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Perche’ ho votato come ho votato

Con le Politiche 2006 ho "scoperto" di avere un'opinione abbastanza eterodossa. Un evento positivo, visto che, essendo io una persona comune, quelli che non si identificano anima e corpo in un unico schieramento devono enumerarsi in tanti.

Altra conseguenza e' che devo ipso facto votare "turandomi il naso": con questa coalizione un po' di piu', con quell'altra un po' meno.

Nessun premio a chi indovina le mie preferenze. Mi basti dire che l'alleanza del signor B, di cui gia' dubitavo nel 2001 (quando non potei votare dall'Inghilterra) e' stata un fallimento completo. Lasciamo perdere le innumerevoli gaffe del Presidente del Consiglio che causano ben piu' che imbarazzo a chi lavora all'estero. Con una maggioranza schiacciante e ligia al dovere, la Casa della Liberta' non ha fatto nessuna riforma seria in campo libertario, liberista o liberale. Lo sforzo quasi unico sono state leggi ad personam firmate in fretta e furia, e gli impiastri delle leggi sulla fecondazione non piu' assistita, e sulla non-risoluzione del conflitto di interessi.

Nella solita "giungla di numeri" dell'economia, e' certo che il grande esperto di economia Tremonti, troppo uso al finanziamento tramite condoni, non sa dove prendere i soldi per migliorare i conti. Se
l'avesse saputo, li avrebbe gia' presi, invece di arrivare alle elezioni in queste condizioni.

D'altronde e' difficile immaginare il dirigista, statalista Ulivo popolato da "Migliori", attuare le riforme che tutti sanno necessarie. Ma fra i due disastri, quello sicuro di altri cinque anni di Berlusconi, e quello solo possibile di qualche governo di centro-sinistra, grazie, io scelgo la speranza e quest'ultimo.

Liberisti, liberali e libertari italiani che si sono fatti abbindolare da Sua Emittenza nel 2001, gioveranno sicuramente da una sconfitta. Fosse che fosse una Destra seria, internazionalista, liberale, liberista, libertaria, antifascista e antirazzista riuscira' a nascere da qui al 2011 ("Ercolino sogna!", come dicono a Reggio Calabria)

Tony Blair, o Il Crepuscolo degli Idoli

Era l’inizio d’aprile del 1997, quando l'avvento al potere del temuto avversario politico, il Laburista Anthony Charles Lynton "Tony" Blair, fu celebrato dal quotidiano inglese filo-conservatore The Daily Telegraph con una vignetta del premiato cartoonist Matt, con un bambino che chiedeva al suo esterrefatto genitore: Papa’, ma perche' Tony Blair permette che capitino i terremoti?

Insomma, anche se con una patina di satira, otto anni fa non si parlava di un semplice capo di governo, e neanche di un leader carismatico, ma addirittura di una figura divina, dai poteri sovrumani, pronto a mettere a posto un Regno Unito che si sentiva sfruttato e spolpato da due decenni di guida conservatrice, prima con la Dama di Ferro Margaret Thatcher, e poi con John Major e la sua banda di ministri e sottosegretari scoperti in intimita' con prostitute, o con le mani su delle mazzette appena ricevute.

Cio’ che rimane oggi e’ invece una figura un po’ rugosa, con il sorriso sempre piu’ tirato, ancora di casa nella mitica residenza ufficiale di 10 Downing Street (anzi, all'11, piu’ grande per la famiglia numerosa), e con una telegenia e una gran capacita’ di chiacchierare ad effetto che non aiutano piu’. Tony Blair e’ diventato un uomo sostanzialmente isolato, appoggiato magari da tanti in privato ma da pochissimi in pubblico, un personaggio che anzi suscita un odio decisamente alla moda specie nei giornaletti pseudoseri come il Sun e il Daily Express, un Ba-bau per chi sta a destra come per chi sta a sinistra.

E' ormai cosi' strano che qualcuno anche del suo partito lo difenda apertamente, che non fa piu' notizia sapere che questa o quella politica di Blair non ha portato i frutti sperati, o che alcuni ministri hanno fatto la voce forte senza essere toppo ossequiosi nei confronti di chi guida i Laburisti da piu’ di dieci anni .L'unica notizia che davvero interessa e’ che Blair ha preannunciato di lasciare l’incarico prima delle prossime elezioni (2009 o 2010), ma non ha ancora precisato esattamente quando, lasciando il collega/compagno/rivale Gordon Brown a cuocere ancora un po’ nella carica di Cancelliere dello Scacchiere, il Superministro britannico per l’Economia e il Tesoro.

Nel frattempo c'e' chi aspetta di poter ballare sulla tomba di quell'altro Primo Ministro, una famosa figura storica ancora vivente e sempre piu’ dipinta a tratti satanici, Margaret Thatcher. E davvero c'e' un collegamento fra i due.

