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L’Ignoranza Dietro Le Campagne sul “Free Tibet”

Stefano Cammelli parla a “Jefferson 2 L’arte della svolta” su Radio 24 del 27 febbraio 2009:

Questa assurda battaglia del Free Tibet e’ una posizione che non sta ne’ in cielo ne’ in terra…se il Tibet deve essere indipendente dalla Cina a me va tutto bene ma subito dopo proclamiamo l’indipendenza di Venezia dall’Italia, eh, subito dopo.

Perche’ la storia di autonomia da Roma e dal resto dell’Italia che Venezia ha avuto e’ paragonabile a quella del Tibet. Separare la storia del Tibet dalla storia della Cina e’ come separare l’onda dall’oceano: sono due cose diverse ma non e’ possibile separarle. bisogna che imparino a dialogare.

Certamente dietro molte persone che parlano di Tibet c’e’ una regia molto attenta, non sono ingenui come sembra, e dietro la battaglia per il Tibet della persone piu’ ordinarie…c’e’ banalmente un non sapere le cose…

La figura del Dalai Lama e’ una figura splendida…non so se politicamente abbia tutte le colpe che dicono i cinesi…come persona e’ un amore…

In un Paese come l’italia dove ci possono essere al massimo…tre cattedre di cultura tibetana in tutta l’Italia, dove non ce n’e’ uno che conosca esattamente…ma di che cosa stiamo parlando?

Se non vogliamo il dialogo e vogliamo la guerra, va benissimo, prepariamoci all’indipendenza della Serenissima

…non c’e’ a mio avviso un problema di indipendenza del Tibet. C’e’ un problema di diritti civili e di liberta’ di espressione per le religioni. E su questo punto la Cina…non tratta. E quindi la repressione non colpisce solamente i monaci tibetani, ma colpisce qualunque struttura che voglia essere autonoma rispetto a un Partito Comunista che ha un saldo controllo dello Stato…

…c’e’ un problema di riconoscimento delle liberta’, dei diritti civili ed umani del Tibet. Questa e’ la battaglia vera…non e’ una battaglia vera solamente in Tibet…e’ vera dappertutto (in Cina)

La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa': se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

Tibet e Cina: La Storia su Limes

Limes Online ha un interessante video “Atlante Storico del Tibet“. E’ questo un argomento particolarmente difficile da interpretare correttamente, perche’ l’eccessiva politicizzazione della questione-Tibet anche fra gli storici fa sempre dubitare se quanto venga presentato sia “il vero” o una distorsione piu’ egregia del solito.

Non ho motivo di ritenere che il lavoro di Alfonso Desiderio e Laura Canali sia peggiore di quanto altro ho letto finora sull’argomento, anzi! Qualche dettaglio in piu’ sul periodo 1950-1959 non avrebbe certo fatto male…

[…] Il Tibet è stato un grande impero tra il VII e il IX secolo, periodo in cui si diffonde e si sviluppa nel paese il buddhismo.
Nel XIII secolo il Tibet cade sotto l’influenza dei mongoli e qui la storiografia cinese fa iniziare l’assoggettamento tibetano alla Cina. A loro volta i mongoli subiranno l’influenza del buddhismo mentre in Tibet prevarrà tra le varie scuole rivali quella del Dalai Lama.

A partire dal Settecento una serie di spedizioni cinesi metterà fine all’indipendenza tibetana, mentre nell’Ottocento sarà la Gran Bretagna a contendere la regione alla Cina, ormai alle prese con una lunga crisi interna, che consentì al Tibet di sottrarsi di fatto al controllo di Pechino. […]

 

Il Dalai Lama e l’Indipendenza del Tibet

Ma insomma il Dalai Lama vuole un Tibet indipendente o no? C’e’ qualcosa di vero nelle accuse delle autorita’ cinesi, secondo le quali egli nasconderebbe un continuo desiderio o addirittura dei piani per raggiungere l’indipendenza?

Non e’ facile rispondere a queste domande. E’ vero che Sua Santita’ continua a ripetere che il suo obiettivo e’ “solo” un’ampia autonomia per il Tibet, ma non possiamo limitarci certo solo a quello che si dice: men che meno nel caso del Dalai Lama, i cui pensieri sono spesso difficili da intendere.

Si puo’ comunque partire dall’Appello inviato dal Dalai Lama nell’Aprile 2008, riguardo la rivolta del mese precedente in Tibet, nel quale ci sono alcune interessanti ambiguita':

  1. L’appello e’ al popolo cinese, ma l’originale e’ in tibetano
  2. Si parla di “diverse nazionalita'” ma il discorso e’ tutto riguardo “tibetani” e “cinesi”
  3. Viene menzionata “un’escalation della tensione” nel 1956 come inizio del tracollo della situazione, senza precisare pero’ cosa mai sia successo in quell’anno
  4. Si dice che la decisione di non cercare di “separate il Tibet dalla Cina” e’ stata presa ma sono nel 1974, cioe’ 15 anni dopo la fuga del Dalai Lama verso l’India, e due anni dopo il viaggio di Nixon in Cina con la conseguente rinuncia da parte della CIA nel 1973 di supportare i ribelli tibetani (armati)
  5. Il Dalai Lama menziona il “grande beneficio per il Tibet nel rimanere in seno” alla Repubblica Popolare Cinese riguardo alla “modernizzazione e allo sviluppo economico” – un’affermazione non troppo implicita della separazione fra Tibet e Cina
  6. Come soluzione attuale viene proposta una “via di mezzo” che per definizione non e’ quanto vorrebbe il governo Cinese, e cioe’ il riconoscimento che il Tibet e’ parte della Cina

Dal canto suo il governo di Pechino accusa il Dalai Lama di volere l’indipendenza del Tibet, e quindi la “scissione” della Cina, sulla base di alcuni elementi dal loro punto di vista circostanziati. Come elencato da Robert Barnett in “Thunder from Tibet” (New York Review of Books, 29 Maggio 2008 ) in una recensione del libro “The Open Road: The Global Journey of the Fourteenth Dalai Lama” di Pico Yier:

  1. Il rifiuto del Dalai Lama di dire che il Tibet ha fatto parte della Cina, in passato
  2. I viaggi sempre piu’ frequenti in Occidente, spesso risultanti in condanne contro la Cina da parte dell’opinione pubblica internazionale
  3. Il suo non voler denunciare qeugli esponenti tibetani in esilio che chiedono esplicitamente l’indipendenza

Non c’e’ dubbio comunque che per i Tibetani in generale e’ l’indipendenza l’unico vero obiettivo. Riferisce Barnett di come ci sia chi e’ morto pur di mostrare una bandiera tibetana in pubblico; e che nel passato almeno, alle dimostrazioni e le rivolte dei monaci si accompagnavano richieste per l’indipendenza. Gli stessi disordini del Marzo 2008 non sono capitati allora per caso, ma in concomitanza del 49mo anniversario della rivolta tibetana del 1959. 

Giusto per eliminare ogni qualsivoglia dubbio, Somini Sengupta riporta sull’International Herald Tribune come alle giovani generazioni tibetane non vada tanto a genio la “via di mezzo”, perche’ a loro importa solo l’indipendenza (“For some young Tibetan exiles, Dalai Lama’s ‘middle way’ is a road to failure“, 22 Marzo 2008 ).

Ma a leggere fra le pieghe nell’articolo, non possono che aumentare i dubbi riguardo il vero pensiero e la vera aspirazione del Dalai Lama. Questi infatti:

  1. Dice di sentirsi obbligato a chiedere ai giovani tibetani di essere “pratici” nelle loro richieste – in altre parole, di dissimulare il loro desiderio ultimo
  2. Viene descritto come guidato da una strategia che e’ volta a risparmiare vite…Tibetane
  3. Afferma che chiedere l’indipendenza significherebbe perdere il supporto da parte dei leader mondiali
  4. Descrive il suo ripetere che “non cerchiamo l’indipendenza” come il suo “mantra” – parola che nell’originale anche Buddista indica un suono come strumento di indagine spirituale, e non necessariamente qualcosa di interpretare per quello che sembra

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Tutto sommato, la “via di mezzo” non sembra un’iniziativa particolarmente promettente, visto che scontenta tutti ma proprio tutti e risulta solo in una montagna di ambiguita’ che ognuno puo’ leggere come vuole.

