Skeptical About ‘The message From The Streets Of Tehran’

Nazenin Ansati and Jonathan Paris claim that “many in the [Iranian] Green Movement [...] would like to see the international community exert pressure on the regime through a progressive set of smart, vigorous and targeted sanctions and more forceful advocacy of human rights” (“The message from the streets of Tehran“, IHT, Nov 7).

But haven’t “targeted sanctions” against the Iranian regime and a seemingly perennial “advocacy of human rights” been in place for decades? And what would any Iranian internal opposition movement ever gain from associating itself with foreign Powers, given the anti-Western-Governments paranoia widespread among the ruling classes, and the evidence of History suggesting that foreign intervention in Iran has invariably been for the worst?

Half Of The World Meets, European and American Newsmedia Not Interested

Government representatives of more than 3.3 billion people have recently met in Yekaterinburg, Russia, for the first BRIC (Brazil-Russia-India-China) summit (16 June) and the ninth Shanghai Cooperation Organisation (SCO)’s Heads of State summit (15 June).

One for all major Western anglophone news channels, you’d think? Think again.

The only reason I have learned about it is because Iranian President Ahmadinejad attended the SCO summit in the middle of the election crisis. And the only reason why I remembered to mention it is an article in the Sueddeutsche Zeitung, mysteriously available on the web only in Russian.

What is this sorry episode but another example of how the “free world” is victim of its own propaganda, that depicts a subservient, hapless globe whilst in reality there are powerful people seriously discussing how to contain the USA?

Enough With Anti-Iran Propaganda!

In the UK, and in Italy, and I am sure in the USA as well for what I can read on the International Herald Tribune, we are being bombarded by anti-Iran propaganda. There is no attempt at explaining, let alone understanding the complexities of the present situation, and one side is depicted as “good”, the other as “bad”.

Italian daily “Corriere della Sera”‘s home page a couple of days ago was literally drooling at the rumors of a “lake of blood” in front of the Majlis, the Iranian Parliament. Why? Because that would finally seal the concept of a violent, evil regime. Trouble is, there is an unfortunate number of dead but it has nothing to do with what you would expect from a violent crackdown by armed thugs and police firing live round on the crowd.

President Ahmadinejad’s fight against corruption is never mentioned, just as only few will have noticed that the opposition’s eminence grise is Ayatollah Rafsanjani, former President himself and whose sons appears to have “magically” become the richest people in Iran during that tenure.

What is requested by the opposition is never explained either. What has apparatchik Mousavi got to do with people asking to be freed from the long hands of the Moral Police, is left to the reader’s imagination. Supreme Leader Khamenei is belittled for having himself allied with Ahmadinejad and the Veterans of the Revolution.

What do we read instead in Western newspapers, but absurdist analyses showing very little respect for Muslimhood, let alone the Islamic Republic of Iran? (I’ll put a link about that soon…)

In this atmosphere it is clear that too many powerful, and truly evil forces, in Iran, in the USA, in the UK, in the Arab world and in Israel have a heavy interest in keeping Iran as a trouble spot and impeding a geostrategically completely natural alliance with the United States itself.

There isn’t much a person, or even a group of people can do. But denouncing the propaganda is one possibility.

Not All Civilians Are Born Equal

Reuters: “Obama condemns Iran crackdown on protests” Tue Jun 23, 2009 12:45pm EDT

“we deplore violence against innocent civilians anywhere that it takes place,” [Obama] said

BBC: “‘Dozens dead’ in US drone strike” Page last updated at 12:22 GMT, Wednesday, 24 June 2009 13:22 UK

There have been more than 35 US strikes since last August – killing over 340 people – and most have landed in the North and South Waziristan tribal regions

Repressione In Iran? Andiamoci Piano!

Sono passati vari giorni, e ancora non mi e’ ben chiaro cosa potremmo o dovremmo fare riguardo l’Iran.

L’espulsione (o il mancato rinnovo dei visti, che e’ un po’ diverso) dei giornalisti stranieri, ha senso nel quadro paranoico del pensiero di governo in Iran (e come dar loro torto…).

La liberta’ di informazione, con tutto quello che ci sta arrivando, non mi sembra che sia in gioco. Ci sono anche particolari che ci dicono come non si tratti della solita storia di repressione, come i continui richiami di Khamenei alla legalita’ e alla democrazia, e il fatto che dopo tutti questi giorni si sente parlare di polizia che usa i lacrimogeni.

Quando uno allora manifesta in Europa “in appoggio ai manifestanti a Teheran”, puo’ essere sicuro di chi o cosa stia appoggiando? Penso proprio di no (io i proclami osannanti Khomeini da parte degli intellettuali europei me li ricordo ancora…).

Per questo direi che il piu’ grande favore che ci possiamo fare e’ seguire l’Iran in maniera intelligente, senza bruciare alcun ponte e aspettando che si risolvano le loro beghe da soli. L’unico proclama da fare e’ che vengano rispettate le leggi della Repubblica Islamica in materia elettorale. Su quello ci sarebbe molto da chiedere, anzi pretendere.

Per un confronto con altre situazioni, quelle si’ di repressione brutale, pensiamo all’Uzbekistan, alle sue elezioni presidenziali, e al massacro di Andijan del 2005. Tutta roba che non e’ arrivata a Twitter, su Facebook, su YouTube. Peggio per gli Uzbeki?

Giu’ Le Mani Dall’Iran

(commento postato sul blog di Giulia Innocenzi “Liberta’ verde“)

Manifestare per la liberta’ scalda sicuramente i cuori ma…sappiamo cosa stiamo facendo? Cosa conosciamo, anzi cosa comprendiamo dell’Iran quando un giornalista che ci abita da 25 anni afferma che “Tutto quello che sappiamo sull’Iran e’ sbagliato“?

Non dimentichiamo inoltre che tutti gli interventi esterni sull’Iran negli ultimi centocinquanta anni sono stati un disastro per l’Iran stesso, dalla Convenzione Anglo-Russa del 1907, alla occupazione straniera del neutrale Iran durante entrambe le guerre mondiali, all’appoggio all’autocrazia di Mohammad Reza Pahlavi contro il democratico Mossadeq (il cui governo fu rovesciato dagli USA e dal Regno Unito), all’appoggio dell’intellighentsia europea all’Ayatollah Khomeini in esilio, poi rientrato in Iran per combinare quello che ha combinato, e infine alle politiche vessatorie americane degli ultimi venti anni che hanno fatto in modo che i conservatori iraniani rimanessero ben saldi in sella, e hanno convinto ogni Iraniano dotato di sale in zucca che e’ molto meglio costruire un po’ di bombe nucleari e il prima possibile.

Dopo una tale fila di disastri, direi che se gli Iraniani all’estero vogliono manifestare, sara’ bene applaudirli, ma per il resto, per una volta almeno teniamo le nostre manine lontane e proviamo per una volta prima di tutto a non fare danno.

Tutto Quello Che Sappiamo Sull’Iran E’ Sbagliato

Trascrizione dell’intervento di Alberto Negri, inviato del Sole24Ore a Teheran, a “Jefferson 2 – L’arte della svolta” (Radio24), lunedi’ 15 Giugno 2009. Le domande sono poste dal conduttore Stefano Pistolini:

(per ascoltare l’originale andare al minuto 21:43 di questo file mp3)

Non sostenevo affatto che questa votazione fosse regolare e democratica. Venendo da piu’ di 25 anni in questo Paese soltanto le procedure di annuncio del voto lasciavano aperti moltissimi interrogativi. Qui non c’e’ piu’ brace sotto la cenere qui c’e’ fuoco ormai. Qui abbiamo centinaia di migliaia di persone in questo momento…si sono radunati oggi a piazza inghelab, Piazza Inghelab (?) e’ Piazza della Rivoluzione, Inghelab vuol dire questo, e poi sono diretti verso Piazza Zadi (?), Piazza Zadi vuol dire Piazza della Liberta’ dove ai tempi dello Shah si consumo’ uno dei piu’ grandi massacri della rivoluzione che costrinsero poi all’esilio Mohammed Reza Pahlavi.