Dopo 8 anni e mezzo e tre elezioni vinte, l'ex-mitico Tony ha infatti il suo catalogo di promesse e di relativi fallimenti, specie in quelli che dovevano essere i capisaldi della sua politica, i servizi pubblici e l'educazione, dove situazioni paradossali sono create continuamente dal suo approccio tutto “immagine e poca sostanza” sempre all’inseguimento della prima pagina dei giornali, e dalle contraddizioni di chi unisce una mentalita’ dirigista ad una apparente incapacita’ di anticipare, capire e trattare i dettagli delle iniziative annunciate a raffica in maniera magniloquente.

Per esempio, le scuole pubbliche di ogni ordine e grado sono adesso classificate a livello nazionale in termini di successo ai vari esami da parte dei loro studenti; una specie di Serie A dell’Educazione, con i vincitori premiati ufficialmente e gli ultimi della fila castigati, fino alla massima ignominia di vedere un Preside sostituito perche’ considerato incapace. Un’idea forse buona, se non fosse che le stesse Scuole sono poi forzate, sulla base ad un’altra iniziativa, ad accogliere il maggior numero di disabili possibili. Cosa dovrebbe fare allora, quel Preside? Preoccuparsi di avvicinare la propria Scuola alla testa della classifica, o fare in modo che tutti gli studenti, inclusi quelli disabili, siano seguiti e aiutati nel miglior modo possibile? Purtroppo non c’e’ coordinamento alcuno fra le varie politiche, e le indicazioni ministeriali sono contrastanti se non mutevoli con la stagione.

Gli stessi problemi gravano sulla Sanita’. Altro esempio: un giorno ormai lontano, per chissa’ quale motivo, Blair e il suo Governo hanno deciso che i Medici di Famiglia debbano sempre dare appuntamento entro poche ore, sotto pena di multa severa, invece che allocare il loro tempo da qui a qualche giorno a seconda della gravita’ della richiesta. Il risultato e’ che non si fa piu’ differenza fra il giovanotto con l’orecchio arrossato e l’anziano o il bambino con la febbre alta, e tutti devono aspettare ore nell’anticamera dell’Ambulatorio.

Ogni nuovo intervento del Primo Ministro sembra portare nuove classifiche, nuovi obblighi e nuove richieste, prive di alcun collegamento fra di loro. La risposta del servizio pubblico britannico e’ ed e’ stata ovvia, una rincorsa a come fare il minimo possibile per non incappare nelle ire ministeriali, senza nessuna considerazione per gli utenti del servizio stesso. Il Preside di cui sopra cerchera’ di far eccellere quanti piu’ studenti puo’, e non si preoccupera’ se i disabili nella sua scuola non impareranno il minimo indispensabile. Il Medico di Famiglia si rifiutera’ di vedere subito i malati piu’ gravi e/o piu’ a rischio, ma apparira’ di successo nella lista del tempo medio di attesa nel suo Ambulatorio. E cosi’ via.

D’altronde, come c’e’ da aspettarsi, cominciano ad affiorare sempre piu' storie legate al cliche' della corruzione generata dal potere. Non c'e' anno che passa senza un ministro che debba dimettersi nella vergogna (anche due volte). Lo stesso Blair, invece di impedire terremoti, e’ stato rilevato in pubblico coltivare legami, quelli si' un po’ sulfurei, con le multinazionali del tabacco e soprattutto con i mercanti d'armi, dopo aver detto di voler essere piu' immacolato di un lenzuolo bianco.

Infine c’e’ il grosso scheletro nell’armadio chiamato Iraq, con il Regno Unito partner minore in un’alleanza con gli USA osteggiata da quasi tutto l’elettorato, senza nessuna prova che il Presidente Bush abbia mai davvero dato ascolto al suo “amicone” Tony, incastrato in una guerra che non sembra finire mai.

Insomma da criticare ce ne sarebbe un po’ tanto…ma potrebbe quanto sopra giustificare l'odio attuale ? La verita' e' che la societa' inglese e' ammalata di Iconoclastofilia…il piacere di crearsi delle icone, dei miti, accoppiato poi al piacere di distruggerli. E’ questa probabilmente una reazione riflessa al fatto che nell'antica terra dei Britanni, non c'e' mai stata una rivoluzione popolare di successo. “Comandare” significa da secoli farsi accettare dall'Establishment, e nessuna persona di umili origini e' mai salita all'antico trono inglese, o al potente Premierato moderno, a meno che non si sia fatta accettare da chi comandava gia’. I servi dell’Essex arrivarono a invadere la Torre di Londra nel 1381, ma appena tornarono a casa il giovanissimo Riccardo II spergiuro’ su tutte le sue recenti promesse e mando’ a morte i capi rivoltosi.

