L’Impero (Britannico) Del Male

Si dice che a grandi capacita’ corrispondano grandi responsabilita’: una frase evidente nelle conseguenze ancora attuali dell’Impero Britannico e del suo disfacimento.

L’Impero Britannico, che occupo’ a un certo punto la maggior parte delle terre emerse e della popolazione umana, probabilmente il piu’ grande che sara’ mai esistito, impegnato idealmente in una missione civilizzatrice e mercantilistica, e’ insomma la causa di una vasta quantita’ dei problemi affliggono il nostro tempo.

C’e’ un legame praticamente diretto fra le decisioni prese in nome e per conto di quell’Impero decenni fa, e quanto avviene in questo momento in Israele/Palestina, in Iraq, in Afghanistan, a Cipro, in Sudafrica e in Zimbabwe, in Egitto e in Sudan, in India e Pakistan, in Birmania, in Iran, in Malesia e in Indonesia.

Prendiamo ad esempio l’Iraq. Facile dare la colpa all’impreparazione e imperizia degli occupanti Americani per le continue carneficine: ma tutto cio’ non spiega perche’ cosi’ tanti Iracheni siano cosi’ tanto intenzionati ad uccidere i loro connazionali.

Riflettiamo su questo ultimo sostantivo. “Connazionali” implica che ci sia qualcosa in comune fra un abitante di Mosul nel Nord, uno di Baghdad nel centro e uno di Bassora nel Sud dell’Iraq. Ne siamo sicuri? Esiste una “nazione irachena”, cosi’ come esiste una nazione “italiana”?

No. Perche’ l’Iraq che conosciamo e’ stato messo insieme fra il 1921 e il 1926 unendo tre province del vecchio Impero Ottomano, smembrato dopo la Grande Guerra dalle Potenze Vincitrici. L’accordo segreto franco-britannico Sykes-Picot nel 1916 aveva affidato gran parte dell’area del Tigri e dell’Eufrate al Governo di Londra, che aveva creato un ufficio apposito per recuperare antiche toponomastiche e mettere un’etichetta ai nuovi Stati, come “Iraq” e “Giordania”.

L’Iraq affidato poi al Re Faisal all’indipendenza nel 1932 conteneva almeno tre Nazioni forzate insieme: i Kurdi di Mosul, i Musulmani Sunniti di Baghdad, i Musulmani Sciiti di Bassora. Cosa c’e’ di strano, in questa logica distorta, se poi Saddam Hussein ha deciso di invadere il ricchissimo Kuwait, i cui confini erano stati tagliati artificialmente nel 1932, naturalmente dal britannico Sir Percy Cox, per impedire all’Iraq di avere un porto profondo abbastanza da essere sfruttabile?

E’ stato tristemente naturale che, in assenza di una qualunque motivazione di solidarieta’ fra i vari gruppi, piano piano l’Iraq scendesse in una situazione di odio interetnico, tenuto insieme solo dalla ferocia del regime di Saddam. Dietro le bombe di oggi, palesi testimonianze del fatto che tanti Iracheni non vedono tanti altri Iracheni come persone umane, ma come oggetti di odio da uccidere in massa, c’e’ quindi il cinico calcolo dell’Impero Britannico che 80 anni fa decise di creare uno Stato dal nulla. Un discorso simile anche se non identico si puo’ fare riguardo l’Afghanistan, l’India e il Pakistan.

Ci sono volute infatti tre guerre, la prima addirittura persa nel 1839/1842, perche’ l’Impero Britannico avesse ragione dei recalcitranti Afghani, il cui regno paradossalmente non era considerato sufficentemente solido per resistere a un eventuale assalto da parte dello Zar di Russia. Il fatto e’ che il subcontinente indiano era considerato davvero la Perla dell’Impero, a Londra, e quindi tutto era subordinato a fare in modo che niente e nessuno potesse minacciarlo, e soprattutto la Russia che dal Baltico era gia’ arrivata al Pacifico e magari pensava di mandare i cosacchi ad abbeverare i cavalli nel Gange.

Fu quella la fonte in Asia di un secolo di guerra di prossimita’ fra i due enormi Imperi, che duro’ dall’epoca di Napoleone fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. All’Afghanistan fu quindi imposta finalmente nel 1893 la perdita delle regioni orientali, circa la meta’ del territorio che forma oggi il Pakistan, separato da un nuovo confine chiamato la Linea Durand. Senonche’ l’etnia Pashtun si trovo’ un po’ di qua e un po’ di la’: e da quella etnia provengono i Taleban.

C’e’ da meravigliarsi, se mostrano ancora segni di recalcitranza? Gia’ Churchill aveva definito i Pashtun come dotati di “un codice d’onore cosi’ strano e inconsistente da risultare incomprensibile a una mente logica”, visto che “il loro sistema etico considera le trappole e la violenza come virtu’ invece che vizi”. Forse uno pensera’ male, ma non sara’ stato forse il caso che la Linea Durand sia stata messa li’ secondo l’antico Divide et Impera, per evitare che i Pashtun potessero fare guerra per l’ennesima volta ai Britannici? E infatti quando ci hanno riprovato, nel 1919, hanno perso.

