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La Sindrome di Scassandra

no, il titolo non e’ un refuso…un’altra versione: “Accusiamo i catastrofisti di complicita’ in genocidio?

Proviamo un “se voi foste il giudice”…siamo al processo contro una babysitter perche’ il bambino cui stava badando e’ finito in ospedale cadendo da un tavolo. La babysitter dichiara di non aver fatto personalmente del male al bambino, e tutti sono d’accordo sull’argomento. Pur tuttavia si sa anche che la babysitter, pur consapevole del fatto che il bambino stesse giocando al gioco dei contrari, gli ha intimato di non salire sul tavolo perche’ preoccupata, appunto, che cadesse da quell’altezza.

Se voi foste il giudice…pensereste che la babysitter fosse innocente?

Io no.

Come commentare allora coloro i quali, pur nutrendo ragionevolissime preoccupazioni riguardo argomenti come l’evoluzione del clima, o il picco del petrolio, continuano a ripetere argomentazioni ed azioni gia’ dimostratesi fallimentari, nonostante la consapevolezza (di tutti) che tutto cio’ non abbia mai portato, e quindi mai potra’ portare da nessuna parte? Sono “colpevoli”, evidentemente anche loro…e colpevoli poi di “complicita’ in genocidio”, perche’ a loro dire qualora non si facesse niente ci aspetta un futuro di morte a livello, appunto, di genocidio.

L’unica loro possibilita’ di salvezza dall’accusa di “complicita’ in genocidio” sara’ dimostrare allora che non abbiano comunque troppo sale in zucca (e non dico che cio’ sarebbe difficile…).

Esiste evidentemente un problema di comunicazione fra chi nutre certe preoccupazioni ed il mondo esterno. E’ chiaro anche a tutti che il mondo esterno non accetta il primo profeta che capita. Piu’ straordinarie siano poi le affermazioni, piu’ straordinarie dovranno essere le prove a supporto. Maggiore la richiesta di cambiamento sociale e/o addirittura psicologico, maggiore sara’ il fronte di coloro che si dimostreranno recalcitranti al cambiamento (e meno male, altrimenti saremmo tutti gia’ morti dietro questo o quel profeta di morte).

Si tratta di nozioni gia’ stra-note e al limite del banale. Eppure continuiamo a vedere questo stesso cozzare di teste contro gli stessi muri per le stesse ragioni.

Peggio: alcuni fra quella serie di teste prossime all’auto-danneggiamento, invece di acquisire consapevolezza della situazione e provare un registro piu’ efficace, hanno elaborato una loro psicosociofantasia fra lo strambo e il patetico, rifugiandosi fra le confortevoli braccia della “Sindrome di Cassandra“.

L’idea e’ molto semplice…piu’ di uno e’ convinto di conoscere il futuro (=sapere esattamente come andra’) ma di essere condannato a rimanere inascoltato come, appunto, Cassandra. Ci sono vari aspetti a livello psicologico, in proposito, fra i quali:

  • Le preoccupazioni per il futuro diventano una certezza che capitera’ il peggio
  • Il problema dell’essere inascoltati in passato diventa la convinzione che nessuno ascoltera’ mai

Al catastrofismo piu’ orripilante si accoppia quindi il rigetto del mondo esterno, un rigetto tanto piu’ illogico quanto piu’ la soluzione del problema (cambiamenti climatici, o picco del petrolio) comporta il lavorare assieme al mondo esterno.

E se dietro tutto questo ci fosse una specie di “desiderio di morte” (di nuovo, rendendo appropriata l’accusa di complicita’ in genocidio)? Il Prof. Giampiero Tre Re, “docente di filosofia, psicologia e scienze sociali, […] dottore di ricerca in Diritti dell’Uomo presso l’Università di Palermo e […] specialista di bioetica” descrive la situazione cosi’ nel suo blog “Terra di Nessuno” (“Ecologia e psicologia. Profezie che si autoavverano: la sindrome di Cassandra“, 8 Marzo 2007):

[…] Il dibattito pubblico sulla crisi dell’ecosistema, muovendosi tra rimozioni e catastrofismi, assume l’andamento oscillatorio di una sindrome psicosociale, che ricorda il personaggio omerico di Cassandra […] una sindrome da fine del mondo (o, almeno, di certi mondi) tipica dei passaggi di crisi culturali. […] è la rivelazione stessa che, mentre annuncia la catastrofe, la rende ineluttabile per cause connesse, in definitiva, non al problema in sé ma ai modi della comunicazione e delle dinamiche dell’organizzazione sociale. […] Il complesso esita in una profonda frustrazione per l’incapacità di agire tempestivamente ed efficacemente, mentre Cassandra finisce per distruggere se stessa: mentre trova conferma della propria ideologia di salvezza, provoca, proprio per questo, la catastrofe collettiva annunciata.

Da notare che il Prof. Tre Re non e’ certo da annoverare fra coloro che non ritengano essere in corso una crisi ecologica. Ma i suoi suggerimenti per il futuro sono ben diversi dalle solite stupidaggini catastrofiste riguardo masse ignoranti o complotti malvagi:

Se non si troverà il modo di cogliere scientificamente il nesso tra la globalità della crisi dell’ecosistema e il carattere globale dell’interazione culturale uomo-natura il grido di Cassandra non basterà a scongiurare la catastrofe ed anzi, suo malgrado, si presterà a strumentalizzazioni e manipolazioni politiche. […] Occorre una visione ecofilosofica profonda e al tempo stesso profondamente umanistica, senza inutili e dannosi catastrofismi. Una riflessione epistemologica che si ponga l’obiettivo d’individuare l’eventuale punto di contatto tra una nuova gestalt ecologica ed un antropocentrismo non dispotico nei confronti della natura

Sottolineo: “il grido di Cassandra non basterà a scongiurare la catastrofe ed anzi, suo malgrado, si presterà a strumentalizzazioni e manipolazioni politiche“. Appunto.

E dire che invece qualcosa si potrebbe davvero fare. Pochi giorni fa ne hanno parlato gli esperti convenuti per parlare di “Evidence-based decision making” (“Decidere sulla base delle prove scientifiche“) all’University College of London. A una precisa domanda in argomento, cosa possono fare i cambioclimatisti invece di rifugiarsi nella Sindrome di Cassandra?, hanno dato i seguenti suggerimenti:

  • Impegnarsi nello studiare tecniche implementative, fare tesoro di esperienze passate (come la campagna per la lotta all’AIDS)
  • Parlare con tutti, essere aperti e coinvolgere quante piu’ persone possibile, costruire networks di persone che abbiano lo stesso obiettivo, indipendentemente dalle motivazioni di ognuno
  • Non partire dal presupposto che nessuno ci ascolti, aiutare anzi chi lo fa ad acquisire visibilita’
  • Iniziare con un progetto dimostrativo che accetti invece di negare le obiezioni raccolte

Il guaio e’ che tutto questo “dura fatica”…molto piu’ facile crogiolarsi in un’interpretazione semplicistica del mito di Cassandra. Un po’ come rimprovera Garrison Keillor dalle pagine del New York Times ai Democratici USA:

Credo ancora nel lavorare faticosamente. È più divertente ed è un modo di vita migliore. Non ho molta pazienza per i Democratici che afferrano la sconfitta e trovano in essa la loro ragion d’essere. Sognano di essere una eroica voce che urla nel deserto contro l’egoismo e la crudeltà e affronta nobilmente la sconfitta, e necrologi che dicano che erano visionari e in anticipo sui tempi. Preferirei che si trovino nel loro tempo invece che in anticipo, e che si mettano al lavoro.

Lavoro? Figuriamoci…il cassandrista medio cerca nemici, in modo da non dover far niente di concreto, rendendo assolutamente inutili gli sforzi sui cambiamenti climatici, e sul picco del petrolio.

In un clima perennemente da Fortezza Bastiani, costituzionalmente incapaci di rapportarsi con il mondo esterno, i cassandristi sono pronti a offendere e denigrare, trincerarsi dietro l’autorita’ altrui, impermeabili a una qualunque discussione che non sia fra iniziati, bravi solo a cercare il pelo nell’uovo altrui.

In Italia ovviamente la citazione finale puo’ essere una sola…”continuiamo cosi’, facciamoci del male“.

