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Ottanta Milioni Di Morti, Due Idioti

E se … la Seconda Guerra Mondiale avesse avuto inizio a causa di un gigantesco errore di calcolo da parte di Hitler (e di von Ribbentrop)? Dopo tutto, e’ un’ipotesi perfettamente compatibile con il pasticcio incredibile che hanno fatto nella gestione dei territori conquistati durante la guerra:

Quando entrai nella stanza accanto Hitler era seduto alla sua scrivania e Ribbentrop in piedi accanto alla finestra. Entrambi alzarono uno sguardo pieno di aspettative quando entrai. Mi fermai a una certa distanza dalla scrivania di Hitler, e poi lentamente tradussi l’ultimatum del governo britannico. Quando ebbi finito, ci fu silenzio. Hitler era seduto immobile, guardando davanti a se’. Non sembrava smarrito, come è stato poi affermato, né arrabbiato, come altri sostengono. Si sedette completamente silenzioso e immobile. Dopo un intervallo che sembrava un’eternità, si rivolse a Ribbentrop, che era rimasto in piedi accanto alla finestra. ‘E adesso?’ Hitler chiese con uno sguardo selvaggio, come a voler insinuare che il suo ministro degli Esteri lo avesse ingannato sulla probabile reazione dell’Inghilterra. Ribbentrop rispose a voce bassa: ‘Suppongo che i francesi ci daranno un ultimatum analogo entro un’ora’.

L’Impero (Britannico) Del Male

Si dice che a grandi capacita’ corrispondano grandi responsabilita’: una frase evidente nelle conseguenze ancora attuali dell’Impero Britannico e del suo disfacimento.

L’Impero Britannico, che occupo’ a un certo punto la maggior parte delle terre emerse e della popolazione umana, probabilmente il piu’ grande che sara’ mai esistito, impegnato idealmente in una missione civilizzatrice e mercantilistica, e’ insomma la causa di una vasta quantita’ dei problemi affliggono il nostro tempo.

C’e’ un legame praticamente diretto fra le decisioni prese in nome e per conto di quell’Impero decenni fa, e quanto avviene in questo momento in Israele/Palestina, in Iraq, in Afghanistan, a Cipro, in Sudafrica e in Zimbabwe, in Egitto e in Sudan, in India e Pakistan, in Birmania, in Iran, in Malesia e in Indonesia.

Prendiamo ad esempio l’Iraq. Facile dare la colpa all’impreparazione e imperizia degli occupanti Americani per le continue carneficine: ma tutto cio’ non spiega perche’ cosi’ tanti Iracheni siano cosi’ tanto intenzionati ad uccidere i loro connazionali.

Riflettiamo su questo ultimo sostantivo. “Connazionali” implica che ci sia qualcosa in comune fra un abitante di Mosul nel Nord, uno di Baghdad nel centro e uno di Bassora nel Sud dell’Iraq. Ne siamo sicuri? Esiste una “nazione irachena”, cosi’ come esiste una nazione “italiana”?

No. Perche’ l’Iraq che conosciamo e’ stato messo insieme fra il 1921 e il 1926 unendo tre province del vecchio Impero Ottomano, smembrato dopo la Grande Guerra dalle Potenze Vincitrici. L’accordo segreto franco-britannico Sykes-Picot nel 1916 aveva affidato gran parte dell’area del Tigri e dell’Eufrate al Governo di Londra, che aveva creato un ufficio apposito per recuperare antiche toponomastiche e mettere un’etichetta ai nuovi Stati, come “Iraq” e “Giordania”.

L’Iraq affidato poi al Re Faisal all’indipendenza nel 1932 conteneva almeno tre Nazioni forzate insieme: i Kurdi di Mosul, i Musulmani Sunniti di Baghdad, i Musulmani Sciiti di Bassora. Cosa c’e’ di strano, in questa logica distorta, se poi Saddam Hussein ha deciso di invadere il ricchissimo Kuwait, i cui confini erano stati tagliati artificialmente nel 1932, naturalmente dal britannico Sir Percy Cox, per impedire all’Iraq di avere un porto profondo abbastanza da essere sfruttabile?

E’ stato tristemente naturale che, in assenza di una qualunque motivazione di solidarieta’ fra i vari gruppi, piano piano l’Iraq scendesse in una situazione di odio interetnico, tenuto insieme solo dalla ferocia del regime di Saddam. Dietro le bombe di oggi, palesi testimonianze del fatto che tanti Iracheni non vedono tanti altri Iracheni come persone umane, ma come oggetti di odio da uccidere in massa, c’e’ quindi il cinico calcolo dell’Impero Britannico che 80 anni fa decise di creare uno Stato dal nulla. Un discorso simile anche se non identico si puo’ fare riguardo l’Afghanistan, l’India e il Pakistan.

Ci sono volute infatti tre guerre, la prima addirittura persa nel 1839/1842, perche’ l’Impero Britannico avesse ragione dei recalcitranti Afghani, il cui regno paradossalmente non era considerato sufficentemente solido per resistere a un eventuale assalto da parte dello Zar di Russia. Il fatto e’ che il subcontinente indiano era considerato davvero la Perla dell’Impero, a Londra, e quindi tutto era subordinato a fare in modo che niente e nessuno potesse minacciarlo, e soprattutto la Russia che dal Baltico era gia’ arrivata al Pacifico e magari pensava di mandare i cosacchi ad abbeverare i cavalli nel Gange.

Fu quella la fonte in Asia di un secolo di guerra di prossimita’ fra i due enormi Imperi, che duro’ dall’epoca di Napoleone fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. All’Afghanistan fu quindi imposta finalmente nel 1893 la perdita delle regioni orientali, circa la meta’ del territorio che forma oggi il Pakistan, separato da un nuovo confine chiamato la Linea Durand. Senonche’ l’etnia Pashtun si trovo’ un po’ di qua e un po’ di la’: e da quella etnia provengono i Taleban.

C’e’ da meravigliarsi, se mostrano ancora segni di recalcitranza? Gia’ Churchill aveva definito i Pashtun come dotati di “un codice d’onore cosi’ strano e inconsistente da risultare incomprensibile a una mente logica”, visto che “il loro sistema etico considera le trappole e la violenza come virtu’ invece che vizi”. Forse uno pensera’ male, ma non sara’ stato forse il caso che la Linea Durand sia stata messa li’ secondo l’antico Divide et Impera, per evitare che i Pashtun potessero fare guerra per l’ennesima volta ai Britannici? E infatti quando ci hanno riprovato, nel 1919, hanno perso.

In Pakistan intanto le aree Pashtun non sono considerate alla stregua di regioni “normali”, ma classificate come “aree tribali” dove lo Stato ammette di non poter fare piu’ di tanto. D’altronde lo stesso Pakistan, l’unico Stato al mondo dove basta essere musulmani per essere cittadini, e’ stato appiccicato insieme, mettendo appunto un pezzo di Afghanistan con un pezzo di India, nel 1947, secondo il piano di Muhammad Ali Jinnah incoraggiato, neanche a farlo apposta, dal Vicere’ Britannico Lord Mountbatten. E alla creazione del Pakistan, come si sa, si puo’ far risalire le stragi del 1948 e innumerevoli guerre contro la Repubblica Indiana; la terribile guerra d’indipendenza del Bangladesh nel 1970; la disseminazione di segreti atomici verso loschi figuri negli anni ’80 e ’90; la nascita e il finanziamento dei Taleban stessi, e quindi la crescita del movimento di Osama bin Laden. E dunque al-Qeada, le Torri Gemelle, tantissimo sangue in tutto il mondo inclusi i terribili giorni di Mumbai a fine novembre 2008.

Potremmo continuare per molto. C’e’ lo zampino britannico dietro l’instabilita’ e quindi il pugno di ferro siriani; il fondamentalismo della casa regnante saudita; il conflitto senza fine fra Israeliani e Palestinesi; la mentalita’ d’assedio dell’Iran e il tentativo di procurarsi la Bomba (non e’ un caso se gli inglesi siano piu’ odiati, in Iran, degli americani); le situazioni di crisi del Sudan, da quella con l’Egitto (separatosi nel 1956 allo scopo di allontanare i britannici), alle guerre interne contro i cristiano-animisti del Sud e i poveri Darfuriani nell’Ovest; la guerra interetnica di Cipro, e decenni di nervi tesi fra Grecia e Turchia; le continue incomprensioni e stragi in Nigeria; il regime razzista in Sudafrica, quello in Rhodesia, la guerra che ha fatto nascere lo Zimbabwe e adesso l’involuzione di quel Paese; la durissima dittatura militare in Birmania, altro “Stato fantoccio” messo insieme per proteggere l’India Britannica; l’assurda divisione fra Malesia e Indonesia con diverse isole tagliate inspiegabilmente in due; e naturalmente, quel disastro che e’ la situazione del Tibet in Cina (le prime mappature segrete di quell’antico regno sono del 1865, ovviamente da parte di agenti britannici, cui segui’ nel 1903 una spedizione militare guidata da Sir Francis Younghusband, che porto’ il saluto di Re Edoardo VII a suon di stragi).

Sembra quasi che a salvarsi sia il solo Canada, ex-colonia britannica che bonta’ sua non ha mai fatto pasticci con nessuno (l’Australia ha una lunga storia di maltrattamento dei nativi).