Nel momento piu' significativo della storia del Regno, dopo l’esecuzione di Re Carlo I arrivo’ il dominio dell’aristocratico Oliver Cromwell, non di un capopopolo e neanche di un homo novus. Piu’ recentemente, la colpa si potrebbe dire che sia stata di…Bonaparte e del suo fallito tentativo di attraversare la Manica. Niente Napoleone, e allora niente Rivoluzione Francese, niente messa da parte dell’Ancien Regime e ufficialmente cittadini che non sono "cittadini", ma "soggetti alla Corona", cioe' sudditi, cui e’ richiesto di seguire prontamente e alla lettera le indicazioni del Governo.

Tuttora, non puo’ esserci radicalismo al governo; i sindacati hanno preferito il meno rivoluzionario partito dei Lavoratori, i Laburisti, appunto, piuttosto che affidarsi al Partito Comunista. Le figure troppo controverse vengono messe alla porta in un modo o nell'altro, e non e' un caso che il Re che prima entro’ nei saloni alla moda e piu' tardi quasi simpatizzo' per Hitler, fu quell'Edoardo VIII costretto ad abdicare dopo neanche 11 mesi di regno.

A controbilanciare tutta questa reverenza e sottomissione, c’e’ pero’ un un diffuso piacere nel vedere gli eroi di ieri come i cattivi o i falliti di oggi, e nel scegliere periodicamente un personaggio come “idolo del momento”, da conservare per poter sfogare il proprio disprezzo piu' in la' (e piangerne la dipartita nei casi piu’ tragici)..

Pensiamo, ovviamentemente, a Diana, destinata non ad essere la Regina di un nuovo Re Carlo ma a diventare rapidamente un simbolo della vita ricca, glamourous ed in stile, per poi essere trasformata in pochi anni in un oggetto di attacchi continui su giornaletti e rotocalchi, sempre affamati di foto “compromettenti” incluso gemme del tipo "Diana esce dalla palestra" e "Diana mette gli sci", tutti pronti a descriverla come una fredda arrivista, manipolatrice e libertina (proprio quelli che poi fecero a gara a chi piangeva di piu' dopo l'incidente di Parigi).

Pensiamo finanche al famoso calciatore David Beckham, probabilmente l'ex-idolo-eroe-diventato-cattivo meno pericoloso al mondo. Osannato quando giovanissimo mostrava il suo talento al Manchester United, idolatrato in tutti i sensi del termine quando comincio' ad indossare un sarong a mo' di gonna maschile per uscire con Posh Spice, diva pop delle Spice Girls, ed adesso l'oggetto di vario scherno e disprezzo nonostante il fatto che senza un paio dei suoi goal l'Inghilterra non sarebbe recentemente andata alle finali mondiali, europee e probabilmente neanche a quelle dell'oratorio. Mister Beckham, adesso in forza al Real Madrid, passa la sua vita extracalcistica a lottare periodicamente contro chi cerca di pubblicare particolari della vita di famiglia, o accuse di infedelta' alla moglie, o chissa' quanti altri pettegolezzi (senza neppure badare a che i due figli piccoli possano vivere un giorno senza un flash di un fotografo in faccia).

Insomma, la parabola dell'eroe britannico, quella di Beckham, di Diana, ma anche della Thatcher e anche di Blair, e' sempre la solita: Novita', Entusiasmo, Celebrita', Idolatria, Dubbi, Rivelazioni, Critiche, Ossessione, Odio (e poi Rimpianto, dopo la morte). Una comparazione con il Bel Paese puo' aiutare a capire quanto possa essere peculiare l'atteggiamento britannico verso i personaggi pubblici.

L'Isola dei Famosi, famigerato programma Rai in cui alcuni tizi di varia notorieta' vengono abbandonati (ahime’, solo per finta) su un'isola tropicale, riesce a far parlare di se' con i pettegolezzi su chi litiga con chi, su chi ha problemi di adattamento alla vita fuori dalla citta', e finanche su chi divorziera' chi in diretta televisiva. Si tratta di un "divertimento" ancora piu' leggero considerando che nel corrispettivo inglese "I am a Celebrity Get Me out of Here" (Sono Famoso Portami Via Da Qui) i concorrenti devono invece mangiare cotti e crudi insetti e artropodi di varie specie, per poi rotolarsi nel fango e peggio, e in generale facendo a gara per essere ripresi in varie pose a dir poco umilianti davanti alla telecamera. I reportage del giorno dopo sui giornali parlano chiaro, un’altra gara a descrivere le situazioni piu’ indegne in maniera piu’ dettagliata (e compiaciuta).