Energia: Uno Scambio

Due lunghi commenti che meritano maggiore visibilita’, dal blog “Calabria Solare Termodinamica

CLAYCO:

2007/Dec/07 alle 08:47:41

IL FUTURO DELL’ENERGIA

In Italia molte scelte sull’energia, non sarebbero state accettate dall’opinione pubblica, se non ci fosse stata la teoria dei gas serra a renderle plausibili. Ad esempio il ministro dell’ambiente A. Pecoraro Scanio ha previsto un piano da 100 milioni di euro per l’energia solare. Purtroppo l’energia solare costa dalle 10 alle 20 volte in più rispetto al carbone e al nucleare.
In previsione c’è anche la costruzione di una serie di 5 centrali elettriche solari a sali, dal costo di miliardi di euro. E’ il progetto Archimede, voluto dal ministro ed elaborato dal premio Nobel Carlo Rubbia. Si tratta di una tecnologia americana, di 30 anni fà, che consiste nel concentrare i raggi solari, con degli specchi, su un cilindro dove scorrono delle soluzioni saline: non ha mai dato risultati economicamente vantaggiosi.
Gli ambientalisti quindi stanno di fatto bloccando, o ostacolando, la costruzione dei rigasificatori, anche se il paese non ha la certezza di soddisfare i fabbisogni di metano e di energia del prossimo inverno. Il metano si può trasportare solo in forma liquida, con le navi metaniere, quindi servono i rigasificatori per riportarlo alla forma gassosa. Sono impianti molto economici, non inquinanti, e molto sicuri. E’ dal 1930 che non si verifica un incidente nelle migliaia di rigasificatori sparsi per il mondo. Il blocco dei rigasificatori non ha motivazioni scientifiche, è solo un’attività politica, per rendere indispensabile un investimento colossale sulle centrali solari, che non avrà mai una convenienza economica.
La Germania, che ha approntato un piano energetico per i prossimi 100 anni, sta investendo, oltre che sull’eolico e sul biogas, sulle centrali a carbone pulito, che è la fonte di energia meno costosa. Inoltre la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, oltre al carbone possono usufruire dell’energia nucleare, dopo il carbone, la meno costosa.
Il costo energetico in Europa è molto più basso dell’Italia e la differenza nel tempo sarà sempre maggiore. L’Enel calcola che il carbone pulito potrebbe abbassare il costo dell’energia del 30%.
La tecnologia americana del carbone pulito detta clean coal, permette di abbassare del 99% le emissioni di smog, il cosiddetto particolato pm10.
Sempre negli USA si sta sperimentando una centrale a carbone, ad emissioni zero. I fumi sono filtrati con il sistema clean coal, e poi utilizzati per la coltivazione di alghe, contenute in sacche esposte al sole, che riciclano calore dai fumi caldi e dall’acqua di raffreddamento della centrale. Si stanno sintetizzando delle varietà ogm di alghe da utilizzare in seguito come foraggio zootecnico o come biomasse da fermentare.
La tecnologia tedesca, più costosa, detta oxyfuel permette di sequestrare anche la CO2, comprimendola fino allo stato liquido, per immetterla in seguito in depositi. I tedeschi sono quindi all’avanguardia nel raggiungere l’obiettivo di energia pulita a basso costo, e ad emissioni zero.
L’Italia, o meglio i verdi di A. Pecoraro Scanio che pur essendo una piccola rappresentanza degli italiani, ricattano il governo, invece hanno scelto il costosissimo solare, che ci porterà fuori del mercato dell’energia e da qualunque competizione industriale.
Un rapporto dell’Enel stima in 30 miliardi di euro, il danno economico che l’Italia ha subito nel rinunciare al nucleare. Il danno sarà ancora maggiore nei prossimi anni.

Da:”Processo alla CO2: assolta per non aver commesso i fatti” di Claudio Costa ed. iuculano(PV)

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Dario:

2008/Feb/29 alle 11:20:00

Caro clayco mi dispiace contraddirla, ma dalle informazione che ho io le cose sono esattamente all’opposto.
Solo in california sono attivi 9 impianti a concentrazione per un totale di 354MW e nel giugno 2007 è stato collegato alla rete elettrica il Solar One un impoanto da 64 MW e proprio le aziende USA sono fiduciose che presto questo tipo di tecnologia, o meglio una sua diretta evoluzione il “Compact Linear Fresnel Reflector” (CLFR) sarà in grado di essere competitiva col carbone.
Inoltre sono attualmente allo staudio o in fase di realizzazione diverse centrali in Usa, Spagna,Israele, Messico, India, Marocco.
Inoltre non capisco come possa dire che tale tecnologia non abbia mai dato risultati economicamente vantaggiosi, dato che ha un rendimento nettamente superiore, per esempio a quelli di una centrale fotovoltaica di pari potenza.
Poi mi permetta di sorridere sul concetto di “centrale a carbone pulito”, premettendo che non esiste un fenomeno di combustione che non implichi delle emissioni, pur trattenendo, come lei asserisce il 99% del pm10 (cosa di cui dubito fortemente) il punto sono le emissioni di CO2, i depositi di scorie nucleari non ci hanno insegnato niente? dove dovremmo situare tali depositi? sono pericolosi? Come vede il problema non sarebbe risolto ma solo spostato, un po’ come spazzare e poi mettere la polvere sotto il tappeto.
Vorrei inoltre ricordarle che la Germania che lei ha più volte citato, è il paese che da solo detiene il 54% di tutto il mercato fotovoltaico MONDIALE, e in germania hanno la metà della radiazione solare che abbiamo in Italia, converà con me poi che lo sviluppo tecnologico del fotovoltaico e ancora agli inizi(un apnnello oggi riesce a convertire solo il 14%-16% dell’energeia solare che capta), e solo insistendo su questo tasto si arriverà a pannelli con rendimenti tali da rendere assolutamente inutile qualsiasi combustibile fossile.
Vorrei inoltre ricordarle che l’Italia ha ratificato il procollo di Kyoto e che per tanto dovrà dotarsi di un 25% di energie rinnovabili entro il 2016 pena una costosissima multa (pari 5-6 finanziarie).
Con questo la saluto e la invito a non fidarsi di pareri troppo “partigiani” è emerso in maniera molto evidente come, per esempio,l’amministrazione Bush abbia di fatto tentato di pilotare determinati rapporti sull’ambiente per promuovere l’uso di combustibili fossili e far sembrare la situazione meno grave del reale, quindi senza inutili catastrofismi e giusto che il paese del sole e del vento pensi a dotarsi e presto di un sistema energetico con una forte presenza di energia rinnovabile, solo così saremo in grado di affrontare le sfide energetiche del futuro.

Come Scegliere fra Risparmiare Tempo o Carburante

Guidare a velocita’ medio-basse, specie su lunghi percorsi, significa far sorridere il portafogli, per il semplice fatto che in linea teorica i consumi di carburante dovrebbero crescere piu’ o meno esponenzialmente con la velocita’.

D’altronde, proprio su quei lunghi percorsi i compagni di viaggio specie piu’ piccoli possono facilmente spazientirsi quando i tempi di percorrenza si allungano a dismisura…a causa di velocita’ medio-basse. Come scegliere, dunque?

Ho elaborato un semplice strumento in proposito a partire dai rilevamenti pubblicati da Mauro Traversi sulla mailing list “Petrolio“. Il risultato e’ una tabella, disponibile come file Excel su richiesta (basta aggiungere un commento a questo blog), con il quale e’ possibile determinare la velocita’ ottimale, a seconda delle esigenze di tempo e di risparmio sui consumi.

IN DUE PAROLE: se tempo di percorrenza e carburante consumato hanno lo stesso valore, viaggiare fra 90 e 130km/h non fa molta differenza

Avendo sperimentato prima manu come sia difficile ottenere un soddisfacente risparmio sul carburante su viaggi di 1450km, devo dire che risultati ottenuti mi convincono molto.

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Mauro Traversi (che tiene a precisare di essere “per abbassare la velocita’a 100Km/h non ritenendo il risparmio di quel poco di tempo sufficiente a compensare i consumi aggiuntivi“) ha scritto fra l’altro su Petrolio sabato 16 febbraio 2008:

Forse a qualcuno puo’ interessare la tabella dei consumi reali a velocita’ costante della mia auto (un turbodiesel v6 da 120kW con cambio automatico), essendo stati verificati con una certa precisione.

I consumi (in L/100Km e Km/L) sono presi dal computer di bordo. Per la discussione in corso credo che la precisione sia sufficiente avendo in passato controllato l’esattezza della velocita’ indicata dal comp con un gps da barca (aleph puo’ magari precisare meglio) e anche con cronometro su un tratto rettilineo di 3Km che sapevo essre stati verificati col ruotino da geometri. Tra parentesi i tachimetri sbagliano praticamente tutti per eccesso e se vi fidate di loro calcolate con errore. Il gasolio consumato l’ho controllato con un contalitri quando avevo a disposizione la cisterna personale a casa.

