Sicurezza Aereoportuale e Nuove Possibilita’ di Business

Grande spazio alla BBC per il “nostro” Parlamentare Europeo per i Radicali, Marco Cappato, menzionato come “Italian Liberal” (ahia che male!) sia in un articolo sulle nuove macchine a “raggi denudanti” che la UE vuole far installare negli aereoporti (con tanto di “box” solo per lui), sia nei notiziari radiofonici (la sua voce e’ stata trasmessa al Regno nel notiziario della mezzanotte, su BBC Radio4).

Cosa fare di fronte al fatto che in nome della “sicurezza” ormai tutto viene presentato come “giustificato” ?

Approfittiamone, ecco cosa fare! Cosa succedera’ infatti quando tutti sapranno di arrivare “nudi alla meta”, volevo dire “al gate”?

Insomma, gli uomini ovviamente vorranno mostrare il meglio di se’ (giu’ tutti a trangugiare Viagra); mentre le donne pure (grandi affari per chi vende bustini, corsetti e reggiseni riempitori e di sostegno).

Aspettiamoci quindi qualcuno che ci dica che la sicurezza totale fa bene all’economia.

ps un minuto di silenzio per la vita grama di chi dovra’ lavorare osservando tutte quelle pance e ciccie nude transitare sullo schermo

Nudita Aereoportuali

Nudita' Aereoportuali

Al Qaeda Uccide Musulmani

Quand’anche ci fosse mai stato il minimo dubbio…visti i risultati delle attivita’ di al Qeada in giro per il mondo, lasciando da parte per il momento l’11 settembre 2001, dopo l’attentato al Marriott di Islamabad una cosa e’ ormai chiarissima.

Al Qaeda, che a chiacchiere dovrebbe lavorare per il ritorno di un Impero Islamico, in realta’ quello che fa e’ uccidere musulmani.

La Storia e’ davvero una farsa omicida. E quegli idioti che volevano marciare per Colonia “contro l’islam” dovrebbero seriamente considerare Osama bin Laden come uno dei loro eroi.

Per Una Gestione Completa del Rischio

Quando si parla di rischio ci si lamenta sempre del fatto che la percezione e’ molto diversa dalla realta’ dei numeri. Si dice che la gente sottostima i piccoli incidenti come quelli automobilistici, e pensa che guidare sia meno rischioso che prendere l’aereoplano. La “magnitudine” dei disastri aerei in qualche maniera offusca il fatto che siano cosi’ sorprendentemente rari, specie in confronto a quelli stradali.

Se invece la scuola ci educasse tutti alla gestione dei rischi (“risk management”), l’errore di guidare veloci e spensierati lo farebbero molti meno, e molti piu’ potrebbero volare senza troppi patemi d’animo.

Tutto cio’ e’ matematicamente vero ma manca ancora di qualcosa. Questo qualcosa e’ il fatto che ciascuno di noi in quanto essere umano non e’ un individuo isolato, ma anzi membro di (svariate) comunita’.

Insomma, nei calcoli andrebbe aggiunto un qualche coefficiente che tenga conto del fatto che la “sezione d’urto” di ciascuno di noi in caso di incidente non e’ quasi mai rappresentata dai confini materiali del proprio corpo.

Per esempio la probabilita’ che un pendolare qualsiasi sia vittima di attentati terroristici in una grande citta’ del mondo e’ bassissima. Ma la probabilita’ che quello stesso pendolare sia “toccato” da un attentato e’ invece altissima: basta che mettano una bomba da qualche parte specificatamente affinche’ colpisca, appunto, i pendolari.

Ne parlo (in inglese) in un blog “Percezione del Rischio, Networks Sociali e Globalizzazione” dove cito Jeremy Waldron dalla The New York Review of Books (”Is This Torture Necessary?“, Vol 54, N. 16 • October 25, 2007), quando dice che la sicurezza “non e’ un bene individuale, di cui beneficiamo ciascuno di noi in termini di probabilita’ statistica [individuale]“.

