La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa’: se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

Da New York, Un Siluro contro Veltroni

Il Candidato-Eletto alla guida del Partito Democratico viene descritto come un Sindacco distratto e senza i piedi per terra, troppo occupato con le facezie delle Notti Bianche e le opportunita’ fotografiche con i bambini per fare niente di efficace per la Citta’ Eterna.

Scrive infatti Ingrid D. Rowland sulle pagine della prestigiosa The New York Review of Books, periodico associato all’italiana Rivista dei Libri:

Roma: Le Meraviglie e le Minacce (11 Ottobre 2007)

E’ triste constatare che la Roma del 2007 e’ un posto meno sicuro e meno piacevole da vivere (e visitare) di quanto lo fosse cinque o sei anni fa. Gli edifici ripuliti per il Giubileo del 2000 stanno ingrigendosi di nuovo nell’aria inquinata della citta’, sporcata da nuove legioni di SUV e dai bus turistici giganteschi che il Sindaco precedente, Francesco Rutelli, aveva confinato alla periferia della citta’.

Droghe e violenza sono adesso piu’ evidenti che negli “anni di piombo” degli anni 70 e 80. [...] Roma e’ ora nelle mani di un Sindaco la cui vocazione e’ altrove. Volenteroso e pronto a dare spettacolo, Walter Veltroni crea Festival del Cinema e le “Notti Bianche”, accompagna studenti in Ruanda, Malawi e ad Auschwitz e si fa vedere con Bob Geldof, Leonardo DiCaprio, Rigoberta Menchu e simili dal Palazzo Comunale progettato da Michelangelo.

Ha appena scritto il suo primo romanzo. E’ un uomo per lo spettacolo piuttosto che l’infrastruttura; e’ vero che sta completando una nuova linea della metropolitana, ma sono le vecchie linee che hanno bisogno della sua attenzione, fisicamente deteriorate e allarmantemente spazi di violenza.

Come piace sempre piu’ precisare ai Romani, il Terzo Mondo puo’ essere trovato proprio sotto i piedi del Sindaco, nelle sporche strade di Roma piene di buchi, fra i giovani senegalesi che vendono borse firmate e false, fra i cuochi egiziani la cui abilita’ con la pasta e la pizza sostiene un numero sempre maggiore di ristoranti romani.

La maggior parte dei stranieri sono stati assorbiti relativamente rapidamente in Roma, ma un numero sempre più significativo sta fallendo di completare quel processo. Per aiutare quelli, servirebbe a Roma un Sindaco con la vocazione e l’umilta’ di fare quanto non fa notizia ma e’ comunque essenziale: pavimentazione, sorveglianza, pulizie, riparazioni [...]

Israele e Palestina – L’Ottusita’ di Fondo

Triste ascoltare il 28 Giugno scorso alcune parti di Viva Voce, programma condotto da Giancarlo Loquenzi su Radio 24 tutte le mattine feriali dalle 9h alle 10h (“Medio Oriente: una pace impossibile?”).

Se ne scaricate la registrazione, da 29m15sec in poi si puo’ ascoltare Fiamma Nirenstein, corrispondente da Israele per La Stampa, difendere appassionatamente…la sua assenza di passione.

La Nirenstein dice di essere Ebrea, ma cio’ non avrebbe “inficiato” i suoi giudizi. Anzi, prosegue “Ho insight senza pregiudizio

Meno male che ce lo dice in maniera cosi’ chiara…

Ma bando al sarcasmo: quello che dice la Nirenstein e’ l’ennesima manifestazione di un problema annoso quanto comune, e che non ha portato, non porta e non portera’ mai da nessuna parte.

Infatti la Nostra dedica ogni suo intervento in trasmissione a “dimostrare” che Israele fa bene, qualunque cosa faccia (anche nell’idiotica idea degli omicidi mirati, nonostante questa politica sia fra le cause della nascita del terrorismo palestinese di questo secolo). E naturalmente ogni crisi, ogni incidente e ogni dramma e’ sempre colpa dei Palestinesi.

Il punto non e’ negare l’innegabile: la Nirenstein fa un lungo e preciso elenco degli errori da parte palestinese. E’ un elenco da condividere in pieno (manca solo il lato strategico-militare: che senso ha per un topolino attaccare frontalmente un orso? Perche’ costringere Israele a reagire se non si hanno i mezzi per una pur minima difesa militare? argomento che avra’ il suo blog)

Il punto e’ che concentrarsi sugli “errori” di una sola delle due parti, nel conflitto mediorientale, significa cercare di mascherare una ottusita’ senza fine

Infatti, perche’ non dovrebbe un commentatore palestinese usare gli stessi metodi retorici? In cosa avrebbe torto, se si occupasse solo di ripetere la litania di tutto cio’ che c’e’ di sbagliato e innegabile nel modo in cui Israele gestisce i Territori Occupati?

(per un limitato elenco, si legga “What Does Olmert Want?”, dell’ebreo israeliano Amos Elon, sulla New York Review of Books, Volume 53, Number 11 · June 22, 2006)

E’ questa ottusita’, questo voler santificare un contendente e demonizzare e/o dipingere come stupido l’avversario, che appiattisce il dibattito. E non fa niente per risolvere il conflitto Israelo-Palestinese. Anzi!