Sarebbe sicuramente meglio se il Dalai Lama attuasse quello che dice, comportandosi come se il Tibet davvero fosse parte della Cina e le sue etnie non fossero rigidamente divise. E chi ha poi detto che la cultura dell’etnia Han sia necessariamente monolitica?

Oppure altrimenti, che dica la verita’, e chieda l’indipendenza piena. Come fece Gandhi stesso, fin quasi dal principio.

Nothing Justifies Tibetan Independence…

… as much as the behavior of the Chinese government.

If I only could ask a single question to Hu Jintao, the Chinese President, it would be this: if Tibet really is part of China and not a colony, then why is China treating it as if it were a colony?

Forget the Dalai Lama’s “political” or non-political ambitions; forget also what Tibetans inside and outside Tibet think about independence, and the anti-Chinese propaganda occupying most international media.

Those topics are important but they do not explain, and they will never be able to explain the reason for decades of harsh crackdowns by the Beijing government about the “Tibetan issue”, despite the fact that it is blatantly obvious that only a “softer China” can hope to avoid being categorized as a “colonial empire” (a point recently made by Sir Malcolm Rifkind, former UK Minister of Defence, in “A pragmatic solution“, International Herald Tribune, 24/3/2008 )

The Chinese government can write miles and miles of articles against the Dalai Lama; Chinese historians may yell at will in Universities, on television, on the radio describing in all minute details how Tibet and China were united as a single state entity since before the dawn of Humanity; gigabytes of photographs and video clips can be published all over the Internet with happy smiling Tibetans greeting the Olympic torch, all too grateful of Beijing’s efforts to improve their material welfare.

Still, little of that will have any value, because ‘the truth’ is evident not in words, not in laws, not even in studies and in pictures. To understand whether Tibet is a colony, and thus whether it is entitled to Independence (provided that’s the wish of its inhabitants), the only things of value are facts, and attitudes.

And countless facts and attitudes point in a single direction: Tibet indeed is a colony of China.

For a help in the details, look at Howard W French writing in the New York Times in March last year ( “In Tibetan areas, parallel worlds now collide“); at an Economist “leader” article of March 22 ( “Tibet: A Colonial Uprising“) ; at the op-ed by Patrick French, author of “Tibet, Tibet: A Personal History of a Lost Land”, published in the New York Times under the title “He’s no politician“; and at the exceptional reportage of the Economist correspondent, “forgotten” in Lhasa exactly during this year’s riot days (“Thrashing the Beijing Road“):

  1. Fifty years have passed since Mao finally extended Beijing’s jurisdiction to Tibet. Yet, the only means to achieve “harmony” over there still seem to be firearms, and a heavy military presence
  2. When rioting broke out in Lhasa and other places in March this year, there was no immediate response by the authorities. With the local chief Zhang Qingli at that time in Beijing, this suggests that Zhang has centralized, without much thought for delegation, every possibility of a decision: and that’s precisely how a Viceroy govern his colony
  3. The Tibetans are treated as second-class citizens. Even if unofficially, the “system” still favours ethnic Chinese Han
  4. There are no Tibetans in command positions, in the military or in the bureaucracy or in the Party (structures well-known to be closed to strangers, and to colonized peoples)
  5. Thousands of Han Chinese are being encouraged to move to Tibet (if that is not “colonization” then what is?)
  6. Tibetans and non-Tibetans live in Tibet in virtually separate worlds
  7. Even very peaceful protests are virtually impossible
  8. There’s plenty of prejudice, and little trust among ethnic Han Chinese (the majority of Chinese in the world) and Tibetans, in Tibet. Few develop friendships across ethnic boundaries
  9. Chinese propaganda is crudely active, inculcating a series of “myths” such as the centuries-long “chineseness” of Tibet
  10. The “Father of Tibetan homeland,” the Dalai Lama, a symbol for all Tibetans anywhere in the world, is not just “unrevered” by the Chinese State: he is almost routinely the target for denigrations and insults. Described one day as “irrelevant”, and the following day as “capable of stirring up anti-Chinese sentiments” (and therefore not at all “irrelevant”)
  11. Do I need to mention the child Panchen Lama, “disappeared” by the Chinese government many years ago?
  12. And finally, there is the fact that the main thoroughfare in Lhasa has been renamed “Beijing Road”

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If it walks like a duck and quacks like a duck, then … it’s a duck.

Similarly, if China behaves in Tibet as an occupying / colonizing power, then of course Tibet is a colony, and not “part of China”…

It’s not just that: the behavior of the Government in Beijing recalls in many ways the worst years of Stalin and Mao, as pointed out by Vaclav Havel, Frederik Willem de Klerk, and other eminent personalities in an open letter published on the New York Review of Books on 1 May 2008: “Tibet: The Peace of the Graveyard“.

Someone should tell Hu Jintao: what’s happening is no sign of strength and maturity, but rather of weakness and the inability to resolve a decade-long conflict. Behaving like a colonial power, China certainly cannot bring about any lasting solution of the “Tibetan issue”, let alone a generalized “state of harmony”.

The most it can do, is push Tibet towards full independence.

Niente Dimostra il Perche’ dell’Indipendenza Tibetana…

…quanto il comportamento del Governo Cinese.

Potessi fare una sola domanda a Hu Jintao, il Presidente Cinese, gli chiederei: Ma se il Tibet e’ davvero parte della Cina, e non una colonia, allora perche’ viene trattato dalla Cina come se fosse una colonia?

Lasciamo pure perdere le ambizioni “politiche” o meno del Dalai Lama; le opinioni sulla indipendenza diffuse fra la diaspora tibetana e fra i tibetani in Cina; e la malcelata propaganda anti-cinese sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione internazionali.

Quelli sono argomenti importanti ma che non spiegano, e non potranno mai spiegare il perche’ del “muso duro” scelto dal Governo di Pechino per decenni riguardo la “questione tibetana”: nonostante il fatto che solo un approccio piu’ morbido permettera’ alla Cina stessa di non essere categorizzata come “un impero coloniale” (come detto recentemente da Sir Malcolm Rifkind, ex Ministro della Difesa britannico, in “A pragmatic solution“, International Herald Tribune, 24/3/2008 )

Il Governo Cinese puo’ far scrivere chilometri di articoli contro il Dalai Lama; gli storici Cinesi possono sgolarsi nelle aule universitarie, in televisione, alla radio descrivendo per filo e per segno come il Tibet e la Cina siano stati uniti come un solo Stato fin dai tempi degli australopitechi; gigabytes di fotografie e filmati possono essere pubblicati su internet con tibetani festanti al passaggio della fiaccola olimpica, tutti molto grati del benessere tecnologico generosamente offerto da Pechino.

Eppure, tutto cio’ non avra’ molto valore, perche’ la verita’ si vede non nelle parole, non nelle leggi, non negli studi e neanche nelle fotografie. Per capire se il Tibet e’ una colonia, e quindi se ha diritto all’Indipendenza (sempreche’ cosi’ vogliano i suoi abitanti), ad aver valore sono solo i fatti, e gli atteggiamenti.

E i fatti e gli atteggiamenti puntano innumerevoli a una sola risposta: il Tibet e’ una colonia della Cina.