Centinaia di migliaia di persone capeggiate da Mousavi, il capo del movimento riformista che si e’ presentato alle elezioni, con Karobi (?) e con Khatami l’ex-presidente dei riformatori si sono avviate per questa manifestazione che e’ la maggiore, la piu’ grande, la piu’ incredibile che si sia vista dai tempi della rivoluzione.

D: quale esito ti viene di presagire nei confronti di quello che stai vedendo, rispetto a quello che stai vedendo?

Premetto che secondo me tutto quello che sappiamo sull’Iran e’ sbagliato. Nel senso che ogni volta noi facciamo delle previsioni errate e molto spesso anche al breve periodo che si dimostrano totalmente poi contraddette dai fatti. Soltanto ieri sembrava che la rivolta fosse stata soffocata. Questa mattina la citta’ si era svegliata con pochissima gente, semideserta, quasi impaurita, sospesi in questa tensione, e ci si domandava se ci fosse mai stata questa manifestazione, se si potesse mai svolgere.

Non solo si sta svolgendo, ma e’ diventato un movimento di massa davvero difficile da capire, la cui portata e’ difficile da capire.

D: Useresti la parola “spontaneo” per questo movimento di massa?

Io direi che e’ spontanea la reazione degli Iraniani. milioni di iraniani sono andati alle urne venerdi’ e anche moltissimi che non erano mai andati a votare in trent’anni si sono presentati credendo che fosse la volta buona in qualche modo per cambiare il governo se non il sistema. milioni di questi iraniani si sono sentiti defraudati dal risultato e hanno reagito.

D: Tu in prima persona per quello che hai visto, per quello soprattutto che ti sembra di vedere in queste ore, credi al risultato elettorale o no?

Ma..io credo a quello che vedo. c’e’ un proverbio del profeta Ali’ che dice “la Verita’ sta in mezzo alle orecchie”. In mezzo alle orecchie ci stanno gli occhi per vedere, non le cose che si sentono dire e io vedo quello che vi ho descritto prima.

Cioe’ anche se questo risultato elettorale fosse non diciamo regolare ma se si avvicinasse alla realta’ probabilmente non ci sarebbero tutte queste migliaia di persone, centinaia di migliaia di persone in piazza. Altrimenti non ci sarebbe stata questa reazione che sembra essere soffocata di giorno in giorno e poi ritorna fuori regolarmente.

Come vi ho detto prima tutto cio’ che sappiamo sull’Iran e’ sbagliato.

Il Pasticcio Chiamato Iran

Il Presidente Ahmadinejad e’ stato davvero rieletto? La violenza a Teheran continuerà nei prossimi giorni?

Purtroppo, non c’è modo di saperlo. Fra una persona che risiede in Occidente e la Verità ci sono la Commissione Elettorale iraniana, il Ministero degli Interni iraniano, il Governo iraniano, i mass-media e la propaganda iraniani, i mass-media e la propaganda occidentali, e i Governi occidentali. Un vero nebbione capace di far prendere lucciole per lanterne e viceversa.

Probabilmente, tutto cio’ che leggeremo e vedremo, incluse le immagini TV e gli scatti fotografici, sarà manipolato all’estremo.

Di cosa si può allora essere sicuri? Prima di tutto: c’è troppo in gioco della democrazia iraniana perche’ le elezioni vengano interpretate come una “farsa”. Dopo un dibattito televisivo e le fotografie del Leader Supremo iraniano, il Grand Ayatollah Sayyid Ali Hosseini Khamenei che usciva da una moschea dopo aver votato come un qualsiasi altro cittadino, niente altro che una vittoria riconosciuta dalla stragrande maggioranza dei cittadini iraniani potra’ essere sufficiente per la stessa società iraniana.

Cinicamente, si potrebbe dire che o si ha una democrazia, o se non la sia ha. Qualsiasi “fondamentalista” veramente impegnato a palesemente manipolare le elezioni, si sarebbe fatto beffa di Ahmadinejad, e di Khamenei.

Se quelli stessi hanno un qualche tipo di dittatura in mente, che scoprano le loro carte, o ne affrontino le conseguenze. Per Khamenei, e ancor più per Ahmadinejad, la scelta e’ tra sbarazzarsi della democrazia in quanto tale, o sembrare dei pagliacci.

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In realtà, se le cose stanno come appaiono in questo momento, con una contestata rielezione del Presidente Ahmadinejad, scontri per le strade, e arresti di membri del partito di opposizione, a lungo termine il perdente sarà Ahmadinejad stesso, non più in grado di interagire con il mondo esterno come legittimo leader (eletto) dell’Iran. Un nuovo tentativo di discussione pubblica come quello alla Columbia University di New York incontrerebbe derisione se non molto peggio.

Un altro punto evidente riguarda l’ingerenza straniera. Finora al fuoco di fila delle notizie provenienti dall’Iran e’ stato risposto in maniera pacata da parte della Amministrazione Obama e questo è il giusto modo di comportarsi.

Come in Ucraina, se un considerevole numero di iraniani credono veramente le elezioni non siano stati rubati, sta solo a loro il riprendere possesso della propria Nazione. Per esempio, se il rivale di Ahmadinejad Mir Hossein Mousavi si fosse trovato impreparato alla situazione attuale, beh, allora sarebbe meglio se rimanesse lontano da qualsiasi posizione di potere.

È semplicemente impossibile capire da tutti i dettagli dall’esterno.

Manifestare in favore dei democratici iraniani, come suggerito da qualcuno, sarebbe una triste farsa da parte di un manipolo di ignoranti. E il commento di Franco Venturini sul Corriere “In Iran il vero sconfitto e’ Obama” e’ sicuramente prematuro. Se si sapesse che Obama avesse appoggiato Mousavi (cosa che dubito fortemente), Ahmadinejad darebbe fiato alle trombe all’istante…

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Nessuno è morto finora. Che può solo essere una buona cosa.

Iran’s Elections: Looking Through The Fogs Of Propaganda

Has President Ahmadinejad truly and fairly been re-elected? Will the violence in Tehran continue in the next days?

Unfortunately, there is no way to know. In-between the average Western-based person and Truth there are the Iranian Electoral Commission, the Iranian Interior Ministry, the Iranian Government, Iranian newsmedia and Propaganda, Western newsmedia and Propaganda, and Western Governments.

Chances are, whatever we read and see, including live TV and apparently evident pictures, will be manipulated to the extreme.

Let’s try to list instead whatever we can be sure about. First of all: there is too much of Iranian democracy at stake for the election to end up been seen in Iran itself as a “charade”. After a TV debate and photographs of the Supreme Leader of Iran, Grand Ayatollah Sayyid Seyyed Ali Hosseini Khamenei coming out of a mosque after having casted his vote like any other citizen, nobody can expect anything but a victory recognized by the vast majority of Iran to be enough for the Iranian society itself.

Cynically, one could say that either you have a democracy, or you do not. Any “hardliner” really in the business of blatantly manipulating the election, would have made a mockery of Ahmadinejad’s campaign and Khamenei’s voting effort.

If they have some kind of dictatorship in mind they better go for it, or face the consequences. For Khamenei, and even more for Ahmadinejad, it’s like facing the choice between getting rid of democracy as such, or look like buffoons

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In fact, if things stand as they appear at this very moment, with a contested re-election for President Ahmadinejad, clashes in the streets, and arrests of members of the opposition, the long-term loser will be Ahmadinejad himself, no longer able to interact with the outside world as a legitimate leader of Iran. A new attempt at a Columbia University debate would be met with derision if not much worse.