Altrimenti, i due nemici avranno sempre ragione, e procederanno d’odio e d’accordo nel piu’ classico caso di Tirem innanz’ di due nazioni

La Repubblica: pesci all’amo del signor Berlusconi?

Non mi riferisco certo ad improbabili, possibili iniziative di controllo nazionale, una specie di super-Calciopoli con “calcio” sostituito da “mass media” e “Moggi” da “Berlusconi”

La trappola preparata dal signor Berlusconi e’ molto piu’ sofisticata (ed onesta: ma cio’ non significa che sia necessario cascarci dentro)

Prendiamo a spunto quanto scritto da Alexander Stille sul NYRB del 25 Maggio
http://www.nybooks.com/articles/18998

[His] wild comments were much lampooned in the foreign press as further signs of Berlusconi's buffoonery. But the press misunderstood Berlusconi's strategy.
In Berlusconi's world of celebrity politics there is no such thing as bad publicity—just getting attention enlarges one's audience and raises ratings. And Berlusconi's constant appearances in January and February helped him slash his center-left opponent's lead from 8 percent to about 3 percent. If you were to look back over the front pages of the major opposition newspaper, La Repubblica, the word that appeared most often in its banner headlines between January and April was overwhelmingly "BERLUSCONI."

Per fare un paragone calcistico: La Repubblica pensa ancora che per vincere bisogna fare goal. Berlusconi ha capito che al momento basta toccare la palla. Anzi, ogni prima, seconda, terza, quintultima pagina “Berlusconi” e’ un punto in piu’ in classifica per Forza Italia (anche  “Berlusconi non riesce a segnare a porta vuota contro una squadra di Suore Ottuagenarie”)

Da La Repubblica potranno rispondere che i lettori stessi “vogliono” sentire l’ultima combinata dalla “macchietta”. Sicuramente e’ vero

In effetti, La Repubblica, a parole contraria alla rielezione dell’ex PdC, non riesce ad esimersi dal pubblicare qualcosa che fa notizia. E un cane che morde Berlusconi non fa notizia: mentre Berlusconi e’ pronto a mordere un cane (o paragonarsi a Gesu, o chissa’ cos’altro) pur di apparire su giornali e TV.

E quindi “mordendo il cane”, creando la notizia cattura la prima pagina de La Repubblica, e di un mucchio di altri mezzi di comunicazione di massa. Figuriamoci cosa succede su quei giornali e telegiornali che non hanno appoggiato l’opposizione dal 2001 al 2006: di certo l’Ex PdC non ha bisogno di “sporcarsi le mani” a fare pressione su questo o quell’altro perche’ parlino di lui.

Da La Repubblica potranno rispondere che il giornalista deve svolgere la sua professione, e riportare le notizie. Sicuramente e’ vero

Le notizie “vere” pero’, appunto da professionisti, diversi dagli imbelli pronti a scodinzolare dal Moggi di turno.

Perche’ non cercare di essere un po’ piu’ intelligenti di un pesce che non puo’ esimersi dall’abboccare all’amo?  Quanto e’ difficile distinguere le situazioni ad effetto dagli imbarazzi seri? Da un lato, le false cimici elettroniche denunciate anni fa in conferenza stampa (tutto finto, a quanto pare); dall’altro l’imbarazzante insistenza a farsi fotografare con una bella operaia russa, di fronte all’esterrefatto Putin.

Nel primo caso, bisognerebbe tacere in Prima, e riportare, nella pagina degli spettacoli, la notizia che a certe manipolazioni non ci si presta piu’

Nel secondo caso la prima pagina dovrebbe essere occupata non dal nome del “tapino”, ma da un’intervista all’Ambasciatore russo in Italia, con vaghi accenni all’ultima fesseria di un tale in visita in quel di Mosca

Dopo l’estetica della politica (leggi: i rituali fascisti di massa), l’Italia ha inventato 12 anni fa lo spettacolo della politica. E se lo spettacolo e’ a livello di Freak Show (vedi il trash che impazza in TV), in politica comandera’ il Freak, l’Anormale, lo Svitato. Quello che va al Parlamento Europeo da Presidente delll’Unione per insultare i presenti; promette stupidaggini alla fine di un dibattito televisivo; decide coscientemente di non essere normale neanche nel lasciare il Palazzo, e parlera’ per mesi di brogli elettorali come un malato paranoico. Cosi’ Anormale e Svitato che finanche gli amici piu’ amici (eg Biondi) ammettono che Berlusconi ha uno stile tutto suo particolare, che evidentemente gli permette di dare del coglione mentre guai ne colga a chi pensa di dirgliene quattro.

Per difendersi dall’estetica della politica, l’Italia ha dovuto guardare collettivamente in faccia la bruttura della guerra. Come liberarsi allora dalla tirannia dello spettacolo? Guardandolo per quello che e’, uno strumento politico invece che stupidita’ o intrattenimento

Ps Questi discorsi si applicano naturalmente anche all’attuale maggioranza, i cui componenti dimostreranno un certo IQ a due o piu’ cifre se eviteranno per cinque anni di reagire alle dichiarazioni dell’Ex. Chissa’ se possiamo sperare in tanto!