Potremmo definirlo un vero e proprio Impero del Male, dunque, quello nato all’epoca corsara di Elisabetta I e concluso con la fine degli anni 1960. Al quale, occorre dirlo, si sono affiancati imperi altrettanto funesti per la situazione attuale, come quello francese (si vedano i confini assurdi fra gli Stati africani), o quello belga (cui si puo’ far risalire finanche il genocidio in Rwanda). Ma fare la morale al passato, tutto sommato un posto a noi alieno come il futuro, non serve a molto.

Quello che occorre e’ imparare dalla Storia, per non rifare gli stessi errori continuamente. E la lezione da ricavare dall’Impero Britannico e’ presto condensata: se pensiamo a risolvere solo i nostri problemi, e solo per l’oggi, non stiamo facendo altro che uccidere i nostri nipoti Se i Sudditi di Sua Maesta’ avessero avuto il coraggio di fare gli interessi anche dei popoli che via via assoggettavano, probabilmente ogggi non staremo a piangere su Iraq o Afghanistan o India o chissa’ quanti altri posti pieni di lutti e rovine.

La Luce e lo Scontro – Lettera Aperta al Partito Radicale Transnazionale

Carissimi Cappato / Pannella / Perduca / Mecacci / Bonino / D’Elia / Stango / Mellano / Vecellio e compagni radicali tutti

Noto con dispiacere che ci sono vari punti in maniera di politica a livello globale, sui quali non vado assolutamente d’accordo con quanto espresso da vari esponenti Radicali.

Non essendomi possibile, per esigenze di lavoro, la partecipazione a Bruxelles al Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale (11-13 dicembre), mando quindi alcuni spunti su quanto avrei detto in quella occasione.

La mia preoccupazione principale e’ nel non capire ne’ il senso ne’ le motivazioni, da Radicali, di un certo generale irrigidimento su piu’ fronti, contro chi ci appare come “nemico”: un irrigidimento di cui non vedo lo scopo, anche perche’ non capisco in base a quale strategia si pensi che questo modo di atteggiarsi potrebbe portare ad alcun risultato, se non rendere i “nemici” ancora piu’ “nemici”.

Ci ritroviamo cosi’ ad avere cuori caldi e a portare teste alte, ma a coloro per i quali diciamo di lottare, che cosa potra’ mai loro importare del nostro stato d’animo se non otteniamo niente di concreto per loro?

Peggio: sembra che anche per i Radicali come un po’ per tutti, ci siano popoli oppressi di Serie A e altri popoli oppressi di Serie B, di cui non ci importa un classico fico secco. Che senso ha tutto questo?

Per chiarezza, nel seguito trattero’ di due esempi: la Russia e l’Iran. Comincio con una premessa ispirata dall’intervento di Matteo Mecacci alla Camera, nel Novembre scorso, in un dibattito sulla politica estera e la crisi in Georgia:

“È evidente che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha scelto un certo tipo di politica estera sicuramente diversa da quella degli anni precedenti nella scorsa legislatura”

A me sembra invece evidente che Berlusconi stia continuando la politica estera che fu di De Gasperi, di Andreotti, di Craxi, e anche di Prodi. Con uno stile fra il giullare e lo spregiudicato, ma “ovviamente” lungo le stesse linee guida.

Perche’? Perche’ l’Italia, chiunque sia al Governo, e’ e rimane una “Potenza di serie B” (sempreche’ il termine “Potenza” abbia ancora validita’). Cosa venga deciso a Roma e’ in generale di nessun interesse per la vasta maggioranza delle Nazioni e dei Popoli del Pianeta Terra.

Per tenere contenti gli Italiani e il loro Amor Patrio, a parte qualche insipido summit UE e un vacuo voto nelle decisioni NATO, l’unico modo per far finta che l’Italia abbia un considerevole peso internazionale sta nel dimostrare ogni tanto indipendenza e spregiudicatezza, rifuggendo dalla previdibilita’ almeno nelle decisioni non eccessivamente importanti.

C’e’ nessuno che ricordi quanto fece Craxi lasciando libero Abu Abbas a Sigonella nel 1985, o la capacita’ di Andreotti, nel 1991, di essere l’unico e solo Capo di Governo al mondo che ricevette telegrammi di ringraziamento sia da parte di Gorbachov, sia da parte dei “Dodici” golpisti sovietici?

Inutile quindi notare “una politica estera molto spericolata che cerca rapporti…anche con la Libia di Gheddafi”. I quali fra l’altro sono una scelta obbligata, visto che persino gli USA si avviano alla normalizzazione e non c’e’ vantaggio alcuno a tenersi a distanza.

Continua Mecacci:

“(in Russia) si è scelta la via militare anche per fare i conti con la Georgia, che è solo l’esempio di un Paese che vuole integrarsi nell’Unione europea, che ha una cultura profondamente europea, così come l’Ucraina”

Il consenso fra gli specialisti invece e’ che “Misha” Saakashvili abbia attaccato per primo, lo scorso agosto.

In generale, il comportamento della Georgia post-URSS non e’ mai stato ne’ democratico, ne’ conciliatorio, ne’ liberale nei confronti delle minoranze, a cominciare da Zviad Gamsakhurdia, che dopo aver proclamato l’indipendenza georgiana nel 1991 decise di eliminare ogni autonomia a Osseti e Abkhazi.

Ricordiamoci che Saakashvili stesso ha non troppo tempo fa organizzato la solenne traslazione della bara di Gamsakhurdia (giusto per sottolineare le prospettive di liberta’ di Osseti e Abkhazi sotto il nuovo Governo…). E dopo aver bastonato gli oppositori, si e’ preso tutte le stazioni televisive. Come scrivono in occasioni separate Robert English e George Friedman sulla New York Review of Books, la Georgia lungi dal dimostrare una “cultura profondamente europea”, si comporta nel Caucaso come una “Piccola Russia”.

O in alternativa: se e’ europea la Georgia, perche’ non e’ europea anche la Russia?

Riguardo l’Ucraina, e’ ormai democraticamente e ripetutamente appurato che meta’ del Paese e’ russo e si sente russo. Non sono parte dello Stato Ucraino pure essi? Che messaggio abbiamo da dir loro, se la nostra politica e’ caricare a testa bassa contro qualunque cosa faccia o dica la Russia? E’ questo un punto forse ancora piu’ importante da chiarire. Perche’ non dimostriamo alcun interesse nel destino di certi popoli, per esempio se hanno la buona o cattica sorte di essere appoggiati dalla Russia?

E infatti, sentiamo Mecacci di nuovo:

“Il Presidente del Consiglio ha dichiarato in questi giorni che occorre evitare il ritorno alla guerra fredda. Credo che occorra che qualcuno in quest’aula ricordi che la guerra fredda va rivendicata dal momento che è ciò che ha consentito all’europa decenni di pace”

Ma non e’ stata la Guerra Fredda a consentire la “pace”. E’ stata l’adesione di Stalin agli accordi di Yalta. Nessuna (neanche una) democrazia liberale e occidentale e’ stata fatta sviluppare se non laddove gia’ stabilito da Roosevelt, Churchill e Stalin, e nessuna rivoluzione comunista ha avuto successo se non dove gia’ deciso a priori.

Il destino di ogni Paese, Italia inclusa, e’ stato scritto nel 1945 e non e’ cambiato di una virgola, neanche laddove dopo la guerra l’insurrezione comunista fosse fu piu’ forte (Grecia), o la societa’ non-comunista piu’ solida (Ungheria).

La Guerra Fredda non ha impedito ai Sovietici di conquistare l’Europa (come se gli USA e il Regno Unito sarebbero rimasti a guardare) ma ha impedito ai polacchi, ai cecoslovacchi, ai rumeni, ai bulgari etc etc di sviluppare le loro democrazie liberali e occidentali. Anche il destino delle repubbliche baltiche (e in misura minore, della Finlandia a liberta’ limitata, vittoriosa contro l’URSS ma abbandonata a Stato satellite) lo dimostra chiaro e tondo.

Andiamo a chiedere a loro quanto c’e’ da rivendicare, della guerra fredda.

E sulla minaccia che si ritorni ai vecchi confronti a muso duro con i russi: non dimentichiamoci che la Russia contemporanea, anche quella di Yeltsin, e’ sempre stata trattata dai “nostri” come una minaccia, e l’allargamento della NATO e’ stato sempre sottinteso come una difesa contro la Russia, da quegli Stati dimenticati sessanta e piu’ anni fa oltre la cortina di ferro.

Non meravigliamoci quindi se si comporti come se si senta minacciata (diciamocelo chiaro e tondo: lo e’), e quindi ritenga opportuno cercare di aumentare la propria sfera d’influenza. E’ di dialogo e rispetto che c’e’ bisogno, non di minacce o indignazione. Dice Nicholas Kristof poche settimane fa sul New York Times: stuzzicare un orso irritabile non e’ un sostituto per della seria diplomazia.

Ci sono altri argomenti che mi vedono fuori dalla linea politica internazionale di parecchi dirigenti radicali.

Il piu’ eclatante e’ l’Iran, che alcuni fra noi vedono come la reincarnazione del male assoluto. Di nuovo, scegliendo il conflitto aperto (se non addirittura, auspicando quello armato, rendendo in tal modo inevitabili sia un ulteriore inasprimento della gia’ dura repressione interna, sia il completamento della costruzione di una o piu’ bombe atomiche), laddove niente e’ comprensibile se non si esplorano seriamente le ragioni di tutti.

