L’Impero (Britannico) Del Male

Si dice che a grandi capacita’ corrispondano grandi responsabilita’: una frase evidente nelle conseguenze ancora attuali dell’Impero Britannico e del suo disfacimento.

L’Impero Britannico, che occupo’ a un certo punto la maggior parte delle terre emerse e della popolazione umana, probabilmente il piu’ grande che sara’ mai esistito, impegnato idealmente in una missione civilizzatrice e mercantilistica, e’ insomma la causa di una vasta quantita’ dei problemi affliggono il nostro tempo.

C’e’ un legame praticamente diretto fra le decisioni prese in nome e per conto di quell’Impero decenni fa, e quanto avviene in questo momento in Israele/Palestina, in Iraq, in Afghanistan, a Cipro, in Sudafrica e in Zimbabwe, in Egitto e in Sudan, in India e Pakistan, in Birmania, in Iran, in Malesia e in Indonesia.

Prendiamo ad esempio l’Iraq. Facile dare la colpa all’impreparazione e imperizia degli occupanti Americani per le continue carneficine: ma tutto cio’ non spiega perche’ cosi’ tanti Iracheni siano cosi’ tanto intenzionati ad uccidere i loro connazionali.

Riflettiamo su questo ultimo sostantivo. “Connazionali” implica che ci sia qualcosa in comune fra un abitante di Mosul nel Nord, uno di Baghdad nel centro e uno di Bassora nel Sud dell’Iraq. Ne siamo sicuri? Esiste una “nazione irachena”, cosi’ come esiste una nazione “italiana”?

No. Perche’ l’Iraq che conosciamo e’ stato messo insieme fra il 1921 e il 1926 unendo tre province del vecchio Impero Ottomano, smembrato dopo la Grande Guerra dalle Potenze Vincitrici. L’accordo segreto franco-britannico Sykes-Picot nel 1916 aveva affidato gran parte dell’area del Tigri e dell’Eufrate al Governo di Londra, che aveva creato un ufficio apposito per recuperare antiche toponomastiche e mettere un’etichetta ai nuovi Stati, come “Iraq” e “Giordania”.

L’Iraq affidato poi al Re Faisal all’indipendenza nel 1932 conteneva almeno tre Nazioni forzate insieme: i Kurdi di Mosul, i Musulmani Sunniti di Baghdad, i Musulmani Sciiti di Bassora. Cosa c’e’ di strano, in questa logica distorta, se poi Saddam Hussein ha deciso di invadere il ricchissimo Kuwait, i cui confini erano stati tagliati artificialmente nel 1932, naturalmente dal britannico Sir Percy Cox, per impedire all’Iraq di avere un porto profondo abbastanza da essere sfruttabile?

E’ stato tristemente naturale che, in assenza di una qualunque motivazione di solidarieta’ fra i vari gruppi, piano piano l’Iraq scendesse in una situazione di odio interetnico, tenuto insieme solo dalla ferocia del regime di Saddam. Dietro le bombe di oggi, palesi testimonianze del fatto che tanti Iracheni non vedono tanti altri Iracheni come persone umane, ma come oggetti di odio da uccidere in massa, c’e’ quindi il cinico calcolo dell’Impero Britannico che 80 anni fa decise di creare uno Stato dal nulla. Un discorso simile anche se non identico si puo’ fare riguardo l’Afghanistan, l’India e il Pakistan.

Ci sono volute infatti tre guerre, la prima addirittura persa nel 1839/1842, perche’ l’Impero Britannico avesse ragione dei recalcitranti Afghani, il cui regno paradossalmente non era considerato sufficentemente solido per resistere a un eventuale assalto da parte dello Zar di Russia. Il fatto e’ che il subcontinente indiano era considerato davvero la Perla dell’Impero, a Londra, e quindi tutto era subordinato a fare in modo che niente e nessuno potesse minacciarlo, e soprattutto la Russia che dal Baltico era gia’ arrivata al Pacifico e magari pensava di mandare i cosacchi ad abbeverare i cavalli nel Gange.

Fu quella la fonte in Asia di un secolo di guerra di prossimita’ fra i due enormi Imperi, che duro’ dall’epoca di Napoleone fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. All’Afghanistan fu quindi imposta finalmente nel 1893 la perdita delle regioni orientali, circa la meta’ del territorio che forma oggi il Pakistan, separato da un nuovo confine chiamato la Linea Durand. Senonche’ l’etnia Pashtun si trovo’ un po’ di qua e un po’ di la’: e da quella etnia provengono i Taleban.

C’e’ da meravigliarsi, se mostrano ancora segni di recalcitranza? Gia’ Churchill aveva definito i Pashtun come dotati di “un codice d’onore cosi’ strano e inconsistente da risultare incomprensibile a una mente logica”, visto che “il loro sistema etico considera le trappole e la violenza come virtu’ invece che vizi”. Forse uno pensera’ male, ma non sara’ stato forse il caso che la Linea Durand sia stata messa li’ secondo l’antico Divide et Impera, per evitare che i Pashtun potessero fare guerra per l’ennesima volta ai Britannici? E infatti quando ci hanno riprovato, nel 1919, hanno perso.

In Pakistan intanto le aree Pashtun non sono considerate alla stregua di regioni “normali”, ma classificate come “aree tribali” dove lo Stato ammette di non poter fare piu’ di tanto. D’altronde lo stesso Pakistan, l’unico Stato al mondo dove basta essere musulmani per essere cittadini, e’ stato appiccicato insieme, mettendo appunto un pezzo di Afghanistan con un pezzo di India, nel 1947, secondo il piano di Muhammad Ali Jinnah incoraggiato, neanche a farlo apposta, dal Vicere’ Britannico Lord Mountbatten. E alla creazione del Pakistan, come si sa, si puo’ far risalire le stragi del 1948 e innumerevoli guerre contro la Repubblica Indiana; la terribile guerra d’indipendenza del Bangladesh nel 1970; la disseminazione di segreti atomici verso loschi figuri negli anni ’80 e ’90; la nascita e il finanziamento dei Taleban stessi, e quindi la crescita del movimento di Osama bin Laden. E dunque al-Qeada, le Torri Gemelle, tantissimo sangue in tutto il mondo inclusi i terribili giorni di Mumbai a fine novembre 2008.

Potremmo continuare per molto. C’e’ lo zampino britannico dietro l’instabilita’ e quindi il pugno di ferro siriani; il fondamentalismo della casa regnante saudita; il conflitto senza fine fra Israeliani e Palestinesi; la mentalita’ d’assedio dell’Iran e il tentativo di procurarsi la Bomba (non e’ un caso se gli inglesi siano piu’ odiati, in Iran, degli americani); le situazioni di crisi del Sudan, da quella con l’Egitto (separatosi nel 1956 allo scopo di allontanare i britannici), alle guerre interne contro i cristiano-animisti del Sud e i poveri Darfuriani nell’Ovest; la guerra interetnica di Cipro, e decenni di nervi tesi fra Grecia e Turchia; le continue incomprensioni e stragi in Nigeria; il regime razzista in Sudafrica, quello in Rhodesia, la guerra che ha fatto nascere lo Zimbabwe e adesso l’involuzione di quel Paese; la durissima dittatura militare in Birmania, altro “Stato fantoccio” messo insieme per proteggere l’India Britannica; l’assurda divisione fra Malesia e Indonesia con diverse isole tagliate inspiegabilmente in due; e naturalmente, quel disastro che e’ la situazione del Tibet in Cina (le prime mappature segrete di quell’antico regno sono del 1865, ovviamente da parte di agenti britannici, cui segui’ nel 1903 una spedizione militare guidata da Sir Francis Younghusband, che porto’ il saluto di Re Edoardo VII a suon di stragi).

Sembra quasi che a salvarsi sia il solo Canada, ex-colonia britannica che bonta’ sua non ha mai fatto pasticci con nessuno (l’Australia ha una lunga storia di maltrattamento dei nativi).

Potremmo definirlo un vero e proprio Impero del Male, dunque, quello nato all’epoca corsara di Elisabetta I e concluso con la fine degli anni 1960. Al quale, occorre dirlo, si sono affiancati imperi altrettanto funesti per la situazione attuale, come quello francese (si vedano i confini assurdi fra gli Stati africani), o quello belga (cui si puo’ far risalire finanche il genocidio in Rwanda). Ma fare la morale al passato, tutto sommato un posto a noi alieno come il futuro, non serve a molto.

Quello che occorre e’ imparare dalla Storia, per non rifare gli stessi errori continuamente. E la lezione da ricavare dall’Impero Britannico e’ presto condensata: se pensiamo a risolvere solo i nostri problemi, e solo per l’oggi, non stiamo facendo altro che uccidere i nostri nipoti Se i Sudditi di Sua Maesta’ avessero avuto il coraggio di fare gli interessi anche dei popoli che via via assoggettavano, probabilmente ogggi non staremo a piangere su Iraq o Afghanistan o India o chissa’ quanti altri posti pieni di lutti e rovine.

Londra: L’Illusione della Tassa sull’Ingorgo

Chi per lavoro, obbligo o follia si avvicina al centro di Londra in automobile durante le ore lavorative ha bisogno di tanta pazienza. E di un po’ di soldini per pagare il privilegio di partecipare al quotidiano Festival dell’Ingorgo.

Il traffico e’ stato sempre un problema per le grandi citta’, nella Roma di Augusto come a Tokyo o Hong Kong. E i veicoli non hanno mai smesso di crescere in numero.

A Londra negli ultimi cento anni c’e’ stata un’espansione cittadina cosi’ rapida e imprevista che la vecchia circonvallazione e’ diventata una strada come le altre. Il nuovo Grande Raccordo Anulare (l’autostrada M25) completato nel 1986 sembra giustificare il detto americano “costruite, e arriveranno”: piu’ corsie si fanno, piu’ automobili sembrano comparire quasi dal nulla. Basta poi un camion ribaltato, e la frittata e’ fatta, con code che si misurano in decine di chilometri.

Anche in citta’, non importa aggiungere o allargare le strade. All’ora di punta, ecco di nuovo una teoria di guidatori fermi a bruciare benzina per non andare da nessuna parte, in una situazione caotica dove la coda di automobili e’ da tempo la norma.

C’e’ in realta’ solo un giorno in cui si puo’ guidare a Londra diventa un piacere, sperimentato personalmente: Natale, quando tutto e’ rigorosamente chiuso (a parte qualche ristorante indiano), gli spazi sono grandi e aperti, i rettilinei amorevolmente vuoti.

Non sarebbe molto piu’ bello poter avere un’esperienza simile tutto l’anno? Le ambulanze avrebbero vita piu’ facile nelle loro corse disperate, gli autobus andrebbero piu’ spediti premiando chi non usa il mezzo privato, e la citta’ sarebbe piu’ bella irradiando calma e maestosita’ dai suoi palazzi imperiali invece che il rumoroso brulicare di migliaia di motori. E grandi folle di pendolari non dovrebbero piu’ camminare proprio dove e quando il traffico e’ peggiore.

Come fare? Chiudere il centro al traffico privato potrebbe risultare dannoso al commercio (figuriamoci se in Inghilterra si possa mai fare qualcosa del genere). Al sindaco Ken Livingstone venne allora una grande idea: la Congestion Charge, la Tassa sull’Ingorgo. Tocchiamo la gente nel portafogli, si sara’ detto, per far loro lasciare a casa le automobili.

Non potendo mettere caselli all’ingresso della citta’ (ci sarebbe stata la rivoluzione), e’ stato installato un sistema di riconoscimento automatico delle targhe, basato su telecamere e potenti computer che si aspettano che ciascun guidatore paghi entro la fine della giornata (8 euro, all’inizio, via telefono, o via internet; 80 centesimi, i residenti). Altrimenti, scattano le multe.

Introdotta fra molto scetticismo nel Febbraio 2003, la Congestion Charge ha cominciato a funzionare. All’ora di pranzo, ammiravo i vasti spazi di asfalto praticamente liberi da traffico, come ai bei tempi quando le strade erano fatte per carrozze ma anche persone.

Dopo un po’ pero’, come per magia, le auto cominciarono a tornare, e ripresero gli spazi momentaneamente perduti. E fino ad oggi, non se ne sono piu’ andate, neanche quando il balzello ha raggiunto gli 11 euro.