Another obvious point concerns foreign interference. So far the barrage of news from Iran have been answered with anodyne comments from the Obama Administration and that is the way it should be.

Like in the Ukraine, if a sizable number of Iranians truly believe the elections have been stolen, it can only be up to them to claim their Nation back. For example if Ahmadinejad’s rival Mir Hossein Mousavi finds himself unprepared in the fact of the current situation, well, it’s better if he stays away from any position of power.

It’s just impossible from anybody to understand all the details from the outside.

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Nobody has died so far. That can only be a good thing.

L’Impero (Britannico) Del Male

Si dice che a grandi capacita’ corrispondano grandi responsabilita’: una frase evidente nelle conseguenze ancora attuali dell’Impero Britannico e del suo disfacimento.

L’Impero Britannico, che occupo’ a un certo punto la maggior parte delle terre emerse e della popolazione umana, probabilmente il piu’ grande che sara’ mai esistito, impegnato idealmente in una missione civilizzatrice e mercantilistica, e’ insomma la causa di una vasta quantita’ dei problemi affliggono il nostro tempo.

C’e’ un legame praticamente diretto fra le decisioni prese in nome e per conto di quell’Impero decenni fa, e quanto avviene in questo momento in Israele/Palestina, in Iraq, in Afghanistan, a Cipro, in Sudafrica e in Zimbabwe, in Egitto e in Sudan, in India e Pakistan, in Birmania, in Iran, in Malesia e in Indonesia.

Prendiamo ad esempio l’Iraq. Facile dare la colpa all’impreparazione e imperizia degli occupanti Americani per le continue carneficine: ma tutto cio’ non spiega perche’ cosi’ tanti Iracheni siano cosi’ tanto intenzionati ad uccidere i loro connazionali.

Riflettiamo su questo ultimo sostantivo. “Connazionali” implica che ci sia qualcosa in comune fra un abitante di Mosul nel Nord, uno di Baghdad nel centro e uno di Bassora nel Sud dell’Iraq. Ne siamo sicuri? Esiste una “nazione irachena”, cosi’ come esiste una nazione “italiana”?

No. Perche’ l’Iraq che conosciamo e’ stato messo insieme fra il 1921 e il 1926 unendo tre province del vecchio Impero Ottomano, smembrato dopo la Grande Guerra dalle Potenze Vincitrici. L’accordo segreto franco-britannico Sykes-Picot nel 1916 aveva affidato gran parte dell’area del Tigri e dell’Eufrate al Governo di Londra, che aveva creato un ufficio apposito per recuperare antiche toponomastiche e mettere un’etichetta ai nuovi Stati, come “Iraq” e “Giordania”.

L’Iraq affidato poi al Re Faisal all’indipendenza nel 1932 conteneva almeno tre Nazioni forzate insieme: i Kurdi di Mosul, i Musulmani Sunniti di Baghdad, i Musulmani Sciiti di Bassora. Cosa c’e’ di strano, in questa logica distorta, se poi Saddam Hussein ha deciso di invadere il ricchissimo Kuwait, i cui confini erano stati tagliati artificialmente nel 1932, naturalmente dal britannico Sir Percy Cox, per impedire all’Iraq di avere un porto profondo abbastanza da essere sfruttabile?

E’ stato tristemente naturale che, in assenza di una qualunque motivazione di solidarieta’ fra i vari gruppi, piano piano l’Iraq scendesse in una situazione di odio interetnico, tenuto insieme solo dalla ferocia del regime di Saddam. Dietro le bombe di oggi, palesi testimonianze del fatto che tanti Iracheni non vedono tanti altri Iracheni come persone umane, ma come oggetti di odio da uccidere in massa, c’e’ quindi il cinico calcolo dell’Impero Britannico che 80 anni fa decise di creare uno Stato dal nulla. Un discorso simile anche se non identico si puo’ fare riguardo l’Afghanistan, l’India e il Pakistan.

Ci sono volute infatti tre guerre, la prima addirittura persa nel 1839/1842, perche’ l’Impero Britannico avesse ragione dei recalcitranti Afghani, il cui regno paradossalmente non era considerato sufficentemente solido per resistere a un eventuale assalto da parte dello Zar di Russia. Il fatto e’ che il subcontinente indiano era considerato davvero la Perla dell’Impero, a Londra, e quindi tutto era subordinato a fare in modo che niente e nessuno potesse minacciarlo, e soprattutto la Russia che dal Baltico era gia’ arrivata al Pacifico e magari pensava di mandare i cosacchi ad abbeverare i cavalli nel Gange.

Fu quella la fonte in Asia di un secolo di guerra di prossimita’ fra i due enormi Imperi, che duro’ dall’epoca di Napoleone fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. All’Afghanistan fu quindi imposta finalmente nel 1893 la perdita delle regioni orientali, circa la meta’ del territorio che forma oggi il Pakistan, separato da un nuovo confine chiamato la Linea Durand. Senonche’ l’etnia Pashtun si trovo’ un po’ di qua e un po’ di la’: e da quella etnia provengono i Taleban.

C’e’ da meravigliarsi, se mostrano ancora segni di recalcitranza? Gia’ Churchill aveva definito i Pashtun come dotati di “un codice d’onore cosi’ strano e inconsistente da risultare incomprensibile a una mente logica”, visto che “il loro sistema etico considera le trappole e la violenza come virtu’ invece che vizi”. Forse uno pensera’ male, ma non sara’ stato forse il caso che la Linea Durand sia stata messa li’ secondo l’antico Divide et Impera, per evitare che i Pashtun potessero fare guerra per l’ennesima volta ai Britannici? E infatti quando ci hanno riprovato, nel 1919, hanno perso.

In Pakistan intanto le aree Pashtun non sono considerate alla stregua di regioni “normali”, ma classificate come “aree tribali” dove lo Stato ammette di non poter fare piu’ di tanto. D’altronde lo stesso Pakistan, l’unico Stato al mondo dove basta essere musulmani per essere cittadini, e’ stato appiccicato insieme, mettendo appunto un pezzo di Afghanistan con un pezzo di India, nel 1947, secondo il piano di Muhammad Ali Jinnah incoraggiato, neanche a farlo apposta, dal Vicere’ Britannico Lord Mountbatten. E alla creazione del Pakistan, come si sa, si puo’ far risalire le stragi del 1948 e innumerevoli guerre contro la Repubblica Indiana; la terribile guerra d’indipendenza del Bangladesh nel 1970; la disseminazione di segreti atomici verso loschi figuri negli anni ’80 e ’90; la nascita e il finanziamento dei Taleban stessi, e quindi la crescita del movimento di Osama bin Laden. E dunque al-Qeada, le Torri Gemelle, tantissimo sangue in tutto il mondo inclusi i terribili giorni di Mumbai a fine novembre 2008.

Potremmo continuare per molto. C’e’ lo zampino britannico dietro l’instabilita’ e quindi il pugno di ferro siriani; il fondamentalismo della casa regnante saudita; il conflitto senza fine fra Israeliani e Palestinesi; la mentalita’ d’assedio dell’Iran e il tentativo di procurarsi la Bomba (non e’ un caso se gli inglesi siano piu’ odiati, in Iran, degli americani); le situazioni di crisi del Sudan, da quella con l’Egitto (separatosi nel 1956 allo scopo di allontanare i britannici), alle guerre interne contro i cristiano-animisti del Sud e i poveri Darfuriani nell’Ovest; la guerra interetnica di Cipro, e decenni di nervi tesi fra Grecia e Turchia; le continue incomprensioni e stragi in Nigeria; il regime razzista in Sudafrica, quello in Rhodesia, la guerra che ha fatto nascere lo Zimbabwe e adesso l’involuzione di quel Paese; la durissima dittatura militare in Birmania, altro “Stato fantoccio” messo insieme per proteggere l’India Britannica; l’assurda divisione fra Malesia e Indonesia con diverse isole tagliate inspiegabilmente in due; e naturalmente, quel disastro che e’ la situazione del Tibet in Cina (le prime mappature segrete di quell’antico regno sono del 1865, ovviamente da parte di agenti britannici, cui segui’ nel 1903 una spedizione militare guidata da Sir Francis Younghusband, che porto’ il saluto di Re Edoardo VII a suon di stragi).

