L’Impero (Britannico) Del Male

Si dice che a grandi capacita’ corrispondano grandi responsabilita’: una frase evidente nelle conseguenze ancora attuali dell’Impero Britannico e del suo disfacimento.

L’Impero Britannico, che occupo’ a un certo punto la maggior parte delle terre emerse e della popolazione umana, probabilmente il piu’ grande che sara’ mai esistito, impegnato idealmente in una missione civilizzatrice e mercantilistica, e’ insomma la causa di una vasta quantita’ dei problemi affliggono il nostro tempo.

C’e’ un legame praticamente diretto fra le decisioni prese in nome e per conto di quell’Impero decenni fa, e quanto avviene in questo momento in Israele/Palestina, in Iraq, in Afghanistan, a Cipro, in Sudafrica e in Zimbabwe, in Egitto e in Sudan, in India e Pakistan, in Birmania, in Iran, in Malesia e in Indonesia.

Prendiamo ad esempio l’Iraq. Facile dare la colpa all’impreparazione e imperizia degli occupanti Americani per le continue carneficine: ma tutto cio’ non spiega perche’ cosi’ tanti Iracheni siano cosi’ tanto intenzionati ad uccidere i loro connazionali.

Riflettiamo su questo ultimo sostantivo. “Connazionali” implica che ci sia qualcosa in comune fra un abitante di Mosul nel Nord, uno di Baghdad nel centro e uno di Bassora nel Sud dell’Iraq. Ne siamo sicuri? Esiste una “nazione irachena”, cosi’ come esiste una nazione “italiana”?

No. Perche’ l’Iraq che conosciamo e’ stato messo insieme fra il 1921 e il 1926 unendo tre province del vecchio Impero Ottomano, smembrato dopo la Grande Guerra dalle Potenze Vincitrici. L’accordo segreto franco-britannico Sykes-Picot nel 1916 aveva affidato gran parte dell’area del Tigri e dell’Eufrate al Governo di Londra, che aveva creato un ufficio apposito per recuperare antiche toponomastiche e mettere un’etichetta ai nuovi Stati, come “Iraq” e “Giordania”.

L’Iraq affidato poi al Re Faisal all’indipendenza nel 1932 conteneva almeno tre Nazioni forzate insieme: i Kurdi di Mosul, i Musulmani Sunniti di Baghdad, i Musulmani Sciiti di Bassora. Cosa c’e’ di strano, in questa logica distorta, se poi Saddam Hussein ha deciso di invadere il ricchissimo Kuwait, i cui confini erano stati tagliati artificialmente nel 1932, naturalmente dal britannico Sir Percy Cox, per impedire all’Iraq di avere un porto profondo abbastanza da essere sfruttabile?

E’ stato tristemente naturale che, in assenza di una qualunque motivazione di solidarieta’ fra i vari gruppi, piano piano l’Iraq scendesse in una situazione di odio interetnico, tenuto insieme solo dalla ferocia del regime di Saddam. Dietro le bombe di oggi, palesi testimonianze del fatto che tanti Iracheni non vedono tanti altri Iracheni come persone umane, ma come oggetti di odio da uccidere in massa, c’e’ quindi il cinico calcolo dell’Impero Britannico che 80 anni fa decise di creare uno Stato dal nulla. Un discorso simile anche se non identico si puo’ fare riguardo l’Afghanistan, l’India e il Pakistan.

Ci sono volute infatti tre guerre, la prima addirittura persa nel 1839/1842, perche’ l’Impero Britannico avesse ragione dei recalcitranti Afghani, il cui regno paradossalmente non era considerato sufficentemente solido per resistere a un eventuale assalto da parte dello Zar di Russia. Il fatto e’ che il subcontinente indiano era considerato davvero la Perla dell’Impero, a Londra, e quindi tutto era subordinato a fare in modo che niente e nessuno potesse minacciarlo, e soprattutto la Russia che dal Baltico era gia’ arrivata al Pacifico e magari pensava di mandare i cosacchi ad abbeverare i cavalli nel Gange.

Fu quella la fonte in Asia di un secolo di guerra di prossimita’ fra i due enormi Imperi, che duro’ dall’epoca di Napoleone fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. All’Afghanistan fu quindi imposta finalmente nel 1893 la perdita delle regioni orientali, circa la meta’ del territorio che forma oggi il Pakistan, separato da un nuovo confine chiamato la Linea Durand. Senonche’ l’etnia Pashtun si trovo’ un po’ di qua e un po’ di la’: e da quella etnia provengono i Taleban.

