La Sindrome di Scassandra

no, il titolo non e’ un refuso…un’altra versione: “Accusiamo i catastrofisti di complicita’ in genocidio?

Proviamo un “se voi foste il giudice”…siamo al processo contro una babysitter perche’ il bambino cui stava badando e’ finito in ospedale cadendo da un tavolo. La babysitter dichiara di non aver fatto personalmente del male al bambino, e tutti sono d’accordo sull’argomento. Pur tuttavia si sa anche che la babysitter, pur consapevole del fatto che il bambino stesse giocando al gioco dei contrari, gli ha intimato di non salire sul tavolo perche’ preoccupata, appunto, che cadesse da quell’altezza.

Se voi foste il giudice…pensereste che la babysitter fosse innocente?

Io no.

Come commentare allora coloro i quali, pur nutrendo ragionevolissime preoccupazioni riguardo argomenti come l’evoluzione del clima, o il picco del petrolio, continuano a ripetere argomentazioni ed azioni gia’ dimostratesi fallimentari, nonostante la consapevolezza (di tutti) che tutto cio’ non abbia mai portato, e quindi mai potra’ portare da nessuna parte? Sono “colpevoli”, evidentemente anche loro…e colpevoli poi di “complicita’ in genocidio”, perche’ a loro dire qualora non si facesse niente ci aspetta un futuro di morte a livello, appunto, di genocidio.

L’unica loro possibilita’ di salvezza dall’accusa di “complicita’ in genocidio” sara’ dimostrare allora che non abbiano comunque troppo sale in zucca (e non dico che cio’ sarebbe difficile…).

Esiste evidentemente un problema di comunicazione fra chi nutre certe preoccupazioni ed il mondo esterno. E’ chiaro anche a tutti che il mondo esterno non accetta il primo profeta che capita. Piu’ straordinarie siano poi le affermazioni, piu’ straordinarie dovranno essere le prove a supporto. Maggiore la richiesta di cambiamento sociale e/o addirittura psicologico, maggiore sara’ il fronte di coloro che si dimostreranno recalcitranti al cambiamento (e meno male, altrimenti saremmo tutti gia’ morti dietro questo o quel profeta di morte).

Si tratta di nozioni gia’ stra-note e al limite del banale. Eppure continuiamo a vedere questo stesso cozzare di teste contro gli stessi muri per le stesse ragioni.

Peggio: alcuni fra quella serie di teste prossime all’auto-danneggiamento, invece di acquisire consapevolezza della situazione e provare un registro piu’ efficace, hanno elaborato una loro psicosociofantasia fra lo strambo e il patetico, rifugiandosi fra le confortevoli braccia della “Sindrome di Cassandra“.

L’idea e’ molto semplice…piu’ di uno e’ convinto di conoscere il futuro (=sapere esattamente come andra’) ma di essere condannato a rimanere inascoltato come, appunto, Cassandra. Ci sono vari aspetti a livello psicologico, in proposito, fra i quali:

  • Le preoccupazioni per il futuro diventano una certezza che capitera’ il peggio
  • Il problema dell’essere inascoltati in passato diventa la convinzione che nessuno ascoltera’ mai

Al catastrofismo piu’ orripilante si accoppia quindi il rigetto del mondo esterno, un rigetto tanto piu’ illogico quanto piu’ la soluzione del problema (cambiamenti climatici, o picco del petrolio) comporta il lavorare assieme al mondo esterno.

E se dietro tutto questo ci fosse una specie di “desiderio di morte” (di nuovo, rendendo appropriata l’accusa di complicita’ in genocidio)? Il Prof. Giampiero Tre Re, “docente di filosofia, psicologia e scienze sociali, [...] dottore di ricerca in Diritti dell’Uomo presso l’Università di Palermo e [...] specialista di bioetica” descrive la situazione cosi’ nel suo blog “Terra di Nessuno” (“Ecologia e psicologia. Profezie che si autoavverano: la sindrome di Cassandra“, 8 Marzo 2007):

[...] Il dibattito pubblico sulla crisi dell’ecosistema, muovendosi tra rimozioni e catastrofismi, assume l’andamento oscillatorio di una sindrome psicosociale, che ricorda il personaggio omerico di Cassandra [...] una sindrome da fine del mondo (o, almeno, di certi mondi) tipica dei passaggi di crisi culturali. [...] è la rivelazione stessa che, mentre annuncia la catastrofe, la rende ineluttabile per cause connesse, in definitiva, non al problema in sé ma ai modi della comunicazione e delle dinamiche dell’organizzazione sociale. [...] Il complesso esita in una profonda frustrazione per l’incapacità di agire tempestivamente ed efficacemente, mentre Cassandra finisce per distruggere se stessa: mentre trova conferma della propria ideologia di salvezza, provoca, proprio per questo, la catastrofe collettiva annunciata.

Da notare che il Prof. Tre Re non e’ certo da annoverare fra coloro che non ritengano essere in corso una crisi ecologica. Ma i suoi suggerimenti per il futuro sono ben diversi dalle solite stupidaggini catastrofiste riguardo masse ignoranti o complotti malvagi:

Se non si troverà il modo di cogliere scientificamente il nesso tra la globalità della crisi dell’ecosistema e il carattere globale dell’interazione culturale uomo-natura il grido di Cassandra non basterà a scongiurare la catastrofe ed anzi, suo malgrado, si presterà a strumentalizzazioni e manipolazioni politiche. [...] Occorre una visione ecofilosofica profonda e al tempo stesso profondamente umanistica, senza inutili e dannosi catastrofismi. Una riflessione epistemologica che si ponga l’obiettivo d’individuare l’eventuale punto di contatto tra una nuova gestalt ecologica ed un antropocentrismo non dispotico nei confronti della natura

Sottolineo: “il grido di Cassandra non basterà a scongiurare la catastrofe ed anzi, suo malgrado, si presterà a strumentalizzazioni e manipolazioni politiche“. Appunto.

E dire che invece qualcosa si potrebbe davvero fare. Pochi giorni fa ne hanno parlato gli esperti convenuti per parlare di “Evidence-based decision making” (“Decidere sulla base delle prove scientifiche“) all’University College of London. A una precisa domanda in argomento, cosa possono fare i cambioclimatisti invece di rifugiarsi nella Sindrome di Cassandra?, hanno dato i seguenti suggerimenti:

  • Impegnarsi nello studiare tecniche implementative, fare tesoro di esperienze passate (come la campagna per la lotta all’AIDS)
  • Parlare con tutti, essere aperti e coinvolgere quante piu’ persone possibile, costruire networks di persone che abbiano lo stesso obiettivo, indipendentemente dalle motivazioni di ognuno
  • Non partire dal presupposto che nessuno ci ascolti, aiutare anzi chi lo fa ad acquisire visibilita’
  • Iniziare con un progetto dimostrativo che accetti invece di negare le obiezioni raccolte

Il guaio e’ che tutto questo “dura fatica”…molto piu’ facile crogiolarsi in un’interpretazione semplicistica del mito di Cassandra. Un po’ come rimprovera Garrison Keillor dalle pagine del New York Times ai Democratici USA:

Credo ancora nel lavorare faticosamente. È più divertente ed è un modo di vita migliore. Non ho molta pazienza per i Democratici che afferrano la sconfitta e trovano in essa la loro ragion d’essere. Sognano di essere una eroica voce che urla nel deserto contro l’egoismo e la crudeltà e affronta nobilmente la sconfitta, e necrologi che dicano che erano visionari e in anticipo sui tempi. Preferirei che si trovino nel loro tempo invece che in anticipo, e che si mettano al lavoro.

Lavoro? Figuriamoci…il cassandrista medio cerca nemici, in modo da non dover far niente di concreto, rendendo assolutamente inutili gli sforzi sui cambiamenti climatici, e sul picco del petrolio.

In un clima perennemente da Fortezza Bastiani, costituzionalmente incapaci di rapportarsi con il mondo esterno, i cassandristi sono pronti a offendere e denigrare, trincerarsi dietro l’autorita’ altrui, impermeabili a una qualunque discussione che non sia fra iniziati, bravi solo a cercare il pelo nell’uovo altrui.

In Italia ovviamente la citazione finale puo’ essere una sola…”continuiamo cosi’, facciamoci del male“.

Elogio (Plurimo) Dello Scetticismo

Elogio (Plurimo) Dello Scetticismo
di Maurizio Morabito (pubblicato sul blog “Climate Monitor” il 19 Settembre 2009)

Straordinaria pagina, quella numero 35 del Domenicale del Sole24Ore del 2 agosto 2009, quasi interamente dedicata (quattro articoli, due grandissimi riferimenti) all’elogio dello scetticismo, antico e moderno, in quanto approccio più ragionevole alla conoscenza (anche a quella “scientifica”); scudo di difesa contro il dogmatismo e strumento di tolleranza, dunque indispensabile per elevarsi dal punto di vista etico.

Uno scetticismo che è arrivato a noi anche grazie all’Illuminismo. Chi lo rifiuta dunque, chi lo denigra, chi incautamente si affida a una “Autorita’ Indiscutibile” nel reame della Scienza, si pone in ultima analisi al di fuori della Scienza stessa e di quasi quattrocento anni di Filosofia.

Quello scettico è un atteggiamento diametralmente opposto dunque al cambioclimatismo attualmente di moda, dove invece una incredibile rigidità dogmatica porta più d’uno ad inalberarsi per Lesa Maestà per esempio allorquando un interlocutore si permetta di mettere in dubbio la profezia della catastrofe impellente, o alcune conclusioni dell’ultimo rapporto IPCC, se non addirittura la pericolosità del riscaldamento globale di origine antropica.

(il resto dell’articolo e’ disponibile su Climate Monitor)

Ateismo Al Capolinea

Da Scientific American, citato per intero sull’Integral Options Cafe:

Una teoria matematica pone dei limiti su quanto una entità fisica possa conoscere del passato, presente o futuro …

David H. Wolpert, un informatico con preparazione di base in fisica che lavora presso lo Ames Research Center della NASA, ha definito la sua versione di “limite della conoscenza”. A causa di quel limite, sono le sue conclusioni, l’universo si trova al di là della portata di qualsiasi intelletto, non importa quanto potente, che potrebbe esistere entro l’universo. In particolare, nel corso degli ultimi due anni, ha progressivamente migliorato una teoria in base alla quale non importa quali siano le leggi della fisica che governano un universo, ci saranno inevitabilmente fatti riguardo l’universo che i suoi abitanti non possono apprendere tramite esperimenti o prevedere tramite calcoli …

Come spiega Scott Aaronson, un informatico presso il Massachusetts Institute of Technology: “Che le tue previsioni circa l’universo siano fondamentalmente vincolate dal fatto che sei anche tu parte dell’universo di cui vuoi fare una previsione, e’ sempre sembrato abbastanza ovvio per me …”

Cosa rimane dunque dell’ateismo? Quand’anche non esistesse altro che l’universo fisico, non vi è alcun modo per qualsiasi parte di esso di apprendere tutto con lo sperimentare o predire con un calcolo. In altre parole, se non esiste altro, l’universo fisico è l’unica cosa che può pienamente conoscere l’universo fisico.

