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Perché Ho Rimandato Indietro L’International Herald Tribune

Affezionato lettore dell’International Herald Tribune da più di un quarto di secolo, e abbonato fisso da almeno 12 anni, il 14 febbraio 2011 ho fatto una cosa che non avrei mai pensato di fare. Ho messo il giornale in una busta, con una bella letterina di accompagnamento, e l’ho rimandato indietro (direttamente a Parigi). Perché quando è troppo, è troppo.

Tutto è cominciato quando durante la tradizionale lettura mattutina del giornale, ho notato un articolo a pagina 3, bello in evidenza e accompagnato da una foto gigante della manifestazione “Se non ora quando” del 13 febbraio a Roma. Titolo dell’articolo, “Angry voices rise against Berlusconi“, “Voci arrabbiate si alzano contro Berlusconi” (qui sul sito del New York Times, con un titolo diverso). E fin qui niente di strano: a parte un rarissimo articolo di Rachel Donadio del 22 gennaio scorso, l’IHT non ha mai fatto molto per far comprendere ai suoi lettori neanche le basi del “fenomeno Berlusconi” e del “caso Italia”, preferendo le solite macchiette e mezze verità.

Ma la stessa Donadio, in compagnia della coautrice dell’articolo sulla manifestazione romana, Elisabetta Povoledo, ha stavolta superato se stessa, scrivendo un pezzo di propaganda spicciola e neanche tanto velata. Il “pezzo” in inglese è infatti di 784 parole, delle quali 766 sono contro Berlusconi. E solamente 18, a favore, nel senso che è stata infilata una insensata frasetta a forza:

Mr. Berlusconi and his defenders have dismissed the demonstrations as purely political, calling his critics “moralists” and “puritans”

Berlusconi e chi lo difende hanno rigettato i cortei come puramente politici, etichettando i suoi critici come “moralisti” e “puritani”

Nient’altro. Meno del 2.4% del totale dell’articolo, per chi volesse fare due conti.

Niente spazio quindi ad alcuna critica alle manifestazioni, anzi ad alcun ragionamento che possa andare al di là delle solite lamentazioni. Niente spazio neanche ad una voce non certo berlusconiana come quella di Beppe Severgnini, visto che la manifestazione l’ha criticata per suoi motivi anche lui.

E allora lo dicano forte e chiaro, all’International Herald Tribune/New York Times. Dicano di non avere intenzione di pubblicare notizie dall’Italia, e di preferire intervenire a cervello spento e con la propaganda a mille, quasi volessero imitare un qualsiasi giornalucolo egiziano filogovernativo dei tempi di Mubarak.

E se quello è il caso, allora si tengano il giornale. Per intanto, come ho detto, l’ho rimandato indietro, al Servizio Clienti però, chiedendo loro di mandarmi l’edizione giusta, quella scritta professionalmente e giornalisticamente, invece che l’edizione delle stupidaggini.

Chissà.

La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa': se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

Effetto Quantitativo del Terremoto in Cina sulla Questione Tibet

Il terremoto nello Sichuan ha allontanato il Tibet dai giornali in maniera quantitativamente molto rilevante.

Ma tanto alla stragrande maggioranza dei miei lettori, queste cose non interessano. Dei “disastri naturali” chi se ne frega?

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Articoli sul Tibet nell’archivio del New York Times:

Dal 1/1/8 al 14/6/8: 295 articoli (1.79/giorno)

1/1-10/3 (vigilia della rivolta in Tibet): 31 (0.45/giorno)

11/3-11/5 (vigilia del terremoto nello Sichuan): 212 (3.48/giorno)

12/5-14/6: 52 (1.58/giorno, una diminuzione del 55%)

Per chi pensasse che si tratti solo del normale “oblio della vecchia notizia” da notare anche questi numeri:

11/3-11/4: 126 (4.06/giorno)
12/4-11/5: 87 (3/giorno)

Quindi il terremoto da un giorno all’altro ha davvero dimezzato gli articoli sul Tibet.

L’attenzione continua a dimunuire, e durante il mese di giugno ci sono stati sul Tibet solo 1.49 articoli al giorno.

Moratoria Pena di Morte: Rassegna Stampa Estera

Una breve rassegna su come la notizia dell’approvazione all’ONU della Moratoria sulla Pena di Morte sia stata trattata sulla stampa estera, con esempi in varie lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, russo (e giapponese).