Guardiamo ai dettagli aiutandoci anche con quanto scritto da Howard W French sul New York Times nel marzo scorso (“In Tibetan areas, parallel worlds now collide“); su un editoriale dell’Economist del 22 marzo (“Tibet: A Colonial Uprising“); da Patrick W French, autore di “Tibet, Tibet: A Personal History of a Lost Land“, in un’opinione pubblicata sul New York Times sotto il titolo “He’s no politician“; e nell’eccezionale reportage del corrispondente dell’Economist, “dimenticato” a Lhasa proprio nei giorni della rivolta (“Thrashing the Beijing Road“);

  1. Cinquanta anni sono passati da quando Mao finalmente estese la giurisdizione di Pechino all’altopiano del Tibet. Eppure, gli unici strumenti per raggiungere l'”armonia” in Tibet sembrano essere l’arma da fuoco, e i militari
  2. Quando e’ scoppiata la rivolta a Lhasa e in altri posti nel Marzo scorso, non c’e’ stata risposta immediata da parte delle autorita’. Con il capo locale Zhang Qingli in quel momento a Pechino, cio’ fa pensare che Zhang abbia accentrato su di se’, senza alcuna delega, ogni possibilita’ di decisione: come, appunto, puo’ fare un Vicere’ per governare la sua colonia
  3. I Tibetani sono trattati come cittadini di seconda classe. Anche se solo ufficiosamente, il “sistema” favorisce comunque i Cinesi Han
  4. Non ci sono Tibetani ai posti di comando, fra i militari o nella burocrazia o nel partito (strutture come si sa molto chiuse in se stesse, e malfidate delle e dalle popolazioni colonizzate)
  5. Migliaia di Cinesi Han vengono incoraggiati a trasferirsi in Tibet (se non e’ colonizzazione, quella, allora cos’e’?)
  6. I Tibetani e i non-Tibetani vivono in Tibet praticamente in mondi separati
  7. Manifestazioni di protesta anche molto pacifiche sono praticamente impossibili
  8. C’e’ molto pregiudizio, e poca fiducia fra gli uni e gli altri. I Cinesi di etnia Han (la maggioranza dei Cinesi nel mondo) evitano i Tibetani in Tibet, e hanno pochi o zero amici Tibetani
  9. Vengono propinati alla popolazione una serie di “miti”, come la secolare cinesita’ del governo in Tibet, che sono propaganda finanche troppo rozza
  10. Il “Padre della Patria Tibetana”, il Dalai Lama, simbolo per ogni tibetano ovunque nel mondo, non solo non e’ riverito dallo Stato Cinese: e’ addirittuare oggetto di vilipendio e offesa quasi come routine quotidiana. Un giorno descritto come “irrilevante”, poi il giorno dopo come “capace di fomentare sentimenti anti-Cinesi” (e quindi, assai poco “irrilevante”)
  11. Non parliamo neanche del Panchen Lama, fatto sommariamente sparire bambino, tanti anni fa.

A completare la situazione, il fatto che la strada principale di Lhasa e’ stata rinominata “Beijing Road”

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In inglese c’e’ un detto, se cammina come un papero e starnazza come un papero, allora…e’ un papero. Analogamente, se la Cina in Tibet si comporta da occupante/colonizzatrice, vuol allora dire che il Tibet e’ una colonia, e non fa parte della Cina…

Non solo: il Governo di Pechino ricorda nel suo modo di esprimersi e di agire, i tempi peggiori degli anni di Stalin, e di Mao, come sottolineato da Vaclav Havel, Frederik Willem de Klerk, e altre eminenti personalita’ in una lettera aperta pubblicata sulla New York Review of Books il 1 Maggio 2008: “Tibet: The Peace of the Graveyard (“Tibet: la Pace del Cimitero”).

Qualcuno lo dica a Hu Jintao: tutto cio’ non e’ un segno di forza e maturita’, ma anzi di debolezza e incapacita’ di risolvere un conflitto addirittura pluridecennale. Comportarsi da potenza coloniale di sicuro non puo’ portare la Cina ne’ ad alcuna soluzione duratura della “questione tibetana”, ne’ verso alcun stato generalizzato di “armonia”.

Al massimo, puo’ portare il Tibet verso l’indipendenza piena.

Quantitative Effects of Sichuan Earthquake on Tibet Reporting

The Sichuan quake has partially removed Tibet from the news, in a quantitatively quite relevant way.

Articles on Tibet in the New York Times archives:

From 1/Jan/8 to 14/Jun/8: 295 articles (1.79/day)

1/Jan-10/Mar (the day before the Tibetan riots): 31 (0.45/day)

11/Mar-11/May (the day before the Sichuan quake): 212 (3.48/day)

12/May-14/Jun: 52 (1.58/day, that is 55% fewer)

More numbers for those thinking the above is just what happens with “old news”:

11/Mar-11/Apr: 126 (4.06/day)
12/Apr-11/May: 87 (3/day)

So it is true: the quake has halved the news reporting from Tibet, from one day to the next.

World attention on Tibet is in the meanwhile decreasing. During June, there has been just 1.49 articles/day on Tibet.

Effetto Quantitativo del Terremoto in Cina sulla Questione Tibet

Il terremoto nello Sichuan ha allontanato il Tibet dai giornali in maniera quantitativamente molto rilevante.

Ma tanto alla stragrande maggioranza dei miei lettori, queste cose non interessano. Dei “disastri naturali” chi se ne frega?

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Articoli sul Tibet nell’archivio del New York Times:

Dal 1/1/8 al 14/6/8: 295 articoli (1.79/giorno)

1/1-10/3 (vigilia della rivolta in Tibet): 31 (0.45/giorno)

11/3-11/5 (vigilia del terremoto nello Sichuan): 212 (3.48/giorno)

12/5-14/6: 52 (1.58/giorno, una diminuzione del 55%)

Per chi pensasse che si tratti solo del normale “oblio della vecchia notizia” da notare anche questi numeri:

11/3-11/4: 126 (4.06/giorno)
12/4-11/5: 87 (3/giorno)

Quindi il terremoto da un giorno all’altro ha davvero dimezzato gli articoli sul Tibet.

L’attenzione continua a dimunuire, e durante il mese di giugno ci sono stati sul Tibet solo 1.49 articoli al giorno.

Proposta riguardo la MANIFESTAZIONE PRO TIBET A ROMA 15 GIUGNO

Lettera inviata ad alcuni Parlamentari e Dirigenti Radicali riguardo la manifestazione pro-Tibet del 15 Giugno a Roma, al Colosseo dalle 17 in poi “convocata dalla Comunita’ tibetana in Italia e aperta a tutte le forze politiche per non dimenticare la repressione ancora in corso in Tibet”. Nella lettera riprendo argomenti recentissimamente trattati in questo blog.

Carissimi

Permettetemi di inviare una proposta riguardo la manifestazione pro-Tibet di dopodomani.

Matteo sa gia’ qualcosa al riguardo, in parte, che ho scritto sulla mailing list toscana.

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Abbiamo una grande occasione, dopodomani, per portare avanti l’idea di Marco [Pannella] per un “Tibet libero” e una “Cina libera”, se riusciamo ad uscire dagli antichi confini della nostra giustificatissima lotta politica a favore del popolo tibetano.

Se e’ vero infatti che la solidarieta’ al Governo cinese per il terremoto non puo’ essere un alibi per chiudere gli occhi sulla repressione in Tibet, e’ anche vero che i manifestanti pro-Tibet possono aprire un’opportunita’ di dialogo e comprensione reciproca con la Cina stessa, ricordando il disastro del terremoto nello Sichuan giusto un mese fa.

Non sto suggerendo di organizzare veglie funebri. E non sto dicendo di organizzare un atto di solidarieta’ morale “di buona coscienza a buon mercato”.

Quello che propongo e’ il riconoscimento degli effetti del terremoto, inclusi i cambiamenti nella societa’ cinese, con la dirigenza improvvisamente fotogenica, la grande partecipazione alla raccolta di aiuti (sia a livello personale, sia con una vera competizione fra le citta’ tutte a cercare il prestigio di essere quella che ha donato di piu’), le proteste molto pubbliche sulla qualita’ degli edifici, etc etc.

Quanto e’ piu’ libera la Cina di oggi, in base a quello che si e’ visto dopo il terremoto, rispetto a quella di sei mesi fa? Se ci interessa un Tibet libero, e se ci interessa una Cina libera in cui si sviluppi la democrazia si sviluppi, di fronte a una tragedia colossale occorre allora manifestare la nostra capacita’ di capire il loro dolore, cosi’ grande.

I disastri “naturali” (che poi tanto “naturali” non sono, visto che sono crollate soprattutto le scuole) hanno sempre avuto un profondo significato politico. In Italia non esisterebbe la Protezione Civile se non ci fosse stato il terremoto del 1908 a Messina. Il disastro del ciclone Nargis e’ stato usato da tanti per forzare cambiamenti nel regime birmano. Il comportamento del Presidente George W Bush e dei suoi “collaboratori” al tempo dell’uragano Katrina rimarra’ probabilmente come esempio piu’ calzante del fallimento di 8 anni di amministrazione neo-cons.