Sembra quasi che a salvarsi sia il solo Canada, ex-colonia britannica che bonta’ sua non ha mai fatto pasticci con nessuno (l’Australia ha una lunga storia di maltrattamento dei nativi).

Potremmo definirlo un vero e proprio Impero del Male, dunque, quello nato all’epoca corsara di Elisabetta I e concluso con la fine degli anni 1960. Al quale, occorre dirlo, si sono affiancati imperi altrettanto funesti per la situazione attuale, come quello francese (si vedano i confini assurdi fra gli Stati africani), o quello belga (cui si puo’ far risalire finanche il genocidio in Rwanda). Ma fare la morale al passato, tutto sommato un posto a noi alieno come il futuro, non serve a molto.

Quello che occorre e’ imparare dalla Storia, per non rifare gli stessi errori continuamente. E la lezione da ricavare dall’Impero Britannico e’ presto condensata: se pensiamo a risolvere solo i nostri problemi, e solo per l’oggi, non stiamo facendo altro che uccidere i nostri nipoti Se i Sudditi di Sua Maesta’ avessero avuto il coraggio di fare gli interessi anche dei popoli che via via assoggettavano, probabilmente ogggi non staremo a piangere su Iraq o Afghanistan o India o chissa’ quanti altri posti pieni di lutti e rovine.

Rispondere ad Ahmadinejad

Come rispondere in maniera seria ed efficace alle uscite del Presidente iraniano Ahmadinejad, come quella su Israele e il razzismo alla Conferenza di Ginevra?

E’ chiaramente semplice polemica (invece che politica) contribuire al baccano intorno alle sue dichiarazioni. Il Presidente iraniano sappiamo benissimo cosa e’ andato a fare in Svizzera (guadagnare consensi in Patria per le elezioni presidenziali) e quale e’ stata la sua strategia per ottenere quell’obiettivo (causare reazioni e gesti plateali per presentarsi come difensore dell’onore persiano di fronte a un mondo coalizzato contro l’Iran).

Non per caso, e’ tornato a Teheran da trionfatore.

Non ha quindi alcun senso aggiungere alle reazioni e ai gesti plateali gia’ visti, se non il senso di affiancarli nel rafforzare politicamente Ahmadinejad stesso. Molto piu’ efficace sarebbe descrivere il suo intervento per quello che e': un episodio di teatralita’ a fini elettorali, che potrebbe anche essere preso per una buffonata: la quale, lungi dal fare di Ahmadinejad un vero eroe, e’ l’ennesima sua picconatura contro il buon nome internazionale del grande popolo iraniano.

Reacting To Ahmadinejad’s Speech

I do not understand the uproar against the words used by President Ahmadinejad at the UN Racism Conference in Switzerland. And what I specifically do not understand is why people feel compelled to add to the uproar, when it is as clear as daylight that he went to Geneva with the one and only goal of… causing an uproar, in order to go back home as a national hero right in the middle of his re-election campaign.

The most appropriate reaction to President Ahmadinejad’s outrageous remarks is therefore not a theatrical walkout in front of the TV cameras, nor a flurry of comparisons to Nazi Germany or calls for the “free world” to “wake up”.

We just have to call President Ahmadinejad’s behavior for what it is: electoral posturing, if not outright buffoonery. And far from an episode for the annals of Persian pride, just another of his “pickaxe blows” against the good international standing of the great people of Iran.

Un Iran Pragmaticamente Nucleare

Roger Cohen (notare il cognome!) scrive sul NYT/IHT:

Il pragmatismo è anche un modo di guardare al programma nucleare iraniano. Uno Stato che si deve confrontare con le potenze nucleari di Israele e Pakistan, con l’invasione americana nei confinanti Iraq e in Afghanistan, avendo anche notato che la Corea del Nord non è stato colpita, può ragionevolmente concludere che per preservare la rivoluzione bisogna essere risoluti con il proprio piano nucleare

Perché dovrebbe tutto cio’ essere che una cosa tanto difficile da capire?

Pragmatically Nuclear Iran

Roger Cohen (note the family name!) writes on the NYT/IHT:

Pragmatism is also one way of looking at Iran’s nuclear program. A state facing a nuclear-armed Israel and Pakistan, American invasions in neighboring Iraq and Afghanistan, and noting that North Korea was not hit, might reasonably conclude that preserving the revolution requires nuclear resolve

Why would that be such a difficult thing to understand?

L’Ironia (Senza Confini) Della Sorte

Un po ‘di storia degli attentati suicidi nel mondo islamico, come riportata sulla Suedeutsche Zeitung partendo dal libro di Gilles Kepel “Terreur et martyre”):

  1. Negli anni 1980, durante la straordinariamente lunga guerra Iran-Iraq, la quasi esausta Repubblica Islamica ha da Teheran inizia a inviare bambini per ripulire i campi minati (con i loro corpi, pero’), rifacendosi a una tradizione sciita riguardo l’auto-immolazione
  2. Intorno al 1993, la propaganda iraniana insegna l’uso della tecnica a Hezbollah, i loro alleati libanesi (ancorche’ sunniti), ovviamente solo e soltanto per lottare contro l’occupazione israeliana della Palestina, e spostando quindi la fraseologia da “auto-immolazione” a “operazione di martirio”
  3. Inizialmente, i teologi sunniti non sono stati a favore delle “operazioni di martirio”. Ma cio’ e’ cambiato circa intorno al 1996, con il “bonus aggiunto” di classificare i civili israeliani “obiettivi legittimi” (si sa, la maggior parte di loro sono stati e sono tuttora tenuti a servire nell’esercito a un certo punto della loro vita)
  4. Dopo una serie di sanguinosi attentati suicidi che hanno afflitto Israele per un po ‘di tempo, il top è stato raggiunto, ovviamente, con il 9 / 11 la distruzione delle Twin Towers
  5. Dopo l’invasione dell’Iraq pero’, e’ arrivato il momento della tragedia anche per i piu’ convinti, con terroristi sunniti impegnatissimi in attentati suicidi contro gli sciiti …!

Insomma il cerchio si e’ chiuso, con un supremo senso di ironia da parte del Fato (o di Dio). Ma non dimentichiamo un barlume di speranza per concludere: nonostante le bombe di Madrid e di Londra, più altra in Kenya e altrove, gli organizzatori di attentati suicidi e’ un po’ che vedono le loro opportunita’ in peggioramento.

Deve essere piuttosto difficile sostenere la legittimità dell’uso di di attentati suicidi, una tecnica originariamente sciita, proprio per uccidere altri sciiti. E che tipo di “combattente islamico per la libertà” puo’ mai pensare che il modo migliore per liberare i musulmani sia ucciderli?