Se quindi in Italia la persona famosa e' materia di pettegolezzo, in Gran Bretagna diventa la vittima di un odio fisico e veramente poco latente, specie se poi viene scoperta essere persona dal successo durevole. E chi detestare quindi di piu' se non chi e' diventato famoso, c'e' rimasto ed addirittura ha vinto tre elezioni di fila, Tony Blair come Margaret Thatcher? Altro che fermare i fenomeni naturali! Il Primo Ministro che non poteva sbagliare nel 1997, non puo’ dirne una giusta nel 2005, e un archeologo del XXV secolo che trovasse l’archivio dei mass media inglesi di oggi si potrebbe chiedere perche’ fosse al potere un tipo descritto come losco, circondato da amici servili o corrotti, disconnesso dal suo elettorato, barboncino servo degli USA e senza nessuna morale.

Speriamo che l’Archeologo capisca che si tratta di una grossolana esagerazione, anche perche’ l’Idolo al Crepuscolo continua a dire che cerca di lasciare un segno nella Storia. Ormai puo’ sperare in un miracolo, che faccia innamorare di nuovo la popolazione britannica e il suo Primo Ministro, o forse piu’ probabilmente in prestigioso incarico internazionale, magari come Presidente della Commissione Europea a Bruxelles: tutto sommato, un posto che gli si potrebbe confare, vista l’importanza della capacita’ di ammaliare il pubblico e gli interlocutori, e le relativamente minime conseguenze pratiche delle decisioni del Presidente.

07/07: Bersaglio Pendolare

Londra, 7 Luglio 2005 – Arrivo alla stazione di Cannon Street alle 9:14. Sono in ritardo. Vuol dire che oggi lavorero’ fino a tardi. Scendo le solite scale ma qualcuno sta chiudendo gli ingressi alle mie spalle. Una signora parla concitata a un addetto, non sento niente dietro le mie cuffiette e la mia musica ad alto volume. L’ennesima chiusura del metro’, dico io. Procedo per l’ufficio nel solito traffico e con le solite persone. Guarda Internet, mi dice un collega, sembra che due treni si siano scontrati a causa di un problema elettrico. Peccato, penso, un’altra volta il solito incidente ferroviario ai pendolari a Londra; e’ passato qualche mese dall’ultimo e stanno diventando davvero regolari. Il nervosismo intorno a me aumenta, mentre si formano capannelli intorno agli schermi dei pochi autorizzati a ricevere la televisione (BBC, Sky News) sul PC. Primo accenno a possibili bombe.

Il sindacato degli autisti comunica che tre autobus sono stati fatti esplodere. Sky News dice a mezza bocca che almeno tre treni sono coinvolti in incidenti nella metropolitana. Mi dichiaro pubblicamente scettico (riguardo gli autobus, non il metro’) visto che immagini non ce ne sono ancora (e tre autobus sono tanti). Si lavora come al solito, ma ci si distrae facilmente. Le immagini sono statiche, uno si chiede dove sono le folle di passeggeri che dovrebbero a quest’ora uscire dalle stazioni. In sovraimpressione le solite frasi senza informazione. Provo il sito de La Repubblica per vedere se si puo’ sapere di piu’. Come al solito sono molto piu’ espliciti, "spericolati della notizia"che parlano di terrorismo subito, e di decine di morti, senza il timore della smentita che rende reticente la BBC, il cui sito quasi fa finta di niente.

Lo scetticismo aumenta quando circola voce di terrorista ucciso dalla Polizia prima di far saltare una bomba. Qualcuno ha visto troppi film di James Bond. E’ il momento di chiamare figlio (a posto nel Kent con la Tata) e moglie (malauguratamente in viaggio per Londra proprio in quel momento; ma ancora fuori dalla citta’). Chissa’, uno si immagina che teatrino ci sara’ alla TV italiana, con gli inviati speciali concitati, allarmati e impauriti dai confortevoli studi di Roma e Milano: strappo alla regola quindi, telefonata internazionale dalla scrivania, anche perche’ il telefonino rifiuta di collaborare. Genitori e suoceri molto agitati, come c’e’ da aspettarsi. Ripetizione all’infinito del fatto che stiamo bene e che il mio itinerario del giorno non prevede "gite" in metropolitana. Torno a un lavoro dal ritmo solito, che prosegue con innumerevoli interruzioni. Cominciano le battute di spirito fra i colleghi.