C’e’ un unico motivo infatti per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

E invece: cosa proponiamo noi? Antonio Stango su Notizie Radicali del 18 giugno 2008 invita a

“[non] concedere tempo agli ayatollah al potere [e pretendere] entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che non c’e’ bisogno di essere amici degli Ayatollah per capire che una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, faranno quanto di piu’ logico e metteranno davvero insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

Dov’e’ la Noviolenza in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter. Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente. In barba alla nonviolenza.

E infine, riguardo la Cina. Non e’ stato possibile convincere nessun Radicale della necessita’ di non far finta di niente dopo il terribile terremoto del Maggio scorso.

Mi e’ stato detto che un terremoto e’ una tragedia non politica: al che rispondo che prima di tutto a uccidere le persone in caso di terremoto sono gli edifici che crollano, e non il tremore della terra. E cosa c’e’ di piu’ politico, e di piu’ colossale esempio di assenza dei piu’ minimi controlli democratici, che l’incuria da parte di Governi un po’ in tutto il mondo (Cina, e Italia incluse, ovviamente)? I quali Governi permettono l’edificazione fuori norma, magari proprio di quelle scuole dove ci sono i bambini e quindi il futuro di innumerevoli famiglie.

Se ne e’ accorto nessuno, fra una bandiera tibetana e l’altra, che il Primo Ministro cinese Wen Jiabao si e’ fatto fotografare piu’ volte seriamente impegnato a lavorare per aiutare i terremotati? Davvero tutto cio’ e’ stato fatto senza che avesse valenza politica?

Mentre di noi che impressione sara’ rimasta, se non di cinici, barbari e cattivi, tutti presi a difendere i tibetani calpestando i morti altrui (e adesso, impegnati a viso aperto nel fomentare movimenti nazionali di resistenza dentro lo Stato cinese, manco fossimo a un remake delle lotte russo-giapponesi riguardo la Manciuria).

Cosa vogliamo ottenere, dalla Cina? Una capitolazione ignominiosa? Tante scuse e il ritiro immediato dal Tibet? Chissa': se cosi’ fosse, cio’ spiegherebbe il deserto assoluto nei nostri cuori, incapaci di manifestare alcuna solidarieta’ di fronte a migliaia di morti.

Ma se cosi’ fosse, qualcuno mi puo’ spiegare di che strategia si tratti? Qual’e’ l’idea di fondo, come vogliamo ottenere quanto vogliamo ottenere, dalla Cina, presentandoci noi stessi a muso duro, indifferenti, miopi e agitatori pronti a tirare nel mucchio?

In ultilma analisi, anche l’indignazione, come dice in risposta a una lettera il gia’ citato George Friedman riprendendo il noto giornalista e politico statunitense Strobe Talbott scrivendo su Time Magazine del 1979 non a caso dell’Iran, non e’ una politica estera.

Questo e’ il tema di fondo. E allora con l’essere Radicali cosa c’entra l’agire da nemici “giurati a prescindere” della Russia, il manifestare noncuranza contro Abkhazi e Osseti meridionali, il considerare l’Iran come il Male, lo sputare metaforicamente negli occhi di centinaia di milioni di cinesi di etnia Han, per non parlare del disprezzo palese contro la Serbia (e di nuovo l’assenza di considerazione per i serbi del Kosovo)?

Anche sul Libano, cosa abbiamo da dire se non le solite generiche accuse contro Hezbollah, come se quelli fossero alieni venuti dallo spazio e non una parte molto consistente della popolazione locale?

A chi giova lo scontro frontale e senza possibilita’ di compromesso? Cosa c’entra, con la Nonviolenza, con Gandhi, con il carattere Transnazionale di un Partito che aspirerebbe anche ad avere in se’ persone provenienti da Paesi in grave e perdurante conflitto fra loro, e tuttavia capaci di rimanere all’interno dello stesso gruppo politico, e di gestire gli inevitabili conflitti senza la evitabile violenza?

Ecco, e’ questo che non capisco. Continuero’ a sforzarmi. Speriamo pero’ che qualcuno mi dia una mano a chiarire cosa vogliamo per il nostro futuro.

La Prima Guerra Mondiale Non E’ Ancora Finita

Come ha detto Melograni a Porta-a-Porta, la Prima Guerra Mondiale e’ stata il suicidio dell’Europa, e ancora l’Europa non si e’ ripresa. Un suicidio che e’ passato dalle fucilazioni di massa dei “disertori”, dalle “decimazioni” in cui uno su dieci veniva fucilato come “esempio” anche se non aveva mai fatto niente, dalle cariche di massa di fronte alle mitragliatrici.

Se l’Italia e’ diventata davvero unita duranta la Prima Guerra Mondiale, allora davvero si spiega tanto dello sfacelo successivo, a cominciare dall’invenzione del Fascismo.

Il 4 Novembre, andrebbero ricordati i morti. Noi inclusi.

Georgia e Russia: A Che Punto Siamo?

E’ passato un mese dall’attacco georgiano contro la popolazione civile nell’Ossezia del Sud. A che punto siamo? Ecco un breve sunto ricavato da varie fonti (Il Sole 24 Ore, The Economist, International Herald Tribune/The New York Times, Spiked Online, Il Corriere della Sera, Il Riformista, The Globe and Mail):

  1. La Russia: e’ debole, e insicura. Ha “bisogno” di dimostrare di non essere tale, ma poi manda i soldati a combattere senza neanche un paio di stivali decenti. Con i suoi forti problemi interni, e un deciso complesso di inferiorita’, e’ sostanzialmente isolata, costantemente con soli due passi di vantaggio rispetto alla crisi piu’ nera. Per quanto?
  2. La Georgia: forse e’ una democrazia, forse no. Sicuramente, non e’ una democrazia solida. C’e’ troppa voglia di “menare le mani”. Mutatis mutandis, e’ la Russia del Caucaso: stessa debolezza, stesso complesso di inferiorita’, etc etc
  3. La UE: ha fatto una ottima figura con la diplomazia del cessate-il-fuoco, solo per poi ritornare alla stupida normalita’ degli interessi nazionali. La sua somma e’ decisamente minore delle parti, rendendola vulnerabile e dipendente, nonostante le sue dimensioni e ricchezza.
  4. Gli USA: la dipendenza da petrolio ha ridotto l’unica Superpotenza a uno stanco fallimento. Troppi nelle stanze dei bottoni pensano di giocare alla Guerra Fredda, e di vendicarsene venti anni dopo che e’ finita.
  5. Il Resto del Mondo: orfani di una politica USA seria, tentennano aspettandone le conseguenze, tutte da vedere.
  6. Svariati commentatori: tutti impegnati nel gioco al rilancio nello sport dell’equivalenza storica. Chi dice che e’ il 1968, chi il 1956, chi il 1938. Io propendo per il 1919. In ogni caso, circolano pericolose e perniciose idee interventiste, in un caos di ideali senza fini.

In Georgia, la Russia Vince a Mani Basse

E se il Presidente Mikheil Saakashvili della Georgia, fosse un agente russo?

Sicuramente con la sua ancora inspiegabile decisione di muovere le truppe nella Ossezia del Sud proprio nel giorno dei giochi olimpici, Saakashvili e’ diventato la cosa migliore che sia accaduta alla Russia dal giorno in cui il prezzo del petrolio ha cominciato a salire. Quale amico di Putin e Medvedev sarebbe mai stato capace di realizzare una serie cosi’ impressionante di risultati pro-russi:

  • Dimostrare che la Russia è la Potenza che comanda nel Caucaso
  • Dimostrare che, nonostante i paroloni, gli Stati Uniti e la NATO non hanno alcun desiderio di aiutare un qualsiasi “alleato” che si trovi nella situazione sbagliata contro la Russia
  • Ripristinate l’orgoglio militare russo, con una rapida e completa vittoria, inclusa una apparentemente inarrestabile invasione della parte della Georgia nominalmente controllata da Tbilisi
  • Permettere al Governo di Mosca di risplendere di gloria diplomatica e magnanimità, rifiutandosi di portare il conflitto alla sua logica conclusione (la occupazione di Tbilisi)

Ora che Saakashvili ha raggiunto i suoi obiettivi, forse potra’ farsi da parte e permettere a un nuovo governo filo-russo di inaugurare una costituzione federale per la Georgia / Abkhazia / Ossezia meridionale…

Ma Che Si Sono Ammazzati a Fare?

La guerra civile jugoslava degli anni ’90 passera’ forse alla Storia come una delle piu’ grandi idiozie mai perpetrate…

ANSA (2008-01-12 21:32): Il Parlamento croato ha votato questa sera la fiducia al rinnovato governo di centro-destra di Ivo Sanader, impegnato a far compiere alla Croazia l’ultimo balzo verso l’adesione a Ue e Nato […] La novità più rilevante rispetto al governo uscente è la partecipazione di un rappresentante della minoranza serba, Slobodan Uzelac, che ricoprirà la carica di vicepremier […]

Le guerre che hanno visto dissolversi la Jugoslavia dopo il 1991 hanno causato 140mila morti e piu’ di un milione di rifugiati.