(n.b.: mi limito ad articoli che vadano al di la’ del riportare semplicemente la notizia)

(1) Sul Los Angeles Times, un commento in inglese dal titolo “Il Colpo alla Morte da parte delle Nazioni Unite” di Louise Arbour, l’Alto Commissario ONU per i diritti umani.

(2) Sul sito BBC News, un Rapporto Speciale in inglese  intitolato “L’ONU vota per un congelamento della pena di morte” con interviste agli Ambasciatori di Singapore e del Messico all’ONU e il piccolo “dettaglio” che solo 51 nazioni mantengono ancora il diritto di usare la pena di morte

(3) Su Euronews, un articolo in francese dal titolo “L’Italia e’ stata fortemente coinvolta in favore di una moratoria sulla pena di morte” e un po’ di altri dettagli su coloro che hanno lottato per ottenere la Moratoria

(4) Sulla Sueddeutsche Zeitung, un pezzo in tedesco intitolato “Le Buone Persone da Roma” sulla Comunita’di Sant’Egidio, anch’essa impegnatasi per la moratoria

(5) Sul Tageseinzeiger svizzero, un editoriale in tedesco dal titolo “Un Atto della Civilta’” che menziona alcune ovvieta’ incluso il fatto che i criminali pericolosi vadano messi in carcere, e che la pena di morte, che piaccia o no, e’ un’azione arrogante e arcaica

(6) In Argentina, su El Mundo un commento in spagnolo “Una vittoria italiana contro la pena di morte” da parte dell’Ambasciatore d’Italia a Buenos Aires, Stefano Ronca.

(7) Sul Diário Digital portoghese, un articolo ben dettagliato “ONU: l’Assemblea Generale approva un appello per una moratória nell’applicazione della pena di morte“, in cui si spiega l’origine del nome “Nessuno Tocchi Caino”.

(8) Sul New York Times, un editoriale in inglese dal titolo “Una Pausa dalla Morte” da me tradotto ieri, in cui si fa riferimento anche alla situazione negli USA.

Ci saranno sicuramente molti altri articoli in altre lingue (per es. in russo), ma per ora mi fermo qui.

Per finire un paio di curiosita':

(9) Notizia principale (in giapponese) sembra essere stata l’illuminazione (per la Moratoria) del Colosseo.

(10) Su Al Jazeera in inglese la redazione ha aperto per l’occasione un forum dove si discute della abolizione della pena di morte, ma si e’ “dimenticata” di passare la notizia della moratoria.

Moratoria Pena di Morte all’ONU: Editoriale Sul New York Times

Una Pausa dalla Morte – New York Times – 20 Dicembre 2007 
In Fila contro la Pena di MorteInternational Herald Tribune – 21 Dicembre 2007

L’Assemblea Generale dell’ONU ha votato martedì per una moratoria globale sulla pena di morte. La risoluzione e’ non-vincolante; il suo peso simbolico e’ stato a mala pena un soffio nel grande vento delle notizie negli USA, dove il diritto dei governi di uccidere chi ha ucciso e’ incastonato nella legge e nelle abitudini.

Ma per coloro che stanno cercando di allontanare il mondo dall’avere la vendetta mortale come politica governativa, quel voto e’ stato una pietra miliare. La risoluzione falli’ ripetutamente negli anni 90, ma questo volta il voto e’ stato 104-54, con 29 astenuti. Il progresso e’ venuto dall’Europa ed dall’Africa. Nazioni come il Senegal, il Burundi, il Gabon – persino il Ruanda, marchiato dalla vergogna del genocidio – hanno deciso di rigettare la pena di morte come barbarismo ufficiale.

Gli USA, come di consueto, si sono allineati dall’altra parte, con l’Iran, la Cina, il Pakistan, il Sudan e l’Irak. Questa fratellanza di sangue comprende più del 90 per cento delle esecuzioni nel mondo, secondo Amnesty International. La devozione di questi Paesi alla loro sovranita’ e’ rigida, come e’ la loro fede perversa nell’esecuzione come fattore dissuasivo dal crimine ed uno strumento di giustizia civilizzata. Ma al di la’ del Texas, dell’Ohio, della Virginia, del Myanmar, di Singapore, dell’Arabia Saudita e dello Zimbabwe, aumenta il numero di coloro che si aspettano di meglio dall’umanita’.