Il test di consumo l’ho fatto sull’autobrennero tra XXX e YYY nei due sensi (i numeri sono la media dei due passaggi ma la differenza e’ minima). Ho usato il controllo di velocita’, quel pulsante che una volta premuto puoi toglere il piede dall’acceleratore e fa tutto lei, lasciando che l’auto si stabilizzasse per 40-50 sec ad ogni livello di velocita’. Fari accesi e climatizzatore in funzione. 170.000kM alle spalle.

Sono partito dai dati allegati a quel messaggio, riferentesi a varie velocita’ fra 65 e 160 km/h (colonna B nella mia tabella) . Ne ho “normalizzato a 1″ (mi si perdoni l’imprecisione del termine) tutti i valori, nel senso che ho posto il consumo minore = 1 e divisi tutti gli altri dati di conseguenza (colonna D nella mia tabella).

Ho calcolato i tempi di percorrenza su 1000km per le stesse velocita’ e normalizzato i risultati come sopra (colonne C ed E rispettivamente, nella mia tabella). Ho poi sommato le colonne D ed E, moltiplicando ciascuna secondo due “pesi” o “Coefficienti di Importanza”, uno per i consumi e l’altro per il tempo (celle F20 e F21 rispettivamente nella mia tabella).

I risultati (colonna F) sono poi “normalizzati” di nuovo (colonna G) e infine viene calcolato quanto, in percentuale, il valore associato a ciascuna velocita’ si discosti dal minimo (colonna H).

In pratica se per esempio con Coefficienti di Importanza entrambi a uno, la colonna H mostra 10.56% associato a 140km/h, cio’ vuol dire che se tempo e risparmio di carburante hanno lo stesso peso, allora procedere a 140km/h vorra’ dire spendere il 10.56% in piu’ rispetto all’ottimale (95km/h).

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Naturalmente sono i Coefficienti di Importanza a determinare la velocita’ migliore. Per esempio sui brevi percorsi “in gita” possiamo dire che il risparmio del carburante sia 5 volte piu’ importante del risparmio di tempo consistente nell’andare piu’ veloci. Il risultato e’ che con Coefficiente di Importanza di Consumo = 5 e di Tempo = 1, la velocita’ migliore e’ 75km/h.

Se invece c’e’ da arrivare in fretta da qualche parte, tenendo pero’ presente di quanto costa il carburante, ultimamente, e si pongono Coefficiente di Importanza di Consumo = 1 e di Tempo = 5, la velocita’ migliore diviene 140km/h.

Qualche grafico adesso per visualizzare le differenze (i valori in ordinata sono sempre in percentuale):

(Coefficiente di Importanza Consumo =1; Tempo=1)

consumo1tempo1.gif

(Coefficiente di Importanza Consumo =5; Tempo=1)

consumo5tempo1.gif

(Coefficiente di Importanza Consumo =1; Tempo=5)

consumo1tempo5.gif

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Naturalmente si tratta di un modello semplificato che non tiene conto del fatto che, come rileva Traversi, “sono […] valori a velocita’ costante. […] su tragitti lunghi tenere una media piu’ alta ti costa assai di piu’ perche’ devi rallentare piu’ spesso e quindi devi passare piu’ tempo sopra la velocita’ media. E anche accelerare piu’ spesso, e se hai il piedino pesante…

Ma si tratta anche di una conferma della mia impressione “sul campo” (i.e. su viaggi lunghissimi, vai a 130km/h).

Ambiente: Maledette Iperboli

Greenpeace ha annunciato che prendera’ le vie legali per fermare la decisione del Governo britannico di ricominciare a costruire centrali nucleari. Chissa’ quanti soldi saranno spesi in inutili avvocati…

Personalmente, a quelli di Greenpeace mi verrebbe da dire come Bart Simpson, “ciucciatevi il calzino!!!”.

Cosa si aspettavano? Greenpeace e tante altre organizzazioni di ogni genere e specie che piacciono sicuramente molto al nostro Pecoraro Scanio, non sono forse venute fuori anni fa con proclami del tipo “il cambiamento climatico (CC) e’ la piu’ grande sfida dell’umanita'” e “il riscaldamento globale (RG) e’ la piu’ grande minaccia alla sopravvivenza (del pianeta, di solito)”?

Perche’ abbiano deciso di parlare per iperboli penso di saperlo: non hanno saputo resistere alla ghiotta occasione di occupare il palco nel teatro delle decisioni politiche. O almeno, cosi’ la pensavano.

Ora, naturalmente chi era un po’ furbo ha fatto due piu’ due e capito che se CC e RG vengono davanti a tutto il resto, e’ chiaro che anche l’etanolo e l’uranio (e l’ETS europeo con i soldi aggratisse) sono soluzioni “vendibili”: e infatti sono state vendute e anche acquistate.

Per definizione, se OGNI altro problema ambientale e’ INFERIORE a quello del CC e del RG, allora e’ preferibile e puo’ essere scelto. Sono sicuro che non abbiamo ancora visto l’ultima furbata.

D’altronde, se sei nella padella e stai per morire anche la brace ti sembrera’ invitante.

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Questa “lobby ambientalista” tatticamente e strategicamente imbelle e’ sicuramente il miglior nemico che uno possa mai sognare di avere.

Idioti: perche’ se invece di isterismi politicamente dubbi (non si sa perche’, tutte le soluzioni sembrano invocare un aumento della presenza statale?) Greenpeace avesse POSTO LA DOMANDA GIUSTA, vale a dire la questione ambientale/antropica (occupazione del territorio; abuso del “bene comune” ambientale; demografia; poca differenziazione delle fonti energetiche; etc), ALLORA il NUCLEARE e l’ETANOLO NON SAREBBERO STATI proponibili come soluzioni. E non saremmo qui a lamentarcene.

Guarda caso, invece, i negoziati sul contenimento delle emissioni vanno a rilento, l’accordo di Kyoto era una presa in giro, quasi nessuno e’ riuscito a rispettarlo, etc etc.

Se adesso (puta caso) si scopre poi che il RG e il CC non ci sono o comunque non sono poi dei problemi cosi’ gravi, Greenpeace e gli altri, che hanno messo tutte le loro uova nello stesso cesto perderanno ogni credibilita’.

E chi se ne approfittera’, se non quelli che se ne sono gia’ approfittati fino ad adesso?

Nel frattempo, la questione ambientale/antropica non se la impippera’ nessuno. E noi, cui anni fa la benzina senza piombo era stata propagandata come “verde”, e adesso ci viene detto di comprare la lavatrice “verde”, rimarremo qui ad aspettare la prossima trovata sempre piu’ fortissimamente e inutilissimamente “verde”…

Dieci Motivi per Essere Contenti del Petrolio in Salita Rapida

Ebbene si’, un anno fa scrivevo “Il Prezzo del Petrolio Pronto a Diminuire“.

Naturalmente, da allora non ha fatto che salire.

Rallegriamocene! Ecco perche':

10- Aria piu’ pulita, meno traffico

9- Niente piu’ plastica nei boschi (trafugata nottetempo come il rame)

8- Fine della tortura dello shopping settimanale

7- Diventa economicamente conveniente far abbaiare il pestifero cane della vicina dentro la stufa. Accesa.

6- Il vicino invece, ex-tronfio con il SUV fermo, si fa prendere a pernacchie

5- Soddisfazione nel contattare decine di persone a cui dire “te l’avevo detto!” (magari dopo aver cambiato il testo dei vecchi blog…)

4- L’acqua minerale e il classico barile costano finalmente meno del petrolio che hanno dentro

3- Meno intasamenti idrici visto che diventa un crimine buttare olio giu’ per il lavandino

2- Fine degli attentati incendiari perche’ la bombe Molotov costano troppo

1- Opportunita’ di convincere la consorte a usare suo fratello come combustibile alternativo (finalmente!)

Riepilogo dei Commenti in vista del Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre

Riepilogo riassuntivo delle mie riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(a) Venti Anni Senza Nucleare (http://tinyurl.com/3czldr)

Nel 1987 il nucleare italiano fu abbandonato per una diffusa sensazione di incompetenza tecnica e politica.

Approfittando dei Verdi assurdamente posizionatisi all’estrema sinistra, c’e’ lo spazio per ottenere molti (altri) consensi in tema energetico ed ambientale.

(b) Sui Consumi Energetici (http://tinyurl.com/3czldr)

Bernard Laponche calcola che se vivessimo tutti bene, non ci sarebbe energia per tutti. Ma a leggere bene i suoi argomenti, porta anche un messaggio di speranza.

(c) Energia, Ambiente e Il Problema della Leadership (http://tinyurl.com/2jftfe)

Proclamarsi “verde” e’ diventato cosi’ facile per un politico da trasformarsi in un marchio di pigrizia ipocrita. E cosi’ si sta dando spazio a esperimenti sociali, colossali perdite di tempo destinate al fallimento, perche’ basate sul pessimismo.

