Interventi su Pace e Energia, Congresso Radicali Italiani

Ho partecipato giovedi’ 1 e venerdi’ 2 novembre a due commissioni del Congresso di Radicali Italiani, in congresso a Padova fino a domenica:

(a) Commissione 3: (Quanti Siamo, Quanto Consumiamo: audiovideo del mio intervento)

Questa e’ la sintesi pubblicata del mio intervento su energia e trasporti:
Maurizio Morabito osserva che in generale le risorse vengono utilizzate indipendentemente dalla quantità disponibile; chiede prudenza nella valutazione degli indicatori quando essi non sono direttamente legati a fatti indiscutibili. Propone che si cerchino soluzioni comuni indipendentemente dalle diagnosi che le originano. Suggerisce un atteggiamento positivo e non catastrofista nell’esposizione dei problemi. Espone alcune proposte concrete su cui è possibile trovare un accordo come la gratuità dei servizi di trasporto cittadino il lavoro remoto, la chiusura dei parcheggi nei centri delle città e la realizzazione di piste ciclabili a carreggiate separate

(b) Commissione 5: (Pace Subito?: audiovideo del mio intervento)

Questa e’ la sintesi pubblicata del mio intervento per un’Enciclopedia della Nonviolenza:
MAURIZIO MORABITO
Un altro aspetto del pensiero gandhiano era quello di pensare alla nonviolenza per gestire i propri conflitti interni. Dobbiamo riconoscere i conflitti interni radicali con i mezzi di comunicazione di massa. Non possiamo non gestrie il conflitto cadendo in un piangisteo nè in una pagliacciata. Come riuscire a ottenere lo spazio?
I modi li conosciamo. Pannella ha avuto spazio adottando metodi molto plateali in passato.
Poi anche la cosa plateale finisce di suscitare interesse. Ci manca l’enciclopedia delle tecniche nonviolente. Ho tradotto un elenco di due studiose americane di tecniche nonviolente, per Notizie Radicali. La mia esperienze è che noi l’abbiamo una associazione dedicata al Satyagraha. A livello locale cosa può fare una associazione? L’Associazione Satyagraha potrebbe raccogliere le diverse tecniche e proporle in maniera consultiva, in modo che ogni associazione possa adottare il metodo che preferisce per fare le sue azioni. Avrei osato pensare ad una mozione da preparare sulla costruzione dell’enciclopedia di tecnica nonviolenta.

Riepilogo dei Commenti in vista del Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre

Riepilogo riassuntivo delle mie riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(a) Venti Anni Senza Nucleare (http://tinyurl.com/3czldr)

Nel 1987 il nucleare italiano fu abbandonato per una diffusa sensazione di incompetenza tecnica e politica.

Approfittando dei Verdi assurdamente posizionatisi all’estrema sinistra, c’e’ lo spazio per ottenere molti (altri) consensi in tema energetico ed ambientale.

(b) Sui Consumi Energetici (http://tinyurl.com/3czldr)

Bernard Laponche calcola che se vivessimo tutti bene, non ci sarebbe energia per tutti. Ma a leggere bene i suoi argomenti, porta anche un messaggio di speranza.

(c) Energia, Ambiente e Il Problema della Leadership (http://tinyurl.com/2jftfe)

Proclamarsi “verde” e’ diventato cosi’ facile per un politico da trasformarsi in un marchio di pigrizia ipocrita. E cosi’ si sta dando spazio a esperimenti sociali, colossali perdite di tempo destinate al fallimento, perche’ basate sul pessimismo.

Bisogna invece aborrire questo revival dello Stato Etico, ed affrontare i problemi reali uscendo dal solito elenco di sogni ed obiettivi per parlare di risorse e strumenti da usare per implementarli, e di alleanze e priorita’.

(d) Gestire Il Picco del Petrolio (http://tinyurl.com/2opvok)

Raggiungere il picco della produzione mondiale di petrolio nei prossimi quindici anni e’ un rischio significativo, che va gestito. E quindi studiato, non solo per lanciare allarmi ma principalmente per mitigarlo, che e’ quanto quasi inconsapevolmente stiamo facendo gia’ .

(e) I Criteri di Scelta delle Fonti Energetiche (http://tinyurl.com/3bxjch)

Non ha senso rifugiarsi solo nella Scienza per trovare tutte le indicazioni su come scegliere il nostro futuro, e men che meno in campo energetico ed ambientale. Bisogna avere il coraggio di includere anche le proprie motivazioni politiche, in perfetta trasparenza.

E non vanno dimenticati gli strumenti manageriali gia’ esistenti, come il “Total Cost of Ownership” e la “Balanced Scorecard”.

(f) Rientrodolce e Il Paradosso del Bagagliaio (http://tinyurl.com/2o42jb)

Il rischio della sovrappopolazione va gestito come quello del picco del petrolio.

Per far questo, l’Associazione Rientrodolce dovrebbe abbandonare ogni traccia di catastrofismo: perche’ non si puo’ fare nessun rientro-dolce se non si ha fiducia nei propri mezzi, ma anche fiducia nell’Umanita’. E se questo e’ vero, allora c’e’ la concreta speranza che l’Umanita’ stessa sia capace comunque di adattarsi a quello che ha, ed escogitare nuovi modi per avere di piu’ e vivere meglio.

Rientrodolce e Il Paradosso del Bagagliaio (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 5)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(vai al precedente…)

(f) Commento al problema della sovrappopolazione che sara’ probabilmente trattato da Marco Pannella nell’”Intervento di Chiusura

Marco Pannella Deputato europeo, iscritto all’Associazione RientroDolce

Comincero’ con il parlare di Rientrodolce come associazione, per poi passare all’argomento della sovrappopolazione.

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L’Associazione Rientrodolce

Rientrodolce, che seguo da “esterno” da piu’ di un anno, ha tre anime che non sempre vanno d’accordo: una (dolcemente!) “misantropa”, una scientifica, una politica.

Il guaio e’ che a volte si mescolano, nella stessa persona o nello stesso messaggio, con un malcelato catastrofismo (il Dolore da Giovane Werther gia’ menzionato).

Quando e’ l’anima misantropa a contaminarsi al catastrofismo, per esempio, il resto dell’umanita’ e’ ritenuto troppo cocciuto per cambiare prima della Fine. Ci si dovrebbe chiedere perche’ continuare l’Associazione invece di continuare a farle fornire perle ai proverbiali porci.

Oppure quando l’anima scientifica diventa catastrofica, si discute scientificamente ma invariabilmente secondo gli scenari peggiori: per cui se un organismo internazionale (l’IPCC) prevede disastri climatici, viene portato ad esempio, ma se un altro (la Banca Mondiale) non prevede disastri da sovrappopolazione, viene considerato un lacche’ dei Poteri Forti.

E quando infine e’ la politica ad impregnarsi di un senso di tragedia imminente, ecco che scatta il meccanismo fin troppo naturale della “setta”.

Come su un treno che corra veloce verso un ponte, quei pochi fra i passeggeri che sanno che quel ponte e’ gravemente danneggiato si stringeranno l’uno con l’altro, frustrati dall’incapacita’ degli altri di capire il disastro che (forse) sta per occorrere.

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Per vederne i risultati si puo’ dare un’occhiata a quanto pubblicato nel recente supplemento all’Agenda Coscioni “Per un Rientro Dolce dell’Umanita’” (Speciale Agenda Coscioni Anno II – N. 9 – Settembre 2007).