Quanto è lontano tutto cio’ dalla definizione di Divinità? E che cosa lascia tutto cio’ all’ateo? Credere in assurdità come la non-esistenza dell’universo fisico?

Se ha ragione Wolpert, non vi è piu’ alcuna logica nell’ateismo. L’”Ultimate 747″, la prova di Richard Dawkins della non esistenza di Dio, appare pittoresca: semplicemnte, la Divinità non può essere una qualsiasi parte del l’universo fisico.

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Ovviamente si può e potrà ragionevolmente parlare di agnosticismo. Ma nel post-Wolpert l’agnosticismo diventa semplicemente il credere che con la Divinità non si possa entrare in comunicazione.

Di una cosa possiamo essere certi: che ci sia, la’ fuori, molto piu’ di un semplice insieme di oggetti.

Per l’Animale Sociale, Un Abisso Di Solitudine

C’e’ voluto un po ‘di tempo, ma ho finalmente trovato la fonte originale del “divario” menzionato da Elissa Ely recentemente sull’International Herald Tribune.

E’ da uno scritto di Rabbi Joseph B. Soloveitchik, intitolato “Confronto“, e apparso in “Tradition: A Journal of Orthodox Thought“, 1964 Volume 6, # 2. Citazione tradotta dal testo pubblicato sul sito del Boston College:

E’ paradossale, pur tuttavia vero che ogni essere umano vive sia in una comunità esistenziale, circondato da amici, sia in uno stato esistenziale di solitudine e tensione, dove deve confrontarsi con estranei. In ogni persona con cui mi relazioni come essere umano, trovo un amico, perché abbiamo molte cose in comune, così come un estraneo, perchè ciascuno di noi è unico e totalmente diverso.

Questa diversità impedisce una completa comprensione reciproca. Il “divario di unicità” è troppo ampio per essere colmato. Infatti, non è un divario, è un abisso. Ovviamente, molto spesso prevale una sintonia di interessi – economici, politici, sociali – riguardo i quali due persone possono concentrare la loro attenzione. Tuttavia, due persone che guardino allo stesso oggetto possono continuare a condurre esistenze isolate e chiuse in se stesse. Il coordinamento dell’interesse non fa comparire per magia una unione esistenziale.

Noi spesso ci impegniamo insieme in questa o quella iniziativa, e con prudenza cerchiamo di perseguire obiettivi comuni, viaggiando temporaneamente lungo strade parallele, ma le nostre destinazioni non sono le stesse. Siamo, nelle parole della Torah, compagni di aiuto gli uni degli altri, ma allo stesso tempo esperiamo lo stato di rimanere diversi e anche opposti gli uni agli altri. Noi pensiamo, sentiamo e rispondiamo agli eventi non in sintonia, ma singolarmente, ognuno nel suo modo individuale.

L’uomo è un essere sociale, con l’anelito per un’esistenza di insieme fatta di mutuo servizio e esperienze condivise; e una creatura solitaria, timida e reticente, che teme l’invadente, cinico sguardo del vicino della porta accanto. A dispetto della nostra socialità e natura diretta verso l’esterno, restiamo estranei gli uni agli altri.

I nostri sentimenti di solidarietà e di amore per l’”altro” sono appannaggio della nostra personalità superficiale e non raggiungono i recessi piu’ interni della nostra personalità profonda, che non lascia mai la sua solitudine ontologica e non si fa mai coinvolgere nella comunita’ esistenziale.

Le Radici Cristiane del Marxismo (e del Pensiero Contemporaneo)

Sembra proprio che Papa Benedetto XVI non sia proprio in torto, dopo tutto.

Da “Un Salvataggio della Religione” di John Gray, dalla New York Review of Books, Volume 55, Numero 15, 9 ottobre 2008 – recensione di “Perché c’è qualcosa invece di niente? 23 domande da Grandi Filosofi” di Leszek Kołakowski:

Fa parte dei risultati di Kołakowski come il più grande storico vivente dell’intelletto l’aver analizzato i modi in cui la religione è ha plasmato il pensiero occidentale. Il suo lavoro è, in effetti, un lungo argomentare sull’irriducibile presenza della religione nella vita intellettuale e nella società. Per Kołakowski i movimenti “laici” del secolo scorso, come il comunismo, [...] hanno usato categorie del pensiero, compresa una visione della storia come un racconto con un finale, che sono eredità dal monoteismo occidentale. [...] Davvero, la religione non è stata superata, sia nel pensiero di Marx che nei movimenti ispirati a Marx. Invece, la promessa della salvezza e’ riemersa come progetto di emancipazione universale.

Il rinnovo di categorie religiose del pensiero in sistemi che si considerano “laici” [...] e’ continuato nell’ideologia del neoconservatismo. Il concetto di “fine della storia” [...] deriva dalle tradizioni religiose del mito apocalittico. [...] [Visto che] presuppongono di fare una considerazione teleologica della storia che non può essere affermata in termini empirici, tutte queste teorie sono racconti religiosi tradotti in un linguaggio “laico”. [...]

La religione ha influito sulla formazione delle nostre categorie di pensiero, l’esaminare le quali è compito della filosofia. Far venire alla luce l’archeologia dei nostri concetti è parte della indagine filosofica. Per noi, tutto cio’ inevitabilmente comporta tracciare quanto debbano al Giudaismo e al Cristianesimo. Qualsiasi modo di fare filosofia che trascuri queste tradizioni è a-storico e impoverito.

Ci sono alcuni filosofi, per i quali l’unico posto per la religione nell’indagine filosofica è quello del Mostro Cattivo, uno spettro di irrazionalità che deve essere smascherato ed espulso in modo che la filosofia possa essere una disciplina interamente laica. Come Kołakowski ha sostenuto, tuttavia, un discreti ammontare del pensiero laico è stato plasmato dalla religione occidentale. Esorcizzare la religione è più difficile di quanto possa sembrare.

Pierluigi Odifreddi, Richard Dawkins, e Maurizio Ferraris, dove siete?

Dio, Wittgenstein e il Significato come Giustificazione

Nicla Vassallo giustamente suggerisce che si ragioni di piu’ e si sproloqui di meno, in tema di religione ma non solo (“In cosa crede chi (non) crede“, Domenicale Sole24Ore, 20 Aprile 2008). Peccato pero’ che le manchi l’ultimo pezzo del puzzle.

Vassallo parte da Wittgenstein (“Su cio’ di cui non si puo’ parlare, si deve tacere“) per passare alla “nozione di significato come giustificazione“: nel senso che ha significato solo cio’ che si puo’, appunto, giustificare.

Quindi “La Luna e’ fatta di formaggio” non ha senso (e bisogna tacere, invece dire quella sciocchezza) perche’ non c’e’ modo di dimostrare che la Luna, appunto, sia fatta di prodotti caseari.

Applicare questo ragionamento all’ateismo, e alla Fede, sembra un processo molto semplice. Scrive Vassallo a proposito dell’ateismo (prima di fare un discorso perfettamente analogo riguardo chi crede in Dio):

Quando affermiamo ‘sono ateo’ stiamo in effetti affermano ‘Dio (o dio) non esiste‘ per la nozione di significato come giustificazione stiamo dicendo qualcosa che ha significato solo nel caso in cui disponiamo di buone ragioni per credere che sia vero che Dio (o dio) non esiste

Non disponendo Vassallo di quelle “ragioni“, dice (pero’ e sfortunatamente) di ritenere che

sempre che ci siano, queste ragioni sono conseguibili grazie a competenze in filosofia della religione e teologia

(e quindi, in ultima analisi sul problema dell’esistenza di Dio tutti dovrebbero stare zitti)

La qual cosa non mi sembra, diciamo cosi’, un’affermazione molto intelligente…

Si vede che Vassallo non ha mai creduto, e non e’ mai stata atea. Va bene che e’ Professore di Filosofia, ma ci vuole cosi’ tanto a vedere al di la’ del proprio guscio, invece che ritenere che un argomento che ha tenuto impegnate tante menti umane per millenni, e’ risolvibile (se mai e’ risolvibile) semplicemente studiando filosofia della religione e teologia?

Ce l’avra’, un amico credente o ateo a cui chiedere la giustificazione dell’ateismo o della Fede? Le cui “buone ragioni” sono, e lo dico con quasi assoluta certezza, assolutamente personali, soggettive, anzi cosi’ non-obiettive da risultare quasi impossibili da comunicare.

Pur tuttavia, quelle “ragioni” esistono.

E non vengono da nessuna laurea in filosofia o teologia.

Cosa Differenzia l’Homo Sapiens dagli Altri Animali?

Differenziare la specie “Homo Sapiens” dagli altri animali mi sembra un esercizio poco pratico perche’ inevitabilmente perdente. Qualunque cosa ci possa venire in mente, non potendo noi esulare dal fatto che siamo “Homo Sapiens”, non potremo che trovare comunque e sempre il modo di giustificare la supremazia e la peculiarita’ della nostra specie.

C’e’ un’altra faccia della medaglia, in questo ragionamento: che dice che qualunque cosa faccia l’Homo Sapiens, lo stesso comportamento e’ replicato in maniera straordinariamente simile da qualche altro animale. Anche questa e’ una certezza, perche’ di specie animali ce ne sono davvero tante.

Gli Incorreggibili, Fondamentali Difetti del Giornalismo (specie Televisivo)

Questa e’ la traduzione di un saggio da poco pubblicato sul sito della Skeptics Society americana

Originale: Journalist-Bites-Reality! How broadcast journalism is flawed
in such a fundamental way that its utility as a tool for informing viewers is almost nil.
. by Steve Salerno

Si tratta di un’analisi molto interessante e che si puo’ applicare praticamente identica al giornalismo italiano: con la carta stampata spesso prona a far chiasso intorno a stupidaggini e i telegiornali quasi sempre decisi a rinforzare quasi tutti i pregiudizi dei loro spettatori.

Giornalista-Morde-la Realta’!
Come il giornalismo televisivo ha cosi’ tanti difetti fondamentali da rendere la sua utilita’ come strumento di informazione quasi nulla.
di Steve Salerno

Una misura dell’ossessione dei media con le notizie sui “pedofili senza freni!” e’ che tanti di noi conoscono le vittime per nome: Polly, Ambra, JonBenet, Danielle, Elizabeth, Samantha. E adesso c’e’ Madeleine. Chiaramente questi crimini erano e sono orribili e niente qui va inteso come un tentativo di sminuire la perdita subita dai loro genitori.

Ma qualcos’altro e’ stato perso con i giornalisti che ispirano instancabilmente il timore per gli sconosciuti, facendo seguire reportage notturni sui “cyber-stalkers” e “il violentatore nel vostro quartiere” a servizi in prima serata intitolati “Come Catturare un Predatore” (dal programma Dateline della rete NBC)..