Bisogna invece aborrire questo revival dello Stato Etico, ed affrontare i problemi reali uscendo dal solito elenco di sogni ed obiettivi per parlare di risorse e strumenti da usare per implementarli, e di alleanze e priorita’.

(d) Gestire Il Picco del Petrolio (http://tinyurl.com/2opvok)

Raggiungere il picco della produzione mondiale di petrolio nei prossimi quindici anni e’ un rischio significativo, che va gestito. E quindi studiato, non solo per lanciare allarmi ma principalmente per mitigarlo, che e’ quanto quasi inconsapevolmente stiamo facendo gia’ .

(e) I Criteri di Scelta delle Fonti Energetiche (http://tinyurl.com/3bxjch)

Non ha senso rifugiarsi solo nella Scienza per trovare tutte le indicazioni su come scegliere il nostro futuro, e men che meno in campo energetico ed ambientale. Bisogna avere il coraggio di includere anche le proprie motivazioni politiche, in perfetta trasparenza.

E non vanno dimenticati gli strumenti manageriali gia’ esistenti, come il “Total Cost of Ownership” e la “Balanced Scorecard”.

(f) Rientrodolce e Il Paradosso del Bagagliaio (http://tinyurl.com/2o42jb)

Il rischio della sovrappopolazione va gestito come quello del picco del petrolio.

Per far questo, l’Associazione Rientrodolce dovrebbe abbandonare ogni traccia di catastrofismo: perche’ non si puo’ fare nessun rientro-dolce se non si ha fiducia nei propri mezzi, ma anche fiducia nell’Umanita’. E se questo e’ vero, allora c’e’ la concreta speranza che l’Umanita’ stessa sia capace comunque di adattarsi a quello che ha, ed escogitare nuovi modi per avere di piu’ e vivere meglio.

Rientrodolce e Il Paradosso del Bagagliaio (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 5)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(vai al precedente…)

(f) Commento al problema della sovrappopolazione che sara’ probabilmente trattato da Marco Pannella nell'”Intervento di Chiusura

Marco Pannella Deputato europeo, iscritto all’Associazione RientroDolce

Comincero’ con il parlare di Rientrodolce come associazione, per poi passare all’argomento della sovrappopolazione.

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L’Associazione Rientrodolce

Rientrodolce, che seguo da “esterno” da piu’ di un anno, ha tre anime che non sempre vanno d’accordo: una (dolcemente!) “misantropa”, una scientifica, una politica.

Il guaio e’ che a volte si mescolano, nella stessa persona o nello stesso messaggio, con un malcelato catastrofismo (il Dolore da Giovane Werther gia’ menzionato).

Quando e’ l’anima misantropa a contaminarsi al catastrofismo, per esempio, il resto dell’umanita’ e’ ritenuto troppo cocciuto per cambiare prima della Fine. Ci si dovrebbe chiedere perche’ continuare l’Associazione invece di continuare a farle fornire perle ai proverbiali porci.

Oppure quando l’anima scientifica diventa catastrofica, si discute scientificamente ma invariabilmente secondo gli scenari peggiori: per cui se un organismo internazionale (l’IPCC) prevede disastri climatici, viene portato ad esempio, ma se un altro (la Banca Mondiale) non prevede disastri da sovrappopolazione, viene considerato un lacche’ dei Poteri Forti.

E quando infine e’ la politica ad impregnarsi di un senso di tragedia imminente, ecco che scatta il meccanismo fin troppo naturale della “setta”.

Come su un treno che corra veloce verso un ponte, quei pochi fra i passeggeri che sanno che quel ponte e’ gravemente danneggiato si stringeranno l’uno con l’altro, frustrati dall’incapacita’ degli altri di capire il disastro che (forse) sta per occorrere.

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Per vederne i risultati si puo’ dare un’occhiata a quanto pubblicato nel recente supplemento all’Agenda Coscioni “Per un Rientro Dolce dell’Umanita’” (Speciale Agenda Coscioni Anno II – N. 9 – Settembre 2007).

Mario Marchitti, Presidente di Rientrodolce, discute molto bene di Demografia come limite allo sviluppo, o per meglio dire alla crescita. Poi pero’ verso la fine del suo pezzo si pone l’ingenuissima domanda su quale sia la “motivazione alla crescita”, con improbabili paragoni alla salute corporea.

La “crescita”, mi sembra ovvio, deriva dal fatto che un mucchio di persone vogliono arricchirsi e/o ottenere il potere di controllare la piu’ grande quantita’ di risorse (e persone!) possibile. Si chiama “ambizione” e a quanto mi risulta e’ innata nella specie.

Luca Pardi parla di “Esplosione Demografica e il ‘Rientro Dolce’”. Anche questo articolo e’ ben argomentato e si merita una lunga risposta (una e’ nel mio blog su “Il Petrolio”). Pardi menziona anche la “militanza fanatica” di chi pensa che sia un valore in se’ il fatto che l’economia cresca a dismisura.

Ma poi come ho potuto esperire, nel discutere di questi temi non c’e’ sempre traccia di una volonta’ di dialogo quanto semmai di prevaricazione: la quale magari e’ all’apparenza giustificata, agli occhi di chi si aspetta la catastrofe entro 15 anni.

Ma come ho gia’detto, visto che neanche i figli di Troia ascolterebbero Cassandra

Nel supplemento all’Agenda Coscioni c’e’ anche un pezzo dal Los Angeles Times, dove si parla di urbanizzazione e dei suoi aspetti peggiori, senza pero’ chiedersi perche’ la gente abbandoni le campagne per una vita del genere. Poi un articolo di Luigi De Marchi che e’ pero’ solo un lamento del fatto che su certi temi tutti sembrano sordi.

Poi c’e’ un’intervista a Bill Ryerson del Population Media Center, intervista che il lettore piu’ attento consigliera’ a Pardi e De Marchi di leggere bene.

Ma lo Speciale Rientro Dolce finisce con un articolo di Paolo Musumeci che andrebbe riscritto daccapo, perso com’e’ in un guazzabuglio di concetti campati in aria (l’Economia non si occuperebbe di mancanza di risorse? Begg non sarebbe d’accordo…) ed accorati appelli millenaristi (“un vincolo che non resta che accogliere”, “revisione dei modi di abitare umani”) che arrivano ad auspicare una preconcetta e inspiegata “fine di progetti di opere titaniche” che davvero non sembra avere relazione logica diretta con il rientro-dolce.

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Cosa puo’ imparare Rientrodolce, da Bill Ryerson? Che quello che serve per ottenere risultati e’ uno sforzo perche’ prevalgano gli aspetti politici e pratici, e quindi inclusivi, e scientifici, e quindi consapevoli e con i piedi per terra: invece di perdersi in chiacchiere descrivendo come strumento del Maligno chiunque faccia un’obiezione.

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Il Problema della Sovrappopolazione

Ma insomma, esiste un problema “sovrappopolazione”?

Il rischio e’ serio e puo’ essere valutato assieme al rischio del picco del petrolio (non a caso, il problema dell’esaurimento delle risorse e’ in cima alle preoccupazioni di Rientrodolce). E come il rischio del “picco”, quello della sovrappopolazione va in primis gestito e mitigato, agendo da subito nell’ipotesi che sia reale.

A guardare i numeri e le previsioni a medio termine, in realta’, si potrebbe ipotizzare come gia’ fatto in passato che l’espansione dell’umanita’ stia quasi seguendo una curva “logistica”, quelle con la forma a “S” dove a una crescita molto rapida segue un rallentamento e poi una sostanziale stabilizzazione. Su questo pero’ non vi e’ certezza, anche se in assenza di drastici cambiamenti possiamo aspettarci un massimo fra gli otto e i nove miliardi di persone in pochi decenni.

Quindi la gestione del rischio-sovrappopopolazione significa anche prepararsi fin da ora a gestire quel massimo.

Il rischio principale (1) e’ che non ci siano risorse sufficienti a garantire la sopravvivenza di tutte queste persone, molte piu’ che in qualunque momento storico e preistorico precedente. Una volta raggiunto questo punto, il rischio ulteriore (2) sarebbe di vedere un aggiustamento verso il basso, con l’eliminazione fisica di una parte dell’umanita’: in un linguaggio meno terso, diversi milioni di morti.

Per mitigare (2) occorrono politiche internazionali che garantiscano la distribuzione piu’ efficiente delle risorse, e accordi multilaterali perche’ nessuno si senta messo da parte o candidato alla eliminazione. Naturalmente e’ molto piu’ semplice mitigare (1), e cioe’ fare in modo che le risorse disponibili siano ampiamente sufficienti: e quindi bisogna aumentare la quantita’ di tali risorse, o mantenere basso il numero di umani: magari diminuendolo in maniera “dolce”.