C’e’ da meravigliarsi, se mostrano ancora segni di recalcitranza? Gia’ Churchill aveva definito i Pashtun come dotati di “un codice d’onore cosi’ strano e inconsistente da risultare incomprensibile a una mente logica”, visto che “il loro sistema etico considera le trappole e la violenza come virtu’ invece che vizi”. Forse uno pensera’ male, ma non sara’ stato forse il caso che la Linea Durand sia stata messa li’ secondo l’antico Divide et Impera, per evitare che i Pashtun potessero fare guerra per l’ennesima volta ai Britannici? E infatti quando ci hanno riprovato, nel 1919, hanno perso.

In Pakistan intanto le aree Pashtun non sono considerate alla stregua di regioni “normali”, ma classificate come “aree tribali” dove lo Stato ammette di non poter fare piu’ di tanto. D’altronde lo stesso Pakistan, l’unico Stato al mondo dove basta essere musulmani per essere cittadini, e’ stato appiccicato insieme, mettendo appunto un pezzo di Afghanistan con un pezzo di India, nel 1947, secondo il piano di Muhammad Ali Jinnah incoraggiato, neanche a farlo apposta, dal Vicere’ Britannico Lord Mountbatten. E alla creazione del Pakistan, come si sa, si puo’ far risalire le stragi del 1948 e innumerevoli guerre contro la Repubblica Indiana; la terribile guerra d’indipendenza del Bangladesh nel 1970; la disseminazione di segreti atomici verso loschi figuri negli anni ’80 e ’90; la nascita e il finanziamento dei Taleban stessi, e quindi la crescita del movimento di Osama bin Laden. E dunque al-Qeada, le Torri Gemelle, tantissimo sangue in tutto il mondo inclusi i terribili giorni di Mumbai a fine novembre 2008.

Potremmo continuare per molto. C’e’ lo zampino britannico dietro l’instabilita’ e quindi il pugno di ferro siriani; il fondamentalismo della casa regnante saudita; il conflitto senza fine fra Israeliani e Palestinesi; la mentalita’ d’assedio dell’Iran e il tentativo di procurarsi la Bomba (non e’ un caso se gli inglesi siano piu’ odiati, in Iran, degli americani); le situazioni di crisi del Sudan, da quella con l’Egitto (separatosi nel 1956 allo scopo di allontanare i britannici), alle guerre interne contro i cristiano-animisti del Sud e i poveri Darfuriani nell’Ovest; la guerra interetnica di Cipro, e decenni di nervi tesi fra Grecia e Turchia; le continue incomprensioni e stragi in Nigeria; il regime razzista in Sudafrica, quello in Rhodesia, la guerra che ha fatto nascere lo Zimbabwe e adesso l’involuzione di quel Paese; la durissima dittatura militare in Birmania, altro “Stato fantoccio” messo insieme per proteggere l’India Britannica; l’assurda divisione fra Malesia e Indonesia con diverse isole tagliate inspiegabilmente in due; e naturalmente, quel disastro che e’ la situazione del Tibet in Cina (le prime mappature segrete di quell’antico regno sono del 1865, ovviamente da parte di agenti britannici, cui segui’ nel 1903 una spedizione militare guidata da Sir Francis Younghusband, che porto’ il saluto di Re Edoardo VII a suon di stragi).

Sembra quasi che a salvarsi sia il solo Canada, ex-colonia britannica che bonta’ sua non ha mai fatto pasticci con nessuno (l’Australia ha una lunga storia di maltrattamento dei nativi).

Potremmo definirlo un vero e proprio Impero del Male, dunque, quello nato all’epoca corsara di Elisabetta I e concluso con la fine degli anni 1960. Al quale, occorre dirlo, si sono affiancati imperi altrettanto funesti per la situazione attuale, come quello francese (si vedano i confini assurdi fra gli Stati africani), o quello belga (cui si puo’ far risalire finanche il genocidio in Rwanda). Ma fare la morale al passato, tutto sommato un posto a noi alieno come il futuro, non serve a molto.