Quel “qualcos’altro” perduto e’ la realta’. Secondo il Ministero della Giustizia degli Stati Uniti, in un anno ci sono circa 88.000 casi documentati di abuso sessuale fra giovani. Nei circa 17.500 casi che coinvolgono bambini fra 6 e 11 anni, i colpevoli sono degli sconosciuti appena il 5% delle volte – e se la vittima e’ sotto i 6, solo il 3% (e non solo: piu’ di un terzo dei molestatori sono giovani essi stessi, piu’ che “predatori” adolescenti confusi o inquieti)

In generale, la probabilita’ che uno dei 48 milioni di bambini in America sotto l’eta’ di 12 anni incontri un adulto pedofilo al parco e’ eccezionalmente remota. L’Istituto di Ricerca & Prevenzione delle Molestie Sessuali contro i Bambini la mette cosi’: “Adesso, il 90% dei nostri sforzi vanno nella direzione di proteggere i bambini dagli sconosciuti, quando quello che c’e’ bisogno di fare e’ concentrare il 90% dei nostri sforzi per proteggere i bambini dai violentatori che non sono degli sconosciuti.”

Quello e’ un modo diplomatico di esprimere una verita’ scomoda ma provata dai fatti: che se il vostro bambino non e’ molestato a casa vostra – da voi, dal vostro partner, o da qualcun’altro che avete fatto entrare –e’ alta la probabilita’ che il vostro bambino non sara’ mai molestato da nessuna parte. La copertura mediatica ha precisamente invertito sia la realta’ che il rischio di assalti sessuali contro i bambini. E lungo la via, ha anche sovverito il genere delle vittime piu’ tragiche: malgrado la parata senza fine di giovani volti di bambine in TV, i bambini (maschi) hanno piu’ probabilita’ di essere uccisi nel corso di una violenza.

Pensiamo di conoscere i difetti del “grande giornalismo” dai suoi errori spesso sbandierati ai quattro venti – i relativi scandali, le gaffes e gli “incidenti” – come pure da un recente flusso di rivelazioni dall’interno del sistema. Quando Dan Rather va in trasmissione con una denuncia sensazionale [contro il Presidente] ma basata su documenti falsi; quando il giornale Constitution di Atlanta sbaglia a identificare Richard Jewell come l’autore della bomba alle Olimpiadi; quando a Dateline ricorrono a inserire esplosivi nei serbatoi della benzina dei camion “pericolosi” che, durante le prove, proprio non esplodevano da se’ [quanto volevano invece denunciare]; quando al New York Times il reporter Jayson Blair ruba ad altri reporter le storie citando fonti che non esistono…Vediamo questi avvenimenti come atipici, le eccezioni che dimostrano la regola.

Purtroppo, ci sbagliamo. E sostenere che il giornalismo moderno e’ stato invaso da una mancanza di professionalita’, e che i media “sono comandati da [inserire qui il gruppo politico meno amato]“, significa mancare completamento il punto; suggerisce che tutto quello che dobbiamo fare per rimettere le cose apposto e’ filtrare via le interferenze politiche gratuite o rinforzare le regole un poco piu’ strette.

In verita’, l’odierno sistema di distribuzione delle notizie e’ un’impresa le cui procedure, protocolli e presupposti di fondo sono praticamente la garanzia che non può riuscire nella missione che si e’ ufficialmente dato. Il giornalismo televisivo in particolare e’ incrinato cosi’ fondamentalmente che la sua utilita’ relativa come strumento per illuminare la vita, se non addirittura interpretarla, e’ quasi nullo.

“Dateci 22 minuti (il tempo standard di un giornale radio americano) e vi daremo… che cosa, esattamente?”
Guardiamo le notizie per “vedere che cosa succede nel mondo.” Ma c’e’ subito un problema. Nella concezione classica, la notizia e’ basata sull’anomalia: uomo-morde-cane, per usare l’inflazionatissimo esempio da scuola di giornalismo. L’importanza di questo non può essere esagerata. Significa che, per definizione, il giornalismo nella sua forma piu’ fondamentale si occupa di riportare cio’ che la vita non e’.

Un giornalista famoso al giorno d’oggi, tuttavia, fa molti sforzi per allontanarsi dalla tradizione del cane morso dell’uomo. L’ammettere che cio’ che sta presentando e’ in gran parte “marginalia”, note a margine (o nel migliore dei casi “musica di sottofondo”) sgonfierebbe infatti l’importanza del giornalista stesso in un ambiente in cui i membri piu’ importanti si considerano degli Sciamani e degli Oracoli contemporanei.

In un memorabile articolo del 2002, “Il Peso del Presentare un Telegiornale” l’opinionista Frank Rich la mette cosi’ riguardo i 3 Grandi di allora negli USA (Brokaw, Jennings e Rather): “Non proprio stelle del cinema, non abbastanza parte delle istituzioni, sono piu’ famosi della maggior parte delle stelle del cinema e piu’ potenti della maggior parte dei politici.”

Quindi, il giornalismo come attualmente esercitato comunica due messaggi contradittori: che quello di cui parla (a) e’ un’anomalia (il vecchio standard dell’uomo che morde il cane), ma anche (b) cattura lo zeitgeist, lo spirito del tempo. (“dateci 22 minuti, noi vi daremo il mondo,” dicono tutti i notiziari delle stazioni della radio per tutto il Paese.)

I mezzi di informazione non possono seriamente fare le due cose simultaneamente. In pratica, vengono anzi entrambe a mancare. Dipingendo la vita in termini di anomalie, il giornalismo non rende una istantanea del mondo, ma qualcosa di piu’ vicino ad un negativo fotografico.

E anche quando il giornalismo non sta chiaramente rovesciando la realta’, fornisce un’informazione che varia fra l’immateriale e l’ingannevole. Presentati come cinema-verité, i giornalisti “embedded” nei battaglioni in guerra, come mostrato in Irak e nella recente serie “sulla guerra dimenticata in Afghanistan” su Nightline della rete ABC, mostrano soltanto cosa succede nelle loro vicinanze immediate. E cio’ non e’ per niente utile per dare un senso generale del progresso di una guerra, e potrebbe facilmente essere controproducente: interpretare tali reportage sul campo come un microcosmo valido e’ l’equivalente di stare in un punto in cui piove e presupporre che stia piovendo dappertutto.

I paradossi ed i problemi del giornalismo vengono al pettine nel concetto del “newsmagazination”, il “magazine televisivo di notizie”, di cui sono stati pionieri a “60 minuti” della CBS e che e’ poi divenuto la modalita’ standard di popolari cloni come Dateline, “48 ore” della CBS e “20/20” della ABC. Uno dei fenomeni piu’ intellettualmente disonesti delle annate recenti, la “newsmagazination” si presenta al telespettatore con un minestrone di circostanze messo insieme da:
* una manciata di soundbites, frasi brevissime estratte da fonti aneddotiche,
sondaggi d’opinione (che ci dicono niente tranne cosa pensi la gente)
* statistiche che hanno niente peso come evidenze reali e/o solo attinenza limitata con il punto che dovrebbero “provare”
* enormi difetti dell’argomentazione come l’uso del “post hoc ergo propter hoc”: se un evento ne segue un altro, allora si dice che ne e’ stato causato
* ipotesi di base “esperte” ma erronee o, nel migliore dei casi, non dimostrate, o altro “senso comune” che non viene seriamente esaminato
* una conoscenza riservata dei pensieri nascosti o dei motivi delle persone (come quando un corrispondente della Casa Bianca minimizza le dichiarazioni del Presidente per rivelarci ogni giorno il “vero pensiero” del Presidente stesso), ecc.

Esempio calzante: Il 5 novembre 2004, Dateline sul canale NBC e’ stato dedicato ai pericoli della chirurgia del bypass gastrico per dimagrire. L’argomento era ovvio per Dateline, poiché Al Roker del Today Show della stessa NBC, che ha curato gran parte del servizio, aveva subito l’operazione realizzando una perdita sbalorditiva di peso. Il celebre presentatore Storm Phillips ha cominciato dicendo che il tasso di mortalita’ per il bypass gastrico e’ 1 su 200 (traduzione: il tasso di sopravvivenza e’ 199 su 200, o 99.5 per cento). Phillips ha passato la parola a Roker il quale come sempre affabile ha parlato per alcuni momenti felici del proprio successo, solo per poi trovare la sua faccia triste continuando con la storia tragica di Mike Butler, morto dopo l’intervento.

La storia di Butler ha occupato meta’ del tempo di trasmissione, 30 minuti punteggiati dal classico e obbligatorio soliloquio della giovane vedova. Cosi’, nell’occuparsi di una procedura che aiuta (o almeno, non uccide) circa il 99.5 per cento dei pazienti, Dateline ha scelto di raccontare la storia in termini dello zero virgola cinque percento che ha avuto risultati tragici. Avesse la NBC cercato di riportare equamente il lati positivi e negativi del bypasso gastrico, avrebbe dedicato 1/200mo dell’esposizione – 18 secondi in totale – a Butler.

E inoltre: non sarebbe stato giornalisticamente piu’ responsabile per Dateline dedicare una buona parte della trasmissione ai rischi dell’obesita’ come malattia, che superano di gran lunga i rischi del bypass chirurgico?

Qualcuno faccia i conti…
Un fattore di fondo qui e’ che i giornalisti o non capiscono la differenza fra dati casuali e genuine prove statistiche, o trovano quella distinzione inopportuna per il loro scopo piu’ grande: rendere le notizie drammatiche ed accessibili. I media hanno bisogno di una storia – una descrizione coerente, idealmente con un eroe e un furfante identificabili. Come disse una volta Tom Brokaw, forse rivelando piu’ di quanto intendesse, “Sapete, si tratta proprio di raccontare una storia. Ecco cos’e’ il giornalismo.”

La grande industria tradizionale delle notizie e’ cosi’ poco abituata ad entrare in un qualunque livello di complessita’ e sfumatura che non perdono occasione per semplificare eccessivamente le loro stesse storie al punto di ridurle in caricature. L’esempio contemporaneo migliore e’ la dicotomia Stato Rosso (Repubblicano) /Stato Blu (Democratico), invocata come facile metafora per esprimere il presunto scisma filosofico che divide “le due Americhe.”

Guardando Bill Schneider alla CNN librarsi sopra le mappe all’indomani delle Elezioni Presidenziali del 2004, disegnando linee rigide fra i colori, uno avrebbe potuto pensare che non ci fossero Repubblicani in California, o che un Democratico che arrivi al confine del Texas sarebbe rimandato via sotto minaccia armata. Bene, provate a indovinare: la dicotomia non esiste – certamente non nei termini usati dai giornalisti. E’ solo una finzione pratica e “sexy” inventata dai media.