Il Potere della Nonviolenza

Shaazka Beyerle (Consulente Esperta al Centro Internazionale sul Conflitto Nonviolento – International Center on Nonviolent Conflict) e Cynthia Boaz (Professore Associato di Scienza Politica e Studi Internazionali alla State University di New York a Brockport) hanno pubblicato un paio di giorni fa un articolo sull’International Herald Tribune dal titolo “The power of nonviolence“.

Chissa’ se verra’ ripreso da qualche giornale italiano?

Nel frattempo faccio qui di seguito una traduzione veloce di questo interessante excursus sulle tecniche della nonviolenza, a cominciare naturalmente da quanto sta succedendo in Birmania/Myanmar.

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Il Potere della Nonviolenza
di Shaazka Beyerle e Cynthia Boaz
International Herald Tribune

Giovedi’, 18 ottobre 2007

Non e’ stata una sorpresa vedere la Giunta birmana reprimere violentemente la “Rivoluzione dello Zafferano.” I Generali avevano perso ogni credibilita’ agli occhi del popolo ed era rimasto loro soltanto un mezzo per mantenere il controllo – la repressione.

Ma indipendentemente da quante pistole e quanti carri armati abbiano, i Generali dipendono comunque dai soldati semplici per fare il loro “lavoro sporco”. La Storia insegna che quando un numero sufficiente di persone smettera’ di eseguire i loro ordini, o passera’ all’opposizione, il potere della Giunta si disintegrera’.

Da questo punto di vista, la Rivoluzione dello Zafferano non e’ finita, e’ appena cominciata.

La disobbedienza e’ al cuore della lotta nonviolenta. “Neppure il piu’ potente puo’ governare senza la cooperazione dei governati” ha detto il Mahatma Gandhi. I movimenti Nonviolenti hanno successo non necessariamente quando ci sono dimostrazioni di massa, ma quando abbastanza persone ritirano la loro cooperazione, si rifiutano di obbedire ed insidiano cosi’ la sostenibilita’ del regime.

Notizie di atteggiamenti di sfida continuano ad arrivare dalla Birmania. Fonti della dissidenza segnalano che manifesti dell’opposizione stanno comparendo in spazi pubblici, sulle pareti delle prigioni, incollate su palloncini pieni di elio, e perfino su battelli fluviali.

Le proteste non sono l’equivalente di un movimento nonviolento, ma sono un tipo di tattica nonviolenta. Inoltre, il “Potere del Popolo” non e’ una forza inesplicabile per cui migliaia di cittadini manifestano in strada ed innescano una “conversione” nei cuori degli oppressori.

Il “Potere del Popolo” e’ l’applicazione sostenuta e strategica di una varieta’ di tattiche nonviolente, inclusi disobbedienze civili, boicottaggi, scioperi e noncooperazione. Gene Sharp, uno studioso della nonviolenza, ha documentato oltre 198 tipi di azioni nonviolente e ad ogni nuova crisi ne vengono inventate di altre.

Ci sono quattro tipi di obiettivi strategici per le azioni nonviolente. Possono interrompere il normale funzionamento di una citta’, di una regione o di un Paese, rendendo impossibile il business as usual. Sotto il brutale regime di Augusto Pinochet in Cile, l’opposizione lancio’ un appello al “rallentamento” ed il giorno indicato la maggior parte dei residenti di Santiago cammino’ a meta’ della velocita’ normale, e guido’ a meta’ della velocita’ normale, dimostrando cosi’ ai Generali quanto ne avessero abbastanza – senza che una singola persona rischiasse alcunche’.

Un esule birmano con fonti all’interno del Myanmar ha segnalato che gli attivisti locali “chiedono la noncooperazione con il regime e assenteismo da fabbriche e uffici.”

Le azioni nonviolente, come ha detto 30 anni fa Thomas Schelling, Premio Nobel per l’Economia, possono anche negare a un oppressore cio’ di cui ha bisogno, denaro, cibo, rifornimenti o forza lavoro.

Durante la rivolta popolare contro Ferdinando Marcos nelle Filippine, il pubblico ha ritirato i propri soldi dalle Banche collegate al regime ed ha smesso di pagare le bollette. Questo comportamento ha esercitato una forte pressione su un’economia carente di denaro e malgestita. Marcos aveva bisogno di soldi perche’ la repressione non e’ gratuita. Ci vogliono somme enormi per nutrire, trasportare ed armare soldati, come pure per comprare la lealta’ delle classi dirigenti superiore e di chi e’ piu’ vicino al dittatore.

Strategie e azioni Nonviolente possono anche minare le fondamenta di supporto dell’oppressore – le istituzioni ed i gruppi necessari per mantenere il controllo – inclusi la polizia e i militari. Un esule birmano dice di aver sentito che i soldati birmani non obbediscono completamente agli ordini e che alcuni hanno disertato, e che ci potrebbe essere una spaccatura fra i due Generali a capo del “Consiglio per la Pace e lo Sviluppo dello Stato” che comanda il Paese.

Una lezione dalle lotte nonviolente del passato e’ l’importanza della comunicazione di una visione della societa’ basata sulla giustizia, non sulla vendetta, che accoglie coloro che dopo averlo appoggiato, abbandonano l’oppressore.

Per concludere, le azioni nonviolente sono esse stesse un modo per attrarre piu’ persone nell’opposizione. Un numero crescere di residenti del Myanmar spengono le loro televisioni, e perfino le luci, quando il telegiornale del regime comincia ogni sera, mandando un segnale di sostegno all’opposizione e indicando la propria repulsione per il Governo.

E cosi’ se i Generali volevano la calma, l’hanno ottenuta – una mobilizzazione calma e potenzialmente in crescita. Tale era il caso in Turchia, quando nel 1997 una protesta contro la corruzione iniziata con lo spegnere le luci si e’ sviluppata in dimostrazioni da parte di 30 milioni di perse.

Quando era in prigione, il Reverendo Martin Luther King, Jr. scrisse: “Sappiamo per esperienza dolorosa che la liberta’ non e’ mai data dall’oppressore; deve essere chiesta dall’oppresso.” In Birmania, migliaia stanno facendo e continuano a fare proprio quello.

Con Israele, con l’Iran

Quando si parla di Medio Oriente, di Israele e di Iran si deve purtroppo fare ancora piu’ fatica del solito per riuscire a non farsi ingannare dai diluvi di retorica e prosopopea che forse da quaranta anni mai cessano di arrivare da piu’ fronti.

Ma possiamo almeno provare, comprendendo il perche’ del comportamento iraniano, tranquillizzandoci sulle probabilita’ di uso della bomba atomica, e analizzando le tre possibilita’ di intervento dell’Unione Europea (UE): per stabilire un clima di mutuo rispetto con l’Iran, far entrare Israele nella UE, e dimostrare al mondo che si puo’ fare a meno delle armi atomiche.

- Perche’ l’Iran Vuole la Bomba

Bertrand Kouchner, il Ministro degli Esteri Francese, si e’ recentemente ritagliato uno spazio su moltissimi giornali annunciando una linea dura contro la possibilita’ che l’Iran costruisca una bomba atomica. Per l’occasione Kouchner non ha pero’ detto perche’ mai la Francia non dia l’esempio togliendo di mezzo i suoi ordigni nucleari.

Se infatti il problema e’ la proliferazione delle bombe atomiche, prima appannaggio delle Cinque Potenze (USA, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e adesso in mano a molte (troppe) altre nazioni, cio’ non e’ che la conseguenza logica della decisione delle Cinque Potenze stesse di non rinunciare alle loro bombe.

Perche’? Perche’ l’Atomica e’ il segno dell’essere una Potenza Mondiale, per chi ce l’ha. Per chi non ce l’ha, e’ il biglietto di ingresso nel Club dei Potenti e soprattutto degli Intoccabili. L’Iraq senza Bomba e’ stato invaso, il Pakistan con la Bomba gode di ottimi rapporti con gli USA. E come nel gioco USA-URSS durante la Guerra Fredda, fra India e Pakistan le armi nucleari sono una garanzia di pace ed equilibrio.

Anche per Israele non e’ difficile notare che, chissa’ perche’, l’acquisizione della bomba atomica ha piu’ o meno coinciso con la fine delle invasioni arabe nel 1973..

E quindi, in barba a tutte le minacce e tutti i ricatti Europei ed Americani, nell’assurda logica del nostro Mondo e’ naturale che anche un Paese come l’Iran, circondato da potenziali nemici e continuamente minacciato da lontano, voglia avere la Bomba.

- Perche’ l’Iran non bombardera’ Israele

Il programma nucleare iraniano e’ cosi’ strategico da essere iniziato ai tempi dello Shah, quando naturalmente era incoraggiato dagli USA. Ma non e’ questa l’unica indicazione che l’idea che l’Iran bombardi Tel Aviv fa acqua da tutte le parti. Infatti:

(1) Nessuno ha mai usato le bombe atomiche, perche’ i rischi di ritorsione sono troppi. E’ vero che la ritorsione viene dopo: ma gli USA e Israele hanno abbastanza capacita’ tecniche da bombardare non con una, ma con dieci bombe Teheran e in maniera automatica in caso di attacco. Come possa l’Iran dalla storia plurimillenaria scegliere il suicidio collettivo garantito, non e’ dato sapere.