Molti di quelli non sono nazioni o stati ma gruppi di persone, organizzazioni come la Comunita’ di Sant’Egidio, un movimento cattolico laico cominciato in Italia il cui lavoro ha fatto molto per determinare la riuscita questa settimana del voto nell’Assemblea Generale.

Sono motivati dalla speranza – e ce n’e’ un po’ anche negli USA. La Corte Suprema si occupera’ presto del dibattito sulla crudelta’ delle esecuzioni per iniezioni letali. Lunedi’, il New Jersey e’ diventato il primo Stato USA in 40 anni ad abolire la pena di morte.

Anche quell’evento non e’ stato molto notato in questa nazione. Ma all’estero, i voti a Trenton [New Jersey] e alle Nazioni Unite sono stati considerati notizie meravigliose. Roma ha continuato una tradizione per contrassegnare le vittorie contro la punizione capitale: ha illuminato il Colosseo, dove i Cristiani una volta erano dati in pasto ai leoni, in una luce dorata.

Mancano i necessari riferimenti al Partito Radicale e a Nessuno Tocchi Caino, che hanno dato origine al tutto. Ma rimane comunque significativo che un quotidiano come il NYT (e di concerto, l’IHT che gli appartiene) dedichi un editoriale a quanto alcune anime candide continuano a sostenere essere “una vittoria inutile” se non peggio.

NATO: La Storia Perduta

Sara Chayes avra’ anche ragione nel difendere il contributo della NATO alla guerra in Afghanistan sulle pagine del New York Times, e nel sottolineare come gli USA abbiano preso sottogamba le offerte di aiuto da parte dei loro alleati dopo l’11 Settembre.Ma uno non puo’ incolpare della situazione un’Amministrazione americana dura e pistolera.

All’epoca del conflitto in Kosovo, infatti, la NATO non fu certo messa da parte, anzi gli USA fecero piu’ del possibile per condurre la campagna sotto l’effettiva egida dell’Alleanza Atlantica.

Sfortunatamente pero’, quasi nessuno fra gli altri membri della NATO sembro’ capirci niente di strategia militare, e tutti preferirono giocare per le sole loro politiche interne. Il risultato fu un incubo per i comandanti americani, evidentemente piu’ avvezzi a combattere il nemico che ad accomodare tutte le richieste piu’ strampalate e i veti dei loro alleati.

Avendo quindi la NATO dimostrato di essere un gruppo troppo chiacchierone e quasi completamente disutile, c’e’ poco da meravigliarsi se fu messa da parte quando ci fu da invadere l’Afghanistan.

Etica e Carbone

Buona o cattiva notizia? Ho avuto appena la mia settima lettera pubblicata sulle pagine dell’International Herald Tribune (28 giugno 2006)

“La Falsa Promessa Del Carbone”

Jeff Goodell cade in un ragionamento circolare quando scrive che il problema piu’ grande legato all’uso del carbone e’ “che cosa fa alle nostre menti. Mantiene l’illusione che non dobbiamo cambiare le nostre vite”(“Coal’s false promise to America,” Views, June 24).

Se il carbone è abbondante e disponibile, come Goodell segnala, certamente ci sono pochi motivi per preoccuparsi per la fine dell’era del petrolio a basso costo? E se il carbone causa i problemi ambientali a causa dell’estrazione antiquata e del modo in cui viene bruciato, non è il problema uno di migliorare tecnologie e processi, piuttosto che abbandonare il carbone del tutto?

Uno è lasciato con l’impressione che la campagna contro il carbone è giusta un’altra impresa moralizzatrice, che approfitta delle pretese scarsita’ di risorse per costringerci a vivere una vita “più etica”.

Maurizio Morabito Orpington, Inghilterra

Scrivero’ altri blog riguardo le altre sei lettere pubblicate finora (e tutte quelle mai stampate), ma per ora una lista e’ disponibile cercando “maurizio morabito” a questo link

Le radici del Pera

Confesso di aver sofferto di un virtuale ittero non appena ho letto dell'appello Per L'Occidente dell'ex Presidente del Senato, Marcello Pera, e del suo libro sulle radici cristiane "Noi, loro e il Papa".