Anche se la California e’ finita per appoggiare Kerry nel 2004, circa 5.5 milioni di Californiani hanno votato per George W. Bush. Cio’ rappresenta circa il 45 per cento dell’elettorato dello Stato e un collegio elettorale molto piu’ grande nei numeri che quanto ha appoggiato Bush in Stati dove questi ha vinto, compreso il Texas. Parlando del quale: anti-Yankee, ha dato a John Kerry 2.8 milioni di voti. Due-punto-otto milioni. Tuttavia a quanto dicono i media, la California e’ di colore azzurro, profondo e freddo, mentre il Texas e’ brillante, monoliticamente di colore rosso.

Tali montature non sono solo sciocche. Vengono istituzionalizzate nella cultura e colorano – in questo caso letteralmente – il senso in cui che gli Americani osservano la nazione in cui vivono. Ma il mitico paradigma Stato Rosso / Stato Blu e’ solo una delle indicazioni piu’ impressionanti di un’inabilita’ generale dei media nel capire i dati.

Una serie di eventi casuali non fa “una nuova tendenza preoccupante!” – ma cio’ non impedisce ai giornalisti di individuare “modelli” in quanto succede per caso. Pensiamo ai fulmini. Essi uccidono con una strana prevedibilita’: circa 66 Americani ogni anno. Ora, quelle morti potrebbero capitare uniformemente per tutta la Primavera e l’Estate, o potrebbero, in teoria, uccidere quei 66 in una domenica realmente spaventosa a Maggio.

Ma una domenica spaventosa a Maggio non significherebbe necessariamente che stiamo in un anno in cui i fulmini uccideranno 79.000 persone (cosi’come se uccidesse una mezza dozzina di persone chiamata Johanssen quella domenica, non significherebbe che improvvisamente gli Svedesi sono i bersagli.) Tuttavia potete scommettere che se una domenica qualsiasi, mezza dozzina di persone e’ uccisa dai fulmini, presto vedrete un reportage speciale del tipo, FULMINI: DECISI A COLPIRCI?

Abbiamo visto questa tendenza nelle notizie sugli attacchi degli squali, la meningite, l’aumento l’anno scorso degli infortuni mortali nei parchi-divertimenti e ogni qual volta ci sia una serie di accadimenti simili che si presentano tutti insieme per motivi che nessuno riesce a spiegare. I giornalisti reagiscono esageratamente ad eventi che capitano in conformita’ alle leggi della probabilita’. Trattano il fatto che qualcosa sia accaduto come se mai prima avessimo avuto motivo di pensare che potrebbe accadere – come se fosse un rischio completamente nuovo con causa precedentemente imprevista.

L’America e’ diventata piu’ vulnerabile dopo l’11 settembre? O era stata vulnerabile anche prima? Effettivamente, si potrebbe proprio dire che l’America oggi e’ meno vulnerabile, a causa della vigilanza aggiuntiva ispirata dall’11 settembre. Si puo’ evincere quello dai media? Similmente, un crollo di un ponte e’ motivo affinche’ i giornalisti suppongano automaticamente che i ponti siano meno sicuri adesso che nei decenni passati. Certamente invece non e’ motivo di saltare alla conclusione che l’infrastruttura della nazione stia sbriciolandosi, che e’ il modo in cui parecchi notiziari e giornali incorniciarono il crollo del ponte sull’Interstate 35W l’estate scorsa. Direbbe Freud, a volte il crollo di un ponte e’ solo il crollo di un ponte. Ma sfortunatamente, il giornalismo ha proprio bisogno di una “storia”.

Per un esempio lampante della sterilita’ intellettuale di tanto che ci e’ presentato come “notizie principali”, consideriamo il Consumer Confidence Index, l’indice di ottimismo del consumatore e come questo venga riportato dai media. Per decenni, tale indice ha detto all’America come la pensa riguardo le prospettive economiche. Il CCI, l’indice piu’ conosciuto, e’ stato compilato ogni mese dal 1967 dal Conference Board, un’organizzazione senza scopo di lucro nata nel 1916. Il CCI e’ composto da un numero arbitrario di indicatori basati su cinque domande altrettanto arbitrarie, e questionari spediti a 5000 famiglie. (“ritenete un nuovo lavoro come piu’ facile o piu’ difficile da ottenere l’anno prossimo?”).

Martedi’, 30 ottobre 2007, il Conference Board ha riportato che l’ultimo CCI era arrivato al minimo degli ultimi due anni. I mezzi sono immediatamente saltati sulla storia, come sempre quando il CCI scende. (raramente gli spostamenti verso l’alto sono segnalati con lo stesso fervore.). E cosi’, come sicuramente molte delle sue controparti a livello nazionale, una televisione di Filadelfia ha mandato una sua reporter a scovare consumatori che difettavano di ottimismo. C’e’ riuscita.

Pochi reporter si preoccupano di accennare al fatto che, abitualmente, c’e’ stato solo un collegamento molto tenue fra i numeri del CCI e i comportamenti reali di spesa del consumatore, o la salute generale dell’economia come obiettivamente misurata. Infatti, giusto giorni dopo la notizia mogia del CCI, il Ministero del Lavoro ha segnalato che l’economia aveva generato 166.000 nuovi posti di lavoro a Ottobre – due volte la previsione. Quella statistica, che misura la realta’, non ha ottenuto per niente la considerazione del CCI, che misura una percezione.

Ricapitoliamo. Abbiamo una fantasiosa misura che e’ giusto la compilazione di un’opinione, stratificata su altre opinioni basate sul pensiero di passanti e sottoposta ad un’analisi arbitraria (aggiungendo ancora opinione). Questa e’ presentata a lettori e telespettatori come… notizia.

Il problema per la societa’ e’ che far risaltare eventi insignificanti o marginali come principali esalta quegli eventi alla condizione di “senso comune”. “Il reporting conferisce legittimita’ e rilevanza,” scrive Russell Frank, professore di etica del giornalismo a Penn State University. “Quando un giornale mette una determinata storia in prima pagina o un telegiornale la mette nei primi minuti, sta dicendo al pubblico, senza incertezza, che `questa storia e’ importante.’”

La natura auto-alimentante di tutto questo dovrebbe essere chiara: i media decidono cosa e’ importante, lo modificano a loro piacimento, se ne occupano fino alla nausea, e poi lo descrivono – senza ironia – come “il problema che proprio non vuole andare via.” Ciò non e’ dissimile da quegli annunci pubblicitari che invitano a vedere serie televisive “di cui tutti stanno parlando” nella speranze di convincere la gente a guardare quei programmi di cui nessuno apparentemente, sta parlando.

Stasera alle 11… l’Apocalisse!
Ancora peggio del pompare una storia che rappresenta lo 0.5 percento della realta’, e’ l’occuparsi di “notizie” che riguardano lo zero percento della realta’: letteralmente, non c’e’ nessuna storia. Nondimeno, se la non-storia risponde ad altre esigenze, sara’ comunque notizia. Questa verita’ non e’ sfuggita al defunto David Brinkley, che, verso la conclusione della sua vita, ha osservato, “L’unica cosa che i notiziari televisivi fanno molto bene, e’ che quando non ci sono notizie, ve le diamo noi con la stessa enfasi come se ci fossero.”

Il 9 giugno 2005, nell’ambito della sua serie serie “Aggiornamenti sulla Sicurezza,” la CNN ha mandato in onda un reportage speciale intitolato “Mantenere il Latte Sicuro.” Sopra immagini di adorabili bambini di prima elementare che sorseggiavano dai loro cartoncini di latte, la CNN ha detto ai telespettatori che la catena di distribuzione dalla mucca al supermercato e’ vulnerabile in ogni punto, cominciando dall’animale; con grande effetto drammatico, il rapporto ha dato risalto alle conseguenze terrificanti che tale alterazione potrebbe avere. Da nessuna parte la CNN ha fatto menzione del fatto che nella storia dell’industria del latte, non e’ mai successo nessun caso di alterazione, dovuto a terrorismo o ad altro. Similmente, dopo che gli tsunami in Asia hanno colpito a Natale del 2004, Dateline non ha perso tempo per trovare un allarmista che potesse portare la tragedia piu’ vicino a casa: la familiare domanda “potrebbe accadere anche qui?”.

I produttori della trasmissione hanno trovato Stephen Ward, Ph.D., dell’Universita’ di California a Santa Cruz. In gennaio, i telespettatori della costa orientale hanno sentito Ward prevedere che un’anomalia geologica nell’oceano potrebbe generare l’equivalente dell’esplosione “immediata di tutte le bombe sulla Terra”. Il disastro profetizzato da Ward libererebbe su New York City un’onda contenente “15 o 20 volte l’energia” degli tsunami asiatici. Per dare un contesto, Dateline ha mostrato le spettacolari immagini dal film “The Day After Tomorrow”, con i grattacieli che scompaiono all’arrivo di un’onda grossa e spumosa a Manhattan.

Ma per pura assurdita’, e’ duro battere quanto avvenuto a meta’ settembre del 1999. Per sei giorni completi, i giornalisti si sono comportati come se ci fosse soltanto una ed una sola storia: l’uragano Floyd. La tempesta televisiva e’ cominciata il sabato, mentre la tempesta reale era a centinaia di miglia in mare aperto, e non vi era alcuna certezza della reale minaccia di Floyd, che avrebbe potuto scomparire ancor prima di colpire terra (come accade spesso – Katrina ha cambiato il modo in cui pensiamo agli uragani, ma Katrina e’ stato un evento che capita una volta in una generazione). Entro il martedi’ l’uragano ancora latitante aveva inghiottito le notizie della sera. Mentre i residenti delle zone a rischio erano evacuati, dall’altro lato delle strade principali si affollavano le squadre televisive, che correvano in senso opposto.

Entro mercoledi’ tutte le reti hanno avuto i loro corrispondenti imbacuccati su spiagge e litoranee, determinati a sembrare piu’ bagnati e piu’ sferzati dal vento che i colleghi li’ vicino. Spruzzate fra tutto questo erano interviste a uomini e donne per strada – cosi’ come nelle societa’ di assicurazioni, negli uffici dei servizi di emergenza, nei ristoranti locali etc etc. Privo pero’ di un uragano reale da mostrare durante questa febbrile attesa, il Today Show mando’ in onda materiale di archivio su Hugo, l’uragano che colpi’ Charleston in South Carolina nel 1989, in preparazione del disastro a venire.

Floyd ha causato una quantita’ ingente di danni quando infine ha colpito, il giovedi’: 57 morti e 6 miliardi di dollari in termini di danni alle proprieta’. Ma qui e’ che le cose diventano curiose. Quando Floyd e’ arrivato, l’interesse dei media stava chiaramente scemando. Almeno in televisione, se ne e’ parlato per un giorno o due, con cenni storici occasionali in questo o quel telegiornale. Insomma, la copertura mediatica riservata a Floyd prima che fosse una storia reale fu molto piu’ grande di quella fatta dopo. Evidentemente l’immagine delle onde di marea che distruggono i litorali erano piu’ eccitanti per i produttori che quelle di proprietari d’abitazione che ripuliscono scantinati da liquami brunastri.

