suo tempo e un allarmista a tempo pieno che parla della mucca pazza come della “peste del ventunesimo secolo.” Quando i giornalisti desiderano una bella dichiarazione fatalistica sulla malattia, telefonano a Greger.

Comunque la storia possa ricordarsi della Mucca Pazza come patologia reale, una cosa e’ davvero sicura: i media hanno suscitato una paura che e’ stata fatale per molti posti di lavoro – nell’industria dell’imballaggio della carne, ma anche nelle imprese a quella connesse. Ha allontanato i consumatori dalla carne bovina. Ha causato oscillazioni consistenti nei prezzi del bestiame. Ha ispirato nuovi protocolli obbligatori che aggiungono centinaia di migliaia di dollari ai costi del ranch medio. Ci ha indotti a interrompere forniture chiave, fomentando crisi secondarie diiplomatiche e commerciali.

Un’indagine del 2005 ha stimato il costo complessivo della Mucca Pazza agli interessi agricoli degli USA fra 3.2 e 4.7 miliardi di dollari. Ciò, per qualcosa che uccide molti meno Americani in 10 anni che i 200 soffocati ogni mese dai cibi. A sentire i media, siamo sotto l’assedio perpetuo di questa o quella nuova malattia terrificante che minaccia di terminare la vita come la conosciamo. E’ troppo presto per avere un verdetto sugli effetto ultimi dell’influenza aviaria, ma quell’agente patogeno dovrebbe eliminare molti milioni di persone per giustificare l’allarme creato fino ad ora.

E la malattia di Lyme? La clinica Cleveland ha questo da dire: “Anche se raramente mortale e poco spesso una malattia seria, la malattia di Lyme e’ stata ampiamente divulgata, frequentemente ed eccessivamente drammatizzata ed a volte collegata a circostanze non dimostrate.” E’ coincidenza che le visite ai Parchi Nazionali abbiano cominciato a diminuire verso il 1999, quando i media parlavano come se le zecche dei cervi ed il resto della “fanteria di madre natura” avessero dichiarato guerra all’umanita’? Forse. Forse no.

Nei reportage scientifici e dappertutto, non c’e’ alcun motivo per minimizzare gli effetti psichici legati al consumo regolare di una visione del mondo radicata nella anomalia, molto della quale pessimista. In un sondaggio Gallup del 2003, appena l’11 per cento do quanti hanno risposto hanno valutato il crimine “nelle loro vicinanze” come “molto serio” o “estremamente serio,”; tuttavia il 54 per cento di quegli stessi hanno detto che complessivamente in America la situazione e’ “molto seria” o “estremamente seria.”. La contraddizione intrinseca dovrebbe essere chiara a tutti: se il crimine fosse davvero a livelli preoccupanti, dovrebbe essere percepito come tale “nelle vicinanze” in molto piu’ che l’11 per cento dei rispondenti.

Un tale enigmatico sbilanciamento può essere spiegato soltanto in termini di differenza fra quanto la gente sperimenta personalmente – che cosa conoscono di prima mano – e le impressioni a piu’ largo raggio che ottengono dalle notizie.

Parlando figurativamente, finiamo come sommersi dall’onda di marea di un uragano che non arriva mai a terra.

Eccovi un ritratto sommario del vostro mondo, e in meno dei classici 22 minuti:
Il tasso di occupazione corrente e’ del 95.3 per cento.
Su 300 milioni di Americani, approssimativamente 299.999954 milioni non sono stati assassinati oggi.
Giorno dopo giorno, circa 35.000 voli commerciali attraversano i nostri cieli senza che accada nulla di strano.
La vasta maggioranza degli studenti universitari che si sono ubriacati lo scorso fine settimana non hanno violentato nessuno, e non hanno ucciso se stessi o chiunque altro avendo perso il controllo di se’ o dell’auto. Il lunedi’, si sono alzati e sono tornati in classe, con gli occhi un po’ stanchi ma per il resto OK.

Non bisogna essere inguaribilmente ottimisti per dichiarare tali fatti, perché sono fatti. La volta prossima che guardate le notizie, tenete presente che cio’ che state vedendo sono spesso trivialita’ incorniciate come Verita’. O come disse un po’ capricciosamente l’umorista e filosofo britannico G.K. Chesteron alcuni decenni fa, “il giornalismo consiste nel dire ‘Lord Jones e’ morto’ a persone non hanno mai saputo che Lord Jones fosse vivo.”

Iraq: American, British, Italian TV/Radio Coverage Compared

(originally posted on March 21, 2003)

Thanks to the wonders of satellite and cable one is able to compare the attitude and approach to the war in Iraq by American (CNN, Fox News), British (BBC) and Italian (RAI) tv and radio channels.

Very briefly and perhaps not surprisingly:

1) The Americans are very positive about the actions, and can’t wait to tell you their excitement in having been “embedded” in fighting units. Problems are unheard of, and likely to be inaudible anyway. Could we get some truth please.

2) The British are obsessed to find out what is going wrong, and what scandals can be uncovered. Problems are the only thing that matters. Furthermore, any idiot with a microphone and a tv press pass will jump to the opportunity to show himself or herself as the “XXI Century Bard”. Can’t you stick to the news please.

3) The Italians concentrate their reporting on two fronts. From the beginning, all rumors are considered true, and analysed viscerally by hordes of tv experts, before being invariably forgotten when demonstrated false. On the other hand, the news are full of sad, unlikely personal stories, from the journalist that couldn’t sleep in Baghdad during a night of bombing, up, up, up to the awful youth of some Saddam Hussein. Listeners are encouraged to weep along. May we talk about the real victims please…

Povera Hunziker

Non sono d’accordo sulle critiche di Gianluca Nicoletti alle mossette e finti piantini della “povera” Hunziker (dico per dire), avanzate il 28 febbraio nel corso di Melog, il programma quotidiano di Radio24 di critica televisiva (e non solo).

Se la TV e’ teatro (e il Festival e’ finanche trasmesso da un teatro), il presentatore deve essere un artista dell’intrattenimento, capace prima di tutto di comunicare emozioni.

Quelle emozioni appunto che puo’ suscitare la Michelle che canta un brano dell’Eros, dopo una storia di coppia molto sofferta e dopo che lui le ha augurato in una canzone di chiudersi in una lastra di ghiaccio.

Sono “vere emozioni”? Come sono vere quelle di chi piange davanti a un film: vere per chi le prova.

Insomma, se assisto a Jesus Christ Superstar non esco certo indignato quando alla fine il protagonista fa finta di soffrire, anche se non e’ inchiodato per davvero alla croce.

Squallido pre-Serata Oscar su SKY

Chissa’ se qualcuno e’ riuscito a non addormentarsi guardando il pre-Serata Oscar a notte fonda su Sky?

La solita signorina vestita succintamente, un po’ di attori italiani piu’ o meno conosciuti qui e li’ per la Penisola a parlare del niente in mezzo ad allusioni non molto coperte, interviste senza senso da L.A. con camera assolutamente fissa…

Il massimo e’ stata l’assurda polemica contro Whitaker e la Mirren, “colpevoli” di assomigliare troppo ai personaggi realmente esistiti che interpretavano. Ma non si sara’ domandato nessuno che forse parte essenziale della bravura dei due e’ stata proprio il riuscire a trasformarsi in altri individui?

E a che livello e’ il trucco in Italia se non se ne comprendono le possibilita’?