Ma cosa trovavo intuitivamente di cosi' sbagliato, in tutto quello? Perche', da cattolico, mi risultava piu' fastidioso del fumo negli occhi?

E in quale tradizione filosofica va inquadrato, quel pensiero? Dopotutto, Pera rimane un esperto di filosofia. E Gad Lerner ed altri, in una recente trasmissione radiofonica, si chiedevano dove e come il vecchio esperto di Popper si fosse trasformato nel fautore di una "religione laica".

Viva Voce, Radio24, 9 Marzo 2006

Davvero l'ispirazione del Pera e' solo nei Teo-Con d'America?

Ho trovato le prime risposte in una recentissima recensione di Mark Lilla, dell'Universita' di Chicago pubblicata all'inizio di Aprile sul New York Times riguardo a "Earthly Powers" dello storico europeista/germanista Michael Burleigh.

Burleigh, riporta il Lilla, scrive che la secolarizzazione illuminista dell'Europa e' un processo illusorio. La religione, sotto nuove forme, e' sempre centrale all'Europa, anzi proprio queste nuove forme hanno ispirato gli orrori del XX secolo, paradossalmente attraverso il filtro di idealisti tutti dediti a "migliorare la societa'".

Questa tesi da una parte puo' rendere piu' familiari agli Europei alcuni processi in atto in parte del mondo islamico.

Ma d'altro canto, non si puo' non notare la similitudine fra quanti citati dal Burleigh e il piu' recente pensiero del Pera:

[…] a third, and far more consequential, fantasy was being nurtured throughout the 19th century. […] In Germany […] Schleiermacher tried to put theology on a new footing by beginning not with divine revelation but with the human religious instinct, from which he derived all the central dogmas of […] Christianity. […] a rationally purified biblical faith would […] become the civil faith of the bourgeois German state.

Sembra appunto sentire il Pera parlare della "religione laica" che dovrebbe tenere coesa la societa' moderna. Il problema e' che la via dell'Inferno, come si sa, e' lastricata di buone intenzioni:

This proved to be a powerful myth that turned many a Protestant minister into a blinkered German nationalist, contributing in no small measure to the catastrophe of World War I.

I paralleli non finiscono qui. Passando per il proto-fascismo di Joseph de Maistre, certi concetti sono stati sviluppati in Francia:

that political life rests on a religious foundation, that human relations are shaped by ritual, that individualism is a disease — first found their echo among leftist French utopians like Saint-Simon, Charles Fourier and then Auguste Comte. The utopians did not believe in God but they very much believed in religion.

Appunto, come professa il Pera.

For the utopians, the revolution's defeat of the Catholic Church represented an enormous step forward for the human race, but also posed an unprecedented challenge. Once men thought themselves free from God they might think themselves free from one another, like elementary particles floating in the void. What modern, postrevolutionary society needed was a new religion, or a surrogate one, a system of symbols and ceremonies bringing individuals together without reference to a revealing, transcendent God.

Di nuovo, la religione laica gia' citata. E di nuovo, la storia finisce in tragedia:

Burleigh […] sees how their daydreams about using religion instrumentally to foster social identification took a nightmarish turn at the end of the century when they fell into the hands of rabid nationalists like the French writer Charles Maurras and the German scholar Paul de Lagarde. […] they seem less "secularized" versions of genuine faith than products of an obsession with the implications of religion's decline.

C'e' da chiedersi se queste considerazioni si applicano al Nostro. Ma l'accorato appello ateo in difesa delle radici cristiane sembra seguire passo passo un percorso gia' intrapreso:

[…] is the melancholy simply that of […] thinkers as they projected onto the religious history of Europe anxieties about the modern age they found themselves in? Nostalgia, like hope, is a subtle but explosive force in human history, and in modern Europe it has been largely destructive. A "world we have lost" is usually one we never had but which its discoverers would like to create. That is where religion can come in: not as a path to God, but as a dike against the present and a bridge to the future

Per noi, credenti e non credenti che non si identificano in dubbie imprese di ingegneria sociale, la sfida e' chiara:

to learn how to distinguish between those whose political programs are inspired by genuine faith, and those whose defense of religion is inspired by a reactionary utopianism having less to do with God than with redirecting the faulty course of history