E’ quest’ultima, ovviamente, la strada scelta da Marco Pannella e Rientrodolce (e Bill Ryerson). Ma e’ possibile “risparmiare risorse” semplicemente diminuendo di numero?

Non e’ strettamente vero, come ben noto anche ai membri di Rientrodolce. La presenza di maggiori risorse per persona potrebbe tranquillamente portare a un consumo pro capite sostanzialmente piu’ alto, con il risultato che il consumo totale non cambi o cambi di poco.

Istintivamente, sembrerebbe logico quindi iniziare delle campagne di sensibilizzazione al risparmio individuale e collettivo, magari anche con delle tariffe di consumo particolarmente punitive per chi superasse una certa soglia.

Questo metodo e’ molto efficace, se e quando funziona. Ci sono molti esempi molto simili nella Storia, inclusi i vari razionamenti durante le ultime guerre, anche se il contrabbando proliferava non poco. Insomma se si riesce a convincere la popolazione che certi sacrifici vanno fatti per un “bene superiore”, e’ poi abbastanza semplice ottenere dei risultati, a parte delle situazioni ai margini.

Purtroppo pero’ questo e’ un metodo da indottrinamento, che va usato con estrema cautela e “gentilezza” e soprattutto senza duri metodi coercitivi. Per far questo bisogna avere una grande fede nel proprio modo di agire, e un’encombiabile stabilita’ nel percorso di fronte ad ogni avversita’: due caratteristiche di Ryerson che con il suo Population Media Center continua a parlare di sovrappopolazione con le “soap operas” radiofoniche.

Ma esiste davvero un grande rischio che la persuasione fallisca, o che i persuasori si facciano prendere la mano e decidano di obbligare invece che persuadere, qualora i risultati tardassero. D’altronde cosa si potrebbe fare altrimenti, qualora si fosse convinti che l’alternativa saranno inenarrabili stragi?

Ma non e’ tutto cio’ straordinariamente simile all’egualitarismo comunista e con limiti per forza di cose arbitrari che spingono sostanzialmente la societa’ verso uno stato quasi mummificato, dove ciascuno si impegna a raggiungere il massimo allocato e nulla piu’.

Davvero un Brave New World, la distopia di Aldous Huxley di una societa’ scientificamene controllata. Cosa avremmo fatto, scegliendo quel futuro, se non barattare possibili ma non ineluttabili problemi di sovrappopolazione, con un terrificante mondo senza liberta’?

E’ davvero possibile, il Rientro-DOLCE? Non lo so.

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In realta’ una speranza c’e’ comunque. La diminuzione del numero di umani potrebbe non essere la strada possibile.

Paradossalmente la risposta e’ insita nei discorsi di Bernard Laponche, che gira il mondo per dire che se tutti avessero i bisogni energetici dei popoli piu’ ricchi della Terra, ce ne vorrebbero tre, di pianeti.

Di pianeti pero’ ce n’e’ uno solo, almeno per ora, e con questo stiamo andando avanti noi del mondo presente, come naturalmente tutte le popolazioni umane del passato.

Ripensiamo ora al fatto che l’aumento di risorse per persona non porta ai risparmi teoricamente possibili.

Se mi si perdette l’aneddotica: avendo sostituito in casa le lampadine classiche da 100W con modelli a risparmio energetico da 18W, non ho tagliato la bolletta dell’80%, anche perche’ adesso e’ molto piu’ conveniente lasciare accese piu’ luci di prima: perche’ il “costo” di spegnerle per poi magari riaccenderle piu’ tardi e’ piu’ alto dei pochi soldi dei kilowattora “sprecati” (pochi proprio per l’aumentata efficienza delle lampadine stesse).

Di piu’: immaginiamo un ascensore disegnato per sei persone, e occupato da cinque estranei fra loro. In quell’ambiente ristretto, questi si sistemeranno in modo da stare il piu’ lontano possibile gli uni dagli altri. Ma se ad un piano scendono due di loro, non e’ che improvvisamente il 40% della cabina rimane vuoto: i rimanenti tre si sposteranno approfittando dello spazio in piu’ per allontanarsi ulteriormente. E occuperanno l’intero spazio, di nuovo.

Ricordiamo in proposito che fino all’inizio del XX secolo, per mantenere tenori di vita simili, un nobile russo aveva bisogno di dieci o piu’ volte terra e servitu’ di un suo “pari” tedesco: soprattutto perche’ la grande disponibilita’ di risorse non invogliava il primo ad essere efficiente come il secondo.

Chiamiamolo “il paradosso del bagagliaio”. Chi fa viaggi lunghi in automobile sara’ familiare con il fatto che, quasi indipendentemente dalla durata e dal numero di viaggiatori, qualunque siano le dimensioni della macchina lo spazio dei bagagli e’ praticamente sempre usato pienamente.

Per legge naturale incoscienti e alieni al risparmio, usiamo insomma sempre tutte le risorse che sono disponibili, semplicemente adeguandoci a quello che si ha. Ci vorranno allora davvero, tre pianeti? O non dobbiamo fare altro che continuare ad adattarci, e fare in modo che il pianeta che abbiamo basti comunque per tutti?

D’altronde non ha alcun senso, per l’ingegno umano, di dubitare se stesso: perche’ vorrebbe dire dubitare anche quel dubbio…

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E per concludere: questo non vuol dire che si debba lasciare strada alle offensive “nataliste” di chi lamenta la diminuzione del numero di bambini per coppia.

Spingere verso l’alto la natalita’ significa infatti presupporre che la meta’ femminile dell’umanita’ sia per forza di cose piu’ utile a fare figli invece che lavorare, fare carriera, creare dell’arte e qualunque altra attivita’ che viene invece offerta ai maschietti senza nessun cavillo.

Sovrappopolazione o no, non permettiamo a nessuno di far regredire una societa’, vedendo uteri la’ dove ci sono persone.

I Criteri di Scelta delle Fonti Energetiche (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 4)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(vai al precedente…)

(e) Commento al tema che sara’ trattato nella sessione: “Energie Rinnovabili: +20% Criteri Scientifici per la Valutazione dell’Utilita’ delle Diverse Fonti Energetiche Rinnovabili

Presidenza: Marco Perduca, Direzione di Radicali Italiani
Massimo Ippolito Sequoia Automation
Carlo Ripa di Meana, già Commissario Europeo per l’Ambiente, presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio
Maurizio Turco Deputato della Rosa nel Pugno
Massimo Gaiani Ministro plenipotenziario – Coordinatore dell’Ufficio di Segreteria del Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei – CIACE
Carmine Nardone Presidente della Provincia di Benevento, inventore del Marsec (Mediterranean Agency for Remote Sensing)

Problemi come energia, ambiente e clima sono all’attenzione di molti, ma non da molto tempo. Il percorso che ci attende e’ quasi inesplorato.

Naturale quindi chiedersi quali siano i criteri da usare per scegliere da che parte andare. Ma una lista non basta: servono anche gli strumenti per valutare e confrontare tali criteri.

(d.1) Criteri di Scelta

Si fa presto a dire che i criteri di scelta dovrebbero essere appannaggio della Scienza, vista come pinnacolo della ragione umana in termini di obiettivita’ e coincidenza con il reale.

Ma la ricerca in cambo energetico e ambientale e’ cominciata relativamente di recente. E’ comune quindi che nella Letteratura Scientifica appaiano degli articoli a tutta prima contrastanti.

Per esempio e’ in corso un grande dibattito sul contributo teorica all’effetto serra da parte delle foreste: c’e’ chi dice che quelle boreali aumentino la temperatura del globo visto che sono verdi e quindi, piu’ scure della neve, assorbono piu’ calore. Altri pensano invece che ogni albero e’ per forza di cose un assorbitore di anidride carbonica, e quindi occorre piantarne tanti per controbilanciare le emissioni umane. Altri ancora si preoccupano perche’ le foreste di eucalipti messe su per l’appunto in Ecuador e Uganda non sono native, ne’ favoriscono la biodiversita’.

Cosa ci sarebbe da seguire, allora? Il “consenso scientifico”, se mai questo quasi-ossimoro esiste? Quando si deve passare a dettagli e decisioni operative, non ha certamente senso implementare la soluzione “du jour, basata su un articolo scientifico pubblicato ieri e che verra’ poi messo in discussione altrettanto scientificamente una settimana o un mese dopo.

Per evitare il dilettantismo e l’obsolescenza quasi immediata, e’ importante allora ricuperare un discorso politico da affiancare a quello scientifico, senza che l’uno affossi l’altro.