D’altronde chi e’ che si fa vedere in citta’? Autobus e taxi, che non pagano la tassa. Poi i “cumenda”, i Sommi Capi delle Banche in giro con l’autista: per i quali le auto sono irrinunciabili status-symbol, e poi a loro otto ma neanche ottocento sterline farebbero un baffo: e quindi la tassa per loro e’ immateriale.

Ci sono anche turisti sparuti, per i quali l’effetto e’ bassissimo visto che la tassa equivale a una colazione per uno, o un pranzo abbastanza modesto, e la pagano una volta sola. Idem per i pendolari occasionali.

Probabilmente a diminuire di numero, quando la tassa fu introdotta, furono gli operatori del settore della distribuzione, o dell’edilizia. Superato lo choc iniziale pero’, hanno imparato a riassorbire i costi aggiuntivi. Se una ditta fa consegne di panini a 10 ristoranti, e il pedaggio e’ di 10 sterline, tutto quello che dovra’ fare per non guadagnare meno e’ aggiungere una sterlina a quanto chiesto a ciascun ristorante: un nientesimo.

Si mettano quindi l’anima in pace i Primi Cittadini di New York, Milano, Stoccolma. Con una Tassa sull’Ingorgo cosi’ come sperimentata a Londra, prima o poi il traffico torna a salire.

Andrebbe forse gonfiato il pedaggio a dismisura, o modificato a seconda di ora, strada e quartiere? In fondo il problema e’ che ci troviamo citta’ “disegnate” per autoveicoli, e che quindi non possono che attirarli…

A quando una rivoluzione urbanistica, improntata al trasporto pubblico, magari gratuito per chi traffico non crea, come a Compiègne in Francia, e a Nova Gorica in Slovenia? Accompagnando ogni intervento, naturalmente, al divieto di consegna di materiale non urgentissimo, durante le ore di punta.

Il 12 febbraio 2008 e’ uscita fuori la proposta di fare pagare 35 euro al giorno ai proprietari di SUV che vogliano entrare in citta’ durante le ore lavorative. Invece che di “Congestion” (traffico) si parla di “CO2 Emissions”, le emissioni di anidride carbonica che si dice influenzino negativamente il clima. Funzionera’? Considerato il profilo di chi si puo’ permettere un SUV, ne dubito molto. E la differenza dal punto di vista delle emissioni sarebbe comunque trascurabile: come cercare di dimagrire abolendo il grasso, senza pero’ rinunciare a nessun dolce.

Come al solito, la politica diventa un esercizio di facciata. E noi pedoni intanto continueremo a farci l’aerosol di sostanze cancerogene, tutte le mattine con i gas di scarico delle automobili, taxi, camion, autobus e furgoni sempre li’ in fila proprio quando ci tocca andare a lavorare.

Christmas 2007

Malanova chi’ ffriddu”. Scendo dal treno alla stazione di Charing Cross a Londra, il sabato, 15 dicembre 2007 intorno alle 5 del pomeriggio. E’ buio, c’e’ un vento gelido e la sensazione e’ molto spiacevole nonostante il giaccone pesante e i pantaloni di lana.

La mia carrozza era anche stata piacevolmente vuota, mentre qui piano piano ad ogni passo sembra che io mi stia addentrando in una folla sempre piu’ fitta. Quando esco dalla stazione c’e’ una piccola fila anche ad aspettare il verde del semaforo pedonale, e dal cielo coperto arriva la solita luce giallognola, somma del milione di luci della grande citta’.

“Ma quanti sono?” continuo a chiedermi mentre passo accanto al monumento ad Oscar Wilde, a pochi passi da Trafalgar Square dove c’e’, o forse no, un grande Albero di Natale. Londinesi e turisti mi circondano da ogni dove, ognuno in marcia in una direzione e per una destinazione differente. Sento voci dall’Est dell’Europa, probabilmente polacchi.

Se mi ci scontrassi per caso fra un passo e l’altro saprei cosa rispondere “Psheprasham! Mi scusi”, ma li’ termina o quasi la mia collezione di parole nella lingua di Chopin e Woytila.

Giro dietro a Leicester Square, e quelle voci si trasformano nella parlata di Manzoni e Montini, gli immancabili gruppi di italiani in ordine sparso che continuano a formarsi e dissolversi, mentre due chiacchierano fra di loro e tre arditi mappatori discutono sul dove andare. “Andiamo qui davanti a mangiare, alla stick ‘aus”, dice una signora con il solito improbabile cappotto impellicciato.

La stick ‘aus? La Stick House, forse, ma dove sara’ la Casa del Bastoncino, e cosa ci serviranno mai, la collezione di prodotti Findus? Ah, no, e’ la Aberdeen Steak House, da pronunciare Aberdiin Steik ‘Aus, perche’ la bistecca e’ un piatto antico e le regole di pronuncia inglese tradiscono continuamente. Chissa’ che risate il cameriere quando ordineranno un Bastoncino Ben Cotto, Non Al Sangue?

E si’, di mondo qui ce n’e’ davvero tanto. A vivere nei sobborghi ci si stanca, ma qui al centro non c’e’ mai modo di annoiarsi. Certo che camminare in questa folla con un bambino ancora piccolo non puo’ essere un’esperienza piacevole, anzi fonte di ansia e angoscia se l’informe massa umana cercasse di far scomparire il giovanissimo Futuro.

Londra rimane il posto per giovani, ricchi e scapoli, magari per vivere nell’Oggi e divertirsi anche semplicemente a vedere le stranezze e i cambiamenti della Citta’.

C’e’ un teatro alla mia destra, e non guardo neanche il titolo della rappresentazione, perso nelle fotografie del cast, tutti vestiti anni trenta e quaranta e tutti immancabilmente pagati da fame, perche’ fare l’attore a Londra e’ uno strumento per fare carriera, e non soldi. Chissa’ che magari non diventino poi ricchi a Broadway, a New York?

Oppure sono attori alla vecchia maniera, lo fanno per il piacere e l’emozione del ripetere le stesse parole e le stesse azioni tutte le sere nello stesso posto, ma di fronte a spettatori sempre differenti per i quali non c’e’ alcun tipo di ripetizione, anzi unicita’ di ogni cosa che vedranno?

Mi ritrovo a camminare sotto i portici che vanno verso Nord su Charing Cross Road. I negozi di souvenir si susseguono, perche’ e’ qui che vengono i turisti, non certo dove lavoro io fra i palazzoni e i finestroni illuminati della City.

Il buono di tutti questi negozi e’ che sono tutti uguali, visto uno visti tutti, e quindi solo il visitatore piu’ sprovveduto si trovera’ costretto a fermarsi per guardarli tutti. Piatti con la faccia di Diana, piatti con la faccia di Carlo (brrr! E che regalo sarebbe, per la matrigna cattiva, o per spaventare la suocera?), cartoline dall’umorismo che si spegnera’ in pochi secondi, e un cumulo incredibile di cianfrusaglie che andranno ad adornare migliaia di sale da pranzo di malcapitate nonne e zie. Eppure se qualcuno li vende, vuol dire che qualcuno li compra.

Si vede che non sono io il target, e tutto quel materiale non e’ li’ per essere comprato da me: e infatti non me ne curo, ma guardo e passo. E sento un odore particolare provenire da una bancarellina di legno dove una donna minuscola vende il sushi, i piccoli cilindretti di riso con il pesce crudo sopra.

Curiosamente il tutto non sembra ne’ sporco ne’ poco invitante, e un paio di affamati compratori contano i soldi da scambiare per quel giapponesissimo spuntino.

Ma io proseguo e passo davanti a un bar dalle vetrate tutte nere, con una porta di vetro anch’esso nero dietro la quale c’e’ un altro ingresso naturalmente nero. Solo qualche luce passa da molto in alto. E’ un gay bar abbastanza famoso, un ritrovo per omosessuali (maschi?) che tengono molto alla loro privacy (non mi meraviglierei che quelle vetrate fossero rinforzate, onde evitare che qualche scalmanato omofobo decidesse di organizzare una “spedizione punitiva”…).

Mi sovvengo della curiosa avventura di un paio di amici, invitati da un altro per un pranzo gratis, pagato dalla rivista per la quale dovevano scrivere una critica per un certo locale. Dopo alcuni drinks pero’, all’appropinquarsi della necessita’ naturale di origine renale decidettero di andare a mangiare da un’altra parte, e pagare loro il conto invece di rischiare incresciosi equivoci nei bagni di quel locale dove tutte ma proprio tutte le coppie erano maschili.

Malanova chi’ ffriddu”. Un paio di folate di vento che continua a perseguitarmi, un altro attraversamento di una grande e trafficatissima strada, giro intorno al teatro dove hanno rappresentato Les Miserables forse dai tempi della Regina Vittoria, e arrivo alla strada della mia destinazione. E’ un incontro natalizio con gli elettori italiani da parte dell’eletto nella Circoscrizione Europa al Parlamento italiano, residente a Londra, l’On.Guglielmo Picchi (deputato, Forza Italia).

E mi chiedo, chissa’ che ne direbbero al Partito, se sapessero che l’incontro e’ organizzato in un elegantissimo Club londinese ma a pochi centimetri da un inelegantissimo Sex Shop che promette non diciamo cosa al piano di sotto?

Che ci potrebbe d’altronde fare, Picchi? E’ Londra, la metropoli delle centinaia di lingue, centinaia di passaporti, migliaia di stili di vita. Una citta’ popolata di provinciali che vivono di un cosmopolitanesimo basato sul quieto vivere. E infatti chi mi aiuta nel Club a lasciare il giaccone, se non un Brasileiro cameriere dal nonno italiano (erano quasi tutti italiani, i nonni dei trentenni e quarantenni brasiliani di oggi) il quale sembra apprezzare il mio Obrigado ringraziamento?

Mentre quando me ne vado, a fare da guardia ai cappotti e’ una ragazza dal cipiglio severo, con un accento curiosissimo che si rivelera’ lituano, alla quale ahime’ non ho che da rispondere in inglese perche’ i convenevoli nella lingua che suona a Vilnius ancora non li conosco. Quanti inglesi purosangue saranno mai rimasti, a Londra e specie in quel Club, proprio non lo so. A servirci una cena che e’ una teoria di antipasti, un barese.

Quando esco il freddo non e’ ancora cambiato, ma c’e’ un po’ meno vento. Ritorno quasi su tutti i miei passi, a parte una scorciatoia dentro Chinatown, che nel mare delle culture londinesi non sembra per niente pittoresca, quasi normale con i dragoni di metallo e i grandi archi rettangolari ornatissimi e rigorosamente rossi (perche’ il rubicondo e’ portafortuna, non necessariamente comunista).

Tornato su Charing Cross Road la confusione fra le auto e’ aumentata da un tizio che pedala una specie di riscio’, con un paio di turisti dietro cui non sembra importare l’arrancare incerto del loro locomotore: il quale arrancare incerto pero’ non ispira sentimenti di amicizia e parole di amore fraterno a un conducente di taxi nero. Ma tiriamo avanti, visto che questi episodi continuano a capitare e scomparire senza posa in quesa specie di teatro all’aperto di tutta la possibile umanita’.

C’e’ un tizio che risalta sugli altri, qualche metro piu’ in la’: e’ seduto per terra sul marciapiede sotto delle impalcature e indossa una maglietta a maniche corte e un paio di pantaloni.

Due fettone enormi e scalze sembrano occupare meta’ del passaggio gia’ un po’ angusto, e la totalita’ di chi lo sfiora sono piu’ interessati a evitare di pestargli i piedi che a dargli un po’ di soldi. Il tizio trema vistosamente, e c’e’ poco di che meravigliarsi in tutto quel freddo. Rimango un po’ interdetto e chiedo lumi a un signore molto vestito, seduto un po’ piu’ in la’ e che vende The Big Issue, il “Grande Problema”, il periodico fondato per aiutare i senzatetto e che questi vendono a Londra agli angoli di tutte le strade.