Quello che occorre e’ imparare dalla Storia, per non rifare gli stessi errori continuamente. E la lezione da ricavare dall’Impero Britannico e’ presto condensata: se pensiamo a risolvere solo i nostri problemi, e solo per l’oggi, non stiamo facendo altro che uccidere i nostri nipoti Se i Sudditi di Sua Maesta’ avessero avuto il coraggio di fare gli interessi anche dei popoli che via via assoggettavano, probabilmente ogggi non staremo a piangere su Iraq o Afghanistan o India o chissa’ quanti altri posti pieni di lutti e rovine.

Londra: L’Illusione della Tassa sull’Ingorgo

Chi per lavoro, obbligo o follia si avvicina al centro di Londra in automobile durante le ore lavorative ha bisogno di tanta pazienza. E di un po’ di soldini per pagare il privilegio di partecipare al quotidiano Festival dell’Ingorgo.

Il traffico e’ stato sempre un problema per le grandi citta’, nella Roma di Augusto come a Tokyo o Hong Kong. E i veicoli non hanno mai smesso di crescere in numero.

A Londra negli ultimi cento anni c’e’ stata un’espansione cittadina cosi’ rapida e imprevista che la vecchia circonvallazione e’ diventata una strada come le altre. Il nuovo Grande Raccordo Anulare (l’autostrada M25) completato nel 1986 sembra giustificare il detto americano “costruite, e arriveranno”: piu’ corsie si fanno, piu’ automobili sembrano comparire quasi dal nulla. Basta poi un camion ribaltato, e la frittata e’ fatta, con code che si misurano in decine di chilometri.

Anche in citta’, non importa aggiungere o allargare le strade. All’ora di punta, ecco di nuovo una teoria di guidatori fermi a bruciare benzina per non andare da nessuna parte, in una situazione caotica dove la coda di automobili e’ da tempo la norma.

C’e’ in realta’ solo un giorno in cui si puo’ guidare a Londra diventa un piacere, sperimentato personalmente: Natale, quando tutto e’ rigorosamente chiuso (a parte qualche ristorante indiano), gli spazi sono grandi e aperti, i rettilinei amorevolmente vuoti.

Non sarebbe molto piu’ bello poter avere un’esperienza simile tutto l’anno? Le ambulanze avrebbero vita piu’ facile nelle loro corse disperate, gli autobus andrebbero piu’ spediti premiando chi non usa il mezzo privato, e la citta’ sarebbe piu’ bella irradiando calma e maestosita’ dai suoi palazzi imperiali invece che il rumoroso brulicare di migliaia di motori. E grandi folle di pendolari non dovrebbero piu’ camminare proprio dove e quando il traffico e’ peggiore.

Come fare? Chiudere il centro al traffico privato potrebbe risultare dannoso al commercio (figuriamoci se in Inghilterra si possa mai fare qualcosa del genere). Al sindaco Ken Livingstone venne allora una grande idea: la Congestion Charge, la Tassa sull’Ingorgo. Tocchiamo la gente nel portafogli, si sara’ detto, per far loro lasciare a casa le automobili.

Non potendo mettere caselli all’ingresso della citta’ (ci sarebbe stata la rivoluzione), e’ stato installato un sistema di riconoscimento automatico delle targhe, basato su telecamere e potenti computer che si aspettano che ciascun guidatore paghi entro la fine della giornata (8 euro, all’inizio, via telefono, o via internet; 80 centesimi, i residenti). Altrimenti, scattano le multe.

Introdotta fra molto scetticismo nel Febbraio 2003, la Congestion Charge ha cominciato a funzionare. All’ora di pranzo, ammiravo i vasti spazi di asfalto praticamente liberi da traffico, come ai bei tempi quando le strade erano fatte per carrozze ma anche persone.

Dopo un po’ pero’, come per magia, le auto cominciarono a tornare, e ripresero gli spazi momentaneamente perduti. E fino ad oggi, non se ne sono piu’ andate, neanche quando il balzello ha raggiunto gli 11 euro.

D’altronde chi e’ che si fa vedere in citta’? Autobus e taxi, che non pagano la tassa. Poi i “cumenda”, i Sommi Capi delle Banche in giro con l’autista: per i quali le auto sono irrinunciabili status-symbol, e poi a loro otto ma neanche ottocento sterline farebbero un baffo: e quindi la tassa per loro e’ immateriale.