Fate’s Unrelenting Twists of Irony

A brief history of suicide bombing in the Muslim world, as reported on the Suedeutsche Zeitung starting from Gilles Kepel’s book “Die Spirale des Terrors” (French original: “Terreur et martyre“):

  1. In the 1980’s, during the extraordinarily long Iran-Iraq war the almost-exhausted Islamic Republic started sending children to clear out minefields (using their bodies that is), following an establish Shiite tradition of self-immolation
  2. Around 1993, Iranian propaganda spread news and use of the technique to Hezbollah, their (Sunni) Lebanese allies, of course only and just to fight the Israeli occupation of Palestine, shifting therefore the phraseology from “self-immolation” to “martyrdom operation”
  3. Initially, Sunni scholars were not in favor of “martyrdom operations”. That all changed around 1996, with the “added bonus” of Israeli civilians being thrown in the lot of “legitimate targets” (you know, most of them were and still are bound to serve in the military at some point in their life)
  4. After a series of bloody suicide bombings afflicting Israel for quite some time, the top was obviously reached with the 9/11 destruction of the Twin Towers
  5. Tragedy (ironic, but still tragedy) struck the  “suicide bombing appreciation society” in the Muslim world after Iraq was invaded in 2003, and Sunni terrorists started to use suicide bombings against…Shiites!

So it has all gone around full circle. Supreme sense of irony from Fate (or God), isn’t it?

One ray of hope to conclude: despite the Madrid and London bombings, plus others in Kenya and elsewhere, suicide bombing organizers have seen things going downhill since.

It must be quite hard to argue for the legitimacy of an originally-Shiite technique to be used to kill Shiites. And what kind of “Islamic freedom fighter” can think in his right mind that the way to free Muslims is by killing them?

La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa': se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

Not Your Usual Take On Iran

Great article by Ervand Abrahamian (“Who’s In Charge?”, London Review of Books, Nov 6, 2008), showing how false is the caricature of Iran as part of an “axis of evil”. I’ll try to post all interesting quotes: for now these two should suffice:

We need to take a reality check. Iran spends $6 billion a year on its armed forces; Turkey and Israel both spend more than $10 billion, Saudi Arabia $21 billion [...] Meanwhile, the US pours more than $700 billion a year into its war machine. Before the 1979 revolution, Iran allocated as much as 18 per cent of GDP to the military; the figure is now under 3 per cent. During his recent tour of the region, Dick Cheney offered to sell $36 billion worth of arms to Saudi Arabia and the Gulf sheikhdoms to counter the Iranian threat

And

Iran is not a totalitarian state: the Islamic constitution, drafted in the early days of the revolution, is a hybrid, combining democracy with theocracy, vox populi with vox dei, popular sovereignty with clerical authority, modern concepts of government with Ayatollah Khomeini’s notion of velayat-e faqih (jurist’s guardianship).

Yes, Iran does have many issues to solve. But bullying it around surely will not help solve any of those.

With Five Months To Go, Let’s Pray About Iran

For the next five months President George W Bush will remain Commander in Chief of the armed forces of the United States.

In other words, there are still slightly more than 150 possibilities for Iran to be attacked.

And the strange thing is, nobody can really do much to prevent President Bush from taking advantage of any of those opportunities. It’s a danger highlighted by the words of Thomas Powers in the New York Review of Books’ “Iran: The Threat” (July 17, 2008; Powers’ words are in italic ):

  • According to the President, “all options” must remain “on the table.”
  • Last April, information about an Israeli air strike in Siria has been released explicitly with the aim of “sending a message to Iran”
  • According to Administration officials, Tehran wants a bomb in order to dominate the Persian Gulf region and to threaten its neighbors, especially Israel
  • The seriousness of American threats is confirmed by the fact that [...] the whole country listens to the administration’s threats with breath held [...] in effect leaving the decision entirely to [Bush and Cheney]
  • President Bush has accompanied periodic threats against Iran, supporting them with practical steps—the presence of large American armies just across Iran’s borders in Iraq and Afghanistan, and the dispatch of the world’s largest fleet of warships to cruise along Iran’s Persian Gulf coastline. The Bush administration further accuses Iran of “meddling” in the affairs of its neighbors, of supplying weapons and training to Iraqis who kill Americans, and of being the world’s principal state sponsor of terrorism
  • [Bush and Cheney's] frequent warnings that the United States does not trust Iran with the knowledge to enrich bomb-grade uranium and will not tolerate an Iranian bomb. Many of these warnings have been issued in the last month or two and we may expect a continuing barrage until their final days in office.
  • The President’s frustration is plainly evident: Saddam Hussein may be gone, but Iran remains defiant, and more powerful than ever. The President’s male pride seems to have been aroused; he said he was going to solve the Iranian problem and he doesn’t want to back down.

Whatever the US Constitution has to say about war, the President of the United States can do pretty much anything he wants, under the guise of “executive power”. For an example, think of the botched rescue attempt of the American hostages in Iran, in 1980. Likewise, the successful invasion of Grenada in 1983.

And so we can literally wake up any day with the “news” of a US attack against Iran. Because as Powers concludes:

if attack is impossible, why does Bush talk himself into an ever-tighter corner by continuing to issue threats? Does he believe Iran will cave? Are these the only words he thinks people will still listen to? Is he hoping to tie the hands of the next president? Or is he preparing to summon the power of his office to carry out the last option on the table? One hardly knows whether to take the question seriously. It seems alarmist and overexcited even to pose it when the realities are so clear. But it is impossible to be sure—Bush has a history

Subtle Irony from Tehran

They did it, or they did not. Well, if James Oberg says they tried but failed to, I will believe in what he has to say.

In any case, the Iranians have played a couple of days ago with the launch of a rocket. And the rocket is called “Safir“.

“Safir” in Arabic (and I suspect, in Farsi) may mean something like “Messenger” or “Ambassador”. Is that a supreme act of irony or what?

Imagine the new US President inviting Ahmadinejad to send a new Legate to Washington…if he asks for the “Ambassador”, will a little misunderstanding cause a salvo of missiles to be sent to bombard the US capital city?

Iraniani Battaglieri e Buontemponi

L’Iran ha fatto finta di lanciare un satellite con il suo razzo “Safir”. Il quale ha un nome che significa in arabo e probabilmente anche in farsi, “Ambasciatore” (secondo Adnkronos, il nome completo e’ “Safir’e Omid” o “Ambasciatore della Speranza”).

Altre traduzioni “Messaggero” e “Mediatore”…ma siamo sempre li': c’e’ evidentemente qualche buontempone a Teheran che ha deciso di dichiarare al mondo che l’Iran e’ davvero pronto a condurre la diplomazia ma…a colpi di missili!

Back to Basics on Iran and the Bomb

Oceans of ink are being wasted without addressing the most basic issue regarding Iran and its nuclear weapons program. The latest example is Peter D. Zimmerman’s op-ed, “Nearer to the Bomb” (IHT, July 8), where we are treated to 674 words in order to state the most obvious of facts (“the real purpose of Iranian enrichment is to provide fuel for weapons, not reactors“).

However, not a comma is dedicated to the problem of Iran’s own security, regularly and openly threatened with talks of war and mentions of foreign-supported “regime change”.

Have we learned really nothing from years of negotiations going nowhere, of sanctions resulting in nothing, and of incentives regularly failing to persuade successive Iranian Presidents and negotiators? Does anybody seriously think that Iran can afford, at this stage, to remain nuclearly unarmed?

Mr Zimmermann rather tellingly is able to contemplate harsh sanctions but only “modest low-calorie sweeteners“. That is exactly the kind of attitude that has brought the “Iran Bomb” issue where it stands at the moment.

When and where will the EU or the USA find instead the courage to offer full security guarantees to the Islamic Republic, in order to achieve a less nuclear, more secure world?

Iran: Finiamola con l’Interventismo

Esprimo tutta la mia contrarieta’ all’irresponsabile articolo di Antonio Stango “Iran libero unica alternativa alla guerra imminente” su Notizie Radicali di oggi: irresponsabile, perche’ Stango con la sua proposta non farebbe che precipitare, e non prevenire, sia le condizioni di una guerra, sia lo stesso sviluppo dell’atomica in Iran (e non solo!).