I giornalisti di oggi hanno migliorato sostanzialmente rispetto a uno degli assiomi senza tempo del loro mestiere: “Se c’e’ del sangue, e’ la notizia principale”. Preferiscono preannunciare brutte notizie difettose, piuttosto che occuparsi di quanto accade davvero. Il risultato e’ giornalismo come lo farebbe Stephen King: la vendita ostinata del “cataclisma dietro l’angolo”, completa dell’illuminazione giusta e di scene inventate per scopi drammatici. E’ vero, la telecamera ama la suspense. Ma… e’ la suspense, una notizia? E’ realmente notizia che qualcuno pensi che un uragano potrebbe uccidere migliaia di persone? Potrebbe anche non uccidere nessuno, qualcosa storicamente piu’ vicina alla verita’. Il giornalismo onesto attenderebbe per vedere cosa la tempesta faccia, prima di parlarne.

E’ anche vero che Floyd ha colpito durante una settimana “lenta”. Di seguito, pero’, una lista di eventi in gran parte ignorati mentre i media stavano aspettando Floyd:
La Camera dei Rappresentanti ha preso una dura presa di posizione sui finanziamenti delle campagne elettorali, approvando dei limiti di spesa
La Commissione per le Eque Opportunita’ di Lavoro ha lanciato un’indagine sulla propensione per le grandi aziende di usare Fondi Pensione “Cash Balanced”, un problema che interessa milioni lavoratori e potrebbe interessarne ancora di piu’
I 17 membri della Commissione Unita per la Sicurezza hanno pubblicato un rapporto raggelante sulla gestione delle richieste di accesso a vari livelli di sicurezza. Ciò, ricordiamo, due anni prima degli attacchi terroristici dell’11 settembre

Inoltre in quella settimana sono stati trattati con l’equivalente giornalistico di uno sbadiglio, un attentato terrorista nell’ex-Unione Sovietica e l’orribile e continuo genocidio in Timor Orientale. Lo spazio dato in anticipo Floyd testimonia della oscura tendenza delle notizie radiotelevisive a diventare teatro. Abbiamo visto lo stesso fenomeno durante l’attesa per l’Operazione Desert Storm, il Millennium Bug e l’impeachment di Bill Clinton.

Crociate – in stile postmoderno
In nient’altro sono questi difetti piu’ notevoli – o piu’ una minaccia all’integrita’ giornalistica – che quando si raggruppano in una causa: la cosiddetta “advocacy” o “giornalismo sociale”.

Per cominciare, c’e’ da chiedersi legittimamente se il giornalismo dovrebbe persino avere una “causa” da perorare. Forse solo il giornalista conosce cio che e’ obiettivamente e astrattamente buono o diabolico? E cio’ che merita sostegno o riforma? Non appena i giornalisti pretendono di poter considerare degli eventi in modo comprensivo o cinico, ci troviamo davanti il problema di che cosa vada considerato in modo comprensivo o cinico, dove fermarsi e – soprattutto – chi decide dove fermarsi.

Ci sono molto pochi problemi che uniscono tutta l’umanita’. In ogni caso, come ha detto a USA Today Tom Rosenstiel del Progetto per l’Eccelkenza nel Giornalismo, “Giornali e notiziari hanno scoperto che possono generare piu’… identita’ facendosi un nome riguardo dei problemi, o dei punti di vista.”

Peggio, per i nostri scopi: i dati da cui partono i giornalisti per le loro crociate sono tratti dai “marginalia” sopra discussi. Quando Francisco Serrano e’ stato scoperto vivere nel Liceo in Minnesota dove era stato studente, i media parlarono di quella storia nel 2005 come se in ogni Liceo americano vivesse una mezza dozzina di senzatetto. L’episodio Serrano, benche’ eccezionalmente raro se non unico, e’ stato trasformato in una occasione per mostrare i fallimenti sociali della nazione.

Nel suo pensare e nella sua metodologia, il giornalista di oggi assomiglia al poliziotto della squadra omicidi che, convintosi su un sospetto, comincia a raccogliere le prove specificamente contro di quello, trascurando tutte le informazioni che vadano contro la sua idea riguardo quel crimine. Troppi giornalisti pensano a rimpolpare un argomento deciso a priori, o ad arricchire un senso della “storia” acquisito molto presto nella loro ricerca. Questo modo di pensare e’ formalizzato nel piu’ alto premio del giornalismo: il Premio Pulitzer.

Tradizionalmente, le storie ritenute degne di considerazione per il Pulitzer hanno rivelato un lato oscuro (e, piu’ spesso che no, statisticamente insignificante) della vita americana. Nel 2007 il Pulitzer per “Giornalismo di servizio pubblico” e’ andato al Wall Street Journal, per la sua “indagine creativa e completa nelle Opzioni retrodatate…”. Il Journal ha riportato riguardo “possibili” violazioni in 120 aziende allora in esame. Pero’ ci sono 2764 aziende quotate in Borsa a New York e il Nasdaq ne aggiunge altri 3200. Non per sminuire la sincerita’ e il diligente lavoro del Journal, ma che cosa e’ stato ottenuto, alla fine? Che 120 aziende (2%) “forse” hanno truffato? O che – per quanto se ne sappia – almeno 5844 altre non l’hanno fatto?

Argomento di riflessione: Ogni volta che volo, sono stupito come queste macchine enormi e alate decollino, rimangano per aria e non ritornino a terra se non quando previsto. Pensiamo a quanto spesso si guastino i prodotti ordinari: Le lampadine bruciano. Si rompono le cinghie del ventilatore. I frigoriferi smettono di refrigerare. Ma gli aerei non si schiantano. Parlando in maniera attuariale, semplicemente non lo fanno. L’intera procedura del volo commerciale e dei sistemi che lo sostengono e’ notevole. La capite completamente? Io no. Sono sicuro che tanta gente non la capisca. Eppure, non vincerete un Pulitzer per un articolo che faccia luce sugli innumerevoli “piccoli miracoli” che cospirano per produrre la normalita’, la stabilita’ ed il successo dell’aeronautica. Vi riderebbero dietro in redazione persino alla sola proposta di un articolo del genere (a meno che non lo proponiate come l’articoletto edificante che ai Direttori piace dare al pubblico come regalo per le feste).

Ma cada un volo – un volo, una volta – e se un reporter scova un certo operatore del traffico aereo oberato di lavoro o un’altra aberrazione che puo’ aver causato il disastro e voila’! Eccolo nei pressi del Pulitzer per aver scritto circa qualcosa che – essenzialmente – non accade mai.

E cosi’ come giornalisti che scarseggiano di notizie le possono creare, cosi’ giornalisti che scarseggiano di “cause” reali possono inventarle. Non e’ difficile. Tutto quello di cui c’e’ bisogno e’ un fatto o due, da “contestualizzare” con il parere di cosiddetti esperti.

Il 10 dicembre 2004 e’ stata una notte speciale per esporre quelle tane di iniquita’ che si spacciano come colonie Amish, le comunita’ di ispirazione cristiana che vivono fuori dalla modernita’. Le storie circa violenza e incesto fra gli Amish sono apparse sia su Dateline che su 20/20. Il reportage su Dateline ha persino fatto riferimento al carattere principale di quello mandato in onda un’ora piu’ tardi a 20/20 – il che vi da’ una certa idea di quanto diffuso l’abuso possa mai (non) essere, visto che esperti giornalisti devono coreografare le loro denunce intorno allo stesso preciso avvenimento.

Questo ci porta ad Elizabeth Vargas della ABC e alla sua domanda per l’esperto di 20/20 sugli Amish: Quanto e’ diffuso questo abuso? Mentre si vedono immagini di repertorio di bambini adorabili che passeggiano per una strada al tramonto in bretelle e cappelli di paglia, l’esperto dice all’America che “non e’ affatto un’eccezione”.

Che genere di reportage e’ quello? Indica che l’1 per cento dei bambini Amish soffre di abusi? Il dieci per cento? Il quaranta per cento? Chi lo sa? E quello viene passato al giorno d’oggi come “giornalismo investigativo”.

Il loro mondo… e ne sono benvenuti
Il mondo che ci “viene offerto” ha un incontestabile effetto su come gli Americani vedano e vivano le loro vite. (quanti altri avvenimenti sono ispirati alle “verita’” che la gente pensa di trovare nelle notizie?). Qui entriamo nel regno del “reportage iatrogenico”: danni dimostrabili, che non esistevano fino a che il giornalismo non e’ stato coinvolto.

Nel giornalismo scientifico in particolare, l’uso di informazioni aneddotiche può avere risultati che sarebbero comici, se non fosse per l’allarme pubblico che spesso provocano in risposta. Un Pop Quiz: Quanti Americani sono morto della morbo della mucca pazza?

Prima che rispondiate, osserviamo la Gran-Bretagna, in cui le preoccupazioni cominciarono maggiormente circa intorno al 1995 dopo che alcune mandrie sono state trovate infette. In primo luogo, nelle stesse mucche, cio’ che chiamiamo “mucca pazza” e’ tecnicamente l’Encefalopatia Bovina Spongiforme, o in inglese BSE. Quando la BSE salta di specie e arriva agli esseri umani, si manifesta come una malattia denominata variante di Creutzfeldt Jacob, o vCJD. (La CJD “non-variante” si presenta indipendentemente dalle mucche e può persino essere ereditata.).

Un collegamento fra BSE e vCJD e’ stato stabilito nel 1996. I reporter britannici non hanno perso tempo nel trovare epidemiologi allarmati dalla scoperta, alcuni dei quali hanno servizievolmente stimato il tributo di morte durante gli anni a venire come superiore a 500.000.

Per la fine del 2006, la conclusione della prima decade documentata della Mucca Pazza, il Regno Unito ha avuto un totale confermato di 162 morti umane – certo non trascurabile. Ma lontano da 500.000. (Non scoraggiati, i reporter britannici piu’ intraprendenti hanno cominciato a parlare di “pecora pazza.” Non scherzo.)

E qui negli USA? Il Centro per il Controllo delle Malattie (CDC) parla di due morti confermate, entrambe riguardo persone nate e cresciute all’estero. Un terzo caso riguarda un uomo dall’Arabia Saudita che rimane vivo al momento della stesura di questo articolo. Non quanto avreste previsto, eh? Tuttavia, quando una donna del New Jersey, Janet Skarbek, si e’ convinta che un epidemia aveva ucciso dei suoi vicini, ha trovato un’accoglienza calorosa nelle redazioni.