E’ allora possibile individuare una serie di criteri non-scientifici, ma non per questo meno importanti, per cominciare a dare un’indicazione sul futuro da scegliere:

* Quali sono tutti i costi e tutti i benefici di una scelta?
* Puo’ funzionare, quella scelta, eliminando le esistenti manipolazioni del mercato?
* E’ una scelta che semplificare la struttura degli incentivi e delle penalita’ in campo energetico e ambientale?
* E’ una scelta che mette al centro l’attenzione a favorire le liberta’ di vita e di scelta di ogni individuo allorquando questi non interferisca negativamente con le stesse liberta’ di qualunque altro individuo?
* E’ una scelta che favorisce l’abbandono dalla dipendenza dal petrolio o addirittura da tutte le fonti di energia non rinnovate?
* E’ una scelta di transizione, che aiutera’ sia a sganciarsi dal petrolio, sia ad accumulare esperienza su come riconvertire al meglio la societa’ da una fonte energetica all’altra? E quali sono i costi di tale transizione?
* Quali modifiche vanno portate alla distribuzione e commercializzazione di energia sul territorio?
* Cosa possiamo imparare dalle esperienze all’estero nello stesso campo?
* E’ una scelta contraria al dirigismo economico ed energetico?
* Quali sono le conseguenze a livello di coordinamento delle politiche energetiche a livello nazionale e a livello europeo, sia per aumentare le efficienze, sia per eliminare sprechi e duplicazione, sia infine per permettere di minimizzare i rischi legati a questa o quella incertezza sulla disponibilita’ energetica futura?

(d.2) Strumenti per valutare i criteri di scelta

Una volta individuati i criteri, il problema diventa come stabilire quale sia la priorita’ relativa. E’ piu’ importante la superficie occupata da questo o quel sistema di generazione di energia, o il co-ordinamento a europeo? O e’ piu’ urgente abbandonare il petrolio?

La risposta classica a queste domande suggerisce l’uso dell’analisi dei costi e dei benefici relativi di ogni criterio. Ma certo non e’ una panacea.

Il Regno Unito, che in materia di finanza non ha da imparare da nessuno, ha fatto quelle analisi, trenta anni fa, e ha deciso di abbandonare la tecnologia dei treni ad alta velocita’. Il primato e’ allora divenuto francese, nonostante almeno un decennio di vantaggio nella ricerca da parte della vecchia British Rail. Adesso, a Londra e dintorni l’esperienza di viaggio su rotaia e’ almeno di quindici anni indietro a quella francese, tedesca, e anche italiana.

Altri calcoli costi-benefici sono stati fatti, dieci anni fa da Major e poi da Blair, e un miliardo di sterline e piu’ se ne sono andate per quella mostruosa scioccezza chiamata Millennium Dome.

Insomma se uno vuole i costi-benefici, un esperto da qualche parte si trova pure, pronto a fare due conti. Non meravigliamoci pero’ se verranno fuori esattamente i numeri che voleva il committente.

Per un esempio di come si possano manovrare di nascosto conti, guardiamo al giochino dei “costi marginali“. Per uscire dai soliti temi: per lanciare dieci Space Shuttle in un anno occorrono dieci miliardi di dollari. Ma una volta che si e’ pagato per lanciare nove Shuttle, il lavoro per il decimo e’ praticamente completato.

Si potrebbe dire, il “costo marginale” di quel lancio e’ poche centinaia di milioni. Ma non sarebbe una truffa? Perche’ infatti non applicare lo stesso ragionamento ad ognuno degli altri nove lanci? A meno che, come al solito, quei miliardi mancanti li paghi Pantalone.

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Non basta dunque appellarsi a un’ideale “Matematica Super Partes” che possa indicare in maniera assolutamente oggettiva su cosa impegnarsi, e cosa scartare: perche’ anche la matematica e’ un’opinione, in campo finanziario, e soprattutto in materia di opere ed investimenti pubblici.

E la decisione dunque rimane per forza di cose politica: come indicato in passato, cio’ su cui si deve puntare e’ quindi la trasparenza.

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Rinunciamo quindi del tutto a ogni oggettivita’? Non necessariamente. In realta’ esiste un meccanismo che permette di scegliere in pressocche’ assoluta trasparenza, in una maniera che puo’ essere compresa ed analizzata da tutti gli interessati. Ed e’ la Metodologia dell’analisi del _Costo Totale_ (in inglese: Total Cost of Ownership).

Si tratta di un concetto relativamente nuovo, che vuol dire inserire nell’analisi _tutti_ i costi e i benefici associati a una certa scelta, a cui vengono poi assegnati “pesi”, coefficienti indicativi della sua importanza relativa.

In questo modo e’ possibile effettuare dei calcoli ed arrivare a conclusioni matematiche accettate e accertate da tutti, dove si dichiara espliciamente a quali problemi di fondo viene data maggiore importanza, appunto con il meccanismo dei “pesi”.

Certo non possiamo aspettarci che il Total Cost possa mettere tutti d’accordo: ma il punto e’ palesare le motivazioni e preoccupazioni di fondo, troppo spesso nascoste dietro analisi economiche “massaggiate” e di parte.

Naturalmente, il Total Cost non riguardera’ solo i costi ed i ricavi strettamente economico-monetari, ma anche i benefici e le sofferenze non immediatamente monetarizzabili.

Ad esempio, parlando di Piano Energetico Nazionale (PEN), il Total Cost dell’etanolo da mais includerebbe gli enormi sussidi a questa nuova, tragicomica industria.

Il Total Cost, il costo vero del carbone includerebbe gli effetti nocivi sulla salute nelle vicinanze delle miniere e delle centrali, e la scomparsa di fiumi e foreste seppelliti dai residui delle miniere a cielo aperto. Se siamo preoccupati delle emissioni di anidride carbonica possiamo poi aumentare il peso dei costi legati all’uso di vecchie centrali a carbone, anche se il prezzo di mercato di quel combustibile rimane basso.

E il Total Cost del nucleare includerebbe l’intero ciclo di vita della centrale (obsolescenza inclusa), e dei rifiuti radioattivi.

Come applicare il Total Cost? E’ molto piu’ semplice di quanto sembri.

Il primo passo e’ stabilire a priori dei criteri di peso e di misurazione. E’ importante includere _tutto_ quello che si deve e si vuole misurare, e _non_ solo quanto e’ piu’ facile da misurare (un’altra amara lezione di tutto il periodo Blair).

Ogni possibile soluzione viene poi valutata rispetto a quei criteri prestabiliti, ottenendo quindi una tabella di immediata lettura. Ovviamente per garantire la bonta’ dei risultati, occorrono anche alcuni cicli di calcolo per risolvere le eventuali, inevitabili lacune nell’insieme dei criteri di peso e di misurazione.

Gli esperti del settore avranno riconosciuto in quanto sopra alcuni principi elementari del “Balanced Scorecard”.

Si puo’ sempre migliorare, nella gestione di una crisi o comunque di un abbandono obbligato del “continuare come se nulla fosse”. Ma con il Total Cost of Ownership e la Balanced Scorecard, e la consapevolezza che in fondo a ogni nostra scelta c’e’ la politica e non la scienza, possiamo almeno cominciare con il passo giusto. 

(continua…)

Gestire Il Picco del Petrolio (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 3)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

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(d) Commento a parte del tema che sara’ trattato nella sessione: “Petrolio e Gase: Risorse e Problemi Geo Politici

Presidenza: Antonio Bacchi, direzione di Radicali Italiani
Luca Pardi – Aspo Italia – Segretario Associazione radicale RientroDolce
Diego Gavagnin Direttore Editoriale di Quotidiano Energia
Igor Boni Segretario Associazione Adelaide Aglietta
Alessandro Ortis Presidente Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas
Leonardo Bellodi – Responsabile affari istituzionali ENI
Francesco Giorgianni – Responsabile affari istituzionali ENEL

Limitero’ per il momento le mie considerazioni al solo aspetto del petrolio come risorsa, senza considerazioni geopolitiche.

Una prece per le Cassandre, pero’: visto che neanche i figli di Troia vi ascolterebbero, capirete che forse e’ il caso di parlare in maniera diversa?

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A differenza del Riscaldamento Globale, il problema del Peak Oil (l’eventuale raggiungimento di un picco nella produzione mondiale di petrolio, con susseguente precipitoso declino della stessa), problema di cui si occupa l’Aspo, non e’ di moda, non e’ usato per raccogliere consensi, non appare sui giornali tre volte al giorno, e non e’ neanche urlato.

Forse perche’ non e’ un messaggio facilmente manipolabile; forse perche’ non e’ direttamente collegabile ai panda, ai coralli o agli orsi bianchi; o forse perche’ e’ un problema reale.

Purtroppo chi ne parla deve fare i conti con un passato in cui non sono certo mancati gli allarmi riguardo l’imminente fine della civilta’ a causa della fine del carburante: allarmi che fino ad ora si sono ovviamente rivelati troppo allarmisti.