E l’effetto potenziale della nostra scelta, sui Cinesi che devono e sono nostri interlocutori, e’ davvero grande: perche’ se alla grande tragedia appena passata dimostriamo di non voler dedicare il nostro tempo, analogamente si potra’ dire che altri possano non voler dedicare il loro tempo alla grande tragedia della storia recente del Tibet.

E questo se permettete vale ancor di piu’ per noi Italiani, e per tutti i nostri morti a causa degli innumerevoli terremoti che colpiscono il nostro Paese. 

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Non occorrono gesti eclatanti per fare un grosso gesto simbolico. Per esempio, si potrebbero accendere 70 candele, una per ogni mille morti del terremoto.

Ci possono essere altre forme: come il manifestare con bandiere tibetane e cinesi insieme, per ricordare a tutti come le politiche recenti abbiano messo in prigione il Tibet, e ucciso decine di migliaia di cinesi stessi, grazie all’assenza, fino ad oggi, di strumenti di controllo e protesta legale da parte delle popolazioni di ogni etnia.

Questi “strumenti di controllo” stanno venendo fuori, grazie alla nascita di una societa’ civile che non dipende dal Partito Comunista, e questa nascita andrebbe sottolineata assieme a tutto il resto: perche’ la Cina non sara’ mai libera, e il Tibet non sara’ mai libero, “grazie” a forzature che vengano dall’esterno.

E’ un momento di possibile cambiamento questo, in Cina.

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Il mio non e’ un invito a “manifestazioni di solidarieta’ a seguito di disastri naturali“: il fatto e’ che il terremoto e’ capitato proprio mentre ci occupavamo di Cina. Parlare di Cina significa quindi parlare (o tacere) del terremoto.

Snobbandolo invece, e con quello tutte le sue conseguenze e cambiamenti umani, sociali e politici, non ci facciamo certo del bene. Anzi, diventiamo irrilevanti: anche quei Cinesi che desiderino cambiare il sistema despotico del loro Paese, non potranno che trovare la nostra compagnia quantomai imbarazzante.

Ma come, si chiederanno, questi (noi) parlano di “pace, liberta’ e giustizia” e non possono neanche degnarsi di un solo pensiero riguardo 70mila morti?

E infatti, l’unico risultato pratico delle proteste (pre-terremoto) contro la Torcia Olimpica, e’ stato una generale sensazione fra i Cinesi, di essere vittime di un insulto collettivo (la qual cosa non e’ tanto lontana dal vero, nel caso delle proteste piu’ violente).

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Quando parliamo di Tibet e Cina, oggi, nel giugno 2008, dedichiamo quindi un angolino della manifestazione ai morti del terremoto.

Cerchiamo di andare oltre le solite contrapposizioni. Non e’ il karma negativo ad aver ucciso tutti quegli scolaretti, ma la combinazione della tettonica a zolle, dell’imperizia umana, e dell’incapacita’ politica di prendersi cura dei propri concittadini di ogni etnia.

Chi puo’ chiudere gli occhi su 70mila morti, 370mila feriti e 17mila dispersi, puo’ chiudere gli occhi su tutto. E allora invece di esporre bandiere tibetane, forse sarebbe piu’ onesto bruciare bandiere cinesi!

saluti
maurizio – londra

L’Illusione dell’Apoliticita’ dei Disastri Naturali

In seguito alla mia richiesta di inserire nelle manifestazioni pro-Tibet un momento riguardo le vittime del terremoto in Cina, mi e’ stato risposto che “mettere candele per le vittime di un terremoto a una manifestazione sul tibet, sembrerebbe un atto di solidarieta’ morale di “buona coscienza a buon mercato” che non aggiungerebbe niente“.

Ma come scrivevo, appunto, questo vuol dire illuderci che i disastri “naturali” (che poi tanto “naturali” non sono, visto che sono crollate soprattutto le scuole) non abbiano significato politico.

Potrei rispondere dicendo che in Italia non esisterebbe la Protezione Civile se non ci fosse stato il terremoto del 1908 a Messina, ma forse andiamo troppo alla lontana.

Potrei anche dire di vedere come il disastro del ciclone Nargis sia stato usato da tanti per forzare cambiamenti nel regime birmano, ma qualcuno potrebbe dire che tutto cio’ e’ fuori tema.

Oppure potrei ricordare come il comportamento di Dubya e seguaci al tempo di Katrina rimarra’ probabilmente come esempio piu’ calzante del fallimento di 8 anni di neo-cons. Ma forse quello e’ troppo generico.

Invito allora invece a riflettere sui cambiamenti nella societa’ cinese dopo quest’ultimo terremoto, con la dirigenza improvvisamente fotogenica, la grande partecipazione alla raccolta di aiuti (sia a livello personale, sia con una vera competizione fra le citta’ tutte a cercare il prestigio di essere quella che ha donato di piu’), le proteste molto pubbliche sulla qualita’ degli edifici, etc etc.

Pannella per esempio dice che vuole un “Tibet libero” per una “Cina libera”. Quanto e’ piu’ libera la Cina di oggi, in base a quello che si e’ visto dopo il terremoto, rispetto a quella di sei mesi fa? E non abbiamo niente da dire, o niente da fare al riguardo? Siamo davvero interessati a che la democrazia si sviluppi, in Cina?

Se si’, come facciamo a stabilire un dialogo se di fronte a una tragedia colossale diciamo “ciccia” e procediamo come se nulla fosse? Altrimenti, il sospetto e’ che il nostro obiettivo non sia aiutare i Tibetani, o i Cinesi, ma semplicemente forzare il Governo di Pechino nella direzione da noi preferita.

L’idea della “candela” rimane solo un suggerimento. E’ un gesto simbolico.

Ci possono essere altre forme: per esempio manifestare con bandiere tibetane e cinesi insieme, per ricordare a tutti come le politiche recenti abbiano messo in prigione il Tibet, e ucciso decine di migliaia di cinesi stessi, grazie all’assenza, fino ad oggi, di strumenti di controllo e protesta legale da parte delle popolazioni di ogni etnia.

Questi “strumenti di controllo” stanno venendo fuori, grazie alla nascita di una societa’ civile che non dipende dal Partito Comunista, e questa nascita andrebbe sottolineata con tutto il resto: perche’ la Cina non sara’ mai libera, e il Tibet non sara’ mai libero, per forzature che vengono dall’esterno.

E’ un momento di possibile cambiamento questo, in Cina. Il mio non e’ un invito a “manifestazioni di solidarieta’ a seguito di disastri naturali“: il fatto e’ che il terremoto, con tutte le sue conseguenze e cambiamenti umani, sociali e politici, e’ capitato proprio mentre ci occupavamo di Cina.

Snobbando tali conseguenze, e tali cambiamenti, non ci facciamo certo del bene. Anzi, diventiamo irrilevanti: anche quei Cinesi che desiderino cambiare il sistema despotico del loro Paese, non potranno che trovare la nostra compagnia quantomai imbarazzante.

Ma come, si chiederanno, questi (noi) parlano di “pace, liberta’ e giustizia” e non possono neanche degnarsi di un solo pensiero riguardo 70mila morti?

E infatti, l’unico risultato pratico delle proteste (pre-terremoto) contro la Torcia Olimpica, e’ stato una generale sensazione fra i Cinesi, di essere vittime di un insulto collettivo (la qual cosa non e’ tanto lontana dal vero, nel caso delle proteste piu’ violente).

Segnalo a completamento questa opinione di Daniel A Bell, in inglese, apparsa sul New York Times poche settimane fa: “China’s Class Divide – Xenophobic nationalists?

Pro-Tibet or Anti-China? The Sign of the Dead

If it is true that solidarity to the Chinese Government regarding the Sichuan earthquake cannot be used as an excuse to forget the repression in Tibet, it is also true that many “pro-Tibet” demonstrations are nothing to be proud of, as they disregard the recent, enormous disaster in the Sichuan region.