Non ti preoccupare”, mi risponde quasi come se quella domanda l’avesse sentita un milione di volte, “Quel tipo scalzo e’ li’ tutte le sere”. “Allora non pensi che con tutto quel tremare sia in pericolo di vita?”, gli chiedo, e lui risponde, secco, “No”. “Ma ci sara’ da segnalarlo a qualcuno che si occupa di senzatetto?”. “Sono anche io senza un posto dove stare”, e’ la sua replica, intendendo evidentemente (visto che e’ sbarbato, lavato e con vestiti decenti) che passa le sue notti in ostelli, non al freddo con il cielo come tetto ma neanche in un luogo che possa definire come suo.

Mi allontano pensieroso, chiedendomi delle dinamiche di gruppo all’interno di chi non ha un alloggio dove stare. Un autobus mi passa davanti, ha la pubblicita’ in formato digitale, e’ uno schermo invece che il solito tabellone fisso. E gia’, siamo nel XXI secolo.

Prendo il treno, ritorno sulla Terra.

UK: Inventato, Abbandonato

La sindrome del “non inventato qui” affligge il mondo, ma non Albione.

E’ quel modo di pensare secondo il quale tutto cio’ che viene “da fuori” va considerato con sospetto, anche se palesemente migliore di quello che si ha. E cosi’ per esempio l’Airbus, il gigante europeo dell’aeronautica, si e’ scontrata con un muro di gomma quando ha cercato di far usare un sistema francese ai tecnici tedeschi (che scandalo!).

I quali tecnici hanno continuato a lavorare come prima, con il risultato che l’enorme aeroplano A380 ha avuto gravisimi ritardi di consegna, per problemi con i cavi elettrici.

In Gran Bretagna invece i conservatorissimi indigeni hanno paradossalmente un atteggiamento che forse li distingue davvero dal resto del pianeta: nonostante la loro passione per inventare cose nuove, dopo un po’ quasi se ne disinteressano o comunque se ne curano poco. Visitare Londra e dintorni puo’ quindi sembrare un viaggio nel tempo, con varie idee e tecnologie congelate nel tempo ognuna ad un’epoca diversa..

La possiamo chiamare la “maledizione dell’inventato qui”. Di esempi ce ne sono davvero tanti: a cominciare dagli sport moderni, per passare ai computer, al radar, e naturalmente al trasporto ferroviario. Persino, un parco di dinosauri.

Partiamo dal calcio: uno sport con una storia lunga e complessa che include le risse alla fiorentina, e le partite in cui i Maya calciavano un capelluto “pallone”, la testa mozzata di un principe nemico. Per fortuna la tradizione calcistica non ci e’ arrivata dal Messico pre-colombiano, ma dai colleges di Eton e Westminster. E da li’, tramite l’Impero Britannico ma non solo, lo sport si e’ propagato in tutto il mondo, e anche in Italia dove il primo club e’ del 1887 a Torino.

Ma se prima della XX guerra mondiale le squadre inglese, scozzese, gallese e irlandese si crogiolavano nel rifiuto di partecipare ai Campionati del Mondo adducendo una palese superiorita’, tale sogno compiacente si frantumo’ nel 1950 quando gli USA addirittura sconfissero gli Inglese per 1 a 0. Tuttora, i britannici inventori del gioco hanno solo una Coppa del Mondo, vinta in Inghilterra con un quasi-goal e piu’ di quaranta anni fa.

Una situazione analoga riguarda il tennis moderno, nato e cresciuto a Wimbledon, sobborgo di Londra dove misteriosamente, un inglese non vince da ormai settanta anni. Nel golf ogni tanto c’e’ qualche inglese o scozzese ma se ne vedono pochi, e nel cricket, insomma, e’ una grande notizia quando l’Inghilterra vince, proprio perche’ capita poco (Coppe del Mondo, zero).

E non e’ solo una faccenda di sport. Intorno ai computers durante la guerra ci fu molto lavoro in Inghilterra, per decifrare i messaggi tedeschi. Solo che poi a guerra finita il tutto fu secretato (come anche il radar), neanche ci fosse stato il pericolo che Hitler e soci ricomparissero da un momento all’altro. Il primo computer programmabile e’ quindi americano (ENIAC, 1948). E nessuno penso’ a stabilire una IBM anglosassone.

Anche la storia ferroviaria inglese e’ davvero strana. Una volta “inventato” il treno (Stevenson, 1814), i britannici decisero di distribuirlo su tutta l’isola con i grandi progetti di Isambard K. Brunel. Arrivarono pure ad escogitare il mezzo di trasporto di massa che chiamiamo metropolitana, e il treno ad alta velocita’. Ma una trentina di anni fa, i soldi per proseguire nel migliorare le ferrovie finirono, e le idee furono abbandonate. Gli standard di viaggio sono oggi molto peggio che in Francia, Italia e Germania.

Un altro bell’esempio di questa abitudine all’abbandono sono i dinosauri a Crystal Palace. Nel 1851 la passione e le scoperte per i dinosauri erano appena cominciati. Questi mostri colossali affascinavano allora come oggi: e per permettere a un vasto pubblico di apprezzarne le fattezze e dimensioni, fu deciso di costruire dei modelli in scala 1:1 da esporre negli ampi spazi del nuovo parco di Crystal Palace, a sud di Londra. Come riportato dai giornali uno dei lucertoloni era cosi’ grande che un banchetto fu servito all’interno del suo stampo a un gruppo di egregi commensali la notte di Capodanno del 1853.

I dinosauri di Crystal Palace sono ancora li’, e attraggono ancora qualche turista. Ma sono vecchi d’aspetto, dopo un secolo di intemperie e di scoperte scientifiche che hanno radicalmente alterato le nostre conoscenze, e i nostri modelli, in fatto di dinosauri. Ai bestioni un po’ troppo rotondi e bruttini di Crystal Palace si contrappongono al giorno d’oggi gli agili e cattivi Velociraptor di Jurassic Park.

Il problema e’ che nessuno ha pensato di aggiornare i modelli in mostra a Crystal Palace.

Ecco, forse questo voler rinunciare a migliorare quello che si ha, preferendogli l’eccitazione del nuovo, e’ un modo incoscio di fissare nel passato l’attimo sfuggente di gloria, indubbiamente da non ripetere anche per non contaminarne la memoria.
Una specie di circolo virtuoso e vizioso allo stesso momento, insomma, amplificato dalle opportunita’ sociali offerte agli inventori. I quali, in una societa’ profondamente classista come quella inglese, possono comprarsi la scalata sociale a colpi di genio, ma una volta arrivati li’ non hanno alcun interesse a migliorare le idee iniziali.

Anzi, faranno di tutto perche’ non lo possa fare nessun altro.

La Quinta Regina

Fu il Re Farouk d’Egitto a dichiarare, appena deposto negli anni ’60, che si aspettava solo cinque regine arrivare al nuovo secolo: quelle di cuori, quadri, fiori e picche, ed Elisabetta d’Inghilterra.

In realta’ e’ il 2007 e di casate regnanti ce ne sono ancora un po’: nell’Arabia dei diecimila principi e principesse, nel Giappone dove il Tenno e’ a capo di una famiglia che comanda da quasi duemila anni, in Brunei dove il sultano paga cinque concerti di Michael Jackson per festeggiare il compleanno (del sultano, non di Michael Jackson). E in Europa, naturalmente, con le casate di Danimarca, Svezia, Norvegia e Olanda.

Ma una parte manca una lunga tradizione, da un’altra la regina va in bicicletta forse in eccesso di modernita’. Insomma, Elisabetta Alessandra Maria Windsor, Regina del Regno Unito, Canada, Australia, etc etc, rimane a livello globale forse l’ultimo epitome di cosa dovrebbe dire ritrovarsi a comandare una Nazione per (s)fortuna di nascita.

E cosa dovrebbe dire? A quanto sembra, dovrebbe dire che la Regina debba volente o nolente vivere in un mondo a parte, a meta’ fra il Tutti Vissero Felici e Contenti e la ridicola pantomima, e in ogni caso su un pianeta lontano da quello dove vive la maggior parte di noi.

Suscito’ infatti scalpore anni fa la notizia che la Regina andasse pazza per il Tupperware, quei contenitori di plastica per conservare il cibo che si sigillano premendo al centro del tappo: che ci faceva la Regina di fronte al frigorifero, ci si chiedeva? E invece e’ considerata normalissima l’innumerevole quantita’ di paggi che circondano la Sovrana e tutta la famiglia, addestrati e pagati per star dietro alle mansioni piu’ strane. Per esempio c’e’ un tizio il cui unico impiego sembra essere mettere il dentifricio sullo spazzolino del Principe Carlo, la mattina. Per il resto della giornata, cosa fara’ costui (il paggio, non Carlo)? Provera’ esperimenti su come distribuire il Colgate in maniera piu’ efficiente? Scrivera’ un libro di “Memorie dello Spazzolino”?

Il rapporto fra i regnanti d’Inghilterra e la servitu’ e’ rimasto al XVII secolo, altro che XXI (a parte il fatto che la toeletta regale non e’ piu’ spettacolo per la Corte, o almeno, speriamo sia cosi’!). Il Galateo regale, per chi invidiasse i padroni di casa a Buckingham Palace, e’ infestato da un numero immenso di regole che non devono rendere la vita poi cosi’ facile. Pensiamo ancora ai paggi, tapini, che devono rendersi il piu’ possibile invisibili, con risultati comici. Per non rovinare i tappeti e i pavimenti con le loro scarpe plebee, allora, eccoli dunque a camminare rasenti al muro e ai mobili, circumnavigando le stanze per andare da una porta all’altra invece di seguire il percorso piu’ breve, in linea retta, come le persone comuni.

L’attaccamento a queste cose e’ tenero, assurdo, drammatico e stucchevole allo stesso tempo. Tenero perche’ davvero per milioni di persone, vedere la Regina passare in auto o carrozza e’ una cosa speciale, paragonabile forse a riuscire a stringere la mano del Papa. E l’intervento in diretta TV, il 25 dicembre, e’ un momento importantissimo delle celebrazioni natalizie, vissuto piu’ intensamene che da noi, il discorso di Capodanno del
Presidente della Repubblica.

Ma allo stesso tempo tutto cio’ e’ palesemente assurdo. Se un domani l’intera Casa Reale si trasferisse sulla Luna, non ci sarebbe alcun cambiamento pratico nella vita della Nazione. Il potere politico e amministrativo reale e’ quasi zero, e tutte le varie cerimonie come il cambio della guardia fra tizi che indossano improbabili cappelloni non hanno ragion d’essere in un’epoca di attentati suicidi. Anche se si dice attirino i turisti non e’ certo quello un buon motivo per continuarle. Il tempo perso per prepararle e’ enorme, rispetto a una pantomima lenta il cui significato sfugge a tutti. Quand’anche servisse ad attirare turisti da tutto il mondo, chi proporrebbe che i Granatieri del Quirinale facessero le piroette? Quantomeno, le piume dei Bersaglieri non pesano il chilogrammo dei gia’ menzionati cappelloni.

C’e’ comunque un dramma di fondo, una specie di teatro collettivo che non puo’ mai essere dimenticato quando si parla di Regno Unito e specialmente di Inghilterra. La Nazione e lo Stato sono stati fondati su secoli di dominazione del Mondo. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale un terzo degli abitanti del pianeta erano sudditi britannici. Sarebbero stati ancora di piu’ se Londra non avesse perduto per incompetenza le colonie americane (il nucleo degli USA), e preso la decisione conscia di rinunciare a sottomettere l’immenso Impero Cinese.

Il periodo di Britannia Caput Mundi e’ finito intorno al 1917, quando gli USA stessi hanno dovuto dar manforte contro l’esercito tedesco; si e’ concluso intorno al 1960 con la fine quasi ovunque della dominazione coloniale britannica; ed e’ scomparso dalla faccia della Terra nel 1997 con la consegna di Hong Kong alla Cina.

Sopravvivere a tali sconvolgimenti non e’ cosa facile: un po’ come il Capofamiglia che un giorno scopra di non poterlo essere piu’ a causa della vecchiaia, il Regno Unito continua a struggersi nel vano tentativo di rimanere fedele al proprio passato di gloria e comando letteralmente sui sette mari. Forse la Corona e’ l’ultima traccia rimasta di quel periodo d’oro, e quindi rinunciarvi sarebbe un po’ come immaginarsi i Francesi abbandonare Parigi: con la non-sottile differenza che la Casa Reale britannica non e’ britannica per niente.