Mario Marchitti, Presidente di Rientrodolce, discute molto bene di Demografia come limite allo sviluppo, o per meglio dire alla crescita. Poi pero’ verso la fine del suo pezzo si pone l’ingenuissima domanda su quale sia la “motivazione alla crescita”, con improbabili paragoni alla salute corporea.

La “crescita”, mi sembra ovvio, deriva dal fatto che un mucchio di persone vogliono arricchirsi e/o ottenere il potere di controllare la piu’ grande quantita’ di risorse (e persone!) possibile. Si chiama “ambizione” e a quanto mi risulta e’ innata nella specie.

Luca Pardi parla di “Esplosione Demografica e il ‘Rientro Dolce’”. Anche questo articolo e’ ben argomentato e si merita una lunga risposta (una e’ nel mio blog su “Il Petrolio”). Pardi menziona anche la “militanza fanatica” di chi pensa che sia un valore in se’ il fatto che l’economia cresca a dismisura.

Ma poi come ho potuto esperire, nel discutere di questi temi non c’e’ sempre traccia di una volonta’ di dialogo quanto semmai di prevaricazione: la quale magari e’ all’apparenza giustificata, agli occhi di chi si aspetta la catastrofe entro 15 anni.

Ma come ho gia’detto, visto che neanche i figli di Troia ascolterebbero Cassandra

Nel supplemento all’Agenda Coscioni c’e’ anche un pezzo dal Los Angeles Times, dove si parla di urbanizzazione e dei suoi aspetti peggiori, senza pero’ chiedersi perche’ la gente abbandoni le campagne per una vita del genere. Poi un articolo di Luigi De Marchi che e’ pero’ solo un lamento del fatto che su certi temi tutti sembrano sordi.

Poi c’e’ un’intervista a Bill Ryerson del Population Media Center, intervista che il lettore piu’ attento consigliera’ a Pardi e De Marchi di leggere bene.

Ma lo Speciale Rientro Dolce finisce con un articolo di Paolo Musumeci che andrebbe riscritto daccapo, perso com’e’ in un guazzabuglio di concetti campati in aria (l’Economia non si occuperebbe di mancanza di risorse? Begg non sarebbe d’accordo…) ed accorati appelli millenaristi (“un vincolo che non resta che accogliere”, “revisione dei modi di abitare umani”) che arrivano ad auspicare una preconcetta e inspiegata “fine di progetti di opere titaniche” che davvero non sembra avere relazione logica diretta con il rientro-dolce.

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Cosa puo’ imparare Rientrodolce, da Bill Ryerson? Che quello che serve per ottenere risultati e’ uno sforzo perche’ prevalgano gli aspetti politici e pratici, e quindi inclusivi, e scientifici, e quindi consapevoli e con i piedi per terra: invece di perdersi in chiacchiere descrivendo come strumento del Maligno chiunque faccia un’obiezione.

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Il Problema della Sovrappopolazione

Ma insomma, esiste un problema “sovrappopolazione”?

Il rischio e’ serio e puo’ essere valutato assieme al rischio del picco del petrolio (non a caso, il problema dell’esaurimento delle risorse e’ in cima alle preoccupazioni di Rientrodolce). E come il rischio del “picco”, quello della sovrappopolazione va in primis gestito e mitigato, agendo da subito nell’ipotesi che sia reale.

A guardare i numeri e le previsioni a medio termine, in realta’, si potrebbe ipotizzare come gia’ fatto in passato che l’espansione dell’umanita’ stia quasi seguendo una curva “logistica”, quelle con la forma a “S” dove a una crescita molto rapida segue un rallentamento e poi una sostanziale stabilizzazione. Su questo pero’ non vi e’ certezza, anche se in assenza di drastici cambiamenti possiamo aspettarci un massimo fra gli otto e i nove miliardi di persone in pochi decenni.

Quindi la gestione del rischio-sovrappopopolazione significa anche prepararsi fin da ora a gestire quel massimo.

Il rischio principale (1) e’ che non ci siano risorse sufficienti a garantire la sopravvivenza di tutte queste persone, molte piu’ che in qualunque momento storico e preistorico precedente. Una volta raggiunto questo punto, il rischio ulteriore (2) sarebbe di vedere un aggiustamento verso il basso, con l’eliminazione fisica di una parte dell’umanita’: in un linguaggio meno terso, diversi milioni di morti.

Per mitigare (2) occorrono politiche internazionali che garantiscano la distribuzione piu’ efficiente delle risorse, e accordi multilaterali perche’ nessuno si senta messo da parte o candidato alla eliminazione. Naturalmente e’ molto piu’ semplice mitigare (1), e cioe’ fare in modo che le risorse disponibili siano ampiamente sufficienti: e quindi bisogna aumentare la quantita’ di tali risorse, o mantenere basso il numero di umani: magari diminuendolo in maniera “dolce”.

E’ quest’ultima, ovviamente, la strada scelta da Marco Pannella e Rientrodolce (e Bill Ryerson). Ma e’ possibile “risparmiare risorse” semplicemente diminuendo di numero?

Non e’ strettamente vero, come ben noto anche ai membri di Rientrodolce. La presenza di maggiori risorse per persona potrebbe tranquillamente portare a un consumo pro capite sostanzialmente piu’ alto, con il risultato che il consumo totale non cambi o cambi di poco.

Istintivamente, sembrerebbe logico quindi iniziare delle campagne di sensibilizzazione al risparmio individuale e collettivo, magari anche con delle tariffe di consumo particolarmente punitive per chi superasse una certa soglia.

Questo metodo e’ molto efficace, se e quando funziona. Ci sono molti esempi molto simili nella Storia, inclusi i vari razionamenti durante le ultime guerre, anche se il contrabbando proliferava non poco. Insomma se si riesce a convincere la popolazione che certi sacrifici vanno fatti per un “bene superiore”, e’ poi abbastanza semplice ottenere dei risultati, a parte delle situazioni ai margini.

Purtroppo pero’ questo e’ un metodo da indottrinamento, che va usato con estrema cautela e “gentilezza” e soprattutto senza duri metodi coercitivi. Per far questo bisogna avere una grande fede nel proprio modo di agire, e un’encombiabile stabilita’ nel percorso di fronte ad ogni avversita’: due caratteristiche di Ryerson che con il suo Population Media Center continua a parlare di sovrappopolazione con le “soap operas” radiofoniche.

Ma esiste davvero un grande rischio che la persuasione fallisca, o che i persuasori si facciano prendere la mano e decidano di obbligare invece che persuadere, qualora i risultati tardassero. D’altronde cosa si potrebbe fare altrimenti, qualora si fosse convinti che l’alternativa saranno inenarrabili stragi?

Ma non e’ tutto cio’ straordinariamente simile all’egualitarismo comunista e con limiti per forza di cose arbitrari che spingono sostanzialmente la societa’ verso uno stato quasi mummificato, dove ciascuno si impegna a raggiungere il massimo allocato e nulla piu’.

Davvero un Brave New World, la distopia di Aldous Huxley di una societa’ scientificamene controllata. Cosa avremmo fatto, scegliendo quel futuro, se non barattare possibili ma non ineluttabili problemi di sovrappopolazione, con un terrificante mondo senza liberta’?

E’ davvero possibile, il Rientro-DOLCE? Non lo so.

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In realta’ una speranza c’e’ comunque. La diminuzione del numero di umani potrebbe non essere la strada possibile.