(2) Bombardare Israele significa quasi sicuramente lanciare un missile. E non e’ l’Iran possa rischiare di sbagliare e invece distruggere Gerusalemme o polverizzare i Palestinesi e poi mandare le proprie scuse da un bunker nel Deserto Settentrionale. L’alternativa e’ far esplodere l’ordigno atomico in una nave in un porto israeliano, facendo finta di non saperne niente, o contrabbandarlo via terra in un modo o nell’altro: entrambi scenari realistici solo per un film di James Bond.

(3) Essere capaci di costruire un’atomica e’ solo un passo dei tanti. Poi bisogna fare dei test, e ogni volta naturalmente costruire una bomba nuova. Il fallito petardo atomico della Corea del Nord del 9 Ottobre 2006 (forse quattro volte meno potente del previsto) ha dimostrato che non si tratta di niente di facile. Una volta completati test decennali, poi, per anni l’Iran avrebbe solo un paio di ordigni pronti, se lanciati un’atrocita’ tremenda ma certo non abbastanza per “cancellare Israele”.

(4) L’Iran non ha mai attaccato nessuno negli ultimi due secoli. Non si capisce perche’ dovrebbe farlo proprio adesso e a rischio totale della propria esistenza. In compenso non sono mancate le aggressioni: inclusa quella dell’Iraq, di nuovo sponsorizzata dagli USA (e dall’Europa) e costata un milione di morti. E’ vero che soldi e armi arrivano da Teheran a Hamas e Hezbollah, ma non dobbiamo commettere l’errore di pensare che la propaganda esista solo da noi: nel 2006 l’Iran ha promesso di mandare in Libano un “battaglione suicida” e lo ha fatto comparire agguerrito in televisione, ma poi non e’ partito nessuno.

(5) Al confine del Mare di Sabbia Araba dal Marocco a Baghdad, checche’ ne dicano gli ayatollah l’Iran Sciita e’ un ovvio alleato di Israele, cosi’ come lo e’ la Turchia anch’essa Musulmana non-Araba. Non e’ una faccenda di religione ma di alleanza contro il pan-arabismo che continua a cercare di alzare la testa, e che non puo’ tollerare ne’ Ebrei, ne’ Turchi/Ottomani, ne’ naturalmente Persiani Sciiti.

(6) Nonostante la repressione e la censura l’Iran e’ uno dei pochi posti nell’area dove le elezioni vengano organizzate senza che il risultato sia preordinato. Ci sara’ pure un motivo? Il motivo e’ che la societa’ iraniana e’ complessa e matura e ha bisogno di democrazia, ancorche’ soggiogata. Il regime dei preti semplicemente non puo’ tenersi in piedi da solo, e per questo il sistema politico Iraniano e’ molto complesso, con pochi dei classici segni delle dittature centraliste e dirigiste.

(7) Come si puo’ gia’ evincere da quanto sopra, se a volte l’Iran si comporta in maniera paranoica e’ perche’ e’ stato minacciato, usato, invaso e turlupinato per tantissimo tempo. La stessa, originale democrazia non-clearicale Iraniana fu inopinatamente fatta fuori dallo Shah e dalla CIA con la complicita’ britannica nel 1953. A chi si chiede perche’ avvenimenti vecchi di cinquanta anni debbano essere ancora rivelanti ricordo che l’Europa non ha ancora finito di sistemare tutti i problemi legati alla Prima Guerra Mondiale, un avvenimento finito novanta anni fa.

(8) Il Presidente Ahmadinejad chiacchiera tanto ma il suo potere e’ limitato. A comandare e’ il Papa Iraniano, il Leader Supremo Grand Ayatollah Ali Khamenei. Il Presidente non comanda le Forze Armate, e ha scelte limitate riguardo i Ministri dello Spionaggio e della Difesa. E in contrasto alle ambiguita’ di Ahmadinejad sull’Olocausto, la TV di Stato dell’Iran ha ottenuto un enorme successo con lo sceneggiato “Svolta di Zero Gradi” (“Madare sefr darajeh”), la storia di uno studente iraniano che si innamora (addirittura!) di una Ebrea francese a Parigi e tramite lei vede crescere il dramma della Shoah.

C’e’ dunque motivo di ritenere che se la situazione non cambiera’, l’Iran costruira’ una bomba atomica ma non la usera’. E se questa puo’ essere una buona notizia per chi abbia a cuore Israele, certo non lo e’ abbastanza per l’Umanita’ intera, perche’ l’Iran Nucleare sara’ l’ennesimo aumento della proliferazione atomica. La Siria, l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Turchia certo non potranno esimersi dal seguire l’esempio.

Lo vogliamo davvero, un mondo dove le bombe atomiche sono come il prezzemolo?

- Tre Opportunita’ per l’Europa

La situazione pero’ e’ ancora fluida, e per l’Europa ci sono tre chiare opportunita’ di leadership: recuperare un rapporto con l’Iran al di fuori della logica americana autolesionista degli Stati Canaglia; cominciare i negoziati per l’ingresso di Israele nell’Unione; e avere il coraggio di mostrare al mondo che si puo’ vivere senza l’Atomica.

(i) Dialogo e Rispetto con l’Iran
La politica estera dell’Amministrazione Bush, che certo non ha mai mostrato lungimiranza, ha uno dei suoi cardini nella demonizzazione dell’Iran, anni fa appunto incluso in quella lista del cosiddetto Asse del Male, addirittura con la Corea del Nord. Questa demonizzazione viene perorata in una propaganda cosi’ pervasiva da aver trasceso i confini politici fra destra e sinistra, conservatori e “liberals”.

Nonostante la debacle in Iraq, si fanno apertamente e seriamente piani per attaccare, invadere e/o bombardare uno Stato Sovrano in barba a ogni trattato internazionale. La figura di Ahmadinejad e’ usata correntemente come esempio di Cattivo Mondiale, e anche chi lo ha invitato alla Columbia University si e’ sentito in dovere di insultare il proprio ospite, in barba a duemila anni di tradizione “Occidentale”.

Tanti hanno sottolineato come Ahmadinejad abbia improbabilmente affermato che in Iran non ci sono omosessuali. Nessuno si e’ chiesto come mai il Presidente Iraniano avesse deciso di andare li’, e se Saddam Hussein o il nordcoreano Kim Jong-Il per esempio avrebbero mai potuto fare niente del genere. E nonostante l’Iran non c’entri assolutamente niente ne’ con al-Qaeda, ne’ con i Taleban, ne’ con gli attentati dell’11 Settembre, al Presidente in visita e’ stato negato l’accesso al sito delle Torri Gemelle, quasi che le avesse buttate giu’ personalmente.

Quale reazione possiamo mai aspettarci di ritorno se non un arroccamento a difesa anche del programma atomico?

A Teheran lo sanno anche le pietre che se l’Iran decidesse domani unilateralmente di rinunciare all’Atomica, la probabilita’ di un attacco USA, se non di un golpe appoggiato da Washington, aumenterebbe vertiginosamente, e rimarebbe alta anche dopo il cambio della guardia in America nel Gennaio 2009: questo perche’ la fiducia reciproca e’ zero, e l’Iran ha gia’ imparato piu’ volte a sue spese che tutti i discorsetti sui Diritti e la Democrazia sono stupidaggini che gli USA o il Regno Unito non hanno timore a mettere da parte quando fa loro comodo.

In una frase: l’Atomica e’ uno strumento di difesa della Nazione contro minacce ed interferenze esterne, e solo quando queste finiranno sara’ possibile immaginare la fine anche della Bomba Iraniana.

Il punto riguardo l’Iran e’ che se non si rinuncia alle caricature e alle demonizzazioni, non si puo’ sperare in un dialogo serio. Un’Europa seria avrebbe allora cominciato da tempo a ricostruire la fiducia con l’Iran, cominciando con il prendere seriamente Ahmadinejad e Khamenei. Niente e’ perduto, ma grazie guarda caso alla Francia, invece, le carte migliori sono in mano alla Russia e a quel Putin di cui ormai conoscono tutti il viaggio a Teheran, dopo le presunte minacce alla sua vita.

(ii) Ingresso di Israele nella UE
Un’altra iniziativa Europea che avrebbe dovuto essere gia’ intrapresa anni fa e’ invitare Israele nell’Unione, mandando cosi’ un segnale molto chiaro al Mondo Arabo ma anche e soprattutto a Teheran, e cioe’ che la difesa di Israele e’ la difesa dell’Europa. Chi avra’ sogni velleitari di “annientare Israele” avra’ quindi l’impossibile compito di dover annientare un intero Continente. Riaprendo inoltre l’Europa alle sue radici di cultura ebraica cosi’ inopinatamente recise settanta anni fa, l’ingresso di Israele sarebbe la chiosa suprema per seppellire secoli di antisemitismo, i pogrom, e la Shoah.

E perche’ no, vorrebbe dire anche avere un peso non zero nell’aiutare gli amici Israeliani a correggersi dove sbagliano, nelle discriminazioni anti-Palestinesi, nella tortura di Stato, nella strategia distruttiva della colonizzazione: perche’ in Europa puo’ solo entrare l’Israele dove, nelle parole di Adam LeBor sul New York Times, “non ci sono strade separate per Arabi ed Ebrei”, “villaggi resi inaccessibili dai bulldozer dell’Esercito”; “posti di blocco”; e “uno steccato di sicurezza che separa gli agricoltori dalla loro terra, e i bambini dai loro luoghi di gioco”.