Ma se vengono letti i discorsi pacati e ragionati sul Peak Oil, la possibilita’ che si raggiunga un picco di produzione nei prossimi dieci anni e’ significativa.

Rendersi conto di questo rischio ed agire di conseguenza non e’ quindi cadere nella fallace trappola del Principio di Precauzione (secondo il quale non si dovrebbe fare niente finche’ non se ne conoscono le conseguenze): e’ “semplicemente” un problema di rischio, appunto, da gestire e dunque mitigare.

Agiamo allora nell’ipotesi che ci sara’ davvero un picco nella produzione mondiale di petrolio. La prima cosa da fare e’ ovviamente migliorarne le stime, e quindi investire in piu’ ricerca e stabilire quantomeno un Osservatorio Europeo sul Petrolio.

E le domande a cui rispondere sono molte: cosa ci dice che diminuira’ dopo il picco precipitosamente, la produzione di petrolio? O ci saranno i tempi perche’ agiscano meccanismi “naturali” di compensazione, nel mercato? Possiamo imparare qualcosa, da cio’ che e’ avvenuto negli “Oil Shocks” del passato (pur considerando la loro temporaneita’)?

D’altronde, la plastica, la benzina e l’elettricita’ da gas e petrolio costano davvero poco. Buste, bicchieri e posate di plastica sono letteralmente troppo poco costosi per essere venduti, e vengono regalati dal 99.99% dei negozianti.

E come dimostrano anni di aumenti dei costi dei carburanti, possiamo aspettarci che anche se triplicassero o quintuplicassero, la societa’ si adeguerebbe alla nuova situazione (probabilmente, spenderemmo un po’ di meno per il tempo libero, invece di risparmiare benzina): perche’ cinque volte un bruscolino, sono solo cinque bruscolini.

Non e’ quindi obbligatorio pensare che l’unico modo per sostenere il tenore di vita attuale sia trovare un sostituto del petrolio allo stesso identico costo di quello attuale.

Forse ci sarebbero problemi non trascurabili solo se il costo del petrolio decuplicasse o piu’ in tempi brevissimi. Sarebbe interessante allora vedere il grafico delle previsioni del costo del “barile” dopo il picco, invece che la quantita’ di petrolio che viene estratta.

Non viene anche detto ripetutamente che le fonti di energia rinnovabili ci sono, ma attualmente risultano troppo costose?

Se per esempio il solare fosse in totale cinque volte piu’ costoso del petrolio, e’ evidente che quand’anche quest’ultimo diventasse cento volte piu’ caro, alla fine la nostra bolletta potra’ al massimo quintuplicare (senza considerare le ovvie riduzioni dei costi del solare se fosse adottato pressocche’ universalmente come lo e’ adesso il petrolio).

Non c’e’ neanche bisogno di puntare tutto sulle rinnovabili pero’. Se di petrolio ce ne sara’ poco, avremo sempre il carbone, e l’uranio, entrambi inquinanti ma dalla tecnologia matura.

Visto poi che le riserve di uranio non sono ben note, invece di tentare il fato e dover gestire a breve un “picco dell’uranio”, possiamo puntare sul carbone, e tentare il fato sui cambiamenti climatici.

In ultima analisi, non e’ forse vero che abbiamo degli standard di vita eccezionalmente alti?

Forse possiamo solo cadere, ma non stiamo forse costruendo comunque dei grandi cuscini che addolciranno la caduta? Sia coltivando la scienza e la tecnica delle rinnovabili, sia usando le alternative esistenti, come carbone ed uranio: il che e’ la cosa migliore da fare, per mitigarne il rischio.

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Quindi come la si volti e la si giri, non ci sono indicazioni di crisi irreversibili sul lato-petrolio nei prossimi tre o quattro decenni (e cercare di vedere piu’ in la’ e’ un giochino inutile).

Magari mi si dira’ che non e’ cosi’: e perche’, non lo sarebbe?

E se non lo fosse: invece che sognare future “guerre per le risorse”, e frutta e verdura vendute a meta’ del XXI secolo di nascosto e care come droghe illegali (immagini usate recentemente a Gaia su RaiTre per mostrare come potrebbe essere un mondo con poco petrolio), dovremmo in ogni caso continuare a concentrarci su cosa ci sarebbe da fare per cambiare la situazione, diminuire i rischi, mitigare le conseguenze.

Chi e’ sicuro che non ci sia piu’ niente da fare, almeno non faccia come quei manager della Nasa: i quali per supponenza e fatalismo, lasciarono morire i sette astronauti del Columbia nel Febbraio 2003, convinti (i manager) che anche il pensare a un rimedio fosse un’azione inutile.

(continua…)

Energia, Ambiente e Il Problema della Leadership (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 2)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

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(c) Commento al tema che sara’ trattato da Emma Bonino, Ministro per le Politiche Europee e il Commercio Internazionale: “Gli obiettivi europei nel contesto globale

Nel contesto globale e ancor piu’ in quello europeo, per una serie di motivi precisi non esiste alcuna leadership seria per affrontare i problemi dell’energia e dell’ambiente. E questo e’ un problema e al tempo stesso un’opportunita’.

Altro che “leadership”: i segni sono quelli della pigrizia mentale e politica, e un’ipocrisia che regna sovrana procurando affari agli esperti di public relations capaci di mascherare i loro clienti in “paladini dell’ambiente”.

Essere “verdi” e’ infatti facilissimo, al giorno d’oggi, come dice il New York Times a proposito di Angela Merkel. Basta farsi fotografare su un ghiacciaio in Groenlandia; poi andare a Kyoto per lanciare un inflazionatissimo “appello al mondo”; fare qualche dichiarazione di qua’ e di la’; e le credenziali, sono a posto.

Oppure si puo’ fare come Gordon Brown, che da Cancelliere dello Scacchiere (Superministro dell’Economia) britannico prima, e da Primo Ministro adesso, ha giustificato tasse ed aumenti di tasse come “verdi”, ricevendo il plauso generale anche se poi gli introiti sono usati per qualcos’altro invece che “l’ambiente”.

Oppure ancora, si puo’ rimanere sul vago e, preoccupati, descrivere come obiettivo un futuro piu’ radioso per tutti: meno sprechi, piu’ spazi, piu’ verde, meno smog. E perche’ no, una “Nuova Alleanza con la Natura”, alla Prodi (manco fossimo Noe’). Chi si direbbe contrario?

In tema ambientale, l’atteggiamento di gran lunga meno rischioso per un parlamentare o un ministro odierno, in Europa e altrove, e’ proprio quello di prendere per buone le “emergenze ambientali catastrofiche” e apparire di cercare di fare qualcosa al riguardo.

Se accadranno, quelle emergenze, quel politico potra’ sottolineare la propria lungimiranza al cospetto di un’umanita’ ingorda, illusa e irresponsabile. Se non accadranno, si congratulera’ con se stesso e girera’ gonfio come un tacchino spacciandosi per salvatori del pianeta, e quindi…potra’ sottolineare la propria lungimiranza.

Insomma sembrerebbe quasi “segnare a porta vuota”. Cosa volere di piu’? E invece tutto questo ha evocato un atteggiamento a meta’ fra l’incosciente e l’ingenuo.

L’ambiente presentato come “emergenza ambientale catastrofica” viene infatti usato da alcuni come strumento per stimolare e incanalare una sensibilita’ politica a livello europeo (o americano) e fra i giovani.

Ma non e’ tutto cio’ un artificioso esperimento sociale, studiato a tavolino e venduto come una saponetta e, nel suo desiderio di reclutare le masse in “comportamenti etici” non troppo dissimile dalla propaganda politica del Ventennio, che adesso ci fa ridere nel film “Fascisti su Marte” ma all’epoca era straordinariamente efficace ancorche’ falsa e manipolatoria?

E che ideali si vogliono inculcare nelle giovani generazioni, poi! Viaggiare di meno, produrre di meno, agire di meno, per un futuro da mummie addormentate vivacchianti da un giorno a un altro.

Se l’Europa non avesse basi sulle quali costruire il futuro, che se ne prendesse atto. Ma le basi ci sono, in quella spinta verso una “economia basata sulla conoscenza” (la Knowledge Economy) di cui tanto si parla e su cui tanto si promette ma sulla quale non vuole investire nessuno, in Europa (differentemente che in India o in Cina per esempio).

E quindi, piu’ che una risposta a un’assenza di ideali, l’”emergenza ambientale catastrofica” appare essere la manifestazione di un malessere di moda nella cultura occidentale odierna, un riflusso quasi ai tempi di Goethe con milioni di Giovani (e meno giovani) Werther crogiolantisi quasi compiaciuti nel gioco filo-nichilista del pessimismo per un futuro dove andra’ piu’ o meno tutto a rotoli (anzi, non avremo nemmeno i rotoli).