La Repubblica e’ sempre una o due ore avanti alla BBC nel fornire notizie, e cosi’ traduco all’impronta per i coabitanti d’ufficio, ansiosi di sapere quello che i canali ufficiali si ostinano a non voler riferire. In compenso la Polizia locale compare in TV solo per dare informazioni sibilline che mi rendono nervoso e di cui farei volentieri a meno. Parla Tony Blair ma non lo ascolto (cosa potra’ mai dire se non le solite frasi del caso?). Si sceglie l’opzione del pranzo in mensa, nessun senso uscire. Appare foto di bus sventrato (uno, non tre), che pero’ non mostra la solita devastazione come in Israele. Forse c’era poco esplosivo, forse e’ stato merito della particolare carrozzeria dei famosi bus a due piani, che si apre verso l’alto in caso di bomba diminuendo l’effetto del mortale aumento della pressione dentro al veicolo. Riunione annunciata per le due, continua l’umorismo (forse un po’ pesante per chi non era li’, quel giorno). Di fronte a impiegati abbastanza vistosamente ansiosi, viene ordinato di andarsene a chi puo’ lavorare da casa. E cosi’ finalmente esco alle 3 del pomeriggio, visto che posso collegarmi con l’ufficio via Internet.

Le strade sono vuote come al sabato, ma continuo a non vedere niente di allarmante. Attraverso la grande, tranquilla folla alla stazione, e curiosamente mi sento molto meno stressato che dopo l’incidente ferroviario in cui fui coinvolto cinque anni fa.

Londra, 11 luglio: Rientro al lavoro dopo il fine settimana. L’unica indicazione che sia successo qualcosa, nelle zone che attraverso, e’ data dalla diminuzione del numero di automobili. I treni sono pieni come al solito. E’ una bella reazione del Londoner medio, cocciuto e tranquillo nel restare attaccato alla solita routine mettendo in scacco chi vuole manipolare le nostre paure e spaventare le nostre vite. E soprattutto, discriminazione zero; anche perche’ il collega islamico di treno e’ il nemico principale dei terroristi. E infatti questi ultimi uccidono nel mondo prima di tutto persone di fede musulmana.

Pisa, 21 luglio: Sono in Italia quando arriva notizia di nuovi tentativi di piantare bombe, sempre al giovedi’; tutti falliti. Nel clamore e nel rumore dei reportage nel Bel Paese, uno e’ ovviamente scettico che ci sia questa grande cospirazione contro la citta’ di Londra. E infatti la tragedia ripetuta nella storia, come diceva qualcuno prima di me, diventa farsa, una ridicolaggine triste con nessuna bomba neanche lontanamente in grado di esplodere e le facce dei "terroristi" su tutti i giornali. Speriamo solo non buttino troppe risorse nell’inseguire gli imbecilli di cui si conosce il volto, invece degli organizzatori del 7 luglio, di cui non si sa quasi niente.

Pisa, 22 luglio: Andiamo male. Prima si e’ saputo che un terrorista e’ stato ucciso mentre stava per far esplodere una bomba (torniamo a James Bond. . . ). Poi si e’ saputo che era un terrorista, ma non aveva la bomba. Poi che non era un terrorista, ma un arabo. Poi che non era un arabo, ma un brasiliano che correva troppo e non si e’ fermato quando richiesto, ed aveva una giacca pesante in un giorno molto caldo. E non aveva il permesso di soggiorno. Insomma, come in Fahrenheit 451, laddove Ray Bradbury descrive un malcapitato innocente ucciso in diretta TV da una Polizia che aveva perso le tracce del "criminale".

Londra, 6 settembre: Ormai e’ cosa nota, il brasiliano morto il 22 luglio era perfettamente a posto (e probabilmente un immigrato regolarissimo). Aspetteremo un’inchiesta per sapere chi ha ucciso una persona comunemente innocente (e probabilmente il morto non ha fatto niente di particolare, e men che meno ha corso). Il terrore ora regna sovrano, il terrore delle forze dell’ordine pero’: e’ ormai confermato, ci sono tremila agenti con l’ordine di sparare a vista (e alla testa) a chiunque essi pensino che stia portando una bomba. Il colore della mia pelle e dei mie capelli di sicuro non mi fara’ entrare automaticamente fra gli insospettabili. Vorra’ dire che non correro’ e non terro’ la musica troppo ad alto volume nelle cuffiette. In compenso, come ahime’ previsto, si fa un gran parlare di chi ha fallito il 21 luglio, e nessun progresso su chi ha avuto successo il 7.

Nel frattempo ho avuto occasione di "scontrarmi" telefonando a Radio24, in Italia. Prima con un professore che fantasticava di terroristi organizzati in maniera sofisticata (ma avra’ sentito parlare di orologi da polso?), il quale si e’ inviperito quando ho suggerito che l’attacco del 7 luglio era stato un fallimento, con un minimo di vittime ma nessun effetto pratico sulla vita quotidiana. Poi ho fatto esperienza dell’incredulita’ del conduttore ed ospiti di una popolare trasmissione delle 9 del mattino, i quali non potevano credere che la vera paura e’ nel convivere con una Polizia onnipresente e dal grilletto facile, e pronta a sparare senza fare domande, neanche fossimo a Dodge City.