Paradossalmente la risposta e’ insita nei discorsi di Bernard Laponche, che gira il mondo per dire che se tutti avessero i bisogni energetici dei popoli piu’ ricchi della Terra, ce ne vorrebbero tre, di pianeti.

Di pianeti pero’ ce n’e’ uno solo, almeno per ora, e con questo stiamo andando avanti noi del mondo presente, come naturalmente tutte le popolazioni umane del passato.

Ripensiamo ora al fatto che l’aumento di risorse per persona non porta ai risparmi teoricamente possibili.

Se mi si perdette l’aneddotica: avendo sostituito in casa le lampadine classiche da 100W con modelli a risparmio energetico da 18W, non ho tagliato la bolletta dell’80%, anche perche’ adesso e’ molto piu’ conveniente lasciare accese piu’ luci di prima: perche’ il “costo” di spegnerle per poi magari riaccenderle piu’ tardi e’ piu’ alto dei pochi soldi dei kilowattora “sprecati” (pochi proprio per l’aumentata efficienza delle lampadine stesse).

Di piu’: immaginiamo un ascensore disegnato per sei persone, e occupato da cinque estranei fra loro. In quell’ambiente ristretto, questi si sistemeranno in modo da stare il piu’ lontano possibile gli uni dagli altri. Ma se ad un piano scendono due di loro, non e’ che improvvisamente il 40% della cabina rimane vuoto: i rimanenti tre si sposteranno approfittando dello spazio in piu’ per allontanarsi ulteriormente. E occuperanno l’intero spazio, di nuovo.

Ricordiamo in proposito che fino all’inizio del XX secolo, per mantenere tenori di vita simili, un nobile russo aveva bisogno di dieci o piu’ volte terra e servitu’ di un suo “pari” tedesco: soprattutto perche’ la grande disponibilita’ di risorse non invogliava il primo ad essere efficiente come il secondo.

Chiamiamolo “il paradosso del bagagliaio”. Chi fa viaggi lunghi in automobile sara’ familiare con il fatto che, quasi indipendentemente dalla durata e dal numero di viaggiatori, qualunque siano le dimensioni della macchina lo spazio dei bagagli e’ praticamente sempre usato pienamente.

Per legge naturale incoscienti e alieni al risparmio, usiamo insomma sempre tutte le risorse che sono disponibili, semplicemente adeguandoci a quello che si ha. Ci vorranno allora davvero, tre pianeti? O non dobbiamo fare altro che continuare ad adattarci, e fare in modo che il pianeta che abbiamo basti comunque per tutti?

D’altronde non ha alcun senso, per l’ingegno umano, di dubitare se stesso: perche’ vorrebbe dire dubitare anche quel dubbio…

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E per concludere: questo non vuol dire che si debba lasciare strada alle offensive “nataliste” di chi lamenta la diminuzione del numero di bambini per coppia.

Spingere verso l’alto la natalita’ significa infatti presupporre che la meta’ femminile dell’umanita’ sia per forza di cose piu’ utile a fare figli invece che lavorare, fare carriera, creare dell’arte e qualunque altra attivita’ che viene invece offerta ai maschietti senza nessun cavillo.

Sovrappopolazione o no, non permettiamo a nessuno di far regredire una societa’, vedendo uteri la’ dove ci sono persone.

Un Plauso alla Ecosofia di Biancardi

E’ davvero molto incoraggiante, l’articolo di Guido Biancardi sulla “Ecosofia” apparso su Notizie Radicali prima il 25 maggio, e adesso il 4 settembre: dove si auspica che sia concesso all’Uomo di essere con-creatore con la Natura, capace di estrarre e fabbricare ricchezza partendo da e non solo nella costrizione dei limiti di cio’ che e’ disponibile.

Con la ecosofia di Biancardi (che Mendizza ci perdoni!) e’ possibile superare le solite contrapposizioni fra “sviluppisti” e “conservazionisti“.

Pensiamo per esempio a una bella spiaggia: per il conservazionista, un posto da mummificare in un deserto proibito e immutabile; per lo sviluppista, un’area da cementificare con il solito casermone per turisti con piscina. Per l’ecosofo, un luogo da valorizzare, rendendolo usufruibile ma senza rovinarlo.

Noto anche con favore che gli amici (e i conoscenti!) di Rientrodolce non sono sordi alle argomentazioni di Biancardi, come dimostra un commento di Guido Ferretti alla “ecosofia”.

Chissa’, magari e’ un segno che Rientrodolce sta evolvendo una proposta completa, radicale e condivisibile, lontano dalle classiche cariche d’ariete decebrato contro chiunque contraddica minimamente il Verbo dei limiti dello sviluppo?

Liberare, non sterilizzare

E’ cosa nota che indipendentemente dalla cultura e dalla religione (e in una certa misura, dalle politiche e dalla propaganda a sostegno della natalita’), il numero di bambini diminuisce con:

  1. L’aumentare della liberta’ femminile di imparare, pensare e agire
  2. Paradossalmente, il diminuire della mortalita’ infantile sotto i cinque anni (quando e’ soprattutto causata da malattie)

Con il senno di poi tutto cio’ e’ completamente sensato.

Ci sono tanti posti dove ogni donna e’ sostanzialmente eliminata dal gioco della vita: come dice Nicholas Kristof sul NYT prendendo in prestito il linguaggio del baseball, perche’ vittima dei “3 strike”: “poor, rural and female” (povera, rurale, e femmina).

Il loro unico scopo e’ fare bambini, che magari diventeranno fonte di gioia e soddisfazione, a meno che non muoiano. E visto che ne muoiono tanti, bisogna farne tanti di piu’, altrimenti l’esistenza stessa e’ priva di senso.

Infatti quando non possono fare figli, come nel caso di fistola ostetrica, vengono letteralmente messe da parte.

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Quindi poche storie su sterilizzazioni a pagamento, natura in pericolo e “tempo di emergenza”: se sono preoccupati della sovrappopolazione, che mandino le bambine a scuola, permettano loro di avere una carriera e una vita come una persona (leggi uomo) qualunque, e spendano i loro soldi in vaccinazioni e igiene pubblica e privata.

Il resto sono giochetti da Risiko.

Democrazia, Deimocrazia e il Surriscaldamento Intorno ad Al Gore

Lettera da Londra a “Notizie Radicali” e Valter Vecellio

(riguardo la recente proposta di annoverare fra i “miti” radicali anche l’attivita’ ecologista dell’ex-vice presidente americano, Al Gore, ora nelle sale con il documentario “Una Verita’ Scomoda” sul riscaldamento globale)

Caro Direttore,

L’amletico dibattito “Gore si’-Gore no” in casa radicale ha valenza strategica e come tale non puo’ ridursi all’argomentare sull’effetto di questa o quella concentrazione di anidride carbonica

E’ vero che quando si parla di cambiamento climatico si deve parlare di “scienza”. Ma e’ ben piu’ importante capire la compatibilita’ fra un certo modo di pensare e fare la politica, e una eventuale introduzione dell’ex vicepresidente americano nel Pantheon di una organizzazione liberale, liberista e libertaria

E’ quindi opportuno fare alcune considerazioni di base soprattuto riguardo il terreno minato che fa da interfaccia fra questa e la politica: con da una parte l’assurda cagnara manipolativa dell’“al lupo-al lupo” che sempre piu’ minaccia la liberta’ della persona; e dall’altra la traduzione, spesso poco saggia e consapevole, del linguaggio scientifico sul terreno della politica