Ci sono anche turisti sparuti, per i quali l’effetto e’ bassissimo visto che la tassa equivale a una colazione per uno, o un pranzo abbastanza modesto, e la pagano una volta sola. Idem per i pendolari occasionali.

Probabilmente a diminuire di numero, quando la tassa fu introdotta, furono gli operatori del settore della distribuzione, o dell’edilizia. Superato lo choc iniziale pero’, hanno imparato a riassorbire i costi aggiuntivi. Se una ditta fa consegne di panini a 10 ristoranti, e il pedaggio e’ di 10 sterline, tutto quello che dovra’ fare per non guadagnare meno e’ aggiungere una sterlina a quanto chiesto a ciascun ristorante: un nientesimo.

Si mettano quindi l’anima in pace i Primi Cittadini di New York, Milano, Stoccolma. Con una Tassa sull’Ingorgo cosi’ come sperimentata a Londra, prima o poi il traffico torna a salire.

Andrebbe forse gonfiato il pedaggio a dismisura, o modificato a seconda di ora, strada e quartiere? In fondo il problema e’ che ci troviamo citta’ “disegnate” per autoveicoli, e che quindi non possono che attirarli…

A quando una rivoluzione urbanistica, improntata al trasporto pubblico, magari gratuito per chi traffico non crea, come a Compiègne in Francia, e a Nova Gorica in Slovenia? Accompagnando ogni intervento, naturalmente, al divieto di consegna di materiale non urgentissimo, durante le ore di punta.

Il 12 febbraio 2008 e’ uscita fuori la proposta di fare pagare 35 euro al giorno ai proprietari di SUV che vogliano entrare in citta’ durante le ore lavorative. Invece che di “Congestion” (traffico) si parla di “CO2 Emissions”, le emissioni di anidride carbonica che si dice influenzino negativamente il clima. Funzionera’? Considerato il profilo di chi si puo’ permettere un SUV, ne dubito molto. E la differenza dal punto di vista delle emissioni sarebbe comunque trascurabile: come cercare di dimagrire abolendo il grasso, senza pero’ rinunciare a nessun dolce.

Come al solito, la politica diventa un esercizio di facciata. E noi pedoni intanto continueremo a farci l’aerosol di sostanze cancerogene, tutte le mattine con i gas di scarico delle automobili, taxi, camion, autobus e furgoni sempre li’ in fila proprio quando ci tocca andare a lavorare.

Christmas 2007

Malanova chi’ ffriddu”. Scendo dal treno alla stazione di Charing Cross a Londra, il sabato, 15 dicembre 2007 intorno alle 5 del pomeriggio. E’ buio, c’e’ un vento gelido e la sensazione e’ molto spiacevole nonostante il giaccone pesante e i pantaloni di lana.

La mia carrozza era anche stata piacevolmente vuota, mentre qui piano piano ad ogni passo sembra che io mi stia addentrando in una folla sempre piu’ fitta. Quando esco dalla stazione c’e’ una piccola fila anche ad aspettare il verde del semaforo pedonale, e dal cielo coperto arriva la solita luce giallognola, somma del milione di luci della grande citta’.

“Ma quanti sono?” continuo a chiedermi mentre passo accanto al monumento ad Oscar Wilde, a pochi passi da Trafalgar Square dove c’e’, o forse no, un grande Albero di Natale. Londinesi e turisti mi circondano da ogni dove, ognuno in marcia in una direzione e per una destinazione differente. Sento voci dall’Est dell’Europa, probabilmente polacchi.

Se mi ci scontrassi per caso fra un passo e l’altro saprei cosa rispondere “Psheprasham! Mi scusi”, ma li’ termina o quasi la mia collezione di parole nella lingua di Chopin e Woytila.

Giro dietro a Leicester Square, e quelle voci si trasformano nella parlata di Manzoni e Montini, gli immancabili gruppi di italiani in ordine sparso che continuano a formarsi e dissolversi, mentre due chiacchierano fra di loro e tre arditi mappatori discutono sul dove andare. “Andiamo qui davanti a mangiare, alla stick ‘aus”, dice una signora con il solito improbabile cappotto impellicciato.