(iii) Rottamazione delle atomiche europee
Israele nell’UE non basta pero’, perche’ come detto all’inizio il problema della proliferazione degli ordini atomici e’ globale. In Europa le testate sono di proprieta’ della Francia e del Regno Unito: riuscira’ qualcuno a far dire loro per davvero perche’ mai ne dovrebbero aver bisogno? Per esempio, potrebbe mai esserci un attacco atomico all’Europa con un’America indifferente? E in ogni caso, se c’e’ un motivo per cui due Potenze relativamente minori hanno “il diritto alla Bomba” cosa impedirebbe di applicare le stesse argomentazioni piu’ o meno a ogni Stato di media grandezza, Iran incluso?

Non si tratta di argomenti facili, e Parigi e Londra si aggrapperanno alle loro disutili bombe con le unghie e con i denti. Il discorso da fare e’ che proprio perche’ i due ex-Imperi non vogliono rinunciare ai loro giocattoli, c’e’ il rischio di centinaia di migliaia se non milioni di morti in un attacco atomico da qualche parte nel mondo.

Lo status quo e’ quello di un’Europa codarda e ipocrita, le cui minacce e pontificazioni mai potranno liberare l’Umanita’ dal pericolo della Bomba.  Anzi, il numero di Paesi dotati o pronti a dotarsi della Atomica continuera’ a crescere.

E con esso il rischio che qualche idiota faccia esplodere una citta’ per stupidita’ o imperizia.

Kosovo: Un Sogno per Superare la Crisi

Occorrono idee nuove, irragionevoli, assurde, per evitare che logica e realismo conspirino diplomaticamente a perpretare nuove ingiustizie in Kosovo, e prolungarne per molti anni la situazione di conflitto

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Dopo tanti anni di rinvii la crisi internazionale intorno al Kosovo sta per venire al pettine.Secondo le intenzioni del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon, il 10 dicembre sara’ la data conclusiva dei negoziati fra la Serbia e la provincia meridionale a maggioranza Albanese esclusa dal controllo di Belgrado dal 1999.

Il mediatore Martti Ahtisaari ha pubblicato lo scorso Aprile una serie di raccomandazioni che includono l’indipendenza del Kosovo, e ci sono tutte le indicazioni che gli ulteriori negoziati in corso falliranno, gli USA seguiranno il Piano Ahtisaari, la Russia ne fara’ un caso, e la Serbia si chiudera’ a riccio rifiutando sdegnata a priori di entrare nell’Unione Europea (UE), sempre piu’ attratta in orbita intorno il Presidente Putin (che magari all’epoca sara’ Primo Ministro).

Nel frattempo la UE, per dimostrare di non essere comandata da Mosca, decidera’ in una materia cosi’ straordinariamente europea di seguire quanto dettato da Washington: scegliendo cosi’ di non fare niente per sanare i conflitti rimasti aperti nel Continente.

Anzi, si puo’ essere certi che scorre abbastanza cattivo sangue fra il Kosovo e il resto della Serbia da garantire che dal 10 dicembre in poi, i mercanti d’armi faranno affari con le bande armate di qua e di la’ della “nuova” frontiera, semmai ce ne fosse bisogno.

La Storia insegna che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Europei sono diventati bravissimi a illudersi che i problemi si risolvono rimandandone la soluzione a data da destinarsi. Non meravigliamoci allora se non e’ cambiato molto da quel Dicembre 1991 nel quale prima la Germania e poi il resto dell’Unione riconobbero l’indipendenza di Croazia e Slovenia, all’apparenza fermando la guerra fra Zagabria e Belgrado ma in pratica scatenando il lunghissimo conflitto bosniaco.

Un parallelo tra la Bosnia e il Kosovo e’ ovvio: nella prima furono Musulmani e Croati a optare per l’indipendenza nonostante il desiderio dei Serbi locali, nel Kosovo sono gli Albanesi: o meglio, gli Albanesi che si sono trovati in Serbia a causa di una decisione geopolitica presa sulla testa dei loro avi, quasi 130 anni fa.

Gli Albanesi sono infatti uno dei popoli storicamente “perdenti”, un po’ come i Kurdi. Nel 1878 fu addirittura riconiata da Bismarck per l’Albania quella frase “solo un’espressione geografica” usata anni prima per definire l’Italia. E fu quindi negata l’indipendenza, fino al 1913 quando l’Albania che conosciamo e’ stata ritagliata in una conferenza internazionale a Londra, abbandonando pero’ una larga fetta di popolazione etnicamente albanese nelle attuali Serbia, Grecia e Macedonia.

La caratteristica che accomuna queste decisioni e’ che nessuno ha mai interpellato gli Albanesi stessi. Anche in Kosovo, alla fine la “liberazione” e’ arrivata dalle bombe americane, non dalla guerriglia. E dal 1999, nonostante siano state tenute delle elezioni, la provincia e’ stata effettivamente in mano all’ONU seguendo la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244.

Neanche i Serbi hanno granche’ da celebrare nella loro storia. Sottomessi dagli Ottomani nel 1389 dopo aver vinto una battaglia contro di quelli proprio in Kosovo, fu loro riconosciuta internazionalmente l’indipendenza nella gia’ citata Conferenza del 1878. Persero pero’ la maggior parte della popolazione maschile fronteggiando l’Impero Austriaco nella Prima Guerra Mondiale, e furono atti poi a pezzi non solo figurativamente da Nazisti, Croati e Italiani nella Seconda Guerra Mondiale,. Finito il Comunismo di Tito hanno fatto guerre quasi per tutti i dieci anni della straordinariamente aggressiva Presidenza nazionalista/socialista di Slobodan Milosevic, in un isolamento sempre piu’ implacabile.

La Serbia e’ oggi una nazione con serissimi problemi di immagine, che per qualche motivo non si sono risolti quando il Dittatore nel 2000 e’ stato impacchettato verso il processo all’Aja e la morte in carcere. Il suo cammino verso una democrazia “moderna” continua a non essere facile, con i nazionalisti sempre al potere o quasi, un Primo Ministro ucciso dalla mafia, e vari criminali di guerra ancora latitanti. Nonostante il cambiamento di regime grazie a una incruenta rivoluzione popolare, non c’e’ stato granche’ tentativo di rapprochement fra Belgrado e Bruxelles/Washington, in un atteggiamento rancoroso.

Sembra quasi che l’intera Nazione Serba debba “scontare colpe”, in un modo di pensare un po’ difficile da comprendere specie in chi ha fatto tanto per intervenire, togliere di mezzo Milosevic e dare spazio alla democrazia.

Ma i Serbi sono Europei, quanto lo sono gli Italiani, i Portoghesi e i Tedeschi (e gli Albanesi). E’ vero che la loro societa’ si e’ sviluppata anni fa in maniera dittatorial-comunista; che c’e’ ancor oggi corruzione e mafia nei centri di potere; che alcuni Serbi hanno commesso atrocita’ in una guerra a tutti gli effetti civile, macchiandosi di sangue in tentativi di pulizia etnica, in campi di concentramento e in eccidi; e che due criminali di guerra come Karadzic e Mladic siano ancora a piede libero.

Ma tutto cio’ rende i Serbi ancora piu’ Europei, accomunando la loro storia con quella di quasi tutto il resto del Continente: dai Partiti Comunisti; al fascismo italiano; alle menti naziste genocide, molte delle quali poi fuggite e mai trovatisi di fronte a un tribunale. E non e’ difficile continuare.

Possiamo anzi dire di piu’: la UE e’ figlia del cambiamento epocale di paradigma del 1951, quando l’ascia di guerra fra Francia e Germania, l’Europa Latina e quella Germanica, fu sotterrata nella Comunita’ Europea del Carbone e dell’Acciaio, ben 1942 anni dopo il massacro delle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo. La UE e’ l’esperimento di pacificazione piu’ di successo nella Storia dell’Umanita’, piu’ importante perche’ piu’ complesso anche dei 6414 chilometri completamente smilitarizzati fra USA e Canada.

Ma se con quell’idea l’Europa comincia, con quella finisce (o quantomeno, si inceppa). Sara’ insomma proprio l’ingresso della ex-antagonista Serbia a sancire il completamento “europeo” della UE, proprio perche’ la Serbia e’ stata per anni il nemico da isolare e finanche bombardare.

(Un paio di incisi per chiarezza: anche l’ingresso dell’Albania nella UE e’ importante ma appare soprattutto una questione di tempo…dal punto di vista strategico, e’ come se fosse gia’ avvenuto. E gli altri “pezzi mancanti” del Continente (Svizzera, Norvegia, Islanda) sono in tutto tranne che sulla carta membri effettivi dell’Unione, di cui devono seguire quasi ogni direttiva e regolamento).

Infine, senza Serbia, anzi se la Serbia viene messa alla porta e/o si pone volontariamente in contrapposizione del sogno che fu di Spinelli, Monnet e Schuman, la UE non solo non potra’ mai essere completa, ma si trovera’ anche a spendere tempo e risorse per quella che rimarra’ una ferita interna, inutilmente aperta e che sanguinera’ alla prima occasione: altro che espansione alla Turchia, all’Ucraina, al Marocco e ad Israele!