I Windsor, fino al 17 luglio 1917, portavano infatti il cognome tedesco “Saxe-Coburgo e Gotha”, e per parte della regina Vittoria sono discendenti dei principi Hanover, protestanti tedeschi chiamati al trono (dal Parlamento) dopo che si estinse la dinastia degli Orange (i quali erano olandesi…insomma, e’ una storia complessa, ma comunque dal 1066 ad oggi nessun inglese e’ piu’ diventato Re d’Inghilterra)..

Il Principe Consorte, e’ tedesco pure lui. Anzi, visti gli incredibilmente inopportuni matrimoni delle sorelle di Filippo negli anni ’30, Elisabetta II si ritrova bonta’ sua cognata di alcuni alti gerarchi nazisti.

L’identificazione Corona-Nazioni Britanniche e’ quindi quantomeno ironica dal punto di vista storico (e la Regina e’ tale solo per invito del Parlamento). Ma e’ l’impressione, quella che conta: anzi, probabilmente, finche’ Buckingham Palace servira’ a ricordare l’Impero ed i suoi Fasti, i sudditi resteranno recalcitranti sull’Europa, per evitare di dover ammettere che quell’altra epoca e’ davvero finita.

Alla fine tutto cio’ e’ pittoresco per non dire stucchevole. Con tutte le energie che hanno e tutto quello che dovrebbero fare (come per esempio, rendere il tenore di vita minimo un po’ piu’ decente di quello che e’, cominciando con l’abbattere i lager dell’edilizia popolare), e con tutto quello che potrebbero contribuire all’Europa unita invece di fare i soliti giochettini come un bambino che si lagna continuamente: ma perche’ non si svegliano invece di trastullarsi nel passato, e peche’ non guidano l’Europa nella direzione preferita?

Tutto sommato non sarebbe cosi’ male se nel Continente ci fossero condizioni di occupazione come sull’Isola (4-5% di disoccupati) o addirittura a Londra (ZERO percento)

Una speranza c’e’. Elisabetta non ha vent’anni, e anche se glie ne auguriamo altri quaranta sul trono, prima o poi la campana suonera’ anche per lei. Carlo e’ fondamentalmente inadatto a guidare un carrettino del golf (e a dirigere il dentifricio sullo spazzolino…) per cui ci andra’ bene se il suo Regno (se e quando arrivera’) non lascera’ granche’ traccia.

Ma il giovane Guglielmo (William) forse ha ereditato dalla madre Diana Spencer un po’ di consapevolezza del mondo reale in cui vivono persone normali, e i paggi non fanno le circonvoluzioni delle stanze. Non e’ forse nato e cresciuto sotto gli occhi dei fotografi, abituandosi per forza di cose al feroce scrutinio dei Reali che e’ diventato passione di centinaia di giornali e giornalisti da quando Carlo e Diana hanno divorziato?

E quindi, magari intorno al 2027, per necessita’ o per virtu’, la Monarchia inglese potra’ forse permettersi di togliersi fronzoli e paggi, ed entrare nell’era moderna: un po’ come quando Paolo VI libero’ il Papato dalla vetusta nobilta’ vaticana dei Corpi Armati Pontifici della Guardia Palatina d’Onore e della Guardia Nobile (e dai baldacchini).

Il che non vuol dire che Benedetto XVI debba adesso sentirsi in dovere di andare in giro in bicicletta, per dimostrare di essere “una persona normale”.

Lettera a Uno Schoolboy

   

Caro Padrone di Casa e Futuro Scolaretto Britannico

Alla veneranda eta’ di quattro anni (e mezzo) sei stato appena chiamato alla scuola dell’obbligo di Sua Maesta’, smetterai di vivere di soli giochi e ti ritroverai ad affrontare libri, quaderni e computer in classi che (speriamo) conterranno meno di due dozzine di tuoi coetanei.

Permettimi dunque di spiegarti quale passato hanno quasi tutti i tuoi nuovi compagni, che esperienza ti aspetta adesso e soprattutto cosa ci puo’ raccontare il Fantasma degli Anni Scolastici Futuri

Appena nati nei lontani 2001 e 2002, i tuoi amichetti hanno trovato genitrici convinte dell’importanza della routine nei poppanti. Intere biblioteche dimostrano che il problema delle continue chiamate notturne da parte dell’affamato pargoletto e’ risolvibile convincendolo a seguire una tabella oraria prestabilita dalla divinita’, volevo dire dal genitore.

Queste giornate tutte uguali faranno credere alla madre che e’ tutto sotto controllo: ma sono propagandate come una necessita’ per il bambino, per crescere sano, forte, e abituato a rispondere al comando. Non sai come sono fiere, certe amiche, di sapere quanto e’ stata brava la nuova mamma nell’imporre la routine.

Ora, l’urlante mucchiettino di carne ed ossa che disturba il sonno dei vivi non e’ un buon ascoltatore. Come stabilire questa routine quindi? La soluzione, scritta probabilmente dalla cugina cattiva della Signorina Rottermeyer (eh? Quella di Heidi…ah gia’, la storia di Heidi non l’abbiamo ancora letta) e’ persuadere il bambino tramite l’abbandono.

Non voglio dire che il frugoletto venga messo in strada e lasciato li’ finche’ non smetta di piangere e impari a fare il caffe’ ai genitori. Semplicemente, il neonato e’ accudito soltanto quando la routine lo stabilisce. Se ha fame mezz’ora prima del pasto comandato, che pianga pure. Se non ha voglia di fare il bagnetto alle 18, sara’ un bagnetto piu’ movimentato ma sempre un bagnetto sara’.

Se e’ deciso che il pulcino deve dormire alle 18.30, e’ a quell’ora che viene parcheggiato nella culla e lasciato finche’ stanco dei pianti continui, non si addormenti da solo. Tu mi dirai, ma come, le 18.30? E in estate, quando il sole tramonta tardi? Ebbene, una volta stabilita, la routine ti entra nel sangue.

E mi chiederai anche: ma se tu Papa’ arrivi a casa fra le 19 e le 20, come faranno quegli altri papa’ a giocare con i loro bambini che vanno a letto cosi’ presto? E’ vero, spesso e volentieri tornano a casa quando i figli gia’ dormono. Sai che rilassamento pero’, durante il Tempo degli Adulti, quando in casa non si sente rumore di bambino? (questo si chiama sarcasmo e te lo spiego nel 2010). Vorra’ dire che vedranno i figli solo nel fine settimana.

Come faranno ad andare assieme al cinema o al ristorante, le famiglie, tranne che durante il giorno nei weekend? Ma e’ semplice, non ci andranno. Al massimo i genitori prenderanno una baby-sitter per passare qualche serata nel loro bozzolo privo di piccole pesti. E infatti, a parte le catene specializzate, i ristoranti appaiono completamente impreparati all’arrivo dei clienti piu’ minuscoli.

Un meravigliato reporter della BBC in visita in Italia con una bambina di circa un anno, ha scritto “e’ difficile andare da una strada all’altra senza che i bambini locali corrano a guardare il ‘bambolotto’. Una volta tre generazioni di una famiglia [di Napoli] sono comparse da un oscuro vicolo per fare ogni sorta di rumore festoso intorno alla bambina. E sono ancora stupefatto per quella piccola sedia per bambini che un ristoratore romano ha appeso al lato del nostro tavolo”.

Non si tratta di una tradizione solo italiana: una passeggiata in Piazza dei Miracoli a Pisa con un paffutello in carrozzina, e imparerete come si dice “Carino!” in Giapponese (“Su Goi!”)

Niente di tutto cio’ pero’ in Gran Bretagna, dove i pochissimi bambini che entrano nei ristoranti durante il Tempo Degli Adulti non sono certo visti di buon occhio. Una cecita’ e sordita’ questa nei confronti di chi non ha ancora raggiunto la maggiore eta’ che non si ferma qui, perche’ bambino in eta’ scolare dovra’ imparare il conformismo sociale, dopo quello familiare.

Quando tuo padre andava a scuola in Italia un millennio fa, indossava il grembiule all’asilo e alla scuola elementare. L’obiettivo principale era (e’?) evitare che i bambini si sporchino troppo, uniformandoli ma solo fino a circa undici anni.

La situazione e’ opposta nelle scuole inglesi. Le uniformi sono imposte man mano che si cresce: quindi, proprio nel periodo in cui viene definita la personalita’, e’ un palese incentivo ad uniformarla, ad abbandonare l’individualita’ e a essere conformisti in senso reale e metaforico.

Il punto e’ dimostrato dal fatto che l’uniforme, rigidamente richiesta nelle scuole dove e’ imposta, e’ de rigueur nelle scuole private anche se elementari, e nelle scuole pubbliche dalla pre-adolescenza in poi. Il business delle uniformi e’ molto sofisticato, con scuole che fanno a gara ad avere quelle piu’ alla moda (una moda ahime’ anni ’50), e genitori che devono spendere i loro soldi in giacchette, camicie, finte cravatte, etc etc tutte obbligatoriamente uguali.

E cosi’ se rimarremo da queste parti anche tu dovrai andare vestito come tutti gli altri, radunato la mattina a salutare il Preside, e l’organizzazione e il rispetto dell’autorita’ saranno i cardini dell’insegnamento. Probabilmente se non ci fossero stati gli eccessi del Ventennio (come? Ah si’, poi nel 2015 ti spiego cos’era, il Ventennio), ci sarebbe qualcosa di simile anche in Italia.

Quando si impara? Il numero di promossi a gonfie vele continua ad aumentare e come dicono tutti, tutto cio’ e’ visto come un segno di standards in caduta libera. C’e’ anche in aumento il problema dei maschietti i cui risultati scolastici sono molto peggiori di quelli delle femminucce.

Forse, come suggerisce il settimanale The Economist, si tratta del misterioso fenomeno che fa coincidere l’eccellenza accademica con gli anni di studio l’opinionista.

Disinteressato a questioni cosi’ auliche, e molto sensibile a quanto pubblicano le prime pagine dei tabloid, i vendutissimi quotidiani di bassa qualita’, da buon statalista il Governo britannico si impegna a migliorare l’insegnamento pubblicando ogni anno una molto attesa classifica con la media dei risultati degli alunni di ogni scuola.

I Presidi si adopereranno quindi per fornire un ambiente dove sia facile e divertente imparare cose nuove, o se furbi (o stanchi dell’ennesima classifica) escogiteranno trucchetti per apparire in alto in classifica, con sotterfugi degni della peggiore tragicommedia italica.

Le scuole dal basso rendimento rischiano la chiusura…o la vendita. Danarosi sponsor possono infatti dichiarare il loro intento di migliorare l’apprendimento britannico finanziando una propria scuola. Non essendo ben chiaro il vantaggio economico, c’e’ adesso preoccupazione che ci siano ragioni ideologiche, visto che in alcune di queste nuove scuole sembra che si cominci a dubitare della teoria dell’evoluzione, seguendo i malaccorti passi di un certo fondamentalismo religioso di origine americana.

E’ dunque imperativo per la famiglie cercare di entrare in una scuola che non sia in mano a furbetti o propagandisti. Ecco quindi perche’ ogni anno milioni sospirano in attesa di scoprire se il loro gioiello diventera’ o meno pupillo di una buona scuola. E il grado di sospiro aumenta con l’eta’ del gioiello.

Un giovane che ottenga un posto all’universita’ di Oxford o Cambridge avra’ altissime probabilita’ di una carriera sfolgorante, magari come banchiere laureato in storia (la disciplina importa poco). Un ragazzino che riesca ad entrare alla scuola superiore piu’ attrezzata in un’area considerata prestigiosa avra’ altissime probabilita’ di ottenere un posto all’universita’ di Oxford o Cambridge. Un bambino che entrera’ nella scuola elementare migliore potra’ magari imparare qualcosa.

I tuoi volenterosi genitori hanno dovuto quindi visitare qualche mese fa quattro primary school locali cercando di capire quale fosse quella giusta. Sono stati accompagnati di classe in classe da Presidi entusiasti, e poi considerate anche varie dicerie e reputazioni hanno scelto una scuola per il tuo futuro (non cosi’ semplice: abbiamo dovuto elencare tre scuole in ordine di preferenza, ma poi fortunatamente ci hanno dato la nostra prima scelta).

