Why Lehman’s Failure Was The Right Move

Millions of gallons of ink must have been consumed in the neverending discussions about the “disaster” represented by the US Government’s decision to let Lehman Brothers fail and disappear. Andrew Ross Sorkin on today’s IHT agrees:

With hindsight, many in the financial industry blame a deepening of the global financial crisis on the government’s decision to let Lehman crumble

I disagree with that analysis, for two very simple reasons. When Lehman was allowed to go bankrupt, a signal was sent to all, saying that not everybody will be rescued. This was in direct contrast with the Japanese Government’s decadal efforts to prop up every financial institution under its watch (that’s why those efforts lasted for a decade or even more).

More importantly, the failure of Lehman Brothers showed everybody what the failure of “just a bank” may mean, with innumerable, overwhelmingly negative consequences propping up even in unlikely places. And this was good: because it is in the human nature to seriously question people advising that something bad may be happening in the near future, and to need a direct experience of that “something bad” before properly reacting.

You can spend every last molecule of your breath explaining a child that eating too many sweets can be painful. But there is nothing like going through a “tummy ache” that will convince the child of changing their way.

And you could transfer yourself back to January 1939 and explain all the reasons for the upcoming Nazi continent-wide monstruosity, but I am sure nobody in the UK or France (or the USA) will agree to go to war until forced to by the pain of circumstance.

And so, had Lehman Brothers been rescued alongside the other relatively large institutions, we would still be discussing the pro’s and con’s of rescue packages. And we would have never known that it takes just a bank to fail, to see a run on money-market funds.

Hindsight will fuel further commentaries on now-defunct Lehman Brothers: and hindsight can be useful to make sense of the world, but only works when there is something to look back at…

Serie di Articoli per Capire un po’ di piu’ la Cina

Tutti in inglese, ecco un gruppo di articoli recentissimi che possono aiutare a capire un po’ di piu’ cos’e’ questa cosi’ vituperata Cina dell’anno 2008:

(a) The Economist: The illusion of calm in Tibet (10 Luglio): dove l’inviato si chiede se in fondo in fondo il problema sia l’incompetenza delle autorita’ cinesi, politicamente impreparate a fronteggiare i problemi del Tibet, e quindi propense a reagire eccessivamente o addirittura, come nel caso dei disordini del 14 Marzo, incapaci di organizzare alcunche’

(b) IHT: Smoke and Mirrors (15 Luglio): le memorie di un’insegnante/giornalista indiana che vive in Cina rivelano una societa’ impegnata a migliorare il proprio tenore di vita, al punto che la “democrazia” puo’ diventare una minaccia per chi vede finalmente avverare il sogno di una vita agiata se non ricca. I problemi pero’ esistono, anche se nascosti sotto il tappeto

(c) IHT: Success of ‘Kung Fu Panda’ touches a cultural nerve in China (17 Luglio): il successo in Cina del cartone animato americano “Kung Fu Panda”, cosi’ intriso di valori tipicamente cinesi, fa riflettere il commentatore Richiard Bernstein sul deleterio effetto in Cina della censura e in generale del coinvolgimento della politica. Alcuni progetti creativi sono abbandonati a causa dell’eccessivo numero di richieste che li costringerebbero a perdere ogni creativita’

(d) IHT: Out of Mao’s shadow (17 Luglio): recensione del libro di Philip P Ban, recante lo stesso titolo, dove di nuovo si dice che la prosperita’ e’ stata usata per evitare la democratizzazione, e tutto il sistema politico attuale e’ imperniato nel perpetuare il monopolio del Partito. Pur tuttavia, c’e’ speranza nel numero di persone che hanno sfidato il governo, a volte anche riuscendo nel loro intento pur dovendone pagare le conseguenze

I problemi della Cina prima o poi verrano al pettine. Sara’ interessante vedere come evolveranno, e se porteranno a una qualche forma di Democrazia. Di sicuro pero’, ogni interferenza dall’estero sara’ controproducente.

L’Economist Appoggia Berlusconi (forse, senza accorgersene)

Qualcuno prima di me ha detto che non esiste pubblicita’ negativa: perche’ chi si sgola per disprezzarti, in fondo, non fa che affermare la tua importanza. E il suo rispetto nei tuoi confronti.

E cosi’ l’Economist, che scende in campo questa settimana per dire la sua sulle elezioni italiane, praticamente (forse) senza accorgersene dice un po’ a tutti: votate Berlusconi!.

Cosa appare infatti addirittura sulla copertina dell’Economist del 5 Aprile 2008 in tutte le edizioni (USA, UKAsia/Pacifico, Europa)?  “Why Berlusconi is still unfit“, “Perche’ Berlusconi e’ ancora inadatto”  (a diventare Primo Ministro italiano, cioe’).