Ma poco importa, visto che alla fine il prestigioso Economist fra l’altro ha riportato due argomenti molto semplici e praticamente ovvi: a) l’attacco del 7 luglio e’ stato un fallimento, comparato a Madrid e ancor piu’ a New York; e b) il vero pericolo del terrorismo e’ la reazione populista e inconsulta di Governo e Polizia, molto piu’ perniciosi di qualunque malintenzionato (a meno che costui non possieda un’atomica). Forse forse si ascolta Radio24, all’Economist?

Intanto, i pendolari di Londra, di New York, di Madrid, di Parigi, di Milano, Roma e diecimila altre citta’, continuano a viaggiare. Consapevoli di non avere alternative disponibili, milioni di bersagli mobili incolpati dalla loro normalita’, vittime designate di imperizia, incuria e terrorismo.

New Orleans: un disastro annunciato da molto piu’ di una settimana

(Lettera a Vittorio Zucconi/Repubblica: letterealdirettore@aol.com)

Caro Direttore

C'e' da meravigliarsi molto della assoluta impreparazione specie da parte del Sindaco e del Governatore, proprio perche' la situazione di New Orleans era nota da molti anni (due riferimenti in calce a questo messaggio)

Da questo punto di vista il parallelo con lo tsunami di Natale 2004 e' molto chiaro: la gran parte dei danni sono da imputare al comportamento irresponsabile di chi abita e invita ad abitare luoghi mal protetti dalle forze idrogeologiche; e non c'e' niente di piu' pericoloso dell'incompetenza e dell'ignavia di chi si affanna tanto per comandare, ma solo allo scopo di acchiappare una Poltrona

Tirem innanz, aspettando le grida di dolore della prossima catastrofe tutta umana "waiting to happen" (come ce ne sono tante nell'Italietta del Ponte sullo Stretto)

(WASHINGTON POST SEP 15 2004)
http://davidappell.com/archives/00000328.htm

"Ivan and New Orleans"
Most scientists, engineers and emergency managers agree that if Ivan does spare southern Louisiana this time, The One is destined to arrive someday. The director of the U.S. Geological Survey has warned that New Orleans is on a path to extinction. Gregory W. Stone, director of the Coastal Studies Institute at Louisiana State University, frets that near misses such as Hurricane Georges — a Category 2 storm that swerved away from New Orleans a day before landfall in 1998 — only give residents a false sense of security. The Red Cross has rated a hurricane inundating New Orleans as America's deadliest potential natural disaster — worse than a California earthquake. "I don't mean to be an alarmist, but the doomsday scenario is going to happen eventually," Stone said. "I'll stake my professional reputation on it."

(SCIENTIFIC AMERICAN OCT 2001)
http://tinyurl.com/awy3c
Drowning New Orleans; October 2001; by Mark Fischetti; 10 page(s)
THE BOXES are stacked eight feet high and line the walls of the large, windowless room. Inside them are new body bags, 10,000 in all. If a big, slow-moving hurricane crossed the Gulf of Mexico on the right track, it would drive a sea surge that would drown New Orleans under 20 feet of water. "As the water recedes," says Walter Maestri, a local emergency management director, "we expect to find a lot of dead bodies."
New Orleans is a disaster waiting to happen. The city lies below sea level, in a bowl bordered by levees that fend off Lake Pontchartrain to the north and the Mississippi River to the south and west. And because of a damning confluence of factors, the city is sinking further, putting it at increasing flood risk after even minor storms. The low-lying Mississippi Delta, which buffers the city from the gulf, is also rapidly disappearing. A year from now another 25 to 30 square miles of delta marsh-an area the size of Manhattan-will have vanished. An acre disappears every 24 minutes. Each loss gives a storm surge a clearer path to wash over the delta and pour into the bowl, trapping one million people inside and another million in surrounding communities. Extensive evacuation would be impossible because the surging water would cut off the few escape routes. Scientists at Louisiana State University (L.S.U.), who have modeled hundreds of possible storm tracks on advanced computers, predict that more than 100,000 people could die. The body bags wouldnÆt go very far.

Una Questione Settentrionale per il governo della Regina?

Dopo quasi dieci anni di incontro ravvicinato con la nazione e cultura inglese non posso negare di essergliene debitore (e non solo a causa del mutuo sulla casa).

E in questi giorni di Questioni Meridionali a cui si cerca di dare risposta con spiagge che forse si vendono e forse non si vendono e con Casse per il Mezzogiorno che compaiono e scompaiono a giorni alterni, un aspetto curioso di Londra e dintorni mi ha dato modo di riflettere sul perche’ di una certa condizione, in Calabria, in Italia, in Europa e nel mondo.

Il fatto e’ che in Inghilterra poverta’ e sottosviluppo esistono, anche peggiori che nel Bel Paese, ma sono soprattutto al Nord.