E come dei parassiti, tali concetti diffondono se stessi, attraverso la situazione paradossale di quelli che vogliono stimolare le folle ad agire “per salvare il pianeta” ma usano dei messaggi millenaristi che al massimo potranno ispirare sfiducia, depressione e inazione (il classico caso dell’ultima sigaretta che il condannato a morte puo’ naturalmente fumare tranquillo, senza preoccuparsi di un futuro tumore).

Consci dell’assenza di risultati ma incapaci di additare le proprie manchevolezze, quelli stessi poi decidono di urlare di piu’, e tinteggiare il disastro a tinte ancora piu’ forti, con il risultato di aumentare la sfiducia, la depressione e l’inazione (se non, moti di riso quando ne viene sparata una piu’ grossa del solito), in un parossismo che ormai ha raggiunto il grottesco.

Bisogna fare esperienza di quanto e’ avvenuto nel Regno Unito, dove la “massima allerta” e’ stata abusata cosi’ tanto (SARS, aviaria, terrorismo islamico) che adesso la maggior parte del pubblico non crede piu’ agli allarmi lanciati dal Governo (cambiamento climatico incluso).

Altro che “leadership”: ormai non possiamo quasi che aspettarci quella disperazione in passato gia’ anticamera della violenza, o un pernicioso revival dello Stato Etico. Oppure, se l’“Al lupo! Al lupo!” del cambiamento climatico non apparira’, la distruzione della credibilita’ dell’intero ambientalismo contemporaneo.

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I problemi reali, pero’, esistono, e scegliere non e’ facile. Per esempio, c’e’ chi si preoccupa molto del fatto che la Cina e l’India stiano puntando molto sul carbone, per le loro centrali elettriche. Quelle centrali, viene ricordato, emetteranno enormi quantita’ di anidride carbonica nell’atmosfera, e causeranno quindi ulteriori cambiamenti climatici.

Ma anche se sposiamo una tale causa, qual’e’ l’alternativa che offriamo, a Pechino e Nuova Dehli? Diciamo loro di consumare meno, o di svilupparsi meno, comodi nelle nostre confortevoli case dove l’elettricita’ non manca mai? Oppure consigliamo quei Governi a puntare sulle rinnovabili, dando il bell’esempio di non prenderle noi stessi davvero sul serio?

Oppure avremo mai il coraggio di dire agli elettori sensibili alle cause ambientali, scusate Signori, ma per evitare che i Cinesi costruiscano centrali a carbone pagheremo tutti di tasca nostra la differenza, e faremo tappezzare la Cina di pannelli solari capaci di fornire la stessa quantita’ di energia?

E che senso ha, chiedere ai Cinesi di rinunciare al carbone che estraggono a casa loro, mentre chiediamo agli Italiani di emanciparsi dalla dipendenza da forniture di petrolio e gas dall’estero?

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Finora, la soluzione e’ stata procedere a tentoni, in Italia ma anche altrove. C’e’ invece bisogno di una leadership la quale, senza tante scene di fronte alle telecamere, e senza farsi prendere da uno sconforto quantomeno incoerente in un attivista politico, possa parlare seriamente di energia ed ambiente, uscendo dal solito elenco di sogni ed obiettivi per parlare di risorse e strumenti da usare per implementarli, di alleanze e di priorita’.

E’ fondamentale allora discutere/stabilire/pubblicizzare Criteri di Scelta trasparenti, e logicamente e scientificamente forti.

Perche’ piu’ che di progettisti, delle idee dei quali se ne perde facilmente il conto nella cagnara generalizzata dei mille interessi che oscurano i temi dell’energia e dell’ambiente, in un momento di incertezza c’e’ davvero bisogno di qualcosa che ci indichi la strada futura.

(continua…)

Senza Nucleare da Venti Anni + Sui Consumi Energetici (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 1)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(a) Commento al tema che sara’ trattato da Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani: “L’iniziativa radicale su energia e ambiente; un po’ di storia

Dal 1987 al 2007: siamo a 20 anni dai referendum contro il nucleare. Quanti si lamentano, ultimamente, dell’esito di quel referendum?

Personalmente mi dispiace che non venga mai riconosciuto il contesto storico.

Era l’Italia del Pentapartito, del CAF Craxi-Andreotti-Forlani. Era l’Italia con un’industria nucleare che non era riuscita a crescere, e Beppe Grillo usava i suoi passaggi televisivi per raccontare l’incredibile numero di incidenti e mancati incidenti, naturalmente mai riportati dai mass media.

Venti anni dopo, oltre che celebrare, possiamo tirare le somme per capire anche cosa non ha funzionato, e per evitare di ricadere nell’errore.  Mi riferisco in primis alla sostanziale scomparsa di ogni discorso di pianificazione energetica da allora ad oggi, come se il futuro fosse solo nucleare: e quindi, senza nucleare non era rimasto piu’ niente da discutere.

Si dice infine che l’industria nucleare italiana sia morta all’epoca: sarebbe invece interessante scoprire se e come potrebbe tornare in vita, nel 2007. Quanti anni dovrebbero passare prima che una centrale nucleare fornisse elettricita’? E avrebbe senso ricominciare daccapo in Italia invece che rivolgersi a chi per scelte sue ha continuato a usare l’energia atomica?

Cosa sarebbe, un revival dell’Autarchia?

E’ interessante anche notare che sulla scia delle vittorie politiche dei Gruenen tedeschi, nell’ultimo quarto di secolo sono cresciuti anche in Italia movimenti politici ambientalisti, poi confluiti nella Federazione dei Verdi che negli ultimi sei anni, grazie a Pecoraro Scanio, ha risolto il problema di come far andare avanti un partito monotematico, transitando sempre piu’ verso sinistra: e abbandonando quindi al loro destino tutti coloro cui interessa l’ambiente ma non necessariamente le politiche fiscali di Rifondazione Comunista.

E quindi esistono molti spazi per iniziative non-Verdi di largo consenso.

(b) Commento al tema che sara’ trattato da Bernard Laponche, Fisico ed economista dell’energia, parlera’ su “Consumi energetici: ci vorrebbero tre pianeti Terra

Ci vorrebbero tre pianeti Terra per cosa? Ci vorrebbero tre pianeti Terra se l’energia consumata per capita nel 2030 o 2050 fosse mediamente identica per tutti in giro per il mondo. Insomma se finalmente si riuscisse a “sviluppare” tutte le nazioni del mondo, non ci sarebbe abbastanza energia per tutti.

Ma il messaggio di Laponche, a leggere altri interventi in passato, probabilmente sara’ ottimista, non pessimista, perche’ ci sono ancora moltissimi modi per migliorare la situazione, cominciando con il decentralizzare la produzione. Per non parlare poi del “paradosso del bagagliaio“…

(continua…)

No-cleare

L’energia nucleare sembra tornare di moda adesso che c’e’ la fissazione sul ridurre le emissioni di anidride carbonica.

Io sul nucleare ho forti dubbi: sull’approviggionamento e sulla durata dei giacimenti; sulla tempistica visto che non si costruiscono centrali dall’oggi al domani; sulla presunta rinascita dell’industria italiana del settore (sarebbe assurdo non rivolgersi a chi l’esperienza ce l’abbia gia’, e quindi all’estero); sui costi (troppo spesso mascherati al ribasso facendo finta che interessino solo quelli marginali); sullo stoccaggio dei rifiuti per n-mila anni; e dulcis in fundo, sulla opportunita’ di far giocare con l’atomo l’italietta che ci ritroviamo (ma qui si va su un altro discorso).

Pale? Forse…meglio il Carbone!

Italia Nostra, e non e’ la sola, fa tanto chiasso per evitare che vengano costruiti nuovi impianti eolici, apparentemente per “conservare il paesaggio”.

Mi permetto di cantare fuori dal coro per l’ennesima volta, per dire che i generatori eolici a me piacciono, anzi provvedono un senso di pace e tranquillita’.

Magari dovremmo travestirli all’olandesina, oppure colorarli di verde per renderli piu’ appetibili a un certo ambientalismo?

Il problema vero e’ l’inaffidabilita’…se non c’e’ vento, tutti con le candele.

Il futuro prossimo venturo e’ chiaramente nella produzione familiare di energia usando il sole (basterebbe che i prezzi si dimezzassero…). Nel presente intanto, lasciamo perdere la falsa alba del nucleare (con i suoi lustri prima dell’attivazione, e le scorie da stoccare per centomila anni: usiamo il carbone invece!

Dopotutto basterebbe poter filtrare per bene i fumi (e fregarsene della CO2) e il problema energetico sarebbe risolto forse per un altro secolo…