La stick ‘aus? La Stick House, forse, ma dove sara’ la Casa del Bastoncino, e cosa ci serviranno mai, la collezione di prodotti Findus? Ah, no, e’ la Aberdeen Steak House, da pronunciare Aberdiin Steik ‘Aus, perche’ la bistecca e’ un piatto antico e le regole di pronuncia inglese tradiscono continuamente. Chissa’ che risate il cameriere quando ordineranno un Bastoncino Ben Cotto, Non Al Sangue?

E si’, di mondo qui ce n’e’ davvero tanto. A vivere nei sobborghi ci si stanca, ma qui al centro non c’e’ mai modo di annoiarsi. Certo che camminare in questa folla con un bambino ancora piccolo non puo’ essere un’esperienza piacevole, anzi fonte di ansia e angoscia se l’informe massa umana cercasse di far scomparire il giovanissimo Futuro.

Londra rimane il posto per giovani, ricchi e scapoli, magari per vivere nell’Oggi e divertirsi anche semplicemente a vedere le stranezze e i cambiamenti della Citta’.

C’e’ un teatro alla mia destra, e non guardo neanche il titolo della rappresentazione, perso nelle fotografie del cast, tutti vestiti anni trenta e quaranta e tutti immancabilmente pagati da fame, perche’ fare l’attore a Londra e’ uno strumento per fare carriera, e non soldi. Chissa’ che magari non diventino poi ricchi a Broadway, a New York?

Oppure sono attori alla vecchia maniera, lo fanno per il piacere e l’emozione del ripetere le stesse parole e le stesse azioni tutte le sere nello stesso posto, ma di fronte a spettatori sempre differenti per i quali non c’e’ alcun tipo di ripetizione, anzi unicita’ di ogni cosa che vedranno?

Mi ritrovo a camminare sotto i portici che vanno verso Nord su Charing Cross Road. I negozi di souvenir si susseguono, perche’ e’ qui che vengono i turisti, non certo dove lavoro io fra i palazzoni e i finestroni illuminati della City.

Il buono di tutti questi negozi e’ che sono tutti uguali, visto uno visti tutti, e quindi solo il visitatore piu’ sprovveduto si trovera’ costretto a fermarsi per guardarli tutti. Piatti con la faccia di Diana, piatti con la faccia di Carlo (brrr! E che regalo sarebbe, per la matrigna cattiva, o per spaventare la suocera?), cartoline dall’umorismo che si spegnera’ in pochi secondi, e un cumulo incredibile di cianfrusaglie che andranno ad adornare migliaia di sale da pranzo di malcapitate nonne e zie. Eppure se qualcuno li vende, vuol dire che qualcuno li compra.

Si vede che non sono io il target, e tutto quel materiale non e’ li’ per essere comprato da me: e infatti non me ne curo, ma guardo e passo. E sento un odore particolare provenire da una bancarellina di legno dove una donna minuscola vende il sushi, i piccoli cilindretti di riso con il pesce crudo sopra.

Curiosamente il tutto non sembra ne’ sporco ne’ poco invitante, e un paio di affamati compratori contano i soldi da scambiare per quel giapponesissimo spuntino.

Ma io proseguo e passo davanti a un bar dalle vetrate tutte nere, con una porta di vetro anch’esso nero dietro la quale c’e’ un altro ingresso naturalmente nero. Solo qualche luce passa da molto in alto. E’ un gay bar abbastanza famoso, un ritrovo per omosessuali (maschi?) che tengono molto alla loro privacy (non mi meraviglierei che quelle vetrate fossero rinforzate, onde evitare che qualche scalmanato omofobo decidesse di organizzare una “spedizione punitiva”…).

Mi sovvengo della curiosa avventura di un paio di amici, invitati da un altro per un pranzo gratis, pagato dalla rivista per la quale dovevano scrivere una critica per un certo locale. Dopo alcuni drinks pero’, all’appropinquarsi della necessita’ naturale di origine renale decidettero di andare a mangiare da un’altra parte, e pagare loro il conto invece di rischiare incresciosi equivoci nei bagni di quel locale dove tutte ma proprio tutte le coppie erano maschili.

Malanova chi’ ffriddu”. Un paio di folate di vento che continua a perseguitarmi, un altro attraversamento di una grande e trafficatissima strada, giro intorno al teatro dove hanno rappresentato Les Miserables forse dai tempi della Regina Vittoria, e arrivo alla strada della mia destinazione. E’ un incontro natalizio con gli elettori italiani da parte dell’eletto nella Circoscrizione Europa al Parlamento italiano, residente a Londra, l’On.Guglielmo Picchi (deputato, Forza Italia).