Purtroppo pero’ quello e’ il futuro piu’ probabile. Per gli Albanesi del Kosovo, l’indipendenza e’ adesso un sogno che pensavano di aver gia’ ottenuto l’anno scorso. Per i Serbi a Pristina e Belgrado invece il mantenimento della provincia del Kosovo e’ l’ultimo bastione di dignita’ nazionale da difendere, dopo essere stati divorziati da Sloveni, Croati, Bosniaci, Macedoni e Montenegrini.

Andrebbe considerata anche la posizione dell’Albania, che naturalmente non e’ stata invitata ai negoziati ma e’ pur sempre confinante e a cui potrebbe aspirare di unirsi nel futuro un Kosovo alla cui indipendenza il Primo Ministro di Tirana Sali Berisha si e’ dichiarato favorevole (anche se il sogno della Grande Albania forse e’ morto il giorno che i rifugiati kosovari hanno potuto “apprezzare” in che stato era ridotta dopo il suicidio culturale, sociale e politico di 41 anni anni sotto Enver Hoxha; paradossalmente, il Kosovo potrebbe entrare nella UE molto prima dell’Albania).

La partita pero’ e’ fra pesci grossi. Ci sono di mezzo anche gli USA, che hanno dichiarato piu’ volte l’ntenzione di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, in aperto contrasto con la posizione filoserba della Russia, mentre la UE cerca di decidere la propria strategia all’unanimita’ e quindi pospone ogni atto concreto il piu’ possibile..

Siamo alle solite, con gli Albanesi in mano alle Potenze che se li tirano di qua e di la’: 94 anni dopo Londra 1913, non e’ cambiato niente.

E’ facile capire perche’ allo stato attuale i negoziati non siano arrivati a conclusione. Nella crisi del Kosovo la diplomazia internazionale mostra tutti i suoi limiti, colpita ancora una volta dalla “Maledizione della Ragione”: quel meccanismo per il quale la somma dei comportamenti perfettamente logici di ciascuno dei protagonisti e’ una decisione collettiva perfettamente illogica, e disastrosa.

Pensiamo al gioco delle parti che porto’ l’equilibratissima Europa di prima dell’attentato di Sarajevo nel 1914 alla autodistruttiva crisi della Prima Guerra Mondiale; oppure anche alla Guerra di Corea, che si interruppe il 27 Luglio 1953 al confine dove era iniziata il 25 Giugno 1950, con la “piccola differenza” di quattro di milioni di morti.

Per forza di cose, nessuna soluzione “logica” presentata finora puo’ soddisfare tutte le Potenze, anzi ogni “idea pratica” garantisce il perpretrare di una ingustizia: un Kosovo indipendente sarebbe la prova che degli interessi della Serbia agli USA e alla UE non potrebbe importare meno: francamente, un’umiliazione davvero di troppo e non si sa bene a quali fini. Un Kosovo provincia della Serbia vorrebbe dire invece il tradimento delle aspettative costruite in tutti questi anni, e alienerebbe i kosovari senza peraltro suscitare moti di ringraziamento a Belgrado o a Mosca.

La continuazione dello status attuale di protettorato ONU non giova invece certo allo sviluppo di un territorio che sta sviluppando dipendenza dagli aiuti internazionali, e dalle attivita’ malavitose che si finanziano con il contrabbando soprattutto di droga.

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Occorre allora un’idea nuova, irragionevole, assurda, impraticabile e proprio per quello davvero logica, ragionevole e pratica, molto piu’ che le guerre fredde e calde (e probabilmente, i morti) che altrimenti, quasi ineluttabilmente ci attendono.

Quale puo’ essere quell’idea? Offrire l’indipendenza a un Kosovo leggermente piu’ piccolo, secondo le linee etniche di prima del 1999, con conseguente cessione dei territori a maggioranza Serba alla Serbia?

Implementare una unione doganale Serbia/Kosovo/Albania che semplificherebbe le loro trattative di accesso alla UE e renderebbe in un solo colpo obsoleto il problema dell’indipendenza del Kosovo?

Offrire la libera circolazione delle persone fra Serbia e Kosovo indipendente, con generosi aiuti per i Serbi che volessero rientrare in patria? Dimenticare l’indipendenza in favore di una separazione federale a base etnica “a macchia di leopardo”? Garantire alla Serbia l’ingresso immediato nella UE una volta varata la legislazione necessaria, e comunque non dopo Croazia e Turchia? Riammettere Belgrado nel consesso delle nazioni senza la sfiducia passata e indipendentemente dalla situazione con i criminali di guerra? Compensare almeno le vittime serbe civili del 1999?

Nessuna di quelle domande ha una risposta facile: anzi, potrebbero essere tutti e solo Sogni. D’altronde, cosa hanno da offrire le Potenze, se non incubi?

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ADDENDUM DEL 8 NOVEMBRE: Segnalo il blog di Roberto Spagnoli sull’argomento Kosovo

NATO: La Storia Perduta

Sara Chayes avra’ anche ragione nel difendere il contributo della NATO alla guerra in Afghanistan sulle pagine del New York Times, e nel sottolineare come gli USA abbiano preso sottogamba le offerte di aiuto da parte dei loro alleati dopo l’11 Settembre.Ma uno non puo’ incolpare della situazione un’Amministrazione americana dura e pistolera.

All’epoca del conflitto in Kosovo, infatti, la NATO non fu certo messa da parte, anzi gli USA fecero piu’ del possibile per condurre la campagna sotto l’effettiva egida dell’Alleanza Atlantica.

Sfortunatamente pero’, quasi nessuno fra gli altri membri della NATO sembro’ capirci niente di strategia militare, e tutti preferirono giocare per le sole loro politiche interne. Il risultato fu un incubo per i comandanti americani, evidentemente piu’ avvezzi a combattere il nemico che ad accomodare tutte le richieste piu’ strampalate e i veti dei loro alleati.

Avendo quindi la NATO dimostrato di essere un gruppo troppo chiacchierone e quasi completamente disutile, c’e’ poco da meravigliarsi se fu messa da parte quando ci fu da invadere l’Afghanistan.

Moratoria ai Bombardamenti in Afghanistan

Sulla scia delle proteste del Governo Afghano, anche il Ministro Parisi si e’ svegliato all’omicida realta’ delle continue stragi di civili in Afghanistan, causate dai bombardamenti NATO.

Parisi si illude di ottenere “assicurazioni definitive”. Non prendiamoci in giro. Vuole andare oltre le solite inchieste? Si legga un libro di Storia.

L’esperienza da Guernica in poi e’ che tirare nel mucchio bombe (quand’anche “intelligenti”) uccide civili inermi e innocenti. Punto.

Decidiamo quindi: restiamo complici e co-colpevoli delle stragi, e smettiamo di piangere sui corpi dei bambini che tutto sommato vogliamo uccidere.

OPPURE mettiamo al bando i bombardamenti aerei di civili: cominciando con il SOSPENDERE IMMEDIATAMENTE quelli in Afghanistan.

Non c’e’ Osama bin Laden che tenga, come scusa per continuare quelli che sono omicidi considerati perfettamente accettabili.

Afghanistan: A Chi Credere?

Titolo da L’Unita': La Nato bombarda Lashkar Gah, 40 talebani uccisi

Prima versione: Il portavoce del comandante della polizia afgana di Helmand, Habibullah, ha raccontato che dall’alba i soldati occidentali hanno attaccato i miliziani fedeli al mullah Omar con due distinti assalti, ognuno dei quali ha goduto della copertura aerea. Habibullah ha precisato che nel primo confronto sono morti almeno undici miliziani fondamentalisti, 27 in quello successivo; nessuna perdita invece dall’altra parte, cioè nel contingente Isaf.

Seconda versione: sul sito Peacereporter di Emergency […] si dice che sono i talebani ad aver lanciato un’offensiva accerchiando la città di Lashkar Gah. «Questa mattina abbiamo già ricevuto dieci feriti, vittime dei bombardamenti della Nato e degli scontri ormai vicinissimi», raccontano dall’ospedale di Emergency. Tra i morti, secondo il sito ci sarebbero anche un bambino di un anno e un soldato afgano.

Notevole che adesso anche l’Unita’ prema a piu’ non posso perche’ i lettori credano alla verita’ “ufficiale”. Ustica, addio!

Mettiamo al Bando i Bombardamenti Aerei di Civili

Si potra’ mai fare un discorso serio sull’intervento in Afghanistan, senza le stupidaggini “pacifiste” dell’estrema sinistra, e anche senza calarsi le brache di fronte a una pluriennale azione militare che non va da nessuna parte e ci sta rendendo complici di innumerevoli
stragi di civili Afghani (quella, ieri, ed eccone oggi subito un’altra)?

Diventa in realta’ sempre piu’ pressante il riconoscere l’uso dell’aviazione per bombardare civili come crimine di guerra e crimine contro l’umanita’.

Da una parte significa trucidare persone inermi sparando letteralmente “nel mucchio”, e dall’altra elimina ogni traccia di umanita’ in chi sgancia le bombe.

Il bombardamento di civili e’ un orrore gia’ riconosciuto dal pioniere del volo Santos-Dumont (che si suicido’ per questo) e da Pablo Picasso nel suo “Guernica”.