Al Gore fa cilecca su entrambi i fronti

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E’ stato detto riguardo Jim Hansen, famoso climatologo della NASA molto impegnato nella “lotta” contro il cambiamento climatico: “o Hansen è un “terrorista” prezzolato (da chi?), e se me lo si spiega, sono disposto a crederci. Oppure quantomeno penso che quello che dice val la pena di prenderlo in considerazione”

Ma quella dicotomia non e’ completa: perche’ nel mondo di oggi non occorre essere “terroristi” ne’ “prezzolati” (e neanche bugiardi) per perorare la propria causa usando un linguaggio apocalittico: il linguaggio dello zeitgeist, paradossalmente, di _inizio_ millennio

Siamo circondati da notizie da fine del mondo: dall’AIDS, alla SARS, alla Guerra al Terrore, alla Sovrappopolazione, all’Invasione dei Barbari Immigrati Clandestini fino appunto al Cambiamento Climatico. Non passa quasi giorno senza che qualcuno dichiari la nostra specie in via di estinzione, il pianeta prossimo a diventare un mucchietto di cenere, o anche il nostro agiato stile di vita pronto a scomparire a causa dell’al-Qaeda di turno

E adesso a quelle voci si e’ unito Al Gore, rimproverandoci una colpevole inerzia mondiale a livello di popoli, governi ed individui, destinati ad alluvioni, siccita’, uragani, ondate di caldo e freddo, fame, miseria, etc etc (incluse, naturalmente, le cavallette), solo per fare ricche un po’ di multinazionali del petrolio

Questa sottile e cosi’ alla moda sostituzione della Democrazia, del potere del Popolo, con la “_Deimocrazia_”, il potere della Paura (per non abusare del termine Terrore), non e’ certo un modo intelligente di fare politica: prova ne siano i continui attacchi alla Costituzione e alle Leggi Internazionali permessi ad un’Amministrazione USA pronta ad agitare i suoi babau preferiti pur di giustificare nuovi accaparramenti di potere

“A volte aver paura e’ salutare”: ma quand’e’ che abbiamo abbiamo abbandonato i vecchi strumenti della politica, per abbracciare la Paura come unico strumento di persuasione? Perche’ credere che l’unico modo per proteggere l’ambiente, per difendersi dal terrorismo suicida, per ricondurre il numero di umani a dimensioni piu’ ragionevoli, sia far credere agli elettori che devono “farsela sotto”, magari a causa di fantasmi sempre piu’ mostruosi?

E’ tutto cio’ forse ad uso e consumo di un presunto “popolo bue” da circuire con l’eccitazione pornografica della tragedia e del disastro? Ma se la pensiamo cosi’, c’e’ da buttare al macero il concetto stesso di Democrazia

Oppure, ci sara’ da accettare, cinicamente, che l’”Homo Sapiens” e’ piu’ che altro “Homo Insanus”, e reagisce solo quando sbatte il naso contro il problema? Ma allora lasciamo perdere i discorsi, i programmi, i progetti: semplicemente facciamo la “Politica del Giorno Dopo”, e inseguiamo i problemi cosi’ come appaiono stampati sulle prime pagine dei giornali (ahinoi, sembra che ci sia gia’ chi lo segue, quel principio)

In realta’, Jim Hansen, che non parla d’altro che delle previsioni peggiori in caso di cambiamento climatico; Tim Flannery, lo scienziato australiano che scrive che bruciare carbone significhera’ forse la fine dell’umanita’; Jared Diamond, l’ex-scettico che ha sposato l’inossidabile pessimismo di Paul Ehrlich per incolpare di consumismo e anti-ecologismo gli schiavizzati e decimati abitanti dell’Isola di Pasqua: ebbene, costoro non usano che un certo politichese adesso troppo diffuso e pernicioso, legato sempre alla tragedia annunciata, allo spaventare l’interlocutore, al costringerlo in maniera molto anti-libertaria ad accettare che siamo in condizioni disperate, e che quindi vanno prese misure disperate

E non solo: la politica della “_Deimocrazia_” portata al parossismo assume chiari stampi religiosi: un po’ perche’ millenarista, un po’ perche’ il linguaggio di certa religione e’ sempre piu’ comune, come nelle “crociate” anti-terrorismo; nei discorsi da “il mio Dio e’ meglio del tuo”; nelle insinuazioni anti-islamiche (tutte cose centellinate piano piano, con tanti distinguo e tante scuse inutili, e che stanno inculcando nel mondo Occidentale l’idea che la persona di fede islamica e’ un terrorista, imbecille, imbroglione o fannullone…magari in vista di un prossimo pogrom?)

Anche il dibattito sul riscaldamento globale e’ stato trasformato in una dichiarazione di fede. Michael Chricton ha provato a dirlo e ci ha rinunciato, dopo aver subito attacchi personali ed aver visto anche tele-evangelisti alla Pat Robertson predire la Fine della Natura nell’ecatombe climatica. L’editorialista del britannico Guardian, George Monbiot dice chiaro e tondo che Lui (Monbiot) Ci Guarda. Margo Kingston ha scritto sull’australiano Daily Briefing che chi nega l’esistenza del riscaldamento globale commette un crimine contro l‘umanita’. Altri hanno suggerito che chi non e’ d’accordo sul fatto che ci sia un cambiamento climatico, andra’ processato in futuro come i Nazisti a Norimberga

Curiosamente dietro questa nuova religione c’e’ anche un nuovo Mercato delle Indulgenze. L’Al Gore che ci dice di volare meno mentre saetta per i cieli di tutto il mondo fra alberghi di lusso e cene da nababbo, ci assicura di stare azzerando i suoi danni con larghe donazioni a questa o quella NGO, che pianta alberi o fa altre azioni benefiche volte a ridurre la CO2 atmosferica (vorra’ dire che quando mi compro il SUV ci faro’ crescere un melo sul cofano, per dormire il sonno del giusto)

Che differenza allora fra il linguaggio di chi dice che se non smettiamo di produrre anidride carbonica entro dieci anni, il mondo e’ alla frutta; e quello di chi passa di casa in casa a prevedere che se noi peccatori non ci pentiamo e non cambiamo per seguire quanto imposto da un qualche comitato di saggi che ne sanno divinamente piu’ degli altri, non faremo parte degli apocalittici 144 mila?

Che ironia pazzesca sarebbe allora che proprio i Radicali abbracciassero un modo di pensare cosi’ fondamentalmente illiberale!

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Certo, Jim Hansen va comunque preso in considerazione.