I hope nobody believes that natural disasters have no political consequences.

Simply, in the absence of the slightest effort to understand what is happening in China, the risk is to become broken records, absolute strangers to the reality on the ground. Is it really that difficult to add to “pro-Tibet” events something like a candle in memory of all those deaths?

And no, I am not suggesting to organize funeral vigills. I only wish that when people talk about Tibet and China, a corner of the event would be dedicated to the “earthquake dead”. Missing that, there is little chance (and, may I dare say, little right) to lecture the Chinese Govenment on Tibetan or other matters.

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I have put the questions above to various people but received very few answers so far. I have the uncomfortable feeling that at the end of the day, few or none really care about “real Tibet”, as few or none are interested in understanding the political and social consequences of the 2008 earthquake in China.

They who can turn their eyes away from 70,000 dead, 370,000 injured and 17,000 missing people, they can turn their eyes away from anything.

Instead of flying Tibetan standards, perhaps it would be more honest if “pro-Tibet” demonstrators burned Chinese flags.

Pro-Tibet o Anti-Cina? Manifestazioni Un Po’ Sceme

scemo: dal latino “semus”, mezzo […]. Agg. Non completo, non pieno; Mancante di una parte; […]

Se e’ vero che la solidarieta’ al Governo cinese per il terremoto non puo’ essere un alibi per chiudere gli occhi sulla repressione in Tibet, non e’ anche vero che i manifestanti a tutta prima “pro-Tibet” non stiano facendo una gran bella figura, strafregandosene del disastro nello Sichuan?

Oppure vogliamo crogiolarci nell’illusione che i disastri naturali non abbiano conseguenze politiche?

Se non viene fatto il minimo sforzo per capire cosa stia succedendo in Cina, non si rischia di diventare dei dischi rotti? Quanto e’ difficile aggiungere alle manifestazioni “pro-tibet”, una candela a ricordo di tutti quei morti?

E no, non sto suggerendo di organizzare veglie funebri. Vorrei solo che quando si parla di Tibet e Cina, venisse dedicato un angolino della manifestazione ai morti del terremoto. Dimenticati i quali, si perde ogni possibilita’ (e aggiungo io, ogni diritto) di dire ai Cinesi cosa sia giusto, e cosa sia sbagliato.

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Ho posto le domande qui sopra a varie persone ma di risposte finora ce ne sono state poche. Ho la brutta impressione che alla fine pochi o nessuno se ne importi davvero del Tibet, proprio perche’ a pochi o nessuno interessa sapere quali sono state le conseguenze politiche e sociali del terremoto in Cina. Chi puo’ chiudere gli occhi su 70mila morti, 370mila feriti e 17mila dispersi, puo’ chiudere gli occhi su tutto.

Invece di esporre bandiere tibetane, forse sarebbe piu’ onesto bruciare bandiere cinesi.

Evidence of Anti-China Reporting Bias in the IHT/NYT

In “Chinese students shed restraint in America” (IHT, Apr 30, published as “Chinese students in U.S. fight image of their home” on the NYT on Apr 29) Chou Wu, a Chinese doctorate student in the USA, is quoted by Shaila Dewan (in co-operation with Michael Anti) as saying that “Western media is even more biased than Chinese media“.

Ironically, in order to find evidence for his claim, Mr Wu should look no further than Ms Dewan’s article!

In fact, after reporting that Chinese students in America believe to be “still neglected or misunderstood (by Western news media) as either brainwashed or manipulated by the (Chinese) government“, Ms Dewan dutifully proceeds to portray those same students as…brainwashed and/or manipulated.

They are described as authoritarian, zealot nationalist prone to threats against Tibetans, also because “demonstrators couldintend to return home (too)”.

Ms Dewan even leaves the last word to Lionel Jensen, of the University of Notre Dame, IN, stating that Chinese students “dont’ ask” if Tibetans wanted the “aggressive modernization” brought by China to Tibet.

That doesn’t bode well for the impartiality of the article: a feeling that is confirmed when we are told that Chinese students’ “handouts on Tibet and Chinacontained a jumble of abbreviated history, slogans and maps with little context“.

Is “jumble” the appropriate word for a reporting piece? Methinks there is too much contempt for the report’s subject showing there.

We have to take Ms Dewan’s word for her judgements, as the only detail provided concerns “a chart showing infant mortality in Tibet had plummeted since 1951” (a positive thing if there ever was any). Alas, we are told, the students “did not provide any means for comparison with mortality rates in China or other countries“.

Too bad one is left none the wiser, as Ms Dewan herself provides no such a comparison either.

Once upon a time newspapers clearly separated news from news analysis. And journalists tried to report impartially. I know, that may be the stuff of Utopia nowadays, but is nobody trying anymore?

Even if the Chinese Government is paranoid…

…it doesn’t mean nobody is “out to get them”…

Serge Schmemann’s otherwise insightful comments on the parallels between Moscow 1980 and Beijing 2008 (“Olympic flames, then and now“, IHT, Apr 28) lacks balance about the inspiration of so many anti-China protests around the world.

This being the Age of the NGOs, there definitely is no shortage of people determined to use a major media event like the Olympics to support this or that issue. Furthermore, there are many that see economic powerhouse China as the enemy, a threat to their jobs and livelihoods.

And so even if the Chinese leadership is clearly showing signs of obtuse paranoia about the Dalai Lama, Hu Jia and pretty much everything else, they may very well still be right in denouncing the protests as maneuvered by a coalition of “anti-China forces behind the curtain”, hitting the right buttons in order to “stir up genuine anger” in “people in free societies”.

Schnemann casts also doubts on the effectiveness of “quiet diplomacy”. Perhaps he is right. One thing is certain, though: you don’t deal with a paranoid…by going out to get him.

Censored! (by Anti-Censorship Website…)

Does the company of dogs inspire one to bark? That’s what looks like happening at anti-China, (allegedly) anti-censorship blog “Under the Jacaranda Tree“.

Months, years perhaps of fighting against the censorship perpetrated by what is after all still a dictatorship, have taught “Jacaranda”‘s authors “Ned Kelly” and “Catherine A Young” that the way to deal with criticism is by censoring the offending text, and by banning its author.

(that is…me!)

With friends like these, the Tibetan and journalist Hu Jia‘s plights are unlikely to get any better for the foreseeable future.

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What has happened then? While researching my “Tibet and the Olympics: Remember Jin Jing” blog on Apr 22, I have stumbled upon Jacaranda’s “Bart Simpson and Jin Jing’s spin-doctors” where Mr Kelly strongly suggests that the whole Jin Jing Olympic torch relay incident has been staged, and promises “further analysis of more evidence surrounding the incident”.

I then added to their blog this comment (visible at “Under the Jacaranda Tree: Bart Simpson and Jin Jing’s spin-doctors“) about such “further analysis”:

At the end of the day, it doesn’t matter any longer. The pictures are out there. There are two assaults, not just one. Ms. Jin’s facial expression is that of a person in distress, or an unexpectedly great actress.

So obscure photographic analysis and talks about the behaviour of foreigners marching towards a demo in Paris, won’t do the trick. You may as well try to stop a tsunami with a teaspoon.

Evidently I am unable to read my own words, because they look like a straight and mild statement of personal opinion to me…yet either Mr Kelly or Ms Young took very and grave offence at them. And so despite claims of technical issues with their website, they posted a new blog on Apr 23: “Why we have banned a recent commenter“.

Don’t waste time in looking for that blog now, as it has been deleted: not early enough to disappear from my WordPress dashboard though, with the text

[…] MEANWHILE, we received a comment from this OBVIOUSLY MAINLAND CHINESE W*NK*R! […]

(without the *’s) linking to my “Maurizio’s Testimonials” page. In the meanwhile, my comment did not pass their web site moderation. Still it has not been published on “Jacaranda”, despite a second attempt to submit it.

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Based on the above, this can be said about Ned Kelly and/or Catherine A Young, the authors of the blog “Under the Jacaranda Tree”:

(1) They are so full of anti-Chinese anger, they write blogs of hate with little or zero critical thinking (I mean…leaving aside accusations of autoeroticism 8-), who can even think that I am “obviously mainland Chinese” when my pictures are all over the place?)