Le sue dichiarazioni terribili hanno ispirato una mini isteria. Anche dopo che il CDC ha eliminato la vCJD come responsabile, i media hanno continuato a rinfocolare le preoccupazioni del pubblico, tipicamente citando il Dott. Michael Greger, uno Chef per meta’ del suo tempo e un allarmista a tempo pieno che parla della mucca pazza come della “peste del ventunesimo secolo.” Quando i giornalisti desiderano una bella dichiarazione fatalistica sulla malattia, telefonano a Greger.

Comunque la storia possa ricordarsi della Mucca Pazza come patologia reale, una cosa e’ davvero sicura: i media hanno suscitato una paura che e’ stata fatale per molti posti di lavoro – nell’industria dell’imballaggio della carne, ma anche nelle imprese a quella connesse. Ha allontanato i consumatori dalla carne bovina. Ha causato oscillazioni consistenti nei prezzi del bestiame. Ha ispirato nuovi protocolli obbligatori che aggiungono centinaia di migliaia di dollari ai costi del ranch medio. Ci ha indotti a interrompere forniture chiave, fomentando crisi secondarie diiplomatiche e commerciali.

Un’indagine del 2005 ha stimato il costo complessivo della Mucca Pazza agli interessi agricoli degli USA fra 3.2 e 4.7 miliardi di dollari. Ciò, per qualcosa che uccide molti meno Americani in 10 anni che i 200 soffocati ogni mese dai cibi. A sentire i media, siamo sotto l’assedio perpetuo di questa o quella nuova malattia terrificante che minaccia di terminare la vita come la conosciamo. E’ troppo presto per avere un verdetto sugli effetto ultimi dell’influenza aviaria, ma quell’agente patogeno dovrebbe eliminare molti milioni di persone per giustificare l’allarme creato fino ad ora.

E la malattia di Lyme? La clinica Cleveland ha questo da dire: “Anche se raramente mortale e poco spesso una malattia seria, la malattia di Lyme e’ stata ampiamente divulgata, frequentemente ed eccessivamente drammatizzata ed a volte collegata a circostanze non dimostrate.” E’ coincidenza che le visite ai Parchi Nazionali abbiano cominciato a diminuire verso il 1999, quando i media parlavano come se le zecche dei cervi ed il resto della “fanteria di madre natura” avessero dichiarato guerra all’umanita’? Forse. Forse no.

Nei reportage scientifici e dappertutto, non c’e’ alcun motivo per minimizzare gli effetti psichici legati al consumo regolare di una visione del mondo radicata nella anomalia, molto della quale pessimista. In un sondaggio Gallup del 2003, appena l’11 per cento do quanti hanno risposto hanno valutato il crimine “nelle loro vicinanze” come “molto serio” o “estremamente serio,”; tuttavia il 54 per cento di quegli stessi hanno detto che complessivamente in America la situazione e’ “molto seria” o “estremamente seria.”. La contraddizione intrinseca dovrebbe essere chiara a tutti: se il crimine fosse davvero a livelli preoccupanti, dovrebbe essere percepito come tale “nelle vicinanze” in molto piu’ che l’11 per cento dei rispondenti.

Un tale enigmatico sbilanciamento può essere spiegato soltanto in termini di differenza fra quanto la gente sperimenta personalmente – che cosa conoscono di prima mano – e le impressioni a piu’ largo raggio che ottengono dalle notizie.

Parlando figurativamente, finiamo come sommersi dall’onda di marea di un uragano che non arriva mai a terra.

Eccovi un ritratto sommario del vostro mondo, e in meno dei classici 22 minuti:
Il tasso di occupazione corrente e’ del 95.3 per cento.
Su 300 milioni di Americani, approssimativamente 299.999954 milioni non sono stati assassinati oggi.
Giorno dopo giorno, circa 35.000 voli commerciali attraversano i nostri cieli senza che accada nulla di strano.
La vasta maggioranza degli studenti universitari che si sono ubriacati lo scorso fine settimana non hanno violentato nessuno, e non hanno ucciso se stessi o chiunque altro avendo perso il controllo di se’ o dell’auto. Il lunedi’, si sono alzati e sono tornati in classe, con gli occhi un po’ stanchi ma per il resto OK.

Non bisogna essere inguaribilmente ottimisti per dichiarare tali fatti, perché sono fatti. La volta prossima che guardate le notizie, tenete presente che cio’ che state vedendo sono spesso trivialita’ incorniciate come Verita’. O come disse un po’ capricciosamente l’umorista e filosofo britannico G.K. Chesteron alcuni decenni fa, “il giornalismo consiste nel dire ‘Lord Jones e’ morto’ a persone non hanno mai saputo che Lord Jones fosse vivo.”

Ogni Giorno, Un Canto di Natale Per l’Anima

Nel classico Canto di Natale di Charles Dickens, Ebenezer Scrooge e’ un uomo invecchiato, attaccato ai soldi e con un animo piu’ secco del peggior deserto, che poi trova la felicita’ e la redenzione morale solo dopo aver incontrato i Fantasmi dei Natali passati, presenti e futuri.

La maggior parte di noi non incontrera’ presenze cosi’ inquietanti: tuttavia, tutti corriamo il rischio di vedere le nostre vite appassire via in una grandinata di irritabilita’ e brontolii.

Fortunatamente, esiste un modo di recuperare come Scrooge la gioventu’ spirituale e l’entusiasmo: guardando pero’ i nostri “Fantasmi” interni, le parti strappate dal nostro Io pezzetto per pezzetto dal Tempo stesso.

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Mentre gli anni passano, infatti, i vari costituenti della nostra anima perdono la “sincronizzazione” l’uno con l’altro.

Alcune parti del nostro essere interno sopravvivono come retaggi del passato, transformandosi nel Fantasma Interno del Passato, l’”Ego Praeteritus“.

Altri elementi vivono nel Qui-e-Ora, costituendo il Fantasma Interno Attuale, l’”Ego Presens“. Altri ancora hanno loro base in quanto deve ancora venire, formando il Fantasma Interno Futuro, l’”Ego Posterus“.

Per esempio, donne ed automobili, veloci o lente che siano (da una felice battuta di un anonimo anglosassone), forniscono la prova migliore che un elemento importante delle nostre anime effettivamente vive nel presente. Infatti, una componente evidente dell’Ego Presens e’ il senso della moda: contemporaneo all’estremo, e costantemente in cambiamento, con guardaroba il cui contenuto viene rinnovato non solo dei vestiti logori ma anche di cio’ che e’ ormai impossibile da trovare, perche’ considerato “vecchio” di stile, anche se perfettamente “nuovo” di qualita’.

La bellezza femminile in qualche modo significa forme corporee che cambiano ogni decade, piu’ o meno, anche se i proprietari degli occhi che proverbialmente definiscono la bellezza stessa non muoiono tutti cosi’ spesso. Succede esattamente lo stesso per le automobili: date uno sguardo ai veicoli venduti 20 o 30 anni fa ed oltre, e “classici” a parte, vedrete delle scatole di metalle primitive e brutte, non certo le linee lucide, la qualita’ invitante ed i motori superiori delle odierne automobili (ahime’! esse stesse destinate a trasformarsi in brutte scatole di metallo… entro il 2027!).

La politica stessa non e’ immune dallo “spirito dei tempi”, lo Zeitgeist. Grandi dibattiti mondiali sembrano andare e venire, monopolizzanti per un istante, poi noiosi ed antiquati o noiosi ed ovvii a tutti (un’altra definizione dell’”essere alla moda”?).

Nel secolo passato si discuteva di colonialismo, imperialismo, protezionismo, fascismo, comunismo, democrazia e suffragio universale, le preoccupazioni per la Guerra Nucleare, liberta’ civili, poverta’, ambiente: al giorno d’oggi, tocca al l “riscaldamento globale”.

Siamo allora “cittadini dello Zeitgeist“? O “prigionieri dei nostri tempi“, con il nostro Ego Presens socialmente e commercialmente spinto a pensare “liberamente” quello che vuole il Consenso, e “volontariamente” desideroso di acquistare i gadgets piu’ alla moda?

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Non completamente.

La faccenda per esempio e’ molto diversa per i gusti musicali. Per qualche motivo, la maggior parte della gente consolida le preferenze melodiche fra le eta’ di 16 e 25 anni. Così se avete 50 anni dovrete probabilmente accettare che la vostra musica preferita e’ stata registrata almeno 25 anni fa ed e’ improbabile che mai riappaia nelle classifiche di vendita se non per periodi brevissimi.

Quello e’ un esempio di quanto costituisca l’Ego Praeteritus, il Fantasma Interno del Passato.

Altri esempi includono le amicizie che durano una vita, forgiate solitamente verso la fine degli anni dell’adolescenza, come chiunque abbia mai lasciato la citta’ natale puo’ facilmente attestare; e la maggior parte delle paure, incluse le fobie vere e proprie, acquisite forse nei primi 3 o 4 anni di vita (cosi’ come i legami familiari: solo una coincidenza?).

E naturalmente, siamo destinati a continuare ad accumulare memorie, quelle immagini e sensazioni condensate (e filtrate) in un bagaglio sempre piu’ pesante, capace di influenzare tutti i nostri pensieri ed azioni. Peggio: alcune parti dell’Ego Praeteritus sembrano diventare letargiche, se non proprio morte, intorno ai 16 anni (come detto da Benjamin Franklin).

Per esempio, a scomparire in tanti da quell’eta’ in poi sono le capacita’ di cambiare ed abbracciare l’innovazione. Che dire poi dell’impressione che l’eccellenza accademica invariabilmente coincida con l’anno della propria laurea; e che la moralita’ sia inevitabilmente in caduta libera dai tempi della propria gioventu’; e che la gioventu’ stessa vada sempre peggio, e mai sembri mostrare lo stesso rispetto di vecchi e genitori come quando uno era giovane?

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E’ nell’Ego Futurus che si risiede invece la vita, nei sogni stessi che ci mantengono vivi: come la speranza di arrivare a vedere un altro giorno, o i propri bambini vivere lungamente e prosperare; o anche solo la speranza di poter acquistare una qualunque cosa uno desideri. Qualunque il loro tipo, quei sogni sono l’ultima parte di noi a morire e senza di loro la vita sarebbe assolutamente senza scopo.

Ma le speranze e le aspettative non sono solamente radicate nell’avvenire: appartengono ad esso. L’adempimento dei nostri desideri puo’ essere cio’ cui noi pensiamo di stare aspirando, ma spesso, quando poi si avverano rimane un senso di vuoto. Non c’e’ bisogno di essere un astronauta al termine di una missione lunare, o un Leader mondiale in pensione per chiedersi quella che e’ la piu’ aperta, sconvolgente e disperata delle domande: “E adesso?.

Una domanda che tutti dovremo affrontare.

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Mentre il tempo passa, ed i sogni si avverano (o vengono abortiti), l’Ego Posterus, quella parte dell’anima che guarda al futuro puo’ solo sbiadire. Nel frattempo, l’Ego Praeteritus, quello del passato, si sviluppa sempre piu’ grande. Una parte sempre maggiore del nostro essere interno si ancora al passato, con una conseguente progressiva separazione dal “mondo reale” e dall’Ego Presens che sparisce lentamente.