Personalmente, su molte delle sue conclusioni sono abbastanza scettico, alla Carl Sagan: catastrofi cosi’ straordinarie saranno sicuramente preannunciate da avvenimenti, “prove” altrettanto straordinarie

Non ho pero’ alcun timore a dire che le previsioni del meglio dell’intelletto investigativo umano, rappresentato da scienziati giustamente rispettati come Hansen e Flannery, sono una cosa ben diversa dalle visioni mistiche di chi prevede la fine del mondo giovedi’ pomeriggio alle due. E’ qui pero’ che interviene il secondo ostacolo nella strada fra la scienza e la politica

La scienza e’ fatta di teorie da confutare: “teorie” ma naturalmente in senso positivo, come modelli verosimili della realta’, il piu’ possibile oggettivi e completi, e che funzionano fino a prova contraria. Compito dello scienziato e’ espandere tali modelli, dimostrando la loro applicabilita’ in altri campi (attivita’ di solito noiosa) o confutandoli magari per portare avanti un modello nuovo e piu’ preciso (attivita’ di solito da Premio Nobel). Il dibattito scientifico non puo’ chiudersi: altrimenti, non e’ piu’ scientifico

In politica il discorso e’ molto diverso. Una volta intrapresa una strada, per esempio estendere l’obbligo scolastico fra i 4 e i 18 anni, anche se e’ possibile cambiare idea se i risultati sono palesemente negativi, la strada alternativa non sara’ semplicemente tornare indietro, o provare un’ipotesi differente: non fosse altro perche’ gli effetti sociali non sono quasi mai trascurabili (in questo caso, la diminuzione della disponibilita’ economica nelle famiglie piu’ povere; e l’aumento del lavoro nero fra i quasi-maggiorenni); inoltre, l’elettorato difficilmente si fara’ tirare per il naso piu’ di una volta in questa o quella direzione: l’opinione, conta.

Come passare quindi dai risultati “oggettivi” della scienza alle decisioni “d’opinione” della politica? La scienza non vuole essere basata sulle opinioni: ma al contempo e’ difficile pubblicare qualcosa che vada contro il “senso comune” fra gli scienziati del proprio tempo: le riviste scientifiche si nutrono di credibilita’, e nessun editore vuole apparire un credulone.

In realta’ nel mondo scientifico ci sono varie pulsioni in direzioni non sempre compatibili: e’ piu’ facile per esempio ottenere fondi per ripetere gli esperimenti altrui che per dimostrare qualcosa di nuovo, ma il piacere e la gloria non sono certo nelle repliche.

E’ anche vero che esistono dei meccanismi compensativi, come il cosiddetto peer review, la revisione dei manoscritti da parte di piu’ esperti del settore, di solito senza nomi e cognomi proprio per evitare qualunque interferenza, magari causata da antiche rivalita’

Il risultato finale e’ che il Mare Magnum della scienza e’ un oceano in ebollizione, dove I partecipanti fanno a gare (di solito, positivamente) per scoprire nuove caratteristiche del mondo che ci circonda, e venire a galla per “mostrare la via” ai colleghi

Il voler riportare questo a un livello politico implica una serie di problemi. Mi limitero’ ad illustrarne quattro: tecnicismo; manipolazione; inazione e monomania.

Il tecnicismo e’ l’interpretazione di una ricerca scientifica come definitiva parola su un argomento: per esempio, l’eugenetica quando era di moda un secolo fa, e non era affatto considerata un orrore da genocidio. Ma se la selezione di un’orchidea perfetta attraverso l’eliminazione delle sue 25 mila sorelle (meno perfette) e’ un’impresa tecnicamente mirabile, le proposte, e le decisioni in campo eugenetico umano, presentate come scientifiche all’epoca, non possono che essere considerate azzardate da noi, grazie al senno di poi (alcuni milioni di morti dopo, cioe’)

La manipolazione, cugina del tecnicismo, avviene quando il politico sceglie la scienza che piu’ pare e piace, e trascura ogni altro argomento, per fini precisi e prestabiliti. Pensiamo alle politiche americane degli anni ’20 volte ad escludere gli immigrati dal Sud Europa per motivi razziali, ma ufficialmente perche’ dotati di un’intelligenza inferiore (tutto naturalmente dimostrato scientificamente, dati alla mano). Anche in questo caso la “scienza” venne usata per zittire il dissenso; e anche in questo caso il progresso scientifico si e’ poi mosso ben al di la’ di certe affermazioni piu’ che assurde

Speculare alla manipolazione e altrettanto perniciosa e’ l’inazione, ahime’ tipica di piu’ di un Governo, di fronte a quanto tecnici e scienziati continuano a predire. Rimaniamo all’America, e perche’ no: e alle dighe che dovevano proteggere New Orleans da un colpo diretto di un uragano di categoria 3. La famigerata Katrina (uragano, appunto, di categoria 3), ha addirittura “mancato” la citta’, ma le dighe hanno ceduto lo stesso: perche’ erano fatte male e nessuno si e’ preso la briga di finanziarne la (ri-)messa in opera nonostante l’opinione espressa in tal senso da innumerevoli esperti

E’ forse quello, il modello piu’ vicino all’attuale discorso sul cambiamento climatico? Solo all’apparenza. E’ qui che si reintroduce il discorso allarmista/catastrofista, il pericolo della “_Deimocrazia_”: la quale, se associata a una monomania impervia alle complicazioni del mondo, puo’ portare al terribile connubio di una _politica scientista_ che calpesta tutto e tutti, e di una _scienza politicante_ che intromette ovunque l’ideologia di turno

Ovviamente a volte la monomania serve: pensiamo agli sforzi di Henri Dunant che portarono alla Croce Rossa e al primo consolidamento legislativo internazionale. Ma il problema delle _monomania scientista_ non e’ tanto il fatto che non veda altro: e’ che tutto ingloba e tutto spiega con una sola causa. E quindi come politica non puo’ lasciare spazio a nient’altro, mentre come scienza non puo’ che riscoprire le stesse cose, ovunque esplori

Ad esempio di quest’ultima condizione riporto (prometto di non citarne altri) dal recentissimo “Risposte culturali all’aridita’ nel Medio Olocene e aumento della complessita’ sociale” (Nick Brooks, Quaternary International 151 (2006) 29–49): “Nel mondo odierno sempre piu’ globalizzato, gli stili di vita tradizionali sono sotto pressione a causa della liberalizzazione economica, della monetizzazione delle economie locali e dei programmi di sviluppo basati in gran parte sui modelli occidentali”

Belle parole ma che c’entrano con lo studio sociale riguardo l’aridita’ del Medio Olocene? C’entrano, solo se si pensa al cambiamento climatico odierno come a una piovra ammazzatutto, che causa ogni problema e va fermata ad ogni costo, incluse citazioni negative piu’ diffuse del prezzemolo (o delle ortiche)

E quale esempio migliore di _politica scientista_ che il piu’ recente Al Gore? I ghiacciai del suo film recedono, le inondazioni devastano, la natura muore etc etc: e tutto viene ricondotto al riscaldamento globale. E’ particolarmente notevole il fatto che non esiste nessuna “pistola fumante”, nessun uragano su cui sia scritto “riscaldamento globale”: ma questo non ha alcuna importanza per l’autore di Una Verita’ Scomoda, perche’ nella cultura del riscaldamento globale ogni fenomeno atmosferico e’, naturalmente, riconducibile ad esso

Le conseguenze negative di questo modo di vedere il mondo non sono solo nella noia mortale di centinaia di messaggi che descrivono prossime distruzioni e catastrofi da decine di giornali, riviste, tribune politiche (e pulpiti)

Da una parte, la soluzione di Gore e’ un nuovo statalismo: visto che gli individui si sono dimostrati recalcitranti, tocca ai governanti mostrare “leadership”, che in questo caso significa votare misure impopolari qualunque sia il pensiero dei cittadini
D’altronde, se ogni problema e’ causato da un fenomeno come il cambiamento climatico, infatti, ciascun Governo potra’ lavarsene le mani. Non sappiamo infatti che le uniche soluzioni effettive saranno quelle che coinvolgeranno tutti gli Stati, e soprattutto quelli piu’ inquinatori? Cosa’ potra’ fare allora, una singola Nazione?