La situazione potrebbe essere usata per un curioso “chi ci ricorda?”. Con il costo di mezza villetta bifamiliare a Londra e’ possibile acquistare due o piu’ strade (finanche una sessantina di case) in quel di Leeds o Newcastle. Il loro tasso di disoccupazione e’ cronicamente doppio rispetto alla media della Nazione (cioe’ quadruplo rispetto alla ricca zona meridionale).

In compenso gli stipendi, specie degli impiegati statali, permettono una vita considerevolmente piu’ tranquilla che nella costosa Capitale economica (e politica). Tirando le somme, l’area sopra la foresta di Nottingham ha una dubbia e ingiusta fama di arretratezza e mancanza di prospettive, ed era e rimane zona di forte emigrazione, nonostante gli impegni del Governo con vari, costosi progetti per “rigenerarla”.

Guarda caso, e’ un territorio pieno di spettacolari opere pubbliche. La specularita’ con la condizione italiana e’ troppo perfetta per essere solo dovuta al caso. In effetti, se allarghiamo lo sguardo all’Unione Europea possiamo notare che le aree povere si chiamano anche Portogallo, Grecia, ma anche il Nord-Ovest tedesco e il Sud Ovest francese, ed adesso le aree piu’ orientali di Polonia e Slovacchia.

A livello continentale (Russia esclusa) non c’e’ probabilmente regione in stato peggiore che la Moldavia, seguita a ruota dalla Bielorussia e dall’oriente Ucraino. Cosa unisce tutti questi territori? Non certo il clima, non certo la cultura, non certo i modi o le tradizioni, e neanche la stirpe, con buona pace di certi malpensanti dai discorsi sensati da odore di zolfo e razzismo.

La spiegazione molto piu’ semplice (e molto piu’ vera) e’ da ricercare nella unione della Geografia con l’Economia.

Un articolo sulla prestigiosa Scientific American di alcuni anni fa mostrava un planisfero con il territorio di tutte le nazioni colorato a seconda della “ricchezza” di ciascuna delle loro “provincie”.

Certi fattori geografici risaltavano subito: infatti la “ricchezza” e’ tutta distribuita lungo assi di comunicazione come i grandi fiumi del mondo, e poi concentrata in porti e “nodi di interscambio” che corrispondono a prosperose citta’ come Londra, Parigi, Monaco di Baviera, e naturalmente Milano. Milano, appunto, Mediolanum in mezzo alla pianura e quindi ipso facto il posto economicamente piu’ sviluppato di un Nord Italia che in realta’ e’ anch’esso in mezzo, uno dei passaggi quasi obbligati per gli scambi fra Europa occidentale e orientale, meridionale e settentrionale.

Una conclusione abbastanza ovvia con il senno di poi: le regioni “di mezzo” sono sempre le piu’ ricche per lo stesso motivo per cui fra il compratore e il venditore l’unico che ci guadagna davvero sempre e’ l’intermediario.

Altro che Questione Meridionale…la prima domanda da farsi dovrebbe essere, “che scambi si praticano li’ e perche’?” Poi, naturalmente, ricchezza chiama altra ricchezza: in un circolo che e’ virtuoso ma solo per le aree che ne approfittano.

Quello che vediamo nel mondo oggi e’ quindi il risultato della competizione passata fra diverse aree (non popoli, a causa di secoli di flussi migratori)…l’analogia piu’ calzante e’ probabilmente quella fra colonialisti e colonizzati, dove il “centro” si trova in posizione dominante e si accaparra di tutte le risorse delle “colonie” (umane e materiali) lasciandole sempre piu’ povere mentre diventa sempre piu’ ricco.

Potremmo anche riferirci al Carrasco quando parla degli agglomerati urbani come a dei parassiti dei territori intorno.

Molto vicino a noi, basta guardare al declino delle grandi ex-capitali italiane, Palermo, Napoli, Parma/Piacenza, Ferrara, Genova, Venezia, subito dopo aver perso il loro status di “citta’ centrali” con una loro specifica area di influenza In assenza di cambiamenti nella situazione descritta, diviene allora chiaro che i miliardi di euro stanziati per “sviluppare” certe aree, dal Meridione d’Italia al Portogallo a gran parte dell’Africa, sono semplicemente palliativi che non portano a nessun risultato a medio o lungo termine, perche’ non lo possono portare.

Come puo’ allora uscire fuori dallo status quo chi non e’ in mezzo, chi si trova alla periferia, chi non e’ colonialista ma colonia, chi non vive lungo un’importante asse di comunicazione ma la’ dove i transiti non si fermano?

Cosa possiamo fare noi, spostare la Calabria? Per decenni abbiamo semplicemente spostato i calabresi.