Vai quindi tranquillo, e’ una scuola elementare buona e ben attrezzata. Goditela finche’ puoi, perche’ le Storie degli Anni Scolastici Successivi alle Elementari raccontano la guerra della societa’ inglese contro la gioventu’.

L’Autorita’ lotta contro i cittadini fra i dieci e i diciotto anni che cerchino di fare l’impensabile e rompere un qualunque divieto, fumando tabacco o cannabis, bevendo alcolici, marinando la scuola, “imbrattando” grigi vagoni ferroviari.

Non avrebbe certo senso incoraggiare certi comportamenti. Ma non c’e’ saggezza neanche nella “tolleranza zero” oggi in vigore. Prendiamo ad esempio il Problema-Espulsioni, con alunni minacciati dall’autorita’ scolastica, per molto meno di una testata al plesso solare in diretta TV. Basta essere un po’ recalcitranti per rischiare di ritrovarsi letteralmente per strada, destinati a istituti speciali, il cui radunare riottosi di ogni tipo non giovera’ certo ne’ alla carriera scolastica dello studente, ne’ al successo in una futura professione.

L’uso e abuso delle espulsioni trasforma le scuole in tanti Ponzio Pilato, pronti a lavarsi le mani di ogni problema di educazione del bambino e del ragazzo. Tanti istituti non sembrano interessati allo sviluppo dei giovani “utenti” quanto a stabilire disciplina attraverso l’instigazione della paura nella scolaresca.

Di nuovo, l’esistenza di sanzioni disciplinari e’ normale e doverosa: cio’ che e’ anormale e indica un clima di guerra aperta, e’ l’includere fra quelle l’abbandono del “colpevole” e della sua famiglia a un triste destino.

La guerra continua all’esterno. E’ diventato moda fra gli adolescenti il coprire la testa con un cappuccio di quelli comuni in tute da ginnastica. E’ un modo di essere simile al vetusto Paninaro italiano che non doveva indossare giacche da omino Michelin. Ma appena e’ girata voce che i cappucci sono stati usati (forse?) per nascondere alle telecamere di sicurezza i volti di alcuni delinquenti, ecco subito che l’intera popolazione di adolescenti e’ stata etichettata come criminale, e in alcune zone e centri-spesa e’ stato imposto il divieto…del cappuccio.

In questo clima assurdamente esasperato, e’ naturale che la risposta dei giovani sia una diffusa “bassa” criminalita’. Una societa’ conformista non si e’ ancora resa conto del fascino del proibito fra chi si avvicina all’eta’ adulta: ne sia prova il calo del consumo di cannabis dopo che e’ stata decriminalizzata.

E invece il Governo non perde occasione di stabilire nuove regole durissime contro chi infrange le regole, come gli ASBO (anti-social behaviour orders, “sanzioni per comportamento anti-sociale”) che implacabili giudici impongono su empi individui, voglio dire ragazzi magari con grossi problemi ma senza alcuna speranza di essere recuperati da un sistema cosi’ spietato; e i coprifuoco indetti in varie cittadine, per impedire a ogni minore di uscire in strada (qualcuno un giorno suggerira’ forse di diminuire il numero di incidenti d’auto tagliando le mani a tutti i maschi fra i 16 e i 30 anni?)

Eppure ci sara’ una terza via, la formula tanto cara al quarantenne Tony Blair di tanti anni fa: in questo caso, una scelta fra un conformismo succube e forzato e la ribellione insensata di chi rifiuta tutto?
 
Cosa ti posso suggerire? Rimaniamo pur sempre stranieri. La societa’ e’ la loro. Se vorranno cambiare lo faranno molto meglio da soli. Cerca almeno di non piegarti troppo al conformismo locale. Accetta la lettera, non lo spirito delle uniformi, ma soprattutto convoglia le tue energie di ribellione su qualcosa che puo’ avere un futuro, invece che dare fastidio a un conducente d’autobus.

Ma di questo ne riparliamo nel 2013. Quando avrai undici anni.

Buonaparte non e’ venuto qui

E se il nostro rapporto con la Unione Europea dipendesse dalle azioni del piu' famoso Corso della Storia?

Prendiamo ad esempio…il Regno Unito! Ma come, diranno i miei due lettori, lo sanno tutti che l’Imperatore di Francia non riusci’ mai a traversare la Manica, quei 40 chilometri di mare avevano visto trionfare Giulio Cesare, Claudio Augusto e Guglielmo il Conquistatore, ma sui quali il Vincitore di Austerlitz non ebbe fortuna, ne’ con la flotta (sbaragliata a Trafalgar dall'Ammiraglio Nelson poco piu’ di 200 anni fa), e neanche con un azzardato tunnel dalla zona di Calais.

Ma e’ proprio questo il punto: Inglesi (e Gallesi, e Scozzesi) non hanno subito l’invasione del Tricolore francese, e quindi non hanno fatto esperienza di alcuni cambiamenti importantissimi, “dettagli” ormai insiti nella cultura e nella societa’ degli altri Paesi dell’Unione Europea, intorno all’anno 1800 erano quasi tutti vassalli o sudditi di Parigi al contrario della Gran Bretagna,.

Tanti degli scontri e delle incomprensioni fra le nazioni britanniche e il resto dell’Europa possono quindi essere considerati conseguenze…della Presa della Bastiglia (dando fra l’altro ragione al Presidente Cinese Mao, che alla domanda “Qual’e’ stato l’impatto della Rivoluzione Francese del 1789?” rispose nel 1950 con una battuta “E’ passato ancora troppo poco tempo per saperlo”)

Alcune differenze fra la Gran Bretagna e il Continente sono ben note e palesi: per esempio, Napoleone impose che i cimiteri venissero trasferiti fuori citta’, mentre non e’ raro vedere a Londra dei camposanti annessi alle Chiese, usati fino a pochi decenni fa. Ma cio’ che aveva dato impeto alle grandi battaglie dopo la fine violenta del Regno di Luigi XVI, era qualcosa di piu’ significativo che semplici decisioni amministrative di igiene pubblica.

Il popolo e le elite francesi volevano esportare i principi della Rivoluzione: Liberta’, Uguaglianza e Fraternita’. Si tratta di tre concetti straordinariamente nuovi e davvero…rivoluzionari per un’Europa allora (e forse anche tuttora) rigidamente suddivisa in Stati sovrani dediti principalmente a fare i propri interessi, o meglio quelli delle rispettive classi dirigenti . L’avanzata delle armate francesi in Germania, Spagna, Italia e oltre semino’ i tre principi rivoluzionari nelle coscienze popolari di tutti i territori coinvolti. Gli eserciti transalpini e le amministrazioni che li seguivano avevano come scopo dichiarato il liberare i “fratelli”, vale a dire le nazioni vicine, e per riorganizzarle intorno all’idea che tutti i Cittadini hanno gli stessi diritti, e sono uguali di fronte alla Legge.

L’idea stessa di un’Unione Europea deve molto a questo concetto di Fraternita’ Militante fra i popoli (un atteggiamento curiosamente detestato, al giorno d’oggi, quando e’ rimasto un ideale principalmente americano). Di piu’: nel suo impeto di distruzione dell’Ancien Regime la Francia permise all’epoca l’ascesa al comando generale delle truppe, poi a quello della nazione e infine addirittura al Trono Imperiale, di una persona quasi rappresentante di quanto di piu’ lontano si potesse immaginare dalle vecchie elite borboniche. Di origine italiana, privo di parentele con l’alta nobilta’, e senza una robusta eredita’ e/o potenti interessi commerciali, Napoleone proveniva da un territorio come la Corsica, acquisito da poco, lontano dal centro e per questo a dir poco riottoso.

Insomma i vincitori Francesi, ad un certo padroni d’Europa, liberatori potentissimi ed invincibili (a parte le isole britanniche e poco piu’), mostrarono a tutti i popoli del continente che ne’ la casata, ne’ il commercio, ne’ il denaro, ne’ le origini e neanche l’accento erano necessari per poter entrare nelle “stanze dei bottoni”. Invece non c’e’ traccia nella storia (e quindi nella societa’ del Regno Unito) della possibilita’ che una rivoluzione popolare possa cambiare una nazione e sovvertire gli strati sociali prestabiliti, e che una persona “qualunque” per quanto eccezionale come il Bonaparte, possa prendere il controllo dell’autorita’. E qualunque Primo Ministro deve far bene attenzione a non parlare se non con un accento pulito (ed elitario).

Sommosse popolari, naturalmente, sono accadute anche a Londra e dintorni, e sono tutte fallite. La piu’ seria, nel 1381, quando migliaia di contadini marciarono sulla Capitale, solo per vedere le promesse del giovane re rinnegate dopo pochi istanti (e i loro capipopolo, giustiziati). L’unica Rivoluzione di successo e’ stata quella che porto’ nel 1646 al potere il nobiluomo Oliver Cromwell, che governo’ rifutando di farsi proclamare sovrano (altro che Napoleone, il quale invito’ il Papa volente o nolente a Parigi, e poi si incorono’ da solo).

Pensiamo invece alla filoeuropeista Irlanda, dove Bonaparte non arrivo’ ma che si rese indipendente dal Regno Unito all’inizio del XX secolo proprio con una insurrezione. Non e’ impossibile quindi stabilire un trait-d’union fra l’assenza di rivoluzioni popolari di successo, e l’apparente riluttanza, particolarita’, finanche ambivalenza britannica verso l’Unione Europea. Ricordiamo la borsetta agitata dalla ferrea Thatcher, e l’impopolarita’ dell’Euro nello stesso Governo Blair.

Le conseguenze non sono difficili da immaginare. Priva anche dell’esempio franco-napoleonico, la popolazione britannica e’ divenuta refrattaria a qualunque accenno di possibile rivoluzione, e ha conservato un fortissimo senso dell’Autorita’. In quale altro stato moderno potremmo trovare i cittadini definiti ufficialmente “sudditi” della Regina? E con tutte le guerre e i rivolgimenti del XIX e XX secolo, dove altro e’ il “comando” saldamente in mano dell’Establishment, l’Autorita’ Costituita, classi dirigenti, i cosiddetti “The Great and the Good” (Grandi e Bravi), un misto di nobilta’ ereditaria e mercantile ininterrottamente al potere almeno dall’epoca di Guglielmo d’Orange (a capo della “Rivoluzione” del 1688, dietro invito un gruppo di nobili inglesi)?

Come prova, guardiamo ai leader dei maggiori partiti politici degli ultimi tre secoli. Non tutti, ovviamente, di alto lignaggio o di famiglia ricca e potente, ma ognuno di essi saldamente parte dell’Establishment, anche coloro apparentemente ai margini, come quella Thatcher, in teoria un’outsider donna fra tantissimi uomini, e che invece dedico’ i suoi Governi a ristabilire una certa idea di societa’ britannica (centrata non per caso sulla sua persona), e non per fondare un “ordine nuovo”.

La tradizione dell’Autorita’ si rinnova continuamente, e non solo con il cambiare di Sovrani e Primi Ministri, anche negli aspetti apparentemente piu’ democratici. Per esempio, la definizione dei piani di implementazione delle politiche governative, processo teoricamente aperto alle opinioni di tutti i sudditi, e’ cosi’ misteriosa ed improntata al consenso da non poter risultare che in annacquati progetti difficilmente volti a stravolgere lo status quo.

Inoltre, e’ tuttora comune che venga favorito un approccio alla vita caratterizzato dallo stiff upper lip. Si tratta di un’espressione difficilmente traducibile: pensiamo a una persona che non riveli sentimenti ed emozioni, e la cui bocca non tradisca quindi mai ne’ gioia ne’ nervosismo: le cui passioni, e le cui rabbie quindi, rimangano nascoste, affinche’ il quieto vivere domandato dalla Societa’ non venga disturbato. Di conseguenza, il cittadino medio britannico e’ educato a non lamentarsi mai in maniera efficace. Magari parlera’ male della qualita’ dei treni, pero’ niente piu’, stoicamente deciso a sopportare antiquati treni da Far West o carrozze finto-moderne che altrove in Europa sarebbero gia’ vecchie di venti anni.