Potra’, anzi potrebbe, se non potesse nascondersi cosi’ facilmente. Prendiamo ad esempio l’Australia, recentemente sulle pagine dei giornali perche’ sofferente per il sesto anno consecutivo per la “siccita’” (naturalmente, subito imputata al riscaldamento globale). Ebbene, proprio mentre ero a Sydney nel settembre 2006 (il _piu’_ piovoso da tantissimi anni, guarda caso) ho potuto seguire il dibattito locale sulla mancata realizzazione dell’infrastruttura necessaria a raccogliere la finalmente copiosa acqua piovana, per far fronte alla summentovata siccita’

Qual’e’ la vera questione, dunque: il “cambiamento climatico” o la mancata gestione del patrimonio idrico? Dobbiamo davvero chiedere all’umanita’ di non produrre piu’ CO2…per salvare (forse) il Governo australiano dalla sua inettitudine? O qualunque altro Governo, sempre pronto a un nuovo spreco, e a una nuova incompetenza?

La monomania scientista che tutto causa e tutto spiega e’ uno strumento di propaganda statalista utile soprattutto a rimuovere dalla vista le malgestioni governative, e a procrastinare le soluzioni vere dei nostri problemi. E’ davvero questa, la strada che vogliamo seguire?

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Ulteriore prova, se occorresse, delle motivazioni poco scientifiche dietro una certa frenesia apocalittica: all’incessante martellamento sulla necessita’ di vivere parsimoniosamente per evitare il possibile riscaldamento globale, non corrisponde altrettanta spinta per evitare un disastro prossimo venturo, su cui davvero tutti gli scienziati sono d’accordo: la caduta di un piccolo asteroide o di una minuscola cometa su una zona abitata. Quello e’ un argomento che non viene ripreso e men che meno ingigantito, appunto perche’ non puo’ essere manipolato a fini di ingegneria sociale

Insomma, in materia di riscaldamento climatico (e Al Gore) rischiamo panglossianamente di vederci allegramente recapitare il peggiore dei mondi possibili, con una scienza a senso unico perche’ contaminata dal linguaggio dell’ideologia, e una politica a senso unico costruita per essere senza dibattito e senza scelta.

Non esiste analisi delle priorita’, nel mondo della Verita’ Scomoda. La scienza, ci viene detto, ha previsto certe cose: e noi zitti, dobbiamo considerare quelle previsioni come oro colato. O peggio per noi!

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Udite! Udite! La Royal Society ha bacchettato le dita della Exxon, cattivona multinazionale colpevole di finanziare “le lobby anti-ambientaliste per minimizzare i rischi legati al cambiamento climatico” (piu’ precisamente: alcune associazioni che propagandano l’idea che il cambiamento climatico non ci sara’ o non sara’ catastrofico; sul loro ecologismo o meno non possiamo pronunciarci)

Siamo sicuri che tutto cio’ sia un trionfo della Scienza contro chi vorrebbe manipolarla? Come mai la Royal Society non ha fatto mai niente del genere fino ad ora, e si e’ mossa proprio nell’ambito di quel riscaldamento globale che abbiamo visto non riesce mai ad esulare dal catastrofismo?

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Non sara’ quella l’ennesima prova di un atteggiamento anti-libertario fra chi ha fatto del cambiamento climatico un articolo di fede?  Da quand’e’ che applaudiamo agli attacchi contro la liberta’ di espressione? E quale punto di contatto potra’ mai avere, questo modo di pensare, con la tradizione liberista, liberale e libertaria?

Al massimo, sara’ un ottimo strumento per toglierla di mezzo

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Esiste un altro pericolo nel passaggio fra scienza e politica, forse ancora piu’ grande: e se i disastri annunciati non accadranno, cosa diranno quei politici che hanno fatto di quelle previsioni l’unico o principale cavallo di battaglia? Daranno la colpa “agli scienziati”? Ma non lo sapevano che ne’ il mondo, ne’ il mondo scientifico sono cosi’ semplici?

La pubblicazione scientifica, e men che meno la press release che la accompagna spesso con titoli ad effetto, non possono certo mostrare l’infinito dettaglio del discorso scientifico. E’ scritta da scienziati per scienziati, dopotutto. E non si tratta di un problema volumetrico, risolvibile pubblicando altri cento articoli sullo stesso argomento: perche’ la scienza e’ sempre pronta a lasciare il vecchio modello per il nuovo, mentre la societa’ deve vivere con le conseguenze delle scelte passate

Se infatti il dibattito politico fosse davvero circoscrivibile da quello scientifico, molto semplicemente, ci faremmo governare solo e unicamente da Tecnocrati (con buona pace, ancora una volta, della Democrazia). Ma quella e’ una soluzione improponibile anche e soprattutto perche’ la consapevolezza che il cervellone, lo studioso, lo scienziato possono sbagliare, e di grosso

Si tratta di una convinzione sicuramente molto piu’ vero nella mitologia del senso comune, che nella realta’ dell’attivita’ scientifica. E forse e’ proprio quello il punto: esistono grossi problemi di comunicazione non solo fra scienza e politica, ma anche fra scienza e pubblico non-scientifico.

E ancora una volta e’ apparente la disutilita’ di un certo ecologismo: che non solo e’ ormai moribondo in America a causa delle catastrofi continuamente annunciate e mai avveratesi (come scrisse sul New York Times nel marzo 2005 Nicholas D Kristof, personaggio al di sopra di ogni sospetto); ma e’ anche riuscito ad infilarsi come tramite principale fra la scienza e la popolazione, la quale a furia di dichiarazioni al-lupate (mi si perdoni il gioco di parole) da tregenda prossima ventura, comincera’ presto a pensare che i rinoceronti non siano in pericolo di estinzione; che le tigri siberiane siano in grandissimi numeri; e magari che si puo’ inquinare quanto si vuole, senza tante storie.

La vera catastrofe dell’ecologismo _deimocratico_ potra’ davvero essere la…fine dell’ecologia

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Perche’ questa lettera? Il mio unico desiderio e’ che non ci si riduca mai a politichette sempliciste e messaggini da quattro soldi, incaponendosi magari su facili discorsi da Politica della Paura: cominciando con il “tutto sta andando a rotoli”, per passare a decisioni illiberali e anti-liberiste che finiranno magari con lo slogan “respirate meno per produrre meno anidride carbonica”

Le priorita’ sono tante e tanto difficili da mettere in fila: davvero dobbiamo intraprendere scorciatoie monomaniache alla idiot savant, lastricate di propaganda deimocratica?

O per dirla con un’analogia: Osama bin Laden esiste, e le Torri Gemelle sono davvero state abbattute da un gruppo di fanatici terroristi pronti a uccidere migliaia di innocenti. Questo non significa pero’ che dobbiamo idolatrare George W Bush e seguirlo dovunque ci porti

Allo stesso modo, Al Gore, Jim Hansen e gli altri possono anche aver ragione sul riscaldamento globale: pur tuttavia i loro metodi di propaganda e di azione politica rimangono da rigettare, per principio

L’Al Gore di Una Verita’ Scomoda nel mio Pantheon proprio non riesco a vederlo

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Qual’e’ l’alternativa alla “_Deimocrazia_” scientista? Temo di dover ammettere che e’ un’alternativa molto meno sexy dell’Armageddon catastrofista, perche’ imperniata su un dibattito fatto di analisi e ri-analisi di ideali, obiettivi, risultati e priorita’. E’ un sistema dove le varie ricerche scientifiche sono analizzate in tutto il loro contesto prima di essere applicate in campo politico. Ed e’ un sistema dove ogni obiettivo va definito e raggiunto perche’ risolve un problema, e non solo perche’ altrimenti c’e’ la Fine del Mondo.