(2) They are so full of themselves and of their redeeming crusade to save the world against evil Beijing, they cannot tolerate the mildest form of dissent, launching themselves in verbally violent, frankly unjustified fits against the dissenter, whose words are censored and whose very name is banned from their site (sadly, this is exactly the behaviour of the Chinese government)

(3) At some point, they must have realized the absolute idiocy of their “W*NK*R” blog, removing it in the hope no-one would notice (thus demonstrating little familiarity with the ways of blogging, backtracking and WordPress)

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Mr Kelly and Ms Young know that I know, because I added some reference in my second commenting attempt (remember, they have censored that one too). They also know how to contact me (all it takes is a comment to my website).

A word of apology, and removal of the censorship, will make a huge difference: I am a regular guy expressing his sometimes flawed, other times not-so-flawed thoughts. The “sin”, rather than Onan’s, seems to be my desire for independent thought (independent, that is, from Mr Kelly’s and Ms Young’s…)

Yet it is worrying that either or both of them could so quickly think of me as “obviously mainland Chinese”. In the absence of any reply, one will have to agree with those that believe that behind the pro-Tibet campaign, there lies the spectre of anti-Chinese “post-racist” sentiments.

Tibet e Olimpiadi: Non Dimentichiamo Jin Jing

L’autore di EastWestSouthNorth si chiede (e non e’ il solo): chi ha perso la faccia in quest’epoca di proteste che coinvolgono la torcia olimpica?

Una risposta e’ facile: certo non il Governo Cinese, la cui autostima cresce di giorno in giorno e che puo’ sfruttate anche la luce riflessa dalla gloria di Jin Jing, la sorridente atlente Paralimpica costretta su una sedia a rotelle dopo un tumore e che ha difeso la torcia olimpica con tutta se stessa contro non uno, ma ben due assalitori a Parigi.

Qualunque siano i meriti della “causa” tibetana, mi ha intristito fin dall’inizio vedere la staffetta Olimpica diventare occasione per confronti violenti, anche se solo nella forma di “pacifici” attraversamenti di fronte al tedoforo. Queste foto mi hanno convinto ancora di piu':

Le proteste continueranno: ma dopo quanto accaduto a Jin Jing, saranno peggio che inutili. Come lo si volti o lo si giri, ogni tentativo futuro di collegare le Olimpiadi di Pechino alla situazione in Tibet sara’ quasi sicuramente una manna per quel nazionalismo Cinese che vuole andare contro tutto e tutti, Tibetani inclusi.

NOTA BENE: C’e’ chi dice di avere le prove che sia stata tutta una montatura. Ma in realta’, non e’ che importi piu’ di tanto. Le immagini sono state viste da decine di miloni di persone. Ci sono stati due assalti a Jin Jing da parte di manifestanti. L’espressione facciale dell’atleta e’ quella di una persona scossa e spaventata, o di un’attrive insuperabile, fino ad’oggi sconosciuta.

E quindi che senso ha mettersi a disquisire sui dettagli delle fotografie? Sarebbe un po’ come difendersi dallo tsunami con un cucchiaino.

Tibet and the Olympics: Remember Jin Jing

The author of EastWestSouthNorth asks: whose PR have been a disaster in these times of Olympic torch protests?

Well, the answer is easy: not the Chinese Government’s, steadily growing in self-confidence and basking in the reflected glory of Jin Jing, a wheelchair-bound smiling Chinese Paralympic girl athlete and cancer survivor, holding on to the torch “for dear life” against not just one, but two physical assaults in Paris.

Whatever the “cause” behind, I have felt uneasy from the beginning, seeing the Olympic torch relays become occasions for violent confrontations, even if in the form of “peacefully” crossing the path of the bearers. These pictures have convinced me further:

Protests may and will continue: but after the Jin Jing’s incident, they have become worse than pointless. For all intents and purposes, all future linkage of the Tibet problem with the Beijing Olympics will more likely than not simply further the cause of Chinese nationalism against the rest of the world, Tibetans included.

NOTE: There are people out there claiming to possess evidence demonstrating that the incidents have been staged. But at the end of the day, it doesn’t matter any longer. The pictures are out there. There are two assaults, not just one. Ms. Jin’s facial expression is that of a person in distress, or an unexpectedly great actress.

So obscure photographic analysis and talks about the behaviour of foreigners marching towards a demo in Paris, won’t do the trick. Anybody not believing in Ms. Jin’s ordeal, may as well try to stop a tsunami with a teaspoon.

Contro Gli Assalti Alla Torcia Olimpica

A cosa porteranno, gli imbarazzanti assalti contro la Torcia Olimpica?

  1. Modifica del percorso in modo da renderlo puramente cerimoniale, con “bagni di folla” rigorosamente controllata (se non finta)
  2. Senso di repulsione contro queste iniziative allorquando uno dei tedofori sara’ portato in ospedale. O peggio
  3. Proibizione ufficiosa del possesso di bandiere tibetane, nel senso che chiunque si faccia trovare con una al seguito, sara’ immediatamente classificato come potenziale assalitore di corridore disarmato
  4. Progressivo isolamento della Cina, nel senso di chiusura a riccio contro i poco sensati e umilianti assalti di un mondo che, di solito, soprassiede come se nulla fosse a eccidi ben peggiori di quanto si sia visto ultimamente in Tibet; con conseguente, disutile innalzamento della tensione internazionale, mentre le forze piu’ retrive e oppressive si rafforzano nella Cina stessa, facendo leva sul nazionalismo
  5. L’avvio di un processo di democratizzazione in Cina incluso il Tibet, e l’organizzazione di un referendum sull’indipendenza di quest’ultimo

La probabilita’ e’ altissima per i punti da 1 a 4.

Zero, invece, per il punto 5. Alzi la mano chi mai, trovatosi al posto dei leader cinesi, abbasserebbe la testa di fronte a una serie di assalti evidentemente organizzati. Anzi, la reazione da aspettarsi e’ esattamente quella contraria.

E poi mi chiedo: da dove saltano fuori, tutti questi attivisti pro-Tibet cosi’ determinati, e un po’ maneschi? Lasciamo anche perdere l’associazione Free Tibet e le sue vignette che puzzano di razzismo. A me, tutto mi sembrano, questi assalitori di Torce, tranne che individui nonviolenti che vedono nel Dalai Lama la loro guida spirituale.

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E chi saremmo, noi Occidentali, che ci ergiamo a giudici per condannare l’intera Cina? Quelli che bombardano donne e bambini, in Afghanistan, per poi chiedere al massimo scusa del “tragico errore” (se non per far finta di niente, come al solito).

Il mondo e’ un vero schifo: il Darfur, la Somalia, il Chad, il nord-est dell’ex-Zaire; lo Sri Lanka, il nord-est dell’India, la Birmania; il Tibet, il territorio degli Uighuri; il Kashmir, le zone tribali del Pakista, l’Afghanistan, l’Iraq; le regioni iraniane a prevalenza araba, e quelle turche a prevalenza kurda; etc etc etc.  

Concentrarsi su uno di questi problemi, in una maniera cosi’ eclatante come quella di cercare di prendere la Torcia Olimpica, mi sembra quanto meno strano. Di piu': il desidero di “liberare il Tibet”, davvero non basta a giustificare quanto sta accadendo.

Tutto l’odio che si vede ha probabilmente anche altre radici: calcoli politici (nessuno perdera’ mai voti, in Occidente, per aver appoggiato la causa tibetana); odio razziale (contro il “pericolo giallo” del miliardo di cinesi); il desiderio di “rimettere la Cina al suo posto”.

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Il problema del Tibet esiste. La Cina si comporta li’ davvero come una potenza coloniale, e il Governo di Pechino con le sue azioni mina ogni ragionamento che veda il Tibet come parte integrante della Cina stessa. Esistono grossi problemi di democrazia, e colossali violazioni dei diritti umani.

Si risolvera’ tutto cio’, spegnendo/rapendo la Torcia Olimpica?