Una situazione simile e opposta a quanto succede nel Sistema Sanitario Nazionale, dove si sperimenta quello che probabilmente si cerchera’ ahime’ di esportare un po’ ovunque entro il decennio. Al posto dei medici, in fase diagnostica vengono infatti utilizzati infermieri specializzati istruiti a seguire rigidi criteri basati sui sintomi riportati, invece che ad analizzare il paziente in modo attento e completo. Gli “utenti”, ligi al dovere, accettano la situazione come una necessita’, come ignari del fatto che le vessazioni di oggi diventeranno la routine di domani. Dal loro canto, gli amministratori delle strutture di medicina di base, possono escogitare nuovi sistemi per risparmiare sulle spese, senza preoccuparsi troppo della sempre peggiore qualita’ del servizio.

La burocrazia britannica e’ infatti particolarmente rigida e inamovibile, fredda e impersonale, come si addice appunto a una nazione comandata dall’alto. Il 2006 si e’ aperto con il caso di una coppia di anziani separati loro malgrado dagli assistenti sociali, lui veterano della Seconda Guerra Mondiale, lei cieca. Al marito e’ stato ordinato dal medico curante di andare in una casa di riposo, alla moglie e’ stato proibito, perche’ certi oscuri criteri stabiliti dalle amministrazioni locali sono soddisfatti dalla situazione dell’uno, ma non dell’altra. Tutte le persone coinvolte si trovano quindi in una situazione che potrebbe sembrarci paradossale, e che purtroppo ha una sua logica riconducibile ancora al “Senso dell’Autorita’”.

Il marito e’ in un ospizio suo malgrado, ma non pensa di tornare a casa perche’ gli e’ stato proibito dal medico. La moglie e’ accudita dalla sua famiglia ma si sente ovviamente molto sola. Fosse stato per lei, pero’, la storia sarebbe potuta finire li’, visto che a ribellarsi a certe decisioni sono stati i figli, che pero’ lasciano il padre dov’e’ e non ci pensano neanche a riunire i genitori in una casa di riposo privata, o a prendere una badante, “proteste” molto piu’ efficaci di una lettera o visita all’autorita’ costituita. Gli assistenti sociali, invece di far vivere meglio i cittadini, si sono resi responsabili di una grave e palese ingiustizia che ha rovinato la vita di due anziani innocenti, una dei quali non vedente. Ma neanche loro possono farci niente: per chi le deve applicare, alle regole non c’e’ alternativa. Qualunque interpretazione personale sarebbe interpretata come insubordinazione e la carriera del “colpevole” terminata all’istante. Dulcis in fundo, non esiste nessun canale ufficiale per chiedere deroghe ai regolamenti in casi eccezionali.

Insomma, in una struttura dirigista, ferrea, piramidale e congelata, l’assistente sociale, come qualunque altro rappresentate dello Stato o di una organizzazione, e’ solamente un messaggero, un tramite fra le regole da servire e riverire e il suddito che ci si deve abituare. Il cittadino che non lo volesse fare, o l’assistente sociale che volesse aiutare i suoi utenti, rischiano il loro benessere e la pace loro e quella delle loro famiglie.

Anche grazie al disastro di Trafalgar, e alla disfatta di Waterloo, il pensare altrimenti e’ imprescindibilmente legato in Gran Bretagna all’idea dell’Europa, e quindi del caos, delle guerre, dei potenziali invasori, dei Nemici. Al singolo, senza appoggi fra le alte sfere, rimane solo uno sterile ribellarsi, curiosamente concentrato nella sfera privata. E infatti ai rivoltosi del 1968 in Francia, Italia e Germania corrisposero i ribelli degli anni ’60 inglesi: le bande di ragazzi descritte nel famoso film Quadrophenia, pronti a picchiarsi con la Polizia, ma assolutamente privi di qualunque connotato politico e senza alcuna intenzione di cambiare la societa’.

Al giorno d’oggi, ai pendolari che si siedono di fronte agli affollatissimi treni di Torino o Milano corrispondono le battute di spirito inglesi sullo stato delle loro ferrovie. Non e’ certo un caso che l’umorismo britannico sia cosi’ famoso e sviluppato (e tollerato), quasi una delle tre principali valvole di sfogo per rendere piu’ sopportabile la vita del cittadino vaso-di-coccio. Una seconda “valvola di sfogo” e’ la fissazione con il creare e distruggere miti (come descritto poco tempo fa riguardo Tony Blair). La terza e’ l’ambigua celebrazione dell’alcol, e  dell’alcolismo, ma questo argomento merita un articolo a parte.

Per ora ci rimane solo sospirare alla domanda: Napoleone perche’ non sei venuto qui?

Tony Blair, o Il Crepuscolo degli Idoli

Era l’inizio d’aprile del 1997, quando l'avvento al potere del temuto avversario politico, il Laburista Anthony Charles Lynton "Tony" Blair, fu celebrato dal quotidiano inglese filo-conservatore The Daily Telegraph con una vignetta del premiato cartoonist Matt, con un bambino che chiedeva al suo esterrefatto genitore: Papa’, ma perche' Tony Blair permette che capitino i terremoti?

Insomma, anche se con una patina di satira, otto anni fa non si parlava di un semplice capo di governo, e neanche di un leader carismatico, ma addirittura di una figura divina, dai poteri sovrumani, pronto a mettere a posto un Regno Unito che si sentiva sfruttato e spolpato da due decenni di guida conservatrice, prima con la Dama di Ferro Margaret Thatcher, e poi con John Major e la sua banda di ministri e sottosegretari scoperti in intimita' con prostitute, o con le mani su delle mazzette appena ricevute.

Cio’ che rimane oggi e’ invece una figura un po’ rugosa, con il sorriso sempre piu’ tirato, ancora di casa nella mitica residenza ufficiale di 10 Downing Street (anzi, all'11, piu’ grande per la famiglia numerosa), e con una telegenia e una gran capacita’ di chiacchierare ad effetto che non aiutano piu’. Tony Blair e’ diventato un uomo sostanzialmente isolato, appoggiato magari da tanti in privato ma da pochissimi in pubblico, un personaggio che anzi suscita un odio decisamente alla moda specie nei giornaletti pseudoseri come il Sun e il Daily Express, un Ba-bau per chi sta a destra come per chi sta a sinistra.

E' ormai cosi' strano che qualcuno anche del suo partito lo difenda apertamente, che non fa piu' notizia sapere che questa o quella politica di Blair non ha portato i frutti sperati, o che alcuni ministri hanno fatto la voce forte senza essere toppo ossequiosi nei confronti di chi guida i Laburisti da piu’ di dieci anni .L'unica notizia che davvero interessa e’ che Blair ha preannunciato di lasciare l’incarico prima delle prossime elezioni (2009 o 2010), ma non ha ancora precisato esattamente quando, lasciando il collega/compagno/rivale Gordon Brown a cuocere ancora un po’ nella carica di Cancelliere dello Scacchiere, il Superministro britannico per l’Economia e il Tesoro.

Nel frattempo c'e' chi aspetta di poter ballare sulla tomba di quell'altro Primo Ministro, una famosa figura storica ancora vivente e sempre piu’ dipinta a tratti satanici, Margaret Thatcher. E davvero c'e' un collegamento fra i due.

Dopo 8 anni e mezzo e tre elezioni vinte, l'ex-mitico Tony ha infatti il suo catalogo di promesse e di relativi fallimenti, specie in quelli che dovevano essere i capisaldi della sua politica, i servizi pubblici e l'educazione, dove situazioni paradossali sono create continuamente dal suo approccio tutto “immagine e poca sostanza” sempre all’inseguimento della prima pagina dei giornali, e dalle contraddizioni di chi unisce una mentalita’ dirigista ad una apparente incapacita’ di anticipare, capire e trattare i dettagli delle iniziative annunciate a raffica in maniera magniloquente.

Per esempio, le scuole pubbliche di ogni ordine e grado sono adesso classificate a livello nazionale in termini di successo ai vari esami da parte dei loro studenti; una specie di Serie A dell’Educazione, con i vincitori premiati ufficialmente e gli ultimi della fila castigati, fino alla massima ignominia di vedere un Preside sostituito perche’ considerato incapace. Un’idea forse buona, se non fosse che le stesse Scuole sono poi forzate, sulla base ad un’altra iniziativa, ad accogliere il maggior numero di disabili possibili. Cosa dovrebbe fare allora, quel Preside? Preoccuparsi di avvicinare la propria Scuola alla testa della classifica, o fare in modo che tutti gli studenti, inclusi quelli disabili, siano seguiti e aiutati nel miglior modo possibile? Purtroppo non c’e’ coordinamento alcuno fra le varie politiche, e le indicazioni ministeriali sono contrastanti se non mutevoli con la stagione.

Gli stessi problemi gravano sulla Sanita’. Altro esempio: un giorno ormai lontano, per chissa’ quale motivo, Blair e il suo Governo hanno deciso che i Medici di Famiglia debbano sempre dare appuntamento entro poche ore, sotto pena di multa severa, invece che allocare il loro tempo da qui a qualche giorno a seconda della gravita’ della richiesta. Il risultato e’ che non si fa piu’ differenza fra il giovanotto con l’orecchio arrossato e l’anziano o il bambino con la febbre alta, e tutti devono aspettare ore nell’anticamera dell’Ambulatorio.

Ogni nuovo intervento del Primo Ministro sembra portare nuove classifiche, nuovi obblighi e nuove richieste, prive di alcun collegamento fra di loro. La risposta del servizio pubblico britannico e’ ed e’ stata ovvia, una rincorsa a come fare il minimo possibile per non incappare nelle ire ministeriali, senza nessuna considerazione per gli utenti del servizio stesso. Il Preside di cui sopra cerchera’ di far eccellere quanti piu’ studenti puo’, e non si preoccupera’ se i disabili nella sua scuola non impareranno il minimo indispensabile. Il Medico di Famiglia si rifiutera’ di vedere subito i malati piu’ gravi e/o piu’ a rischio, ma apparira’ di successo nella lista del tempo medio di attesa nel suo Ambulatorio. E cosi’ via.

D’altronde, come c’e’ da aspettarsi, cominciano ad affiorare sempre piu' storie legate al cliche' della corruzione generata dal potere. Non c'e' anno che passa senza un ministro che debba dimettersi nella vergogna (anche due volte). Lo stesso Blair, invece di impedire terremoti, e’ stato rilevato in pubblico coltivare legami, quelli si' un po’ sulfurei, con le multinazionali del tabacco e soprattutto con i mercanti d'armi, dopo aver detto di voler essere piu' immacolato di un lenzuolo bianco.

Infine c’e’ il grosso scheletro nell’armadio chiamato Iraq, con il Regno Unito partner minore in un’alleanza con gli USA osteggiata da quasi tutto l’elettorato, senza nessuna prova che il Presidente Bush abbia mai davvero dato ascolto al suo “amicone” Tony, incastrato in una guerra che non sembra finire mai.

Insomma da criticare ce ne sarebbe un po’ tanto…ma potrebbe quanto sopra giustificare l'odio attuale ? La verita' e' che la societa' inglese e' ammalata di Iconoclastofilia…il piacere di crearsi delle icone, dei miti, accoppiato poi al piacere di distruggerli. E’ questa probabilmente una reazione riflessa al fatto che nell'antica terra dei Britanni, non c'e' mai stata una rivoluzione popolare di successo. “Comandare” significa da secoli farsi accettare dall'Establishment, e nessuna persona di umili origini e' mai salita all'antico trono inglese, o al potente Premierato moderno, a meno che non si sia fatta accettare da chi comandava gia’. I servi dell’Essex arrivarono a invadere la Torre di Londra nel 1381, ma appena tornarono a casa il giovanissimo Riccardo II spergiuro’ su tutte le sue recenti promesse e mando’ a morte i capi rivoltosi.

Nel momento piu' significativo della storia del Regno, dopo l’esecuzione di Re Carlo I arrivo’ il dominio dell’aristocratico Oliver Cromwell, non di un capopopolo e neanche di un homo novus. Piu’ recentemente, la colpa si potrebbe dire che sia stata di…Bonaparte e del suo fallito tentativo di attraversare la Manica. Niente Napoleone, e allora niente Rivoluzione Francese, niente messa da parte dell’Ancien Regime e ufficialmente cittadini che non sono "cittadini", ma "soggetti alla Corona", cioe' sudditi, cui e’ richiesto di seguire prontamente e alla lettera le indicazioni del Governo.