C’e’ un unico motivo per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

Cosa propone invece Stango? Di “[non] concedere tempo agli ayatollah al potere“? Di pretendere “entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“?

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che rischiamo di vedere gli Ayatollah, come chiunque farebbe al loro posto, una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, fare quanto di piu’ logico e mettere insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

E non e’ vero che militarmente, gli innumerevoli motoscafi da guerra iraniani sono paradossalmente, tatticamente superiori alla potente flotta americana, come dimostrato gia’ nel 2002 dal Lieutenant General Paul Van Riper dei Marines in un significativissimo “war game” puntualmente messo nel dimenticatoio? (ne parla Roger Stern della Princeton University in questo articolo)

Dov’e’ la Verita’ in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter.

Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

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L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente.

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Per una volta, perche’ non proviamo a lasciare la societa’ iraniana evolversi dall’interno, in maniera nonviolenta, ritornando appena possibile alla democrazia di Mossadeq cosi’ stupidamente soffocata dagli USA e dal Regno Unito nel 1953?

Dopotutto, OGNI nostro intervento in Iran dopo la II guerra mondiale e’ stato un fiasco completo: dal golpe contro Mossadeq appunto, passando per l’appoggio ufficiale alla polizia segreta dello Shah, e ufficioso/intellettuale per l’esiliato Khomeini, per arrivare all’incoraggiamento a Saddam Hussein a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica che causo’ un milione di morti, e alla dichiarazione dell’Iran come “Stato Canaglia” spezzando le gambe ai riformatori e spianando la strada a quel furbacchione di Ahmadinejad.

Iran and the Rationality of the First Nuclear War

Iran is right in trying to develop the Bomb: what else they should do, when violent foreign-sponsored political upheavals in Tehran appear in the news twice a month if not more often? (An example in Italian and another in English).

People like Michael Leeden are so preoccupied of the “Iran Bomb”, they are trying their best to make it explode.

What if they’d focus their minds not on the 1930’s and Hitler, rather on 1914, and on how a climate of distrust plus a longing for a resolutive war led many nations in a war with millions of dead (including European civilization).

How “enticing” (not!) will it be when Tehran or Tel Aviv will be pulverised, a few atom bombs will go off in other places, and then fifty or more years later flocks of scholars will be able to build their careers in the attempt of explaining how, even if all the “actors” in the crisis behaved rationally, the end result was the most gigantic idiocy in the history of the world, the First Nuclear War.

Fa Bene l’Iran a Sviluppare l’Atomica

Anzi, fa benissimo: visto che di complotti per interferire violentemente con il sistema di Governo di Teheran e dintorni, ce ne sono quasi due al mese.

Il Leeden menzionato da Repubblica e’ tuttora cosi’ preoccupato della “Bomba Iran”, da lavorare attivamente per farla esplodere. Invece che pensare sempre agli anni ’30 e a Hitler, dovrebbe riflettere un po’ sul 1914, e su come la sfiducia reciproca unita al desiderio di “menare le mani” abbia portato tantissime nazioni a una guerra con milioni di morti (e alla fine della civilta’ europea).

Chissa’ che “bello” quando Tel Aviv o Teheran saranno polverizzate, un po’ di ordigni atomici esploderanno di qua e di la’, e poi cinquanta anni dopo fior di studiosi costruiranno carriere nel tentativo di spiegare perche’, nonostante tutti si comportassero “razionalmente”, il risultato finale possa essere stata un’idiozia cosi’ immane come il primo conflitto nucleare.

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Manifestare in favore di maggiori diritti in Iran, in quest’atmosfera, e’ una colossale perdita di tempo.

On Nuclear Hypocrisy

Letter published on the International Herald Tribune, Dec 14, 2007

Regarding “Get Tehran inside the tent” by Vali Nasr and Ray Takeyh (Views, Dec. 7): The one underlying issue that the writers do not mention, and that does not appear in the article by Valerie Lincy and Gary Milhollin (“In Tehran we trust?” Views, Dec. 7), is that Iran is alone in a sea of hostile neighbors.

Iran’s pursuit of a nuclear bomb is as logical as Israel’s or Pakistan’s. For the current Iranian regime, and perhaps even for a hypothetical Iranian democracy, it would be extremely foolish to leave the fortunes of the state to the whims of the United States, Europe, Russia, or the Sunni Arab states, especially with troubled neighbors like Iraq, Afghanistan and Pakistan.

It is obvious that the West needs a new policy for Iran. Perhaps once – just once – the powers that be will pay attention to the basic needs of Iran, starting by ruling out an invasion.

Isn’t it telling that Nasr and Takeyh repeat the old fairy tale that during the Cold War “confronting Communism meant promoting capitalism and democracy,” forgetting to mention an egregiously contrary example? In a most tragic decision 54 years ago, the democratically elected government of Mohammad Mossadegh was toppled and an autocratic monarch reintroduced, all in the name of fighting world Communism.

Maurizio Morabito, England

Iran: Security, Not Insults

Vali Nasr and Ray Takeyh’s op-ed on the IHT (“Get Tehran inside the tent“, Dec 7) may be finally pointing to the obvious: provide stability to the Middle East by realizing that Iran is not going to move elsewhere any time soon.

But for that be achieved, a better vocabulary wouldn’t hurt. In fact, what would any Nation make if not insults of words such as “opportunistic“, “seeking predominance“, “to be contained“?

The one underlying issue that Nasr and Takeyh don’t mention, and does not even appear in Valerie Lincy and Gary Milhollin’s other op-ed in the same newspaper about Iranian nuclear activities (“In Tehran we trust?“) is that the former Persian state is alone in a sea of neighbours all of whom are hostile to various degrees.

Its pursuit of a nuclear bomb capability is as logical as Israel’s or Pakistan’s. For the current Iranian religious regime, and perhaps even for a hypothetical fully-fledged liberal Iranian democracy, it would be extremely foolish to leave the fortunes of the State to the whims of the USA, Europe or Russia, or of the Sunni Arab states, especially with troubled places like Iraq immediately to the West, and Afghanistan and Pakistan just to the East.

With the recent collapse of years of strong-armed American attempts at isolating Iran, it is obvious that there is a need for “a new policy now for going forward“, as one European official is quoted saying. Perhaps once, just once, the Powers will pay attention to the basic needs of Iran, starting from the elemental security of not risking any invasion, war, or foreign-concocted “regime change“.

Isn’t it telling that Nasr and Takeyh repeat the old fairy tale that during the Cold War, “confronting communism meant promoting capitalism and democracy“? Forgetting therefore to mention an egregiously contrary example.

In a most tragic decision 54 years ago by the CIA, the democratically elected government of Dr. Mohammad Mossadegh was toppled and an autocratic monarch reintroduced, all in the name of fighting world communism.

And where did that happen? Why, in Iran.

Ancora sull’Iran

Il martellamento propagandistico dell’Amministrazione Bush sta davvero lasciando il segno, riguardo l’Iran. E’ diffusissima a destra come a sinistra la nozione che ci troviamo di fronte a uno Stato Canaglia con capitale Teheran, contro cui rivolgere i nostri strali e da accusare di essere dietro tutto il terrorismo islamico, magari poi per lanciare senza tanti scrupoli un po’ di bombe contro gli Iraniani.

Ma se e’ vero che il fondamentalismo del Presidente Ahmadinejad e’ preoccupante, e’ anche vero che come ho gia’ scritto, finora si e’ dimostrato solo un gran chiacchierone. Il vero potere e’ sempre in mano al “guardiano spirituale della rivoluzione islamica”, il Gran Ayatollah Leader Supremo Ali Khamenei, il quale non sembra propenso a fondamentalistichezzare nessuno, fuori dal suo Paese.