La Sicurezza va quindi ripensata in termini di gruppo, non solo di persona.Anche se l’11 Settembre “il 99.999 percento degli abitanti degli USA […] non sono stati uccisi“, il fatto che 2,974 lo siano stati e’ stato anche un colpo al senso di sicurezza di tutti coloro che potevano immaginare se stessi nelle Torri Gemelle, al Pentagono or sul volo United 93.

Ecco perche’ la paura di un grosso attacco terroristico o di una altra grande catastrofe appare superficialmente assurda, visto che la probabilita’ che ciascuno di noi sia coinvolto e’ infinitesima. In realta’ la domanda non e’ “qual’e’ il rischio per me?” ma “qual’e il rischio per il mio gruppo?

Se insomma io sono esposto un rischio in termini di uno su un milione, e ho dieci amici o compari o compagni di tribu’ o familiari, la mia “esposizione effettiva” (se vogliamo, “affettiva”…) come “persona” e’ una su centomila. E se ho cento amici, una su diecimila.

In altri termini, se il nonno muore sotto il tram, uno non pensa mica “meno male a me non e’ successo“, anzi…

Il “coefficiente di gruppo” per cui moltiplicare il rischio individuale sarebbe naturalmente un valore medio diverso per ogni tipo di rischio, molto alto nel caso di attentati terroristici sul “pubblico qualunque” (dove quindi l’identificazione dell’individuo e’ molto alta) e molto basso (vicino a uno cioe’) nel caso di incidenti specifici come quelli automobilistici (dove l’identificazione dell’individuo e’ ovviamente bassa, altrimenti l’auto non la userebbe piu’ nessuno).

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E’ importante stabilire che non e’ solo un discorso di “magnitudine”. Anche se siamo tutti umani, il rischio di milioni di bengalesi di morire nel prossimo monsone non tocca i non-bengalesi come quello delle centinaia di loro conoscenti di essere diagnosticati con un tumore entro un anno.

In realta’ non sto proponendo di sostituire una cosa con un’altra. Sto dicendo di aggiungere alle considerazioni del rischio una misura dell’impatto sull’individuo come parte di un gruppo, e non solo come individuo.

Per esempio, il rischio che cada un aereo con sopra qualcuno che conosco e’ molto piu’ elevato adesso che sono e sono stato in contatto con decine e decine di persone in giro per il mondo, piuttosto che quando avevo tre anni e ne conoscevo forse una ventina, tutte fra l’altro residenti nello stesso posto (se fossi amico intimo di ogni altro umano, ogni giorno sarei invitato a 150mila funerali, 350mila nascite, altrettanti matrimoni e peserei circa millecinquecento chili. Forse c’e’ un buon motivo perche’ siamo naturalmente familiari e tribali).

Questo discorso e’ importante perche’ le scelte tecniche e politiche vanno prese non in base a sensazioni ma in base a fatti. Ed e’ appunto un fatto che il risk management di un attentato a New York non puo’ essere limitato a “tanto di americani in percentuale ne moriranno pochissimi” perche’, se gli attentati sono “contro gli americani” allora tutti gli americani o quasi ne saranno comunque toccati.

Dopotutto, se l’obiettivo e’ educare il pubblico al risk management, bisogna fare un discorso plausibile, e non, appunto “spallucce“. Quando i risultati numerici contraddicono la percezione puo’ esserci un errore nella percezione, o puo’ mancare qualcosa nel calcolo.

Non sto certo dicendo di “accomodare la percezione comune“. Sto suggerendo di partire dalle osservazioni, invece di cercare di imporre un astratto ed incompleto modello matematico.

Nello specifico, la dicotomia fra chi dice “il pericolo di morire terrorismo negli USA e’ bassissimo” e la percezione generale che “il terrorismo e’ molto pericolo per chi vive negli USA” puo’ essere superata appunto se ci rendiamo conto che per l’individuo “residente negli USA” il fatto che una bomba possa colpire un altro “residente negli USA” e’ (quasi) equivalente a che colpisse lui stesso.