Tuttora, non puo’ esserci radicalismo al governo; i sindacati hanno preferito il meno rivoluzionario partito dei Lavoratori, i Laburisti, appunto, piuttosto che affidarsi al Partito Comunista. Le figure troppo controverse vengono messe alla porta in un modo o nell'altro, e non e' un caso che il Re che prima entro’ nei saloni alla moda e piu' tardi quasi simpatizzo' per Hitler, fu quell'Edoardo VIII costretto ad abdicare dopo neanche 11 mesi di regno.

A controbilanciare tutta questa reverenza e sottomissione, c’e’ pero’ un un diffuso piacere nel vedere gli eroi di ieri come i cattivi o i falliti di oggi, e nel scegliere periodicamente un personaggio come “idolo del momento”, da conservare per poter sfogare il proprio disprezzo piu' in la' (e piangerne la dipartita nei casi piu’ tragici)..

Pensiamo, ovviamentemente, a Diana, destinata non ad essere la Regina di un nuovo Re Carlo ma a diventare rapidamente un simbolo della vita ricca, glamourous ed in stile, per poi essere trasformata in pochi anni in un oggetto di attacchi continui su giornaletti e rotocalchi, sempre affamati di foto “compromettenti” incluso gemme del tipo "Diana esce dalla palestra" e "Diana mette gli sci", tutti pronti a descriverla come una fredda arrivista, manipolatrice e libertina (proprio quelli che poi fecero a gara a chi piangeva di piu' dopo l'incidente di Parigi).

Pensiamo finanche al famoso calciatore David Beckham, probabilmente l'ex-idolo-eroe-diventato-cattivo meno pericoloso al mondo. Osannato quando giovanissimo mostrava il suo talento al Manchester United, idolatrato in tutti i sensi del termine quando comincio' ad indossare un sarong a mo' di gonna maschile per uscire con Posh Spice, diva pop delle Spice Girls, ed adesso l'oggetto di vario scherno e disprezzo nonostante il fatto che senza un paio dei suoi goal l'Inghilterra non sarebbe recentemente andata alle finali mondiali, europee e probabilmente neanche a quelle dell'oratorio. Mister Beckham, adesso in forza al Real Madrid, passa la sua vita extracalcistica a lottare periodicamente contro chi cerca di pubblicare particolari della vita di famiglia, o accuse di infedelta' alla moglie, o chissa' quanti altri pettegolezzi (senza neppure badare a che i due figli piccoli possano vivere un giorno senza un flash di un fotografo in faccia).

Insomma, la parabola dell'eroe britannico, quella di Beckham, di Diana, ma anche della Thatcher e anche di Blair, e' sempre la solita: Novita', Entusiasmo, Celebrita', Idolatria, Dubbi, Rivelazioni, Critiche, Ossessione, Odio (e poi Rimpianto, dopo la morte). Una comparazione con il Bel Paese puo' aiutare a capire quanto possa essere peculiare l'atteggiamento britannico verso i personaggi pubblici.

L'Isola dei Famosi, famigerato programma Rai in cui alcuni tizi di varia notorieta' vengono abbandonati (ahime’, solo per finta) su un'isola tropicale, riesce a far parlare di se' con i pettegolezzi su chi litiga con chi, su chi ha problemi di adattamento alla vita fuori dalla citta', e finanche su chi divorziera' chi in diretta televisiva. Si tratta di un "divertimento" ancora piu' leggero considerando che nel corrispettivo inglese "I am a Celebrity Get Me out of Here" (Sono Famoso Portami Via Da Qui) i concorrenti devono invece mangiare cotti e crudi insetti e artropodi di varie specie, per poi rotolarsi nel fango e peggio, e in generale facendo a gara per essere ripresi in varie pose a dir poco umilianti davanti alla telecamera. I reportage del giorno dopo sui giornali parlano chiaro, un’altra gara a descrivere le situazioni piu’ indegne in maniera piu’ dettagliata (e compiaciuta).

Se quindi in Italia la persona famosa e' materia di pettegolezzo, in Gran Bretagna diventa la vittima di un odio fisico e veramente poco latente, specie se poi viene scoperta essere persona dal successo durevole. E chi detestare quindi di piu' se non chi e' diventato famoso, c'e' rimasto ed addirittura ha vinto tre elezioni di fila, Tony Blair come Margaret Thatcher? Altro che fermare i fenomeni naturali! Il Primo Ministro che non poteva sbagliare nel 1997, non puo’ dirne una giusta nel 2005, e un archeologo del XXV secolo che trovasse l’archivio dei mass media inglesi di oggi si potrebbe chiedere perche’ fosse al potere un tipo descritto come losco, circondato da amici servili o corrotti, disconnesso dal suo elettorato, barboncino servo degli USA e senza nessuna morale.

Speriamo che l’Archeologo capisca che si tratta di una grossolana esagerazione, anche perche’ l’Idolo al Crepuscolo continua a dire che cerca di lasciare un segno nella Storia. Ormai puo’ sperare in un miracolo, che faccia innamorare di nuovo la popolazione britannica e il suo Primo Ministro, o forse piu’ probabilmente in prestigioso incarico internazionale, magari come Presidente della Commissione Europea a Bruxelles: tutto sommato, un posto che gli si potrebbe confare, vista l’importanza della capacita’ di ammaliare il pubblico e gli interlocutori, e le relativamente minime conseguenze pratiche delle decisioni del Presidente.

07/07: Bersaglio Pendolare

Londra, 7 Luglio 2005 – Arrivo alla stazione di Cannon Street alle 9:14. Sono in ritardo. Vuol dire che oggi lavorero’ fino a tardi. Scendo le solite scale ma qualcuno sta chiudendo gli ingressi alle mie spalle. Una signora parla concitata a un addetto, non sento niente dietro le mie cuffiette e la mia musica ad alto volume. L’ennesima chiusura del metro’, dico io. Procedo per l’ufficio nel solito traffico e con le solite persone. Guarda Internet, mi dice un collega, sembra che due treni si siano scontrati a causa di un problema elettrico. Peccato, penso, un’altra volta il solito incidente ferroviario ai pendolari a Londra; e’ passato qualche mese dall’ultimo e stanno diventando davvero regolari. Il nervosismo intorno a me aumenta, mentre si formano capannelli intorno agli schermi dei pochi autorizzati a ricevere la televisione (BBC, Sky News) sul PC. Primo accenno a possibili bombe.

Il sindacato degli autisti comunica che tre autobus sono stati fatti esplodere. Sky News dice a mezza bocca che almeno tre treni sono coinvolti in incidenti nella metropolitana. Mi dichiaro pubblicamente scettico (riguardo gli autobus, non il metro’) visto che immagini non ce ne sono ancora (e tre autobus sono tanti). Si lavora come al solito, ma ci si distrae facilmente. Le immagini sono statiche, uno si chiede dove sono le folle di passeggeri che dovrebbero a quest’ora uscire dalle stazioni. In sovraimpressione le solite frasi senza informazione. Provo il sito de La Repubblica per vedere se si puo’ sapere di piu’. Come al solito sono molto piu’ espliciti, "spericolati della notizia"che parlano di terrorismo subito, e di decine di morti, senza il timore della smentita che rende reticente la BBC, il cui sito quasi fa finta di niente.

Lo scetticismo aumenta quando circola voce di terrorista ucciso dalla Polizia prima di far saltare una bomba. Qualcuno ha visto troppi film di James Bond. E’ il momento di chiamare figlio (a posto nel Kent con la Tata) e moglie (malauguratamente in viaggio per Londra proprio in quel momento; ma ancora fuori dalla citta’). Chissa’, uno si immagina che teatrino ci sara’ alla TV italiana, con gli inviati speciali concitati, allarmati e impauriti dai confortevoli studi di Roma e Milano: strappo alla regola quindi, telefonata internazionale dalla scrivania, anche perche’ il telefonino rifiuta di collaborare. Genitori e suoceri molto agitati, come c’e’ da aspettarsi. Ripetizione all’infinito del fatto che stiamo bene e che il mio itinerario del giorno non prevede "gite" in metropolitana. Torno a un lavoro dal ritmo solito, che prosegue con innumerevoli interruzioni. Cominciano le battute di spirito fra i colleghi.

La Repubblica e’ sempre una o due ore avanti alla BBC nel fornire notizie, e cosi’ traduco all’impronta per i coabitanti d’ufficio, ansiosi di sapere quello che i canali ufficiali si ostinano a non voler riferire. In compenso la Polizia locale compare in TV solo per dare informazioni sibilline che mi rendono nervoso e di cui farei volentieri a meno. Parla Tony Blair ma non lo ascolto (cosa potra’ mai dire se non le solite frasi del caso?). Si sceglie l’opzione del pranzo in mensa, nessun senso uscire. Appare foto di bus sventrato (uno, non tre), che pero’ non mostra la solita devastazione come in Israele. Forse c’era poco esplosivo, forse e’ stato merito della particolare carrozzeria dei famosi bus a due piani, che si apre verso l’alto in caso di bomba diminuendo l’effetto del mortale aumento della pressione dentro al veicolo. Riunione annunciata per le due, continua l’umorismo (forse un po’ pesante per chi non era li’, quel giorno). Di fronte a impiegati abbastanza vistosamente ansiosi, viene ordinato di andarsene a chi puo’ lavorare da casa. E cosi’ finalmente esco alle 3 del pomeriggio, visto che posso collegarmi con l’ufficio via Internet.

Le strade sono vuote come al sabato, ma continuo a non vedere niente di allarmante. Attraverso la grande, tranquilla folla alla stazione, e curiosamente mi sento molto meno stressato che dopo l’incidente ferroviario in cui fui coinvolto cinque anni fa.

Londra, 11 luglio: Rientro al lavoro dopo il fine settimana. L’unica indicazione che sia successo qualcosa, nelle zone che attraverso, e’ data dalla diminuzione del numero di automobili. I treni sono pieni come al solito. E’ una bella reazione del Londoner medio, cocciuto e tranquillo nel restare attaccato alla solita routine mettendo in scacco chi vuole manipolare le nostre paure e spaventare le nostre vite. E soprattutto, discriminazione zero; anche perche’ il collega islamico di treno e’ il nemico principale dei terroristi. E infatti questi ultimi uccidono nel mondo prima di tutto persone di fede musulmana.

Pisa, 21 luglio: Sono in Italia quando arriva notizia di nuovi tentativi di piantare bombe, sempre al giovedi’; tutti falliti. Nel clamore e nel rumore dei reportage nel Bel Paese, uno e’ ovviamente scettico che ci sia questa grande cospirazione contro la citta’ di Londra. E infatti la tragedia ripetuta nella storia, come diceva qualcuno prima di me, diventa farsa, una ridicolaggine triste con nessuna bomba neanche lontanamente in grado di esplodere e le facce dei "terroristi" su tutti i giornali. Speriamo solo non buttino troppe risorse nell’inseguire gli imbecilli di cui si conosce il volto, invece degli organizzatori del 7 luglio, di cui non si sa quasi niente.

Pisa, 22 luglio: Andiamo male. Prima si e’ saputo che un terrorista e’ stato ucciso mentre stava per far esplodere una bomba (torniamo a James Bond. . . ). Poi si e’ saputo che era un terrorista, ma non aveva la bomba. Poi che non era un terrorista, ma un arabo. Poi che non era un arabo, ma un brasiliano che correva troppo e non si e’ fermato quando richiesto, ed aveva una giacca pesante in un giorno molto caldo. E non aveva il permesso di soggiorno. Insomma, come in Fahrenheit 451, laddove Ray Bradbury descrive un malcapitato innocente ucciso in diretta TV da una Polizia che aveva perso le tracce del "criminale".