Cio’ puo’ essere la piu’ forte indicazione dell’avere una mente anziana: quando l’anima non ha quasi piu’ nessun collegamento con il presente, o con il futuro.

Tristemente, quello e’ un percorso molto comune. Uno diventa lentamente ma costantemente piu’ “brontolone”, sempre pronto a crogiolarsi nei ricordi, invecchiato nello spirito anziche’ solamente nel corpo.

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Come si puo’ evitare di finire cosi’?

Forse una buona capacita’ di cancellare la memoria aiuterebbe. Ci sarebbe piu’ spazio per apprendere nuovi gusti musicali e come diventare una persona diversa.

Un modo piu’ pratico puo’ invece essere di diventare coscienti del fatto che le varie parti della propria anima non vivono necessariamente nella stessa epoca.

Accettando tutte le differenze interne anche ad un livello temporale, possiamo allora confrontare i nostri Ego del passato, presente e futuro, tutti i giorni, in un ringiovanente “viaggio temporale dello spirito”.

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E in effetti, sono proprio i Fantasmi del Natale passato, presente e futuro a riportare quel brontolone di Ebenezer Scrooge ad una vita piu’ felice, meglio connessa con il mondo esterno ed in pace con quanto e’ accaduto prima, quanto sta accadendo e quanto deve ancora avvenire.

Appello Per il 2008

Siamo ormai circondati da esperti di ogni ordine e grado pronti a diagnosticare il futuro.

Ricordiamoci invece che la strada per l’inferno (presente) e’ lastricata di buone intenzioni (per il futuro).

Pensiamo quindi a risolvere i problemi dell’oggi, invece di cercare capacita’ divinatorie sulla politica, sull’economia, sull’ecologia tirando a caso su questo o quell’indicatore.

Ci stiamo trasformando in una societa’ “ospedalizzata”, e come i miserrimi contadini nella commedia “Trionfo della Medicina“, pur di prevenire i piu’ remoti ed improbabili disastri futuri, ci roviniamo la vita qui-e-ora in una serie infinita di diagnosi a tinte fosche.

Per una volta, e’ davvero tempo di occuparci dell’oggi.

Evviva Le Scienze

Probabilmente non e’ mai stato di moda celebrare quanto di positivo accada in Italia, almeno non dopo lo scempio del Ventennio.

E quindi non ci sara’ certo nessun Beppe Grillo a sottolineare il deciso miglioramento negli ultimi due o tre anni della qualita’ de Le Scienze, in prima approssimazione l’edizione italiana di Scientific American.

“In prima approssimazione” perche’ Le Scienze ospita ultimamente anche articoli di American Scientist, una rivista molto meno nota ma non per questo meno attendibile e prestigiosa di Scientific American e che per qualche motivo e’ molto meno timorosa di pubblicare articoli decisamente controcorrente.

Per esempio il pezzo dove si presentano prove contro l’idea prevalente che l’ambiente dell’Isola di Pasqua sia stato distrutto dall’ingordigia umana; e quello dove si mostra come tante belle ipotesi sulla catastrofe naturalistica a Chernobyl sono, appunto, ipotesi senza fondamento: anzi, un esempio di come il mondo “scientifico” si dimentichi di fare Scienza quando c’e’ di mezzo la politica. 

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E’ un po’ triste sentirsi in dovere di applaudire a chi come Le Scienze non ha paura di cantare fuori dal coro…ma in un’epoca dal conformismo sfrenato, bisognera’ accontentarsi. 

Per Riconoscere Un Errore…

…non ci sono “se” e non ci sono “ma”. Non ci sono scuse, e non ci sono difese.

Se si vuole davvero riconoscere un errore, e magari anche imparare qualcosa, e’ molto meglio stare zitti, ascoltare attentamente, evitare di mettersi sulla difensiva e smetterla di giustificarsi.

Perche’ no, anche se uno magari non ci crede davvero, conviene fare finta che quelli che stanno indicando l’errore abbiano davvero ragione. E conviene anche mettersi dalla loro parte.

Altrimenti e’ uno sforzo assolutamente inutile. Peggio: rischia di rivelare che in fondo in fondo uno non vuole riconoscere proprio un bel niente. Ciao ciao reputazione!!

I Gran Sacerdoti dell’Ateismo

Sono davvero lontani i giorni di Epicuro.

Non si discute piu’ di Libero Arbitrio, ne’ di Teodicea. Recentemente, un certo numero di atei molto loquaci sembrano aver stabilito che e’ il momento delle opinioni puerili.

Sicuro, molte “persone senza dio” (agnostici compresi, come Daniel C. Dennett autore di “Breaking the Spell”, “Spezzare l’Incantesimo”) hanno un sano rispetto per le esperienze e la fede di esseri umani come loro, che siano atei oppure no.

Ma che cosa puo’ si dire quando un pensatore brillante come Richard Dawkins pubblica senza un alcun senso di autocritica l’argomento “Come Un Boeing 747“, una cosiddetta “prova ultima” che Dio non esiste? E’ una versione dela domanda “Chi ha generato il Creatore“, con una risposta che chiunque con un minimo di cervello puo’ smontare in modo bello, semplice ed abbastanza ovvio (suggerimento: il Creatore non deve fare necessariamente parte della Creazione).

In Italia, il Professore di Filosofia Maurizio Ferraris trova interessante dedicare il suo tempo a sostenere che Gesu’ e’ l’analogo di Babbo Natale, mentre il matematico Piergiorgio Odifreddi non puo’ neppure pensare alla fede in Dio se non come superstizione irrazionale.

Le cose sembrano ora andare anche peggio, con il nuovo libro di Christopher Hitchens “Dio non e’ grande”: apparentemente, un capolavore con perle di saggezza come chiedere se gli Ebrei non sapessero che l’omicidio ed l’adulterio erano moralmente sbagliati prima di ricevere i Dieci Comandamenti.

Ovviamente, il problema non e’ Hitchens, un polemico professionale che dedica la sua vita a provocare. Il problema non e’ neppure la crociata anti-fondamentalista di Dawkins che confonde Fede e Religione Organizzata.

C’e’ un problema molto più grande: l’accettazione cieca con cui ragionamenti cosi’ deboli sono accettati da persone evidentemente nella necessita’ di giustificare il loro ateismo a se stessi.

Guardiamo per esempio al commento di Michael Kinsley al libro di Hitchens (Con brio e rabbia, un ateo va faccia a faccia con la religione“, International Herald Tribune, 12  Maggio 2007).

Kinsley trova finanche “divertenti” alcune domande di Hitchens palesemente stupide, del tipo “come puo’ Cristo morire per i nostri peccati, quando si crede che non sia morto affatto?” (risposta: si legga prego almeno un vangelo, una volta).

Peggio, Kinsley si ritiene “soddisfatto” da un argomento (ancora un altro?) che “confuta” l’esistenza di Dio. Ah, com’e’ bello sapere che domande antichissime possono finalmente avere risposta: gia’ che ci sono, perche’ Hitchens e Kinsley non ci spiegano anche il senso della vita?

Kinsley e’ inoltre perfettamente felice di ripetere i pensieri di Hitchens sull’ecumenismo religioso. “Se una qualunque delle fedi principali e’ vera, le altre devono essere false in punti molto importanti – un problema evidente dimenticato spesso nell’opacità dell’ecumenismo“. Ma che, hanno “evidentemente” quadrato il cerchio o cosa?

Tipi come Kinsley e Hitchens si rendono forse conto quanto profondamente, e reazionariamente cattolico (con la piccola “c”) e’ una visione della fede cosi’ limitata (un dio, una verità, un mondo)?

E allora il Mahatma Gandhi, quanto era “stupido, pazzo, o falso” (la definizione di Hitchens e Kinsley di un fedele moderno)? Dopo tutto ha detto “la Non-violenza richiede una doppia fede, la fede in Dio ed anche la fede nell’uomo” e “la propria religione e’ una faccenda fra ognuno ed il suo creatore e nessun altro.

Si ricorda nessuno di Quintus Aurelius Symmachus? Uno degli ultimi pagani della Roma antica, Symmachus protesto’ la rimozione dell’Altare della Vittoria dal Senato Romano, da parte di un Imperatore cristiano, dicendo “Contempliamo le stesse stelle, il cielo e’ comune a noi tutti e il mondo che ci circonda e’ lo stesso. Che cosa importa il percorso di saggezza attraverso il quale ogni persona cerca la verità?“.

(Nessuna necessita’ di sprecare il fiato sui nostri atei attivisti, o civis Symmachus! Non capirebbero nemmeno di cosa tu stia parlando).

In ogni modo, c’e’ ancora una debole speranza di una certa possibilità di ragionamento rimasto nella mente dell’attivista ateo. Hitchens scrive che una discussione sostenuta sulla  (non-)esistenza di Dio non dovrebbe essere necessaria, ne’ sufficiente. Sono sicuro che soltanto i piu’ fanatici credenti e atei non saranno d’accordo. Qual’e’ allora per gli atei il senso di scrivere libri per ironizzare su qualcosa che non hanno?

Forse, proprio forse, un giorno Hitchens e Dawkins si renderanno conto che tanto varrebbe ponderare misteri come il perche’ una persona meravigliosa come mia moglie di sia mai innamorata di un tipo men-che-perfetto come me. Buona fortuna!

Sono caduti cosi’ in basso millenni di dibattiti fra credenti e atei?

Qualcuno precisera’ giustamente che c’e’ abbondanza di idioti che credono che la loro fede vada espressa insultando, proscrivendo, minacciando ed uccidendo chi non ce l’ha. Davvero ce ne sono in abbondanza!

Ma una stortuta non ne raddrizza un’altra: Dawkins e gli altri non dovevano essere i Brights, i Brillanti, gli esseri umani di intelligenza superiore capaci di liberarci con i loro argomenti da stupide superstizioni? Perche’ allora proprio loro spengono i loro cervelli ogni volta che il soggetto e’ la religione?

Se sono essi a dover darci la luce, viviamo in un mondo molto molto oscuro.

Come i Conquistadores nelle Americhe, questi Brights combattono per distruggere quanto non possono capire, credendo di migliorare il genere umano. Buttare giu’ ogni senso della spiritualita’, e’ il fondamento della loro vita spirituale. Lo stile di vita della vasta maggioranza degli esseri umani come loro, lo considerano un tratto primitivo indegno della loro propria perfezione. Migliaia di anni di contributi in logica e filosofia, non significano niente per loro. Scoprendo “le prove definitive” della doppia impossibilita’ di dimostrare la non-esistenza della divinita’, si sono messi fuori di storia umana.

E si riuniscono persino, intorno ai loro libri di saggezza, per accettare con poco senso critico ogni discorso che prenda in giro l’idea stessa che un umano possa credere in Dio.

E’ il Festival della Presunzione.