Fallimento Tibetano per il Dalai Lama e il Presidente Cinese Hu Jintao

I disordini in Tibet del Marzo 2008 hanno fatto due grandi vittime politiche: Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama e Hu Jintao, Presidente della Repubblica Popolare Cinese.

a. Il Dalai Lama

O il Dalai Lama è dietro la ribellione, o non lo è.

Se lo è, quanto accaduto è un grosso fallimento per decenni della sua lotta nonviolenta, 49 anni circa dopo avere condotto in un modo o nell’altro la rivolta del 1959, dalla tempistica e opportunita’ assolutamente sbagliate e che termino’ con il suo esilio.

Se non lo è (e personalmente, penso che sia quello il caso), significa che è stato messo da parte (si veda la sua minaccia di dimettersi in caso di escalation della violenza). E quindi, visto che i tibetani non sono tutti dietro lui, qualunque sia la sua popolarita’ in Occidente, il mondo deve identificare (anche?) altri interlocutori per mantenere un contatto significativo con la gente del Tibet.

b. Presidente Hu Jintao

Ancor più del Dalai Lama, il fallimento più grande è tutto personale e riguarda il Presidente Cinese Hu Jintao.

Questi e’ gia’ stato Segretario del Partito in Tibet qualche tempo fa: quanto mai protetta e privilegiata sia stata la sua vita allora, e anche se come si dice arrivo’ a diffidare e disprezzare quella regione e quella gente, Hu deve aver pure imparato qualcosa riguardo il Tibet.

Adesso, come Leader Supremo, Presidente, Segretario Generale del Partito e Presidente della Commissione Militare Centrale (capo delle Forze Armate), Hu è responsabile di portare il Paese intero alle Olimpiadi.

E’ vero, ha persino provato a prevenire eventuali problemi mandando ulteriori truppe in Tibet. Ma quando poi i disordini sono cominciati (e sono cominciati quando prevedibile: in occasione di un anniversario, a pochi mesi dalle Olimpiadi), l’unica risposta di Hu e’ stata uccidere, brutalizzare, arrestare, deportare, in una serie di incredibili errori di Public Relations complicati anche da una fissazione malsana e improbabile per fantastiche macchinazioni da parte del Dalai Lama, un tizio con tunica in Dharamsala che fingerebbe nonviolenza per decenni ma che avrebbe ora l’abilita’, di mettere nei guai tutto da solo l’intera Cina.

Nelle (in-)capaci mani di Hu, la Cina è stata fatta apparire insensata, incapace di prepararsi, incapace di impedire disordini, violenta, facile con la pistola contro le “proprie” popolazioni, incapace di difendere i cinesi di etnia Han dalla rabbia dei tibetani, incapace di impedire che le notizie trapelassero al mondo esterno, macchiata di sangue davanti a centinaia di milioni di clienti delle sue merci in tutto il mondo, e questo giusto alcune settimane prima delle Olimpiadi: una Cina pronta si’ ma solo per le critiche e i tentativi di ostracismo da parte di tutti coloro che cercano una giustificazione per protezionismo anti-Cinese.

Tutto questo, alcuni giorni dopo l’annuncio di operazioni contro “terroristi” uiguri, che sembrano sempre piu’ una finzione o una realtà imbellettata.

È questo che Hu Jintao aveva in mente quando parlava della sua filosofia politica della “Società Armoniosa” e dello “Sviluppo Pacifico“? Speriamo di no… ma purtroppo, sempra proprio che sia come uno di quei Capitani che sanno comandare una nave ma solo quando il tempo e’ bello.

A meno che qualche cosa di grosso non accada durante i prossimi mesi, non stupiamoci se Hu Jintao decidera’ presto di pensionarsi…

Tibet’s Unrest A Failure for the Dalai Lama and President Hu Jintao

The March 2008 “unrest” in Tibet has managed to net two big political victims: Tenzin Gyatso, the XIV Dalai Lama and Hu Jintao, President of the People’s Republic of China.

a. The Dalai Lama

Either the Dalai Lama is behind the rebellion, or he is not.

If he is, it’s a big failure for decades of his nonviolent struggle, some 49 years after leading one way or another the wrongly-timed, poorly opportunistic 1959 uprising that lead him into exile.

If he is not (and personally, I think that’s the case), it means he’s been sidelined (check his threat to resign against escalating violence). That is, the Tibetans are not all behind him: and so, as much as he is popular in the West, the World needs to identify more interlocutors to keep a meaningful contact with the people of Tibet.

b. President Hu Jintao

Even more than the Dalai Lama’s, the biggest failure of all is a personal one, and concerns Chinese President Hu Jintao’s.

First he was Party Secretary in Tibet for a while: however protected and privileged his lifestyle must have been at the time, and even if he came to distrust and despise the region and the people, as rumors have it, Hu must have learnt a thing of two about Tibet. Now, as Paramount Leader, President, General Secretary, and Chairman of the Central Military Commission, Hu has been in charge of getting the whole country ready for the Olympics.

True, Hu even tried to prevent troubles by sending additional security personnel. But still: when the troubles happened (and they happened when most expected: on an anniversary, a few months before the Olympics), Hu’s only answer was to kill, brutalize, arrest, deport, in an incredibly bad P.R. move compounded by an unhealthy, improbable fixation for fantastic machinations by the Dalai Lama, a robed guy in Dharamsala pretending nonviolence for decades but now single-handedly capable of eliciting problems for the whole of China.

Under Hu’s (in-)capable hands, China has been lead into looking foolish, unable to prepare, unable to prevent civil unrest, violent, trigger-happy against “its own” people, unable to defend the ethnic Chinese Han apparently victims of the Tibetans’ anger, unable to prevent the news from leaking to the outside world, blood-splattered in front of hundreds of millions of its customers around the world a few weeks before the Olympics and ready to be criticized and ostracized by all those looking for an excuse for protectionism.

All of this, a few days after announcing a clampdown on Uighur’s terrorists that appears more and more either fiction or embellished reality.

Is this what Hu Jintao had in mind when presenting his political philosophy of “Harmonious Society” and “Peaceful Development“? Hopefully not…but unfortunately, his does look like “Fairweather Leadership“.

Unless something big happens during the next few months, one shouldn’t be surprised to find Hu in well-earned retirement quite soon.

Pro-Tibet, With Both Eyes Wide Open

It’s obviously a big issue, when Police and the Army shoot against unarmed civilians, and beat schoolchildren during their free time. But the Tibet situation is complex: sure, more complex than Burma’s of some months ago.

The Burmese monks rebelled against the umpteenth torment on the part of the Military Junta. The Tibet revolt seems planned instead in order to coincide with the 20th anniversary of another one, risking embarrassment for the Beijing Government during what was meant to be a joyful prelude to the Olympic Games of August 2008.

There was in fact nearly the absolute certainty that the Chinese “security forces” would react brutally: indeed, if the dead total to tens or hundreds, they will be much fewer in past repressions. And those “security forces” act just as brutally in other parts of China…

Also, the strong aversion for all thing Tibet by the President of the People’s Republic of China, Hu Jin Tao, are well known, stemming from his stint as Party Secretary in Lhasa: whose climate, and whose people he just never managed to bear.

The history itself of the relationships between communist China and the current Dalai Lama is not very simple. It could indeed be argued that his hastened departure after the unwise rebellion by the Tibetan nobility in 1956-1959 has coincided with the liberation of large numbers of people from serfdom. Finally, just to provide an example of all the issues that seldom surface, the Chinese Government is obviously determined not to let Tibet end up like Mongolia, that managed to free itself thanks to Soviet support whilst China went from one civil war to another during the first half of the XX Century.

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Therefore, even if there is criminal repression going on at this moment, we must ask why it has been evoked/provoked right now with a rebellion and civil disorders. Who wanted to verify if the People’s Liberation Army would have avoided the use of force or not? And why… that is, what ever will the medium/long term Tibetan strategy?

If we do not know how to answer these questions, we can only pronounce the usual appeals to calm and moderation: assisting as spectators to the renewed drama in the destructive relationship between the central Government and the aboriginal Tibetan population.

And for the Chinese Government there is a clear, logical strategy: repress, without exaggerating too much. At the end of the day, just a media-management issue.