Londra, 6 settembre: Ormai e’ cosa nota, il brasiliano morto il 22 luglio era perfettamente a posto (e probabilmente un immigrato regolarissimo). Aspetteremo un’inchiesta per sapere chi ha ucciso una persona comunemente innocente (e probabilmente il morto non ha fatto niente di particolare, e men che meno ha corso). Il terrore ora regna sovrano, il terrore delle forze dell’ordine pero’: e’ ormai confermato, ci sono tremila agenti con l’ordine di sparare a vista (e alla testa) a chiunque essi pensino che stia portando una bomba. Il colore della mia pelle e dei mie capelli di sicuro non mi fara’ entrare automaticamente fra gli insospettabili. Vorra’ dire che non correro’ e non terro’ la musica troppo ad alto volume nelle cuffiette. In compenso, come ahime’ previsto, si fa un gran parlare di chi ha fallito il 21 luglio, e nessun progresso su chi ha avuto successo il 7.

Nel frattempo ho avuto occasione di "scontrarmi" telefonando a Radio24, in Italia. Prima con un professore che fantasticava di terroristi organizzati in maniera sofisticata (ma avra’ sentito parlare di orologi da polso?), il quale si e’ inviperito quando ho suggerito che l’attacco del 7 luglio era stato un fallimento, con un minimo di vittime ma nessun effetto pratico sulla vita quotidiana. Poi ho fatto esperienza dell’incredulita’ del conduttore ed ospiti di una popolare trasmissione delle 9 del mattino, i quali non potevano credere che la vera paura e’ nel convivere con una Polizia onnipresente e dal grilletto facile, e pronta a sparare senza fare domande, neanche fossimo a Dodge City.

Ma poco importa, visto che alla fine il prestigioso Economist fra l’altro ha riportato due argomenti molto semplici e praticamente ovvi: a) l’attacco del 7 luglio e’ stato un fallimento, comparato a Madrid e ancor piu’ a New York; e b) il vero pericolo del terrorismo e’ la reazione populista e inconsulta di Governo e Polizia, molto piu’ perniciosi di qualunque malintenzionato (a meno che costui non possieda un’atomica). Forse forse si ascolta Radio24, all’Economist?

Intanto, i pendolari di Londra, di New York, di Madrid, di Parigi, di Milano, Roma e diecimila altre citta’, continuano a viaggiare. Consapevoli di non avere alternative disponibili, milioni di bersagli mobili incolpati dalla loro normalita’, vittime designate di imperizia, incuria e terrorismo.

Una Questione Settentrionale per il governo della Regina?

Dopo quasi dieci anni di incontro ravvicinato con la nazione e cultura inglese non posso negare di essergliene debitore (e non solo a causa del mutuo sulla casa).

E in questi giorni di Questioni Meridionali a cui si cerca di dare risposta con spiagge che forse si vendono e forse non si vendono e con Casse per il Mezzogiorno che compaiono e scompaiono a giorni alterni, un aspetto curioso di Londra e dintorni mi ha dato modo di riflettere sul perche’ di una certa condizione, in Calabria, in Italia, in Europa e nel mondo.

Il fatto e’ che in Inghilterra poverta’ e sottosviluppo esistono, anche peggiori che nel Bel Paese, ma sono soprattutto al Nord.

La situazione potrebbe essere usata per un curioso “chi ci ricorda?”. Con il costo di mezza villetta bifamiliare a Londra e’ possibile acquistare due o piu’ strade (finanche una sessantina di case) in quel di Leeds o Newcastle. Il loro tasso di disoccupazione e’ cronicamente doppio rispetto alla media della Nazione (cioe’ quadruplo rispetto alla ricca zona meridionale).

In compenso gli stipendi, specie degli impiegati statali, permettono una vita considerevolmente piu’ tranquilla che nella costosa Capitale economica (e politica). Tirando le somme, l’area sopra la foresta di Nottingham ha una dubbia e ingiusta fama di arretratezza e mancanza di prospettive, ed era e rimane zona di forte emigrazione, nonostante gli impegni del Governo con vari, costosi progetti per “rigenerarla”.

Guarda caso, e’ un territorio pieno di spettacolari opere pubbliche. La specularita’ con la condizione italiana e’ troppo perfetta per essere solo dovuta al caso. In effetti, se allarghiamo lo sguardo all’Unione Europea possiamo notare che le aree povere si chiamano anche Portogallo, Grecia, ma anche il Nord-Ovest tedesco e il Sud Ovest francese, ed adesso le aree piu’ orientali di Polonia e Slovacchia.

A livello continentale (Russia esclusa) non c’e’ probabilmente regione in stato peggiore che la Moldavia, seguita a ruota dalla Bielorussia e dall’oriente Ucraino. Cosa unisce tutti questi territori? Non certo il clima, non certo la cultura, non certo i modi o le tradizioni, e neanche la stirpe, con buona pace di certi malpensanti dai discorsi sensati da odore di zolfo e razzismo.

La spiegazione molto piu’ semplice (e molto piu’ vera) e’ da ricercare nella unione della Geografia con l’Economia.

Un articolo sulla prestigiosa Scientific American di alcuni anni fa mostrava un planisfero con il territorio di tutte le nazioni colorato a seconda della “ricchezza” di ciascuna delle loro “provincie”.

Certi fattori geografici risaltavano subito: infatti la “ricchezza” e’ tutta distribuita lungo assi di comunicazione come i grandi fiumi del mondo, e poi concentrata in porti e “nodi di interscambio” che corrispondono a prosperose citta’ come Londra, Parigi, Monaco di Baviera, e naturalmente Milano. Milano, appunto, Mediolanum in mezzo alla pianura e quindi ipso facto il posto economicamente piu’ sviluppato di un Nord Italia che in realta’ e’ anch’esso in mezzo, uno dei passaggi quasi obbligati per gli scambi fra Europa occidentale e orientale, meridionale e settentrionale.

Una conclusione abbastanza ovvia con il senno di poi: le regioni “di mezzo” sono sempre le piu’ ricche per lo stesso motivo per cui fra il compratore e il venditore l’unico che ci guadagna davvero sempre e’ l’intermediario.

Altro che Questione Meridionale…la prima domanda da farsi dovrebbe essere, “che scambi si praticano li’ e perche’?” Poi, naturalmente, ricchezza chiama altra ricchezza: in un circolo che e’ virtuoso ma solo per le aree che ne approfittano.

Quello che vediamo nel mondo oggi e’ quindi il risultato della competizione passata fra diverse aree (non popoli, a causa di secoli di flussi migratori)…l’analogia piu’ calzante e’ probabilmente quella fra colonialisti e colonizzati, dove il “centro” si trova in posizione dominante e si accaparra di tutte le risorse delle “colonie” (umane e materiali) lasciandole sempre piu’ povere mentre diventa sempre piu’ ricco.

Potremmo anche riferirci al Carrasco quando parla degli agglomerati urbani come a dei parassiti dei territori intorno.

Molto vicino a noi, basta guardare al declino delle grandi ex-capitali italiane, Palermo, Napoli, Parma/Piacenza, Ferrara, Genova, Venezia, subito dopo aver perso il loro status di “citta’ centrali” con una loro specifica area di influenza In assenza di cambiamenti nella situazione descritta, diviene allora chiaro che i miliardi di euro stanziati per “sviluppare” certe aree, dal Meridione d’Italia al Portogallo a gran parte dell’Africa, sono semplicemente palliativi che non portano a nessun risultato a medio o lungo termine, perche’ non lo possono portare.

Come puo’ allora uscire fuori dallo status quo chi non e’ in mezzo, chi si trova alla periferia, chi non e’ colonialista ma colonia, chi non vive lungo un’importante asse di comunicazione ma la’ dove i transiti non si fermano?

Cosa possiamo fare noi, spostare la Calabria? Per decenni abbiamo semplicemente spostato i calabresi.

Ma altre possibilita’ ci sono, indicate dalla storia e addirittura da Adam Smith nel suo Ricchezza delle Nazioni nel lontano 1776: la salvezza e’ nell’identificare nel territorio che ci interessa, attivita’, beni, servizi, caratteristiche molto utili e molto difficili da ritrovare altrove, specie nelle zone che ricche gia’ lo sono. Anche geograficamente, la situazione non e’ cosi’ statica come sembra. Pensiamo all’Irlanda, poverissima quando era semplicemente un’isola al largo della Gran Bretagna.

Senza imponenti sconvolgimenti tellurici, nell’ultimo decennio l’Eire si e’ sviluppata al punto di essere definita la “Tigre Celtica”, da quando ha capito di essere in realta’ in mezzo fra Europa/Regno Unito e America. Numerosissime ditte d’oltreoceano sono ora stanziate a Dublino e dintorni per giovarsi della vicinanza geografica, dei buoni collegamenti, della padronanza dell’inglese, dei costi decisamente inferiori a quelli britannici e ultimamente dell’adozione dell’Euro.

Questo esempio non e’ cosi’ lontano come sembra…la Calabria (e la Sicilia) sono al sud di un Continente, ma anche al centro di un mare.

Non e’ un caso che il Meridione fosse cosi’ all’avanguardia ai tempi della Magna Grecia e dell’Impero Romano, quando il Mediterraneo era in mezzo alle terre e non quel confine rigido fra Europa e Africa e Medio Oriente in cui si e’ trasformato da quando Colombo scopri’ l’America.

Una possibilita’ di grande sviluppo per la Calabria si trova nel rimarginare questa ferita, incoraggiando gli scambi fra le zone costiere e soprattutto diventando il tramite fra il ricco centro Europa e quel mondo Arabo e Africano che ha incredibili potenzialita’ ancora non sfruttate (ci sarebbe finanche da promuovere il loro progresso per promuovere il nostro).

Da questo punto di vista strade, porti, aereoporti non sarebbero piu’ cattedrali nel deserto, ma vera infrastruttura capace di far crescere le aree in cui si trovano. A proposito, e’ interessante rilevare che il senso di periferia diminuisce quando i collegamenti a lunga distanza sono molto meno costosi, soprattutto quelli aerei (una strategia che sta rinvigorando l’entroterra di Bordeaux).

C’e’ anche un deciso miglioramento della situazione locale quando viene incoraggiata l’immigrazione della ricchezza, pubblicizzando il clima straordinariamente mite e gentile ma anche fornendo servizi per l’immigrazione non solo degli ex-emigrati (come si sta facendo nella costa meridionale spagnola).

Il Governo nazionale puo’ anche attuare una politica seria di decentramento distribuendo ministeri e agenzie nazionali su tutto il territorio (non e’ forse molto piu’ bilanciata nelle sue ricchezze quella Germania federale da sempre?).

Tutto questo non e’ solo legato a scelte politiche…il futuro dello sviluppo di una Calabria fuori mano puo’ essere legato al lavoro remoto tramite Internet. Quando sara’ comune e facilmente possibile lavorare per una banca di Londra o New York da qualunque parte del mondo, molti sicuramente decideranno di stabilirsi nella perenne primavera calabra (dove, al contrario di Tahiti, non arrivano mai gli uragani) piuttosto che nella brumosa Albione o caotica Manhattan.

Insomma in un’economia decentrata l’essere in periferia non sara’ necessariamente uno svantaggio.

Per finire, c’e’ sempre la possibilita’ che la Calabria diventi un centro essa stessa, una volta che scopra una nuova (o utilizzasse appieno una esistente) sua “specialita’”. Si potrebbe parlare della Corea del Sud, difficilmente eguagliabile in campo tecnologico dopo essere stata poverissima per decenni.

Ma forse esempio migliore e’ la contea di Doncaster, piu’ ricca tra il povero Nord inglese grazie alla sua specializzazione nell’industria del cavallo (allevamenti, corse) in una nazione come l’Inghilterra dove scommettere e’ uno sport nazionale. Certo questo non vuol dire che la Calabria debba darsi all’ippica …ma di sicuro non farebbe male usare certi sovvenzionamenti per costruire meno ponti e sperimentare piu’ iniziative che rendano la Calabria speciale agli occhi di tutti.

Insomma la Questione Meridionale non e’ risolvibile perche’ mal posta. La disperazione economica e’ intrinseca alla domanda. L’unica risposta e’ che il Meridione non sara’ piu’ il Meridione quando, appunto, non sara’ piu’ a sud della ricchezza

“Sei sempre il Meridionale di qualcuno”, diceva un comico di venti anni fa. Forse dovremmo invece dire “Sei sempre alla Periferia di qualcuno…a meno che non riesci a fare di quella Periferia un Centro”