Questo problema e’ adesso esacerbato dall’evoluzione verso la guerriglia dei conflitti armati moderni, con la presenza sempre piu’ solita di piccole unita’ di attacco molto mobili invece che grosse armate a fronteggiarsi (si veda la guerra fra Israele e Hizbullah nel 2006).

Queste unita’ per forza di cose viaggiano fra un luogo popolato e l’altro, a parte quando e’ disponibile un’alternativa, come una fitta giungla dove nascondersi.

Nessuno sognerebbe di radere al suolo Corleone per eliminare i mafiosi: la vita degli innocenti ha un valore troppo grande per giustificare azioni cosi’ brutali. E allora perche’ tollerare un simile comportamento in tempo di guerra?

Dulcis in fundo, il bombardamento aereo e’ pressocche’ inutile dal punto di vista militare, e per una Serbia che accetta di abbandonare il Kosovo dopo i bombardamenti ci sono tantissimi altri esempi contrari, come il Vietnam, la Cambogia, il Laos, l’Afghanistan, l’Iraq, la Germania, la Gran Bretagna, il Giappone e cosi’ via. (Il Giappone si arrese dopo due bombe atomiche, ma l’uso di quelle e’ sostanzialmente illegale di per se’)

Se ci sono forti sospetti che questo o quel pezzo da novanta di Al Qaeda sia in questo o quel villaggio afghano, che si mandino delle truppe di terra a catturarlo, invece di sparare e bombardare da lontano come tanti idioti. Altrimenti il risultato e’ che bombardiamo regolarmente innocenti in giro per il globo, solo per poi accusare altri di “terrorismo”.

E’ la nostra umanita’ che sta andando perduta.

Pensare l’Impensabile: I Bombardamenti come Crimini di Guerra

Le vite dei civili nemici hanno già poca importanza, a parte che in ipocrite dichiarazioni per la stampa

L’aumento progressivo nel rapporto fra le vittime civili e quelle militari è stato una tendenza molto triste durante la storia bellica della nostra specie. Insieme al generale aumento di efficienza omicida delle nostre armi, cio’ significhera’ che fra pochi decenni se non anni, le guerre saranno combattute con zero morti fra i guerrieri e milioni, nel resto dell’umanità

Addirittura, il fatto che le guerre principalmente uccidano e feriscano gente senza armi, senza nessuna intenzione di usare armi e che non pone assolutamente nessun pericolo per il nemico, è considerato cosa logica e ragionevole. Ed e’ accettato.

Mentre in realta’, non ha senso

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Mi sono sorpreso questa settimana al sollievo di ascoltare che infine soldati Israeliani hanno marciato in Libano, anziché i soliti giri di aeroplani militari che provano a distruggere “chirurgicamente” e nel frattempo uccidono centinaia di innocenti (senza accennare alle vite storte e rovinate degli innumerevoli bambini che vivono nel terrore del suono dei bombardieri)

Finalmente, ho pensato, ci sara’ la’ un combattimento reale fra persone, senza l’intermediazione di bombe lontane

E così ci sarà la speranza che un soldato non ucciderà un gruppo di bambini, al contrario di un pilota di aeroplano: forse, per il solo fatto che il soldato dovra’ guardare chi sta uccidendo, mentre il pilota da’ via la sua anima via ad un assassino robotizzato chiamato “bomba intelligente”

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Può un bombardamento essere qualche cosa d’altro che un crimine di guerra?

Poniamo che sei un combattente di Hizbullah che spara razzi verso Israele. Li stai mirando a qualche cosa in particolare? Altrimenti, tutto e ciascuno sono i tuoi “obiettivi”. Ma allora che vantaggi militari sono guadagnati nell’uccidere madri e bambini, cosa che certamente capitera’? E se ci non sono vantaggi, cosa fai sparando quei razzi se non un’uccisione indiscriminata, un crimine allora contro le regole della guerra?

Pensa invece di essere un pilota israeliano che libera una “bomba astuta” per distruggere una costruzione da dove ti e’ stato detto che razzi vengono sparati da Hizbullah. Ora immagina che la bomba colpisca realmente tale edificio, non uno vicino. E pensa se dieci bambini sono uccisi. Anche se qualcuno potesse dimostrare i vantaggi militari guadagnati nel fare quello che si e’ fatto, chi lo fara’ mai? Che tribunale indipendente controllera’ il tuo comportamento? Ed ancora, se ti dispiacesse per quei bambini, che cosa ti renderà meno responsabile di una persona altrettanto dispiaciuta, colpevole di omicidio colposo?

Una brutta storia che non è limitata a Israele e nel Libano. Gli Stati Uniti ed altre nazioni hanno periodicamente giustificato bombardamenti di villaggi in Irak e  Afghanistan, come un modo giustificato per eliminare terroristi di Al-Qaeda.

Cosi’ come in Vietnam, uccidiamo delle vite per “liberarle”

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Non ho nemmeno accennato all’uso delle bombe “a cluster”, allegramente galleggianti verso terra mentre attraggono bambini piccoli perche’ le tocchino – e muoiano

Che cosa facciamo con gli assassini ed i colpevoli di omicidio colposo nella vita “normale”? E perchè dovrebbe tutto cio’ essere differente in guerra, a parte che quando tutti i partecipanti siano combattenti (e quindi abbiano deciso di “sottomettersi” alle “regole del gioco”)?

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Che genere di civilizzazione e’ la nostra: una che imparato dalla distruzione dei Nazisti di Guernica in Spagna durante la guerra civile locale?

Stiamo identificandoci forse ai tanto disprezzati Nazisti? Quale altra politica o strategia Nazista e’ sopravvissuta fino ad oggi, a parte la “guerra totale”?

Ma per qualche motivo tutti la vogliono, la “guerra totale”, dove ogni passeggino ed ogni letto di ospedale nelle mani del nemico deve essere bombardato come una portaerei o una fabbrica di bombe sporche

Per salvaguardare le nostre vite, diamo a Governi che abbiamo scelto liberamente la licenza di colpire altre persone, comunque innocenti, per quanto giovani o vecchi.

Quanto e’ piacevole dormire bene con la nostra insanguinata coscienza a posto.

Davvero i Cancelli del Cielo si aprono solo per pochissimi

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Che cosa dovrebbe fare uno Stato allora, per combattere un altro Stato o milizia? Che usi un metodo “nuovo e rivoluzionario”: invii la fanteria allo scopo preciso di trovare, disperdere, distruggere i soldati nemici!

Perderai abbondanza di soldati (se non puoi digerire l’idea, arrenditi immediatamente): ma concentrerai la sua potenza fuoco nell’eliminazione delle capacità del nemico di nuocere il tuo Paese.

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Come puo’ qualcos’altro essere considerato come “ragionevole”?

Che cosa penseremmo di un corridore automobilista che sprechi il combustibile per investire tutti i meccanici delle altre squadre e le loro famiglie, invece di focalizzare sulla vincita della corsa con lo sforzo minimo possibile?

Un’analogia più completa sarebbe: che cosa penseremmo di un corridore automobilista che (1) eliminasse tutti i meccanicii delle altre squadre e le loro famiglie, (2) rendesse la corsa degli altri guidatori più facile e (3) allineasse i suoi propri meccanici affinche’ vengano buttati giu’ dagli altri piloti?

Infatti i bombardamenti hanno sempre rinvigorito il patriottismo di chi li subisce.

E ogni civile che muore come “danni collaterali” è un argomento in favore del fare esplodere bombe terroriste in mezzo a folle ignare: in entrambi i casi, i civili sono considerati obiettibi legittimi

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Dunque, le convenzioni di Ginevra dovrebbero essere espanse per proibire tutti i generi di guerra a distanza, cominciando dai bombardamenti, a parte circostanze eccezionali (come il bombardamento di installazioni militari)

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Dobbiamo proteggere i civili nel nostro proprio interesse, poiché l’idea che i bambini e gli anziani possono essere considerati per un momento come obiettivi legittimi o persino danni collaterali accettabili, e’ certamente ripugnante per tutti tranne che per assassini sanguinari

Ed è le nostre vite che stanno diventando più e più a buon mercato, quasi un materiale di consumo. Dobbiamo tornare ai confronti militari fra forze militari? Chiunque tocchi in combattimento una persona che non sta combattendo, dovrebbe essere considerato un criminale di guerra e trattato come tale

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E’ fattibile, tutto cio’? Sappiamo che potremmo vincere le guerre annichilendo ogni persona fra la popolazione nemica. Lo abbiamo fatto per migliaia di anni, ma adesso siamo riuscito a proscrivere un tal crimine contro umanità.

Molte nazioni possono avere accesso ad armi chimiche dagli orrori incomprensibili e un enorme potenziale omicida. Molti le hanno usate, fino alla seconda guerra mondiale. Ma siamo riusciti a rendere fuorilegge anche quel crimine contro umanità

Analogamente per le bombe atomiche

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L’unica cosa ci che impedisce di vedere i bombardamenti e tutti i altri generi “di guerra a distanza” per i crimini che sono, e’ la stessa cosa che ha impedito ai nostri antenati di capire che ci sono regole anche in guerra: i quali antenati quindi non si sono mossi finche’ non e’ stata fondata la Croce Rossa, con il suo trattamento sanitario per tutti i soldati nemici ferriti, le baionette aggiustate su un modello privo di inutili danni

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Pensa l’impensabile: Considera ogni Bombardamento un Crimine di Guerra