Ma altre possibilita’ ci sono, indicate dalla storia e addirittura da Adam Smith nel suo Ricchezza delle Nazioni nel lontano 1776: la salvezza e’ nell’identificare nel territorio che ci interessa, attivita’, beni, servizi, caratteristiche molto utili e molto difficili da ritrovare altrove, specie nelle zone che ricche gia’ lo sono. Anche geograficamente, la situazione non e’ cosi’ statica come sembra. Pensiamo all’Irlanda, poverissima quando era semplicemente un’isola al largo della Gran Bretagna.

Senza imponenti sconvolgimenti tellurici, nell’ultimo decennio l’Eire si e’ sviluppata al punto di essere definita la “Tigre Celtica”, da quando ha capito di essere in realta’ in mezzo fra Europa/Regno Unito e America. Numerosissime ditte d’oltreoceano sono ora stanziate a Dublino e dintorni per giovarsi della vicinanza geografica, dei buoni collegamenti, della padronanza dell’inglese, dei costi decisamente inferiori a quelli britannici e ultimamente dell’adozione dell’Euro.

Questo esempio non e’ cosi’ lontano come sembra…la Calabria (e la Sicilia) sono al sud di un Continente, ma anche al centro di un mare.

Non e’ un caso che il Meridione fosse cosi’ all’avanguardia ai tempi della Magna Grecia e dell’Impero Romano, quando il Mediterraneo era in mezzo alle terre e non quel confine rigido fra Europa e Africa e Medio Oriente in cui si e’ trasformato da quando Colombo scopri’ l’America.

Una possibilita’ di grande sviluppo per la Calabria si trova nel rimarginare questa ferita, incoraggiando gli scambi fra le zone costiere e soprattutto diventando il tramite fra il ricco centro Europa e quel mondo Arabo e Africano che ha incredibili potenzialita’ ancora non sfruttate (ci sarebbe finanche da promuovere il loro progresso per promuovere il nostro).

Da questo punto di vista strade, porti, aereoporti non sarebbero piu’ cattedrali nel deserto, ma vera infrastruttura capace di far crescere le aree in cui si trovano. A proposito, e’ interessante rilevare che il senso di periferia diminuisce quando i collegamenti a lunga distanza sono molto meno costosi, soprattutto quelli aerei (una strategia che sta rinvigorando l’entroterra di Bordeaux).

C’e’ anche un deciso miglioramento della situazione locale quando viene incoraggiata l’immigrazione della ricchezza, pubblicizzando il clima straordinariamente mite e gentile ma anche fornendo servizi per l’immigrazione non solo degli ex-emigrati (come si sta facendo nella costa meridionale spagnola).

Il Governo nazionale puo’ anche attuare una politica seria di decentramento distribuendo ministeri e agenzie nazionali su tutto il territorio (non e’ forse molto piu’ bilanciata nelle sue ricchezze quella Germania federale da sempre?).

Tutto questo non e’ solo legato a scelte politiche…il futuro dello sviluppo di una Calabria fuori mano puo’ essere legato al lavoro remoto tramite Internet. Quando sara’ comune e facilmente possibile lavorare per una banca di Londra o New York da qualunque parte del mondo, molti sicuramente decideranno di stabilirsi nella perenne primavera calabra (dove, al contrario di Tahiti, non arrivano mai gli uragani) piuttosto che nella brumosa Albione o caotica Manhattan.

Insomma in un’economia decentrata l’essere in periferia non sara’ necessariamente uno svantaggio.

Per finire, c’e’ sempre la possibilita’ che la Calabria diventi un centro essa stessa, una volta che scopra una nuova (o utilizzasse appieno una esistente) sua “specialita’”. Si potrebbe parlare della Corea del Sud, difficilmente eguagliabile in campo tecnologico dopo essere stata poverissima per decenni.

Ma forse esempio migliore e’ la contea di Doncaster, piu’ ricca tra il povero Nord inglese grazie alla sua specializzazione nell’industria del cavallo (allevamenti, corse) in una nazione come l’Inghilterra dove scommettere e’ uno sport nazionale. Certo questo non vuol dire che la Calabria debba darsi all’ippica …ma di sicuro non farebbe male usare certi sovvenzionamenti per costruire meno ponti e sperimentare piu’ iniziative che rendano la Calabria speciale agli occhi di tutti.

Insomma la Questione Meridionale non e’ risolvibile perche’ mal posta. La disperazione economica e’ intrinseca alla domanda. L’unica risposta e’ che il Meridione non sara’ piu’ il Meridione quando, appunto, non sara’ piu’ a sud della ricchezza

“Sei sempre il Meridionale di qualcuno”, diceva un comico di venti anni fa. Forse dovremmo invece dire “Sei sempre alla Periferia di qualcuno…a meno che non riesci a fare di quella Periferia un Centro”