Strategicamente poi l’Iran e’ isolatissimo e non comanda neanche gli Sciiti iracheni. Israele e la Turchia sono i suoi alleati “naturali”, checche’ ne dica Ahmadinejad, non certo l’Arabia Saudita dove a Medina, il Jannat al-Baqi, il Boschetto Celeste cimitero cosi’ caro agli Sciiti e’ stato distrutto e poi anche recintato.

A proposito…segnalo un interessante articolo di Timothy Garton Ash uscito una settimana fa su Repubblica: “L’Europa scivola verso il disastro con l´Iran

Non sono d’accordo su tutto, con l’autore, ma su un punto si':

La grossa carota dovrebbe essere l´offerta di negoziati senza alcuna pregiudiziale su qualsiasi cosa di cui la Repubblica islamica voglia discutere, [inclusi] accordi per l´energia nucleare, il commercio, gli investimenti e una piena normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti. L´obbiettivo, in questo caso, è far sedere Washington e Teheran allo stesso tavolo, per trattare in modo diretto, senza intermediari. Questo significa tirar fuori le due controparti dal vicolo cieco in cui sono andate a ficcarsi

Insomma gioverebbe a tutti se venisse rimosso il grosso nebbione delle continue minacce americane all’esistenza dello Stato Iraniano.

In questo modo potremmo almeno sapere quanta della prosopopea di Ahmadinejad e’ “a prescindere”. E vedere quindi il suo bluff: vuole davvero distruggere Israele, o ha solo bisogno di stuzzicare il Babau americano per giustificare il suo potere?

Con Israele, con l’Iran

Quando si parla di Medio Oriente, di Israele e di Iran si deve purtroppo fare ancora piu’ fatica del solito per riuscire a non farsi ingannare dai diluvi di retorica e prosopopea che forse da quaranta anni mai cessano di arrivare da piu’ fronti.

Ma possiamo almeno provare, comprendendo il perche’ del comportamento iraniano, tranquillizzandoci sulle probabilita’ di uso della bomba atomica, e analizzando le tre possibilita’ di intervento dell’Unione Europea (UE): per stabilire un clima di mutuo rispetto con l’Iran, far entrare Israele nella UE, e dimostrare al mondo che si puo’ fare a meno delle armi atomiche.

- Perche’ l’Iran Vuole la Bomba

Bertrand Kouchner, il Ministro degli Esteri Francese, si e’ recentemente ritagliato uno spazio su moltissimi giornali annunciando una linea dura contro la possibilita’ che l’Iran costruisca una bomba atomica. Per l’occasione Kouchner non ha pero’ detto perche’ mai la Francia non dia l’esempio togliendo di mezzo i suoi ordigni nucleari.

Se infatti il problema e’ la proliferazione delle bombe atomiche, prima appannaggio delle Cinque Potenze (USA, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e adesso in mano a molte (troppe) altre nazioni, cio’ non e’ che la conseguenza logica della decisione delle Cinque Potenze stesse di non rinunciare alle loro bombe.

Perche’? Perche’ l’Atomica e’ il segno dell’essere una Potenza Mondiale, per chi ce l’ha. Per chi non ce l’ha, e’ il biglietto di ingresso nel Club dei Potenti e soprattutto degli Intoccabili. L’Iraq senza Bomba e’ stato invaso, il Pakistan con la Bomba gode di ottimi rapporti con gli USA. E come nel gioco USA-URSS durante la Guerra Fredda, fra India e Pakistan le armi nucleari sono una garanzia di pace ed equilibrio.

Anche per Israele non e’ difficile notare che, chissa’ perche’, l’acquisizione della bomba atomica ha piu’ o meno coinciso con la fine delle invasioni arabe nel 1973..

E quindi, in barba a tutte le minacce e tutti i ricatti Europei ed Americani, nell’assurda logica del nostro Mondo e’ naturale che anche un Paese come l’Iran, circondato da potenziali nemici e continuamente minacciato da lontano, voglia avere la Bomba.

- Perche’ l’Iran non bombardera’ Israele

Il programma nucleare iraniano e’ cosi’ strategico da essere iniziato ai tempi dello Shah, quando naturalmente era incoraggiato dagli USA. Ma non e’ questa l’unica indicazione che l’idea che l’Iran bombardi Tel Aviv fa acqua da tutte le parti. Infatti:

(1) Nessuno ha mai usato le bombe atomiche, perche’ i rischi di ritorsione sono troppi. E’ vero che la ritorsione viene dopo: ma gli USA e Israele hanno abbastanza capacita’ tecniche da bombardare non con una, ma con dieci bombe Teheran e in maniera automatica in caso di attacco. Come possa l’Iran dalla storia plurimillenaria scegliere il suicidio collettivo garantito, non e’ dato sapere.

(2) Bombardare Israele significa quasi sicuramente lanciare un missile. E non e’ l’Iran possa rischiare di sbagliare e invece distruggere Gerusalemme o polverizzare i Palestinesi e poi mandare le proprie scuse da un bunker nel Deserto Settentrionale. L’alternativa e’ far esplodere l’ordigno atomico in una nave in un porto israeliano, facendo finta di non saperne niente, o contrabbandarlo via terra in un modo o nell’altro: entrambi scenari realistici solo per un film di James Bond.

(3) Essere capaci di costruire un’atomica e’ solo un passo dei tanti. Poi bisogna fare dei test, e ogni volta naturalmente costruire una bomba nuova. Il fallito petardo atomico della Corea del Nord del 9 Ottobre 2006 (forse quattro volte meno potente del previsto) ha dimostrato che non si tratta di niente di facile. Una volta completati test decennali, poi, per anni l’Iran avrebbe solo un paio di ordigni pronti, se lanciati un’atrocita’ tremenda ma certo non abbastanza per “cancellare Israele”.

(4) L’Iran non ha mai attaccato nessuno negli ultimi due secoli. Non si capisce perche’ dovrebbe farlo proprio adesso e a rischio totale della propria esistenza. In compenso non sono mancate le aggressioni: inclusa quella dell’Iraq, di nuovo sponsorizzata dagli USA (e dall’Europa) e costata un milione di morti. E’ vero che soldi e armi arrivano da Teheran a Hamas e Hezbollah, ma non dobbiamo commettere l’errore di pensare che la propaganda esista solo da noi: nel 2006 l’Iran ha promesso di mandare in Libano un “battaglione suicida” e lo ha fatto comparire agguerrito in televisione, ma poi non e’ partito nessuno.

(5) Al confine del Mare di Sabbia Araba dal Marocco a Baghdad, checche’ ne dicano gli ayatollah l’Iran Sciita e’ un ovvio alleato di Israele, cosi’ come lo e’ la Turchia anch’essa Musulmana non-Araba. Non e’ una faccenda di religione ma di alleanza contro il pan-arabismo che continua a cercare di alzare la testa, e che non puo’ tollerare ne’ Ebrei, ne’ Turchi/Ottomani, ne’ naturalmente Persiani Sciiti.

(6) Nonostante la repressione e la censura l’Iran e’ uno dei pochi posti nell’area dove le elezioni vengano organizzate senza che il risultato sia preordinato. Ci sara’ pure un motivo? Il motivo e’ che la societa’ iraniana e’ complessa e matura e ha bisogno di democrazia, ancorche’ soggiogata. Il regime dei preti semplicemente non puo’ tenersi in piedi da solo, e per questo il sistema politico Iraniano e’ molto complesso, con pochi dei classici segni delle dittature centraliste e dirigiste.

(7) Come si puo’ gia’ evincere da quanto sopra, se a volte l’Iran si comporta in maniera paranoica e’ perche’ e’ stato minacciato, usato, invaso e turlupinato per tantissimo tempo. La stessa, originale democrazia non-clearicale Iraniana fu inopinatamente fatta fuori dallo Shah e dalla CIA con la complicita’ britannica nel 1953. A chi si chiede perche’ avvenimenti vecchi di cinquanta anni debbano essere ancora rivelanti ricordo che l’Europa non ha ancora finito di sistemare tutti i problemi legati alla Prima Guerra Mondiale, un avvenimento finito novanta anni fa.