Gli atei contemporanei (attivisti) davvero si pongono in concorrenza con Dio: ecco un indizio sul perche’ cerchino di fare di tutto contro lo scandalo rappresentato da chiunque non creda alla loro “religione dell’ateismo“.

La Fisica dei Miracoli e del Libero Arbitrio

Una scoperta scientifica pubblicata alcuni mesi fa sulla rivista Physical Review Letters e segnalata su The Economist potra’ avere presto come conseguenza un rinnovato interesse religioso sulla Fisica:

Il 5% del magnetismo del Protone è dovuto non dai quark al suo interno ma da quark virtuali che appaiono e scompaiono dal nulla dentro il Protone stesso

E’ un dato perfettamente ragionevole. Infatti la Fisica Quantistica corrente

“predice che i cosiddetti “quark virtuali”, insieme ai loro corrispettivi fatti di antimateria, emergano continuamente dal vuoto per poi scomparire, come conseguenza del principio di incertezza del Heisenberg. Così, mentre un Protone ha tre quarks residenti fissi, ha anche altri ospiti di molto breve durata”.

Una tal scoperta puo’ pero’ anche preannunciare delle conseguenze affascinanti.

In primo luogo, 5% non e’ esattamente una quantita’ trascurabile.

In secondo luogo, la misura e’ ovviamente una media. Un protone otterra’ una piccola spinta in un senso, un altro protone una spinta un po’ piu’ grande o piu’ piccola in un altro sensom, e cosi’ via. Senza effetto macroscopico… ma soltanto nella misura in cui le particelle virtuali appaiano a caso nei protoni.

In terzo luogo, se questo accade per un genere di particella, e’ estremamente probabile che esso accadra’ per tutti i generi di particelle, non solo protoni.

Quarto, se questo accade per un genere di forza, è altamente probabile che accadra’ per tutti i generi di forze, non solo il magnetismo.

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Il risultato finale è che quando potremo controllare dove, quando e come le particelle virtuali si materializzano all’interno delle particelle reali, saremo capaci di fare tutta una serie di azioni al momento impossibili.

Immaginiamoci di poter “mettere a fuoco” un magnete in modo che attragga un oggetto metallico particolare, anziche’ tutti gli oggetti all’interno di un certo raggio….improvvisamente, ecco che spostiamo oggetti specifici a distanza. Quella e’ Telecinesi.

Oppure pensiamo a campi gravitazionali rinforzati, indeboliti, focalizzati a volonta’. Quella e’ Levitazione. E il volo spaziale e le automobili volanti si transformeranno in giochi da ragazzi da costruire e pilotare.

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Si tratta solo di sogni al momento, di impossibilita’, che potremmo denominare Miracoli se dovessimo esserne testimoni (secondo il famoso detto di A.C. Clarke: Una Tecnologia sufficientemente avanzata e’ indistinguibile dalla Magia).

Ma che cosa impedirebbe a Dio di usare quegli stessi quark virtuali per effettuare… Miracoli? (a parte la non-esistenza, naturalmente…ma ammettiamo per un attimo che Dio esista).

La Levitazione permette di camminare sull’acqua e il volo da Mecca a Gerusalemme, e la Telecinesi la divisione del Mare Rosso. Un certo controllo della “forza forte” e della meccanica dei quark facilita la trasformazione di acqua in vino. Ecc ecc.

Le particelle virtuali che appaiono dappertutto possono quindi essere il Meccanismo di Dio di Controllo da Dietro Le Quinte: invisibile e intangibile ma dalle vaste conseguenze: una Fisica dei Miracoli.

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Per il Teista, tutto cio’ ha senso.

Dio avrebbe creato un Universo che puo’ prendersi cura di se’ ma non e’ completamente impermeabile ai cambiamenti.

Inoltre l’obiezione principale contro i Miracoli, decadrebbe, visto che nella Fisica dei Miracoli la Divinita’ puo’ intervenire senza intaccare le leggi naturali scritte nell’Universo.

Proprio come la luce e’ fatta di onde E di particelle, potremmo dire che l’Universo è allo stesso tempo deterministico E casuale.

Anche l’Evoluzione puo’ allora essere una camminata casuale E la rivelazione guidata di un certo programma di fondo.

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E noi (SE esistiamo)? Possediamo un Libero Arbitrio o siamo nelle mani di una figura onnipotente (Dio, o il Fato, o il Caso) che decide per noi? Entrambi.

Le Catene di Pio XII sull’Olocausto

Senza esclusione di colpi la puntata di VivaVoce su Radio24, dedicata alle annose polemiche sul comportamento di Papa Pio XII riguardo l’Olocausto (La verità che divide: Pio XII e gli ebrei, 16 Aprile 2007).

Ora, checche’ ne cerchi di dire in trasmissione l’On. Buttiglione, ci sono ancora molte ambiguita’ sul sostanziale silenzio papale mentre veniva compiuto quell’immane delitto – ambiguita’ confermata dal fatto che continuiamo a discutere dei motivi dietro tale comporatamento ben 60 anni dopo.

Il problema e’ composto dal fatto che Pio XII quando ancora Cardinale Pacelli fu proprio il Nunzio Apostolico che negli anni ’30 firmo’ un Concordato con la Germania di Hitler: una serie di accordi che i Nazisti non applicarono mai, se non come propaganda per convincere i Cattolici tedeschi a non contrastare la Dittatura Criminale che si era stabilita a Berlino.

Tutto sommato, Pacelli commise all’epoca lo stesso errore dei conservatori tedeschi cui era molto vicino, pensando di poter trattare Herr Adolf come un politico qualunque, anzi un caposaldo nella lotta contro il Comunismo: visto questo come il Diavolo al punto da abbandonare gli Ebrei tedeschi convertiti al cattolicesimo a un destino di discriminazione, accettando che per lo Stato nazista quelli fossero classificati come Ebrei e non come Cattolici (questo, quando in verita’ di camere a gas e sterminio ancora non se ne parlava).

Una questione di calcolo politico, sacrificando parte del gregge per proteggere il resto? Piu’ o meno quanto Buttiglione ha detto riguardo l’assenza di condanne vaticane durante la guerra delle deportazioni prima (inclusa quella degli Ebrei romani), dei campi di concentramento dopo e finanche della Shoah alla fine.

Perche’ quel  silenzio, allora, che ha portato il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme a descrivere il Papa Pio XII come assente alla tragedia? Secondo Buttiglione, il Papa voleva proteggere i Cattolici, inclusi quelli che salvarono davvero migliaia di Ebrei. Forse ha ragione.

E’ possibile immaginare un terribile ricatto nazista, palese o velato, contro la persona del Papa o la Chiesa tutta, con minacce di distruzione totale del piccolissimo Colle Vaticano che la Wehrmacht avrebbe potuto completare in mezzo pomeriggio.

Oppure la minaccia di pubblicazione di documenti degli anni ’30 che avrebbero potuto compromettere definitivamente il Papa proprio mentre Americani ed Inglesi risalivano la Penisola.

Quest’ultima ipotesi, ad oggi ovviamente campata in aria, spiegherebbe pero’ perche’ la Chiesa Cattolica si sia cosi’ impegnata a salvare tanti Nazisti, aiutandone l’esodo in Sudamerica dopo la guerra: un argomento che tutti conoscono ma di cui non si vuole parlare.

E’ proprio difficile trovare come riscattare il Papato degli anni dal 1939 al 1958. Per fortuna o provvidenza, e’ arrivato dopo Giovanni XXIII a cambiare un po’ di cose.

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Una prospettiva storica e’ certo necessaria: dire che Pio XII era un antisemita non ha senso quando il Primo Ministro inglese Chamberlain non aveva remore a far parte di un Club che non accettava Ebrei.

Ma come dice Benedetto XVI, non si puo’ relativizzare tutto dal punto di vista morale.

E il Vangelo, a proposito, non parla certo a favore della scelta descritta da Buttiglione: “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Marco, 8:35).

Non si puo’ stare zitti quando milioni vengono uccisi in maniera industriale: neanche per salvare la Chiesa tutta.

Quaderni dell’Eterodossia – III – Aborto

(terzo articolo in una serie di riflessioni morali, sociali e politiche contemporanee)

  1. Quaderni dell’Eterodossia – Introduzione
  2. Quaderni dell’Eterodossia – II – Religione
  3. Quaderni dell’Eterodossia – III – Aborto
  4. Quaderni dell’Eterodossia – IV – Famiglia

Sono favorevole alla difesa della liberalizzazione dell’aborto.

Pero’ ne sono anche rattristato, soprattutto quando e’ usato in sostituzione della contraccezione.

Considero i discorsi sull’anima del Feto mal posti: con tutti quelli abortiti naturalmente, bisognerebbe pensare a un Dio che assurdamente crea nuove anime, e le spedisce sulla Terra solo per farle morire senza mai vedere la luce.

E’ di Diade Madre/Feto che bisogna parlare. E se e’ vero che la Madre ha il dovere di non fare del male al Feto fumando, o drogandosi, o bevendo alcolici, e’ anche vero che la Diade e’ un diritto oneroso della Madre, unica a possedere uno spirito cosciente e a poter valutare tutte le circostanze in atto.

Portare a termine la gravidanza e’ un obbligo morale, ma solo per chi lo ritenga tale: la risposta non puo’ che essere nella libera scelta di ciascuna Madre, perche’ tutti gli altri sono per definizione estranei alla Diade.

Magari la Chiesa lavorasse a pratiche alternative (una educazione sessuale molto molto seria e sincera, per esempio) invece di perdere il tempo in crudeli proibizioni…

Quaderni dell’Eterodossia – Introduzione

(primo articolo in una serie di riflessioni morali, sociali e politiche contemporanee)

  1. Quaderni dell’Eterodossia – Introduzione
  2. Quaderni dell’Eterodossia – II – Religione
  3. Quaderni dell’Eterodossia – III – Aborto
  4. Quaderni dell’Eterodossia – IV – Famiglia

La Storia deve essere nostra guida, perche’ perseverare e’ diabolico, oltre che stupido.

Sono Liberale: perche’ la liberta’ di ogni individuo, quella che si ferma solo dove comincia la liberta’ altrui, e’ l’unica base logica della societa’ moderna; perche’ siamo solo agli inizi della Democrazia rappresentativa, che va continuamente difesa e migliorata.

Sono Liberista: perche’ le regole ci devono essere, ma solo quando sono davvero utili.

Sono Libertario: perche’ non c’e’ convivenza sana che in un regime di tolleranza totale per il legittimo diritto a essere diversi gli uni dagli altri, ed a possedere tutti gli stessi Diritti Civili dal momento in cui si nasce; perche’ lo Stato Etico e’ una buona idea che inevitabilmente conduce all’orrore.

Rivendico anche la possibilita’ di essere contraddittorio ed eterodosso invece che semplicione e “fedele alla linea”:

Dettagli di ogni punto verranno pubblicati nei prossimi giorni.