E mi chiedo, chissa’ che ne direbbero al Partito, se sapessero che l’incontro e’ organizzato in un elegantissimo Club londinese ma a pochi centimetri da un inelegantissimo Sex Shop che promette non diciamo cosa al piano di sotto?

Che ci potrebbe d’altronde fare, Picchi? E’ Londra, la metropoli delle centinaia di lingue, centinaia di passaporti, migliaia di stili di vita. Una citta’ popolata di provinciali che vivono di un cosmopolitanesimo basato sul quieto vivere. E infatti chi mi aiuta nel Club a lasciare il giaccone, se non un Brasileiro cameriere dal nonno italiano (erano quasi tutti italiani, i nonni dei trentenni e quarantenni brasiliani di oggi) il quale sembra apprezzare il mio Obrigado ringraziamento?

Mentre quando me ne vado, a fare da guardia ai cappotti e’ una ragazza dal cipiglio severo, con un accento curiosissimo che si rivelera’ lituano, alla quale ahime’ non ho che da rispondere in inglese perche’ i convenevoli nella lingua che suona a Vilnius ancora non li conosco. Quanti inglesi purosangue saranno mai rimasti, a Londra e specie in quel Club, proprio non lo so. A servirci una cena che e’ una teoria di antipasti, un barese.

Quando esco il freddo non e’ ancora cambiato, ma c’e’ un po’ meno vento. Ritorno quasi su tutti i miei passi, a parte una scorciatoia dentro Chinatown, che nel mare delle culture londinesi non sembra per niente pittoresca, quasi normale con i dragoni di metallo e i grandi archi rettangolari ornatissimi e rigorosamente rossi (perche’ il rubicondo e’ portafortuna, non necessariamente comunista).

Tornato su Charing Cross Road la confusione fra le auto e’ aumentata da un tizio che pedala una specie di riscio’, con un paio di turisti dietro cui non sembra importare l’arrancare incerto del loro locomotore: il quale arrancare incerto pero’ non ispira sentimenti di amicizia e parole di amore fraterno a un conducente di taxi nero. Ma tiriamo avanti, visto che questi episodi continuano a capitare e scomparire senza posa in quesa specie di teatro all’aperto di tutta la possibile umanita’.

C’e’ un tizio che risalta sugli altri, qualche metro piu’ in la’: e’ seduto per terra sul marciapiede sotto delle impalcature e indossa una maglietta a maniche corte e un paio di pantaloni.

Due fettone enormi e scalze sembrano occupare meta’ del passaggio gia’ un po’ angusto, e la totalita’ di chi lo sfiora sono piu’ interessati a evitare di pestargli i piedi che a dargli un po’ di soldi. Il tizio trema vistosamente, e c’e’ poco di che meravigliarsi in tutto quel freddo. Rimango un po’ interdetto e chiedo lumi a un signore molto vestito, seduto un po’ piu’ in la’ e che vende The Big Issue, il “Grande Problema”, il periodico fondato per aiutare i senzatetto e che questi vendono a Londra agli angoli di tutte le strade.

Non ti preoccupare”, mi risponde quasi come se quella domanda l’avesse sentita un milione di volte, “Quel tipo scalzo e’ li’ tutte le sere”. “Allora non pensi che con tutto quel tremare sia in pericolo di vita?”, gli chiedo, e lui risponde, secco, “No”. “Ma ci sara’ da segnalarlo a qualcuno che si occupa di senzatetto?”. “Sono anche io senza un posto dove stare”, e’ la sua replica, intendendo evidentemente (visto che e’ sbarbato, lavato e con vestiti decenti) che passa le sue notti in ostelli, non al freddo con il cielo come tetto ma neanche in un luogo che possa definire come suo.

Mi allontano pensieroso, chiedendomi delle dinamiche di gruppo all’interno di chi non ha un alloggio dove stare. Un autobus mi passa davanti, ha la pubblicita’ in formato digitale, e’ uno schermo invece che il solito tabellone fisso. E gia’, siamo nel XXI secolo.

Prendo il treno, ritorno sulla Terra.