(8) Il Presidente Ahmadinejad chiacchiera tanto ma il suo potere e’ limitato. A comandare e’ il Papa Iraniano, il Leader Supremo Grand Ayatollah Ali Khamenei. Il Presidente non comanda le Forze Armate, e ha scelte limitate riguardo i Ministri dello Spionaggio e della Difesa. E in contrasto alle ambiguita’ di Ahmadinejad sull’Olocausto, la TV di Stato dell’Iran ha ottenuto un enorme successo con lo sceneggiato “Svolta di Zero Gradi” (“Madare sefr darajeh”), la storia di uno studente iraniano che si innamora (addirittura!) di una Ebrea francese a Parigi e tramite lei vede crescere il dramma della Shoah.

C’e’ dunque motivo di ritenere che se la situazione non cambiera’, l’Iran costruira’ una bomba atomica ma non la usera’. E se questa puo’ essere una buona notizia per chi abbia a cuore Israele, certo non lo e’ abbastanza per l’Umanita’ intera, perche’ l’Iran Nucleare sara’ l’ennesimo aumento della proliferazione atomica. La Siria, l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Turchia certo non potranno esimersi dal seguire l’esempio.

Lo vogliamo davvero, un mondo dove le bombe atomiche sono come il prezzemolo?

- Tre Opportunita’ per l’Europa

La situazione pero’ e’ ancora fluida, e per l’Europa ci sono tre chiare opportunita’ di leadership: recuperare un rapporto con l’Iran al di fuori della logica americana autolesionista degli Stati Canaglia; cominciare i negoziati per l’ingresso di Israele nell’Unione; e avere il coraggio di mostrare al mondo che si puo’ vivere senza l’Atomica.

(i) Dialogo e Rispetto con l’Iran
La politica estera dell’Amministrazione Bush, che certo non ha mai mostrato lungimiranza, ha uno dei suoi cardini nella demonizzazione dell’Iran, anni fa appunto incluso in quella lista del cosiddetto Asse del Male, addirittura con la Corea del Nord. Questa demonizzazione viene perorata in una propaganda cosi’ pervasiva da aver trasceso i confini politici fra destra e sinistra, conservatori e “liberals”.

Nonostante la debacle in Iraq, si fanno apertamente e seriamente piani per attaccare, invadere e/o bombardare uno Stato Sovrano in barba a ogni trattato internazionale. La figura di Ahmadinejad e’ usata correntemente come esempio di Cattivo Mondiale, e anche chi lo ha invitato alla Columbia University si e’ sentito in dovere di insultare il proprio ospite, in barba a duemila anni di tradizione “Occidentale”.

Tanti hanno sottolineato come Ahmadinejad abbia improbabilmente affermato che in Iran non ci sono omosessuali. Nessuno si e’ chiesto come mai il Presidente Iraniano avesse deciso di andare li’, e se Saddam Hussein o il nordcoreano Kim Jong-Il per esempio avrebbero mai potuto fare niente del genere. E nonostante l’Iran non c’entri assolutamente niente ne’ con al-Qaeda, ne’ con i Taleban, ne’ con gli attentati dell’11 Settembre, al Presidente in visita e’ stato negato l’accesso al sito delle Torri Gemelle, quasi che le avesse buttate giu’ personalmente.

Quale reazione possiamo mai aspettarci di ritorno se non un arroccamento a difesa anche del programma atomico?

A Teheran lo sanno anche le pietre che se l’Iran decidesse domani unilateralmente di rinunciare all’Atomica, la probabilita’ di un attacco USA, se non di un golpe appoggiato da Washington, aumenterebbe vertiginosamente, e rimarebbe alta anche dopo il cambio della guardia in America nel Gennaio 2009: questo perche’ la fiducia reciproca e’ zero, e l’Iran ha gia’ imparato piu’ volte a sue spese che tutti i discorsetti sui Diritti e la Democrazia sono stupidaggini che gli USA o il Regno Unito non hanno timore a mettere da parte quando fa loro comodo.

In una frase: l’Atomica e’ uno strumento di difesa della Nazione contro minacce ed interferenze esterne, e solo quando queste finiranno sara’ possibile immaginare la fine anche della Bomba Iraniana.

Il punto riguardo l’Iran e’ che se non si rinuncia alle caricature e alle demonizzazioni, non si puo’ sperare in un dialogo serio. Un’Europa seria avrebbe allora cominciato da tempo a ricostruire la fiducia con l’Iran, cominciando con il prendere seriamente Ahmadinejad e Khamenei. Niente e’ perduto, ma grazie guarda caso alla Francia, invece, le carte migliori sono in mano alla Russia e a quel Putin di cui ormai conoscono tutti il viaggio a Teheran, dopo le presunte minacce alla sua vita.

(ii) Ingresso di Israele nella UE
Un’altra iniziativa Europea che avrebbe dovuto essere gia’ intrapresa anni fa e’ invitare Israele nell’Unione, mandando cosi’ un segnale molto chiaro al Mondo Arabo ma anche e soprattutto a Teheran, e cioe’ che la difesa di Israele e’ la difesa dell’Europa. Chi avra’ sogni velleitari di “annientare Israele” avra’ quindi l’impossibile compito di dover annientare un intero Continente. Riaprendo inoltre l’Europa alle sue radici di cultura ebraica cosi’ inopinatamente recise settanta anni fa, l’ingresso di Israele sarebbe la chiosa suprema per seppellire secoli di antisemitismo, i pogrom, e la Shoah.

E perche’ no, vorrebbe dire anche avere un peso non zero nell’aiutare gli amici Israeliani a correggersi dove sbagliano, nelle discriminazioni anti-Palestinesi, nella tortura di Stato, nella strategia distruttiva della colonizzazione: perche’ in Europa puo’ solo entrare l’Israele dove, nelle parole di Adam LeBor sul New York Times, “non ci sono strade separate per Arabi ed Ebrei”, “villaggi resi inaccessibili dai bulldozer dell’Esercito”; “posti di blocco”; e “uno steccato di sicurezza che separa gli agricoltori dalla loro terra, e i bambini dai loro luoghi di gioco”.

(iii) Rottamazione delle atomiche europee
Israele nell’UE non basta pero’, perche’ come detto all’inizio il problema della proliferazione degli ordini atomici e’ globale. In Europa le testate sono di proprieta’ della Francia e del Regno Unito: riuscira’ qualcuno a far dire loro per davvero perche’ mai ne dovrebbero aver bisogno? Per esempio, potrebbe mai esserci un attacco atomico all’Europa con un’America indifferente? E in ogni caso, se c’e’ un motivo per cui due Potenze relativamente minori hanno “il diritto alla Bomba” cosa impedirebbe di applicare le stesse argomentazioni piu’ o meno a ogni Stato di media grandezza, Iran incluso?

Non si tratta di argomenti facili, e Parigi e Londra si aggrapperanno alle loro disutili bombe con le unghie e con i denti. Il discorso da fare e’ che proprio perche’ i due ex-Imperi non vogliono rinunciare ai loro giocattoli, c’e’ il rischio di centinaia di migliaia se non milioni di morti in un attacco atomico da qualche parte nel mondo.

Lo status quo e’ quello di un’Europa codarda e ipocrita, le cui minacce e pontificazioni mai potranno liberare l’Umanita’ dal pericolo della Bomba.  Anzi, il numero di Paesi dotati o pronti a dotarsi della Atomica continuera’ a crescere.

E con esso il rischio che qualche idiota faccia esplodere una citta’ per stupidita’ o imperizia.