In Pakistan intanto le aree Pashtun non sono considerate alla stregua di regioni “normali”, ma classificate come “aree tribali” dove lo Stato ammette di non poter fare piu’ di tanto. D’altronde lo stesso Pakistan, l’unico Stato al mondo dove basta essere musulmani per essere cittadini, e’ stato appiccicato insieme, mettendo appunto un pezzo di Afghanistan con un pezzo di India, nel 1947, secondo il piano di Muhammad Ali Jinnah incoraggiato, neanche a farlo apposta, dal Vicere’ Britannico Lord Mountbatten. E alla creazione del Pakistan, come si sa, si puo’ far risalire le stragi del 1948 e innumerevoli guerre contro la Repubblica Indiana; la terribile guerra d’indipendenza del Bangladesh nel 1970; la disseminazione di segreti atomici verso loschi figuri negli anni ’80 e ’90; la nascita e il finanziamento dei Taleban stessi, e quindi la crescita del movimento di Osama bin Laden. E dunque al-Qeada, le Torri Gemelle, tantissimo sangue in tutto il mondo inclusi i terribili giorni di Mumbai a fine novembre 2008.

Potremmo continuare per molto. C’e’ lo zampino britannico dietro l’instabilita’ e quindi il pugno di ferro siriani; il fondamentalismo della casa regnante saudita; il conflitto senza fine fra Israeliani e Palestinesi; la mentalita’ d’assedio dell’Iran e il tentativo di procurarsi la Bomba (non e’ un caso se gli inglesi siano piu’ odiati, in Iran, degli americani); le situazioni di crisi del Sudan, da quella con l’Egitto (separatosi nel 1956 allo scopo di allontanare i britannici), alle guerre interne contro i cristiano-animisti del Sud e i poveri Darfuriani nell’Ovest; la guerra interetnica di Cipro, e decenni di nervi tesi fra Grecia e Turchia; le continue incomprensioni e stragi in Nigeria; il regime razzista in Sudafrica, quello in Rhodesia, la guerra che ha fatto nascere lo Zimbabwe e adesso l’involuzione di quel Paese; la durissima dittatura militare in Birmania, altro “Stato fantoccio” messo insieme per proteggere l’India Britannica; l’assurda divisione fra Malesia e Indonesia con diverse isole tagliate inspiegabilmente in due; e naturalmente, quel disastro che e’ la situazione del Tibet in Cina (le prime mappature segrete di quell’antico regno sono del 1865, ovviamente da parte di agenti britannici, cui segui’ nel 1903 una spedizione militare guidata da Sir Francis Younghusband, che porto’ il saluto di Re Edoardo VII a suon di stragi).

Sembra quasi che a salvarsi sia il solo Canada, ex-colonia britannica che bonta’ sua non ha mai fatto pasticci con nessuno (l’Australia ha una lunga storia di maltrattamento dei nativi).

Potremmo definirlo un vero e proprio Impero del Male, dunque, quello nato all’epoca corsara di Elisabetta I e concluso con la fine degli anni 1960. Al quale, occorre dirlo, si sono affiancati imperi altrettanto funesti per la situazione attuale, come quello francese (si vedano i confini assurdi fra gli Stati africani), o quello belga (cui si puo’ far risalire finanche il genocidio in Rwanda). Ma fare la morale al passato, tutto sommato un posto a noi alieno come il futuro, non serve a molto.

Quello che occorre e’ imparare dalla Storia, per non rifare gli stessi errori continuamente. E la lezione da ricavare dall’Impero Britannico e’ presto condensata: se pensiamo a risolvere solo i nostri problemi, e solo per l’oggi, non stiamo facendo altro che uccidere i nostri nipoti Se i Sudditi di Sua Maesta’ avessero avuto il coraggio di fare gli interessi anche dei popoli che via via assoggettavano, probabilmente ogggi non staremo a piangere su Iraq o Afghanistan o India o chissa’ quanti altri posti pieni di lutti e rovine.

Burma, Myanmar, India and us

Are we going to let India lead us by our noses once again?

In these hours not that dissimilar from that night on 3 June 1989, hours before the Tian-an-men massacre in Beijing, it may be difficult to think of how to realistically support the demonstrations in Burma, apart from sending more and more appeals for calm to a Military Junta probably second to none in matters of bloody-thirsty repressions and the political and economic strangling of a country.

Still, it is possible to perform three not-just-symbolic gestures:

(1) Categorically refuse the use of “Myanmar” in place of “Burma”.

Even if “quasi-etymologically correct”, “Myanmar” is the invention of the Military Junta, forced upon the country in 1989 with no democratic process at all. If the Burmese will want to change the official “foreign” name of their country to “Myanmar”, they will be able to do so after getting their country back from the usurpers.

More: a couple of years ago the Foreign Minister of Burma protested for the use of “Burma” by the US State Department: all more the reason not to use “Myanmar”.

(2) Let’s publish the names of the dictators.