Insomma: la propria casa va tenuta pulita perche’ e’ meglio cosi’ da tanti punti di vista: e non solo perche’ altrimenti c’e’ il rischio di ammalarsi di SARS o Peste Nera.. E cosi’ i Diritti Umani per esempio vanno stabiliti e tutelati per il loro valore intrinseco, e non facendo credere che l’unica alternativa sarebbe subire un genocidio. I rigassificatori sono uno dei piccoli passi per consumare sempre meno petrolio: e di questo ne va consumato sempre meno, non per evitare siccita’ e incendi (e il fuoco della Geenna…) ma perche’ si possono fare meraviglie con la plastica, e l’aria satura di composti del carbonio bruciati male sarebbe insalubre anche se priva di CO2.

Che sia ben inteso: quelli sono solo degli spunti. I Radicali, come gli appartenenti a ogni altro partito o associazione, siano liberi di fare quello che vogliono: e Viva la Democrazia!

Dissociamoci pero’ fermamente dai discorsi da “Politica dello Spavento”. Abbasso la _Deimocrazia_!

ps Rinviamo a un’altra volta il dibattito su Tony Blair, il Primo Ministro che mi ha governato per otto anni, e che si e’ rivelato demagogo, centralista, amante di un premierato presidenzialista, dirigista e piramidale, e sempre pronto a “stabilire quello che è giusto e quel che è sbagliato” come i piu’ biechi bacchettoni di qua e di la’ dell’Atlantico: e la cui presenza quindi fra i Miti Radicali mi lascia perplesso, a meno che non sia limitata al Blair Liberista e Progressista sapientemente disegnato dall’agiografia laburista di inizio mandato

PIL e GPI: una critica

Guido Ferretti ha pubblicato sul sito di Rientrodolce una Sintesi della relazione di Mauro Bonaiuti al convegno di Rivoli (To) “Lo sviluppo e la decrescita” del 26 e 27 Maggio 2006

Mario Bonaiuti ha iniziato il suo intervento presentando un grafico in cui vengono giustapposti gli indici del PIL (Gross National Product) e GPI (Genuine Progress Indicator) in funzione del tempo. In esso si vede che, mentre il PIL cresce, il GPI raggiunge un massimo in corrispondenza di un certo valore di PIL, per poi decrescere anche se il PIL continua ad aumentare. L’intera presentazione consisterà nella discussione di questo grafico. [...]

Essendo quasi alla fine dei miei studi sullo Sviluppo al Birkbeck College di Londra, e ovviamente dubbioso dell’uso un po’ spregiudicato di un “nuovo” indicatore come il GPI, mi permetto di pubblicare qualche critica anche alle argomentazioni del Bonaiuti

1. ANDAMENTO: Non avendo visto il grafico del Bonaiuti,  sono andato al sito di Redefining Progress e ne ho trovato uno per gli Stati Uniti

GPI USA 1950-2002

Non ci sono tabulati di numeri, ma a colpo d’occhio si vede che il GPI cresce fra il 1950 e il 2002: non come il GDP, ma il trend generale in aumento e’ chiaro. Perche’ quindi ipotizzare un “ottimo PIL” oltre il quale il GPI decresce?

E’ da notare che l’analisi susseguente sulle economie in crescita come produttrici di entropia si basa soprattutto
su quel punto, ancora tutto da dimostrare

2. DEFINIZIONE: il GPI appare fortemente politicizzato. La negativita’ reale della Income Distribution e’ tutta da discutere. Si parla di Resource Depletion ma non si considerano effetti positivi come la riduzione degli aerosol. Nel Long-Term Environmental Damage si calcolano costi per il Riscaldamento Globale, valori di stima con margini giganteschi di errore. etc etc

3. CONSENSO: L’idea dietro il GPI non e’ certo malvagia, anzi. Chissa’ pero’ se c’e’ ancora in atto un qualche tentativo perche’ sia adottato internazionalmente. I riferimenti al GPI su Wikipedia diradano con il tempo

Altrimenti il GPI rimane un “indicatore” per gli “attivisti”, i “credenti” (“true believers“). E come il resto dell’intervento del Bonaiuti, il rischio reale e’ che lasci il tempo che trova

Massimo Ippolito, il petrolio e Ardnassac

Ardnassac perche' Cassandra, come si sa, prediceva il vero ma non era
creduta…mentre a volte uno ha l'impressione che certe affermazioni
sono false ma ci credono tutti

Intervento di Massimo Ippolito sul forum di radicali.it 07/06/2006

[...]
> Queste infrastrutture fatte oggi, rappresentano a tutti gli effetti
> una forma di distruzione dei capitali. Il loro costo opportunità è la
> mancata transizione a dei sistemi energetici, dei trasporti,
> industriali sostenibili nel nuovo scenario post petrolifero.
>
> Quindi diventa assolutamente urgente capire e prevedere lo scenario
> futuro per operare nel modo corretto, diventa fondamentale capire
> tutti assieme ed in particolare per chi ha qualche leva di comando la
> reale situazione. 
>
> […] Come facciamo ad essere noi (scienziati cassandre) così sicuri di
> ciò che sta capitando?
> E' molto semplice: implementiamo e condividiamo dei modelli
> matematici consistenti molto convincenti che sono difficili da
> confutare, ma qui casca l'asino poichè i metodi matematici per
> ottenere tali previsioni sono incomunicabili.
>
Perche' dovrei credere all'attuale consenso che dice che di petrolio non ce ne e' abbastanza?

1. Guardiamo al grafico del costo reale del petrolio:

Grafico prezzo petrolio

2. Ricordo benissimo le previsioni pessimistiche del 1973-1974, con tanto di grida alla "fine dell'epoca del petrolio"

3. Ricordo anche meglio l'entusiasmo del 1997-1998, con il costo del barile sempre piu' giu'.

4. Non posso non notare che l'inizio della corrente impennata di tale costo coincide con 9/11 e la crisi in Irak. E con l'entusiasmo smisurato per le materie prime, grazie alle promesse di sviluppo in India e Cina

5. Infine penso all'ultima bubble economy che e' stata quella di Internet, curiosamente implosa proprio alla vigilia degli aumenti petroliferi

Sulla base dell'esperienza storica, non potremmo quindi dire che stiamo assistendo ad una corsa poco saggia all'accaparramento di greggio, fatta da investitori alla ricerca del guadagno facile tipo anni '90 e che si bruceranno le dita quando i teo-con lasceranno la Casa Bianca, la guerra civile in Irak compira' il suo corso, qualche promessa asiatica si rivelera' meno entusiasmante del previsto, e la bolla speculativa svanira' come tutte le altre?

Tutto questo, invece che essere noi testimoni di un passaggio epocale che ha gia' fallito di materializzarsi in passato, la fine dell'eta' del petrolio.

Perche' no?

Mettere a dieta i poveri

Un punto sul quale mi piacerebbe trovare un accordo e' che mentre i Paesi piu' ricchi devono considerare seriamente cosa e come raziona(lizza)re, imposizioni soprattutto se esterne su Cina, India, l'Africa odorerebbero di doppiopesismo.