Terrorismo da parte de La Repubblica

Lettera inviata a La Repubblica

To: “Lettere al Direttore Repubblica” , “Redazione La Repubblica”

Caro Direttore, cara Redazione

Negli ultimi giorni, a seguito dei presunti attentati di Londra, “La Repubblica” non ha fatto altro che parlare di paura, paura e paura.

Paura a Londra, paura per il concerto di Diana, paura a Glasgow.

Ora, non sono sicuro chi sia il vostro corrispondente da Londra ma fatelo rientrare in Italia perche’ se ha tanta paura e’ meglio che se ne vada.

Io ero a Londra il 7 luglio 2005, ero a Londra giovedi’ scorso e continuo a vivere a Londra. NON vivo in alcuna paura di attentati, e anche se sono consapevole che possono capitare, piu’ che non trascurare pacchi e valigie sospette non posso.

E quindi vado a lavorare in treno, in autobus, in taxi, in metropolitana, a piedi, come sempre.

Professionisti o dilettanti che siano, ci sono dei tizi che vogliono spaventare. Aver paura significa quindi aver perso. E quindi io non ho paura. Amen.

E questo non perche’ io sia piu’ speciale degli altri. Sono in compagnia di centinaia di migliaia di persone. Venite pure a vederli, tutti a fare il loro mestiere come al solito, altro che “paura e paura”. Amen di nuovo.

Trovatemi un Londinese che abbia paura. A parte quelli che scrivono per La Repubblica, naturalmente.

Il vostro comportamento non e’ un problema trascurabile. Grazie a voi e a tanta stampa e TV italiana, devo passare ore interminabili a tranquillizzare i miei genitori.

Possibile che non abbiate meglio da fare che terrorizzare due pensionati? E non avete miglior modo di scrivere che titillare i sentimenti piu’ primitivi dei lettori?

Fatevene una ragione di vita. In questo periodo della storia possono esserci attentati. Possono anche esserci incidenti stradali, fughe di gas, rapine a mano armata, infarti, tumori, e non e’ mai trascurabile il numero di persone che muore scivolando in bagno.

Chi e’ terrorizzato dalla toilette, smetta di lavarsi.

saluti
maurizio morabito

Uccidere Professori Universitari

C’e’ tanto pensare oggi in Italia riguardo il perche’, unico caso probabilmente al mondo, il terrorismo “rosso” locale prenda di mira professori universitari ed uomini di pensiero (Bachelet, D’Antona, Biagi, e adesso Ichino il quale per fortuna e’ vivo).

Quale danno potranno mai arrecare quei professori come individui, al punto che chi teorizza e pratica la loro eliminazione? Non sono forse fatte, le Leggi, da un Parlamento di un migliaio di persone ed almeno altrettanti consulenti ed esperti?

Se Biagi non fosse esistito, davvero non ci sarebbe stata una “Legge Biagi”, sotto un altro nome?

La situazione e’ davvero inspiegabile…a meno che non ci si ricordi del primo esempio di eliminazione-del-filosofo: l’omicidio di Giovanni Gentile da parte dei GAP, Gruppi di Azione Patriottica, il 15 aprile 1944.

L’ormai settantenne Gentile, appunto, non fu ucciso per quello che avrebbe potuto fare nel futuro, quanto per le sue idee e come “responsabile” di aver dato una base filosofica al fascismo.

Chi lo uccise non se ne penti’ affatto. Recentemente a Radio24 una partigiana ha ribadito il suo pensiero in tal senso.

Non e’ dato sapere se si sia resa conto che, una volta scoperchiata la pentola dell’omicidio del “pensatore”, e’ impossibile ritornare alla situazione precedente: e per violenti idealisti, quell’omicidio sara’ sempre fonte di ispirazione.

Un po’ come il terrorismo ebraico che importo’ nella Palestina pre-Israele l’idea delle autobombe…come al solito, la violenza “giustificata” di un giorno si trasforma in violenza “ingiustificata” del presente e futuro.