For way too long the Military Junta of Burma has been treated as a shapeless entity, not as a group of ferocious dictators (humanity-free to the point of denying Aung San Suu Kyi the chance to meet her dying husband for one last time).

Here then some of the persons who should be answering charges in a court of law, instead of commanding Burma against the will of its people:

General Than Shwe – President
General Soe Win – Prime Minister
General Major Nyan Win – Foreign Minister

If we force as much publicity as possible on the names (and pictures) of those in charge of Burma, they won’t be able to hide themselves with the anonymity they have so far much cultivated.

(3) And finally, we should not let India lead us by the nose once again.

Not only many European Governments have underplayed the scandal of the Dhruv helicopters, built also using European supplies and then supplied to the Burmese Junta against every EU embargo rule. It’s worse than that: while outside the Burmese monks were demonstrating, Indian Oil Minister Murli Deora was busy signing a US$150-million agreement for natural gas research in Burma: a clear sign of support of the Junta on the part of a “democratic” Government.

This behaviour is part of New Dehli’s strategic myopia, with India so scared by rebellions in the Northeast to the point of propping up the Burmese Military Junta to get their help in preventing an escalation of those conflicts. And it is based on the apparent impunity when a State goes against rules established by other democratic countries.

If that way of thinking would be intolerable when done by communist China, all the more so for India.

Foreign and International Trade Ministers from all the EU countries (and elsewhere) have a clear duty tonight to apply all possible pressures: including a protest against the present Indian acquiescence, and possible future complicity with the Burmese Junta, before things turn to the worse.

(link to the AVAAZ petition “Stand with the Burmese Protesters”)

Birmania (non Myanmar), India, Italia

(Intervento pubblicato su Notizie Radicali del 27 Settembre 2007)

Permettera’ l’Italia di farsi prendere per il naso ancora una volta dall’India?

In queste ore che ricordano quella notte del 3 giugno 1989, l’ultima prima della strage a Pechino nella Piazza Tian-an-men, puo’ risultare difficile pensare come poter appoggiare realisticamente i dimostranti Birmani per la Democrazia, a parte lanciare appelli a una Giunta Militare che pero’ non e’ probabilmente seconda a nessuna in tema di repressioni sanguinarie e strangolamento politico ed economico del proprio Paese.

Comunque, e’ possibile mettere subito in atto tre gesti non solo simbolici.

(1) Rifiutiamoci categoricamente di usare il termine “Myanmar” per indicare la Birmania.

Anche se etimologicamente “quasi corretto”, si tratta pur sempre di una invenzione della Giunta Militare imposta senza nessun controllo democratico nel 1989.

Se i Birmani vorranno cambiare il nome ufficiale “per l’estero” del loro Paese in Myanmar, lo potranno tranquillamente fare dopo essere tornati proprietari tutti della loro Nazione. Anzi: un paio di anni fa il Ministro degli Esteri Birmano protesto’ per l’uso di “Burma” da parte dello State Department americano: motivo in piu’ per non usare “Myanmar”.

(2) Diamo nomi e cognomi.

Per troppo tempo si e’ parlato della Giunta Militare Birmana come se fosse un’entita’ informe e non un gruppo di dittatori feroci (al punto di negare per esempio ad Aung San Suu Kyi di rivedere il marito morente). Ecco allora alcun delle persone che dovrebbero sedere da imputati in un tribunale, e non nei posti di comando di uno Stato:

Generale Than Shwe – Presidente
Generale Soe Win – Primo Ministro
General Maggiore Nyan Win – Ministro degli Esteri

Bisogna pubblicizzare nomi (e fotografie) di tutti quelli che comandano, perche’ non si possano nascondere dietro l’anonimato all’estero, che hanno cosi’ ben coltivato.

(3) E infine, non permettiamo all’India di prenderci per il naso per l’ennesima volta.

Gia’ il nostro Governo ha detto poco o niente sugli elicotteri Dhruv, costruiti in India usando anche forniture italiane e poi forniti alla Giunta Birmana in barba a ogni embargo della Unione Europea.

Adesso addirittura, proprio mentre fuori i monaci dimostravano, il Ministro Indiano per il Petrolio Murli Deora ha firmato un accordo di 150 milioni di dollari per ricerche di gas naturale in Birmania: un chiaro segno di appoggio alla Giunta da parte di un Governo “democratico”.

Questo comportamento da parte di Nuova Dehli deriva una miopia strategica che vede l’India cosi’ spaventata dalle ribellioni nel Nord-Est da doversi affidare alla Birmania per evitare che diventino qualcosa di piu’ grosso. E da una apparente impunita’ quando si va contro le regole stabilite da altri Paesi democratici: un modo di pensare che dovrebbe essere intollerabile con la Cina della dittatura comunista, e quindi ancora di piu’ con l’India.

Il nostro Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, ma anche Emma Bonino come Ministro per il Commercio Internazionale, hanno insomma il dovere in questo momento drammatico di fare tutte le pressioni possibili: inclusa una protesta contro l’acquiescenza attuale se non la complicita’ Indiana futura con la Giunta Birmana, e questo prima che succeda il peggio.

(Petizione online “Stand with the Burmese Protesters”)