Pro-Tibet, Ma Non Ciecamente

Polizia ed esercito che sparano ad altezza d’uomo, picchiando bambini di scuola media nel tempo libero, non sono certamente cose da lasciar passare come se nulla fosse. Ma la situazione in Tibet e’ piu’ complicata: sicuramente, piu’ complicata che quella in Birmania alcuni mesi fa.

I monaci birmani si sono ribellati all’ennesima vessazione da parte della Giunta Militare. La rivolta tibetana sembra invece pianificata per coincidere con l’anniversario di quella di venti anni fa, rischiando di imbarazzare il Governo di Pechino durante quello che doveva essere il festoso preludio alle Olimpiadi di Agosto 2008.

Sul fatto che le “forze di sicurezza” cinesi avrebbero reagito brutalmente c’era infatti la quasi assoluta certezza: anzi, se i morti saranno alcune decine o centinaia, saranno molto meno di quanti furono eliminati in repressioni passate. Non e’ poi che “certe cose” le facciano solamente in Tibet…

Anche i sentimenti di forte antipatia dell’attuale Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jin Tao, contro il Tibet e i tibetani sono noti, dal tempo in cui era Segretario del Partito in quel di Lhasa: e che quel clima, e quella gente proprio non riusciva a sopportare.

La stessa storia dei rapporti fra la Cina comunista e il corrente Dalai Lama non e’ molto semplice, e si potrebbe dire che la cacciata di quello dopo l’improvvida rivolta nobiliare del 1956-1959 e’ stata davvero la liberazione di grandi settori della popolazione tibetana dalla servitu’ della gleba. Infine, giusto per dare un esempio dei problemi che ci sono dietro, c’e’ la determinazione cinese affinche’ il Tibet non faccia la fine della Mongolia, che riusci’ a strappare l’indipendenza grazie all’appoggio sovietico quando la Cina passava da una guerra civile all’altra nella prima meta’ del XX secolo.

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Insomma anche se la repressione e’ criminale, c’e’ da chiedersi perche’ sia stata evocata/provocata proprio adesso con una ribellione e dei disordini. Chi aveva davvero voglia di verificare se l’Esercito di Liberazione del Popolo avrebbe evitato di usare la forza? E per quale motivo…cioe’, quale sara’ mai la strategia a medio/lungo termine da parte dei Tibetani?

Se non sappiamo rispondere a queste domande, non possiamo che limitarci ai soliti appelli alla calma e alla moderazione: rimanendo ad assistere da spettatori al dramma dell’ennesima mossa e contromossa nel distruttivo rapporto fra il Governo centrale Cinese e la popolazione indigena Tibetana. E per il Governo Cinese la strategia piu’ logica e’ chiara: reprimere senza esagerare troppo.

Insomma, una semplice questione mediatica.

Tibet: Oltre il Boicottaggio

Dal Messaggero, un’intervista per capire perche’ “boicottare i Giochi Olimpici“, qualunque sia la situazione in Tibet, non sia una scelta particolarmente saggia:

Nel 1980 non potè partecipare alle Olimpiadi a Mosca e oggi afferma che quel «boicottaggio non servì a nulla». Secondo Daniele Masala, glorie dell’atletica leggera italiana, «si fa presto a dire boicottiamo: ma le ragioni di chi suda, si sacrifica e trascorre la breve vita sportiva con il solo obiettivo di andare ai Giochi, le valutate? E soprattutto: alla causa dei diritti umani serve non andare alle Olimpiadi di Pechino?». Nel 1980 la soluzione trovata in Italia per non andare a pieno titolo a Mosca (i sovietici avevano invaso l’Afghanistan, gli Usa premevano per il boicottaggio) fu quella di inviare una squadra chiamata «Coni» e di lasciare a casa gli atleti militari. E lui, che era un poliziotto, restò a Roma pur essendo il favorito nella prova di pentathlon moderno. «E nel mondo – spiega – dopo tutto andò come se il boicottaggio non ci fosse mai stato». E la mancata partecipazione fu un duro colpo: «Smisi per 4-5 mesi di allenarmi, volevo cambiare vita: ero tristissimo». «Non possiamo fare dei Giochi una grande festa mentre i cinesi uccidono i monaci tibetani e giustiziano la gente. Noi dobbiamo andare, gareggiare e mentre ci premiano mandare il messaggio forte: siamo contro le esecuzioni capitali, siamo contro l’invasione in Tibet. E se proprio dobbiamo punire qualcuno, boicottiamo il Cio che questa sede l’ha scelta. Lasciamo in pace atleti e tecnici».

Da Dharamsala, intanto, un appello da parte dell’On. Sergio D’Elia, gia’ li’ da alcuni giorni dimostrando quindi che qualcuno si occupava del Tibet anche in tempi non sospetti:

TIBET: SERGIO D’ELIA CHIEDE CHE IL PARLAMENTO DISCUTA LA DRAMMATICA EMERGENZA

Dharamsala, 16 marzo 2008

COMUNICATO STAMPA

Sergio d’Elia, deputato radicale, ha inviato la seguente lettera ai Presidenti della Camera e del Senato e ai Presidenti delle Commissioni esteri

Dharamsala 15 marzo 2008

Alla c. a.
Presidente del Senato Franco Marini
Presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti
Presidente della Commissione esteri del Senato Lamberto Dini
Presidente della Commissione esteri della Camera Umberto Ranieri

Cari Presidenti,

come forse saprete sono a Dharamsala insieme ai Vice Presidenti del Partito Radicale Nonviolento, Matteo Mecacci e Marco Perduca, per sostenere la causa tibetana che in queste ore vede un drammatico sviluppo per quanto sta accadendo purtroppo in Tibet.

Lo scorso 10 marzo abbiamo partecipato alle cerimonie ufficiali del Governo tibetano in esilio nel corso delle quali sono intervenuti il Dalai Lama, Karma Chopel, Presidente del Parlamento Tibetano e Samdhong (Lobsang Tenzin) Rinpoche, Primo Ministro del Governo tibetano in esilio.

Con il Presidente del Parlamento ed il Primo Ministro abbiamo avuto anche incontri ufficiali ed un lungo colloquio nei giorni scorsi nel corso del quale abbiamo insieme approfondito l’analisi dell’iniziativa lanciata da Marco Pannella, nel quadro del Primo Satyagraha Mondiale per affermare “ovunque, a livello istituzionale e personale, per tutte e tutti” il valore, troppo spesso smarrito, della “parola data” e dei patti, nei rapporti internazionali e personali, obiettivo che coinvolge naturalmente anche la realtà italiana e globale, per dare una soluzione politica strutturale alle crisi dello Stato di Diritto, della democrazia e dei diritti umani.

Il 10 marzo, in omaggio anche della qualità di parlamentare italiano, membro della Commissione esteri della Camera dei Deputati, ho avuto l’onore di aprire la Marcia nonviolenta partita da Darmanshala fino al Tibet in occasione dell’anniversario della rivolta nonviolenta tibetana del 1959 contro l’occupazione cinese. Tale manifestazione nei giorni successivi è stata interrotta dalle autorità indiane con un fermo di polizia di 14 giorni a 100 monaci, attualmente nel centro di detenzione di Yateri Niwas, per essersi rifiutati di firmare un impegno a non proseguire la Marcia.

Ritengo opportuno e urgente che il Parlamento italiano trovi il modo di discutere quanto sta avvenendo in Tibet ed anche in altre regioni cinesi, dove pure si consumano gravi violazioni dei diritti umani come nei confronti degli uiguri del Turkestan orientale, che non sono in questo momento sotto i riflettori della pubblica opinione.

Non solamente in vista dei Giochi Olimpici, chiedo formalmente di aiutare la Cina a dare al mondo un’immagine ben diversa da quella che emerge tragicamente in queste ore e di convocare una riunione congiunta del Parlamento italiano, o quanto meno delle Commissioni esteri, affinché il Governo possa, a Parlamento sciolto come avvenuto per il Kossovo, discutere di questa drammatica emergenza.

Con i miei più cari saluti,

On. Sergio d’Elia

p.s. Naturalmente, quando c’e’ da prendere una posizione semplicista e populista, nessuno puo’ battere Beppe Grillo.