Un po' come l'obeso che dopo una bella mangiata, mettesse a dieta anche il resto della famiglia. O la potenza nucleare inutile (il Regno Unito, la Francia) che va a fare la ramanzina all'Iran dicendo che si puo' vivere, senza bomba (senza mostrare come)

Rientro Graduale? No, grazie

Leggo con interesse ma non mi lascio convincere dalla lettera di Marco Pannella a Beppe Grillo sulla sovrappopolazione come uno dei problemi che ci impedirebbe un uso adeguato delle risorse energetiche (confesso che ho letto con interesse anche circa il 15% dei 2000+ commenti…)

L’umanita’ viaggia davvero molto in fretta e in un’automobile sgangherata: ma e’ davvero la velocita’, cioe’ lo sviluppo, il problema dell’umanita, o magari l’inadeguatezza del veicolo?

E che soluzione sarebbe il rallentare, il fermarsi, o forse anche l’andare all’indietro?

In fondo in fondo, alla fine prendero’ tutto questo piu’ seriamente quando milioni rinunceranno alle loro vite agiate per trasferirsi in abitazioni-caverne, con la rigorosa promessa di non avere alcun figlio e il risparmio energetico di chi affronta l’inverno senza neanche una pelliccetta per passare la notte

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Cominciamo da un argomento che mi trova d’accordo con Pannella: il rifuto all’accettare passivamente il continuo richiamo ad una “famiglia” il cui fantomatico valore sarebbe solo nell’essere formata da padre maschio, madre femmina e i loro figli.

Di famiglie sanissime e rispettabilissime che non combaciano a questo modello di catena di montaggio umana ce ne sono tante: inclusa la famiglia di Papa Giovanni Paolo II, descritta in un noto annuncio ufficiale vaticano come composta dal segretario del Papa, e dalle Suore che lo accudivano. Ma di questo ne parlero’ in un altro intervento.

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L’appello di Pannella e’ per un “rientro graduale” verso i 3 miliardi di esseri umani contemporaneamente vivi sul pianeta (la meta' di quanto c'e' oggi in giro).

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(1) La prima domanda che viene in mente e’ naturalmente: chi ha stabilito, e come, che 3 mila milioni di persone e’ il numero ideale? Perche’ non 6 miliardi, perche’ non 300 milioni?

Per inciso, il sito dell'associazione Rientro Dolce (ufficialmente con un target di due miliardi) parla anche di ritornare a cifre del 1975 (cioe', quattro miliardi)

L'arbitrarieta' dei numeri dimostra quanto dipendano ciascuno dal proprio modello di sostentamento. Non si tratta certo di fare solamente un "2+2": la situazione e' molto piu' complessa. Un pianeta abitato da 80 miliardi di individui non equivale a 80 miliardi di pianeti ognuno abitato da un solitario rappresentante del genere umano. E un ettaro di terreno coltivato male non puo' nutrire tante persone quanto uno gestito al meglio

Per esempio, fino all’inizio del XX secolo, per mantenere tenori di vita simili, un nobile russo aveva bisogno di dieci o piu’ volte terra e servitu’ di un suo "pari" tedesco: per cui un mondo sfruttato come dal primo avrebbe potuto ospitarne molti meno, che un pianeta organizzato per soddisfare persone come il secondo.

(2) Non sono neanche sicuro del fatto che noi o chicchessia abbiamo un diritto liberale a stabilire certi numeri in base a imperfette conoscenze attuali, impedendo la nascita di chi ancora non c’e’ in base a principi di etica comune.

Se davvero accettiamo questo principio, e anche se spergiuriamo che il "rientro" deve essere "dolce", cioe' consapevole, volontario e non forzato: pur tuttavia, cosa ne impedira’ una deriva illiberale, vuoi tramite l’imposizione “nazicomunista” di un certo numero di figli pro capite; vuoi tramite la lotta armata di chi decidera’ di ripulire il mondo dagli umani in sovrannumero, cosi’ come Sergio D’Elia che voleva rimettere la societa’ a posto ma con Prima Linea?

(3) C’e’ anche da rilevare una eccessiva impronta "occidentale" in certe considerazioni.

Come per quell’altra favola chiamata “sviluppo sostenibile”, e' troppo facile riempirci la pancia per secoli e procreare a piu’ non posso, e poi andare a dettare agli altri quanto possono mangiare e figliare.

(4) A chi vede un futuro buio e spaventoso, rispondo che se il numero di esseri umani e’ cresciuto negli ultimi secoli, e’ perche’ si vive piu’ a lungo, e meglio.

Per favore aspettate di avere un mal di denti, o una gamba rotta, o un calcolo renale prima di sognare il bel tempo che (mai) fu. E se avete gli incubi di una umanita’ che distrugge tutto al suo espandersi, chiedetevi perche’ volete mantenere in vita questo concetto vetusto dell’Uomo come separato dalla Natura; dell’Umanita’ come virus immondo causa di tutti i Mali fin dal Peccato Originale.

Se pensate che il mondo sta andando a rotoli, andate pure ad inalare i gas di scarico di una Trabant modello 1962, io preferisco auto piu’ recenti (possibile che nessuno ricorda lo schifoso fumo nero di un motore Diesel anni ’70?). In realta', sotto certi aspetti il pianeta e' meno inquinato, sotto altri lo e' di piu': ma dubito che un'analisi dettagliata sarebbe piu' depressogena adesso, che trenta anni fa

Non dimentichiamo neanche che, storicamente, la rinuncia allo sviluppo ha portato alla progressiva implosione del sistema (vedi l'antica Roma, vedi la Cina imperiale). Un'umanita' troppo preoccupata di essere in troppi, probabilmente non farebbe che confermare le sue paure

(5) A chi accusasse le donne del Terzo Mondo di procreare troppo, chiederei conto del fatto che laddove la mortalita’ infantile e’ altissima, non ha senso avere uno o due figli.

E che esiste una correlazione inversa fra l’educazione delle donne in una societa’, e la quantita’ di prole: per cui niente discorsi saccenti e superiori come quelli di Rajneesh per favore

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Certo non dico che la letteratura prodotta dal Club di Roma e' acefala o da buttare via: ma si tratta pur sempre di una serie di modelli basati su precise ipotesi che potrebbero essere vere (o no). Il discorso scientifico rimane un dibattito aperto e non puo' essere liquidato con un "questa e' la verita'", almeno finche' uno dei modelli comincera' a dimostrare una straordinaria capacita' predittiva (e quindi, come citato in I Limiti dello Sviluppo – 30 anni dopo non prima del 2020) 

Da un punto di vista storico, che senso ha per l’ingegno umano di dubitare di se stesso e delle sue capacita’ di sfruttare le risorse?

Una passeggiata nei dintorni di Portoferraio puo’ mostrare come i rifiuti ferrosi degli antichi Romani sono stati riutilizzati in epoca moderna per ricavarne nuovo metallo. Chissa’ quanti tesori futuri ci sono nelle nostre discariche, se solo ci industrieremo per tirarli fuori

O per rimanere in tema di latinita': Pedanius Secundus, prefetto di Roma nel 61DC, aveva circa 400 schiavi. Ma questo non significa che per vivere una vita altrettanto se non piu' agiata, io abbia bisogno finanche di una persona dedicata 100% al mio servizio

Temo che un eventuale Romae Circulus all'epoca di Nerone avrebbe potuto errare e di molto, nei suoi modelli…