Sara’, ma vuole anche dire che a svariati milioni di lettori dell’Economist in tutto il mondo il nome “Berlusconi” proprio non potra’ sfuggire.

Si passa dunque all’interno, e fra gli editoriali (“Leaders”) ce n’e’, appunto, uno su Berlusconi. Il pezzo e’ a pagina 17, terzo di cinque e quindi sara’ fra i piu’ letti, anche da coloro che non hanno molto tempo per leggere un settimanale. Il titolo: “A Leopard, spots unchanged“, “Un Gattopardo, con le stesse macchie” (tutti i riferimenti a Tomasi di Lampedusa e alle “macchie” nel personaggio-Berlusconi, intensamente voluti dalla redazione dell’Economist…).

Sottotitolo: “Silvio Berlusconi has failed to show that he is any more worthy of leading Italy today than he was in the past“, “Silvio Berlusconi non e’ riuscito a dimostrare di essere in alcun modo piu’ degno di guidare l’Italia adesso di quanto lo fosse in passato“. L’editoriale poi si lancia nell’elenco delle solite storie di corruzione, falsi in bilancio, conflitti d’interesse.

Si noti pero’ la debolezza del ragionamento. L’Economist (gli articoli, come da tradizione, non sono mai firmati) ribadisce , come piu’ volte in passato, che Berlusconi non dovrebbe diventare Primo Ministro perche’ non ne e’ “adatto”, e non ne e’ “piu’ degno che prima”. Ma naturalmente non e’ questa, la domanda da porsi: in un sistema come quello italiano di oggi, invece di analisi per assoluti bisognerebbe chiedersi chi e’ relativamente “piu’ degno” e “piu’ adatto” a guidare l’Italia, fra Berlusconi e gli altri candidati alla Presidenza del Consiglio.

Di tutti quelli, nell’editoriale dell’Economist, non e’ dato sapere: tranne che per una fugace e totalmente immotivata richiesta di votare per il maggiore rivale di Berlusconi, proprio in fondo all’articolo (e quasi invisibile, dunque, visto che e’ posta la’ dove si sa che meno lettori arrivano).

Ma andiamo oltre: a pagina 51, nella sezione “Europa” i lettori proprio interessati trovano un articolo sui progetti per l’economia italiana da parte del Popolo delle Liberta’ e del Partito Democratico (un pezzo giustamente pessimista, se me lo chiedete): “Rival plans – Both main parties have similar plans – but neither is bold enough“, “Progetti rivali – Entrambi i partiti principali hanno progetti simili – ma nessuno dei due e’ abbastanza coraggioso“.

Di nuovo, il nome di Berlusconi e’ ripetuto spesso (6 volte, contro le 4 di Veltroni). Anche nella colonna accanto, dedicata alla pittoresca storia di Giuseppe Pizza, si parla di Berlusconi (e di Casini), non di altri.

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Nell’archivio dell’Economist, da Gennaio 2008 ad oggi ci sono 9 articoli che menzionano Veltroni. Ci sono ben 18 articoli (il doppio!) che parlano di Berlusconi.

Fossi in Silvio, chiuderei le vecchie azioni legali contro il settimanale londinese, e direi: Thank you, Mr Economist!!!

Una Crescita Diversa (dall’Economist)

Mai finire di stupirsi: adesso e’ dalle pagine dell’Economist che si puo’ leggere che (1) la vera crescita in benessere e’ piu’ legata al PIL (Prodotto Interno Lordo) pro-capite che al PIL assoluto, per cui la diminuzione della popolazione non e’ per forza un dramma da evitare a tutti i costi (anzi!); e (2) per assicurarsi contro l’apocalisse finanziaria, invece che comprare divise o rifugiarsi nell’oro, la cosa migliore da fare e’ acquistare terreni agricoli.

The Economist: Does Charlemagne Speak Any French?

Perhaps it would be better for commentators in European matters to travel and live a bit more around Europe

Letter to The Economist:

Dear Editors

The author of the “Charlemagne” column makes quite a fuss about the alleged ability in EU documents for fish to “fish themselves” (“A fishy tale“, Dec 13).

The incipit and a lot of the sarcasm in the article are about “a daring, if grammatically correct, use of reflexive verbs, so that a ministerial statement blamed undersized hake that se pêchaient et se vendaient, suggesting the fish had fished and sold themselves.”

The actual ploy though appears to be based on “Charlemagne“‘s own challenged relationship with the French language.

Far from being “daring“, “passive impersonal” (or “passive reflexive”) is a very common construct in French and in other languages, with the reflexive pronoun “se” used to avoid the seldom-liked standard passive voice.

No French speaker, and nobody but a person with plenty of negative prejudices against the European Union, would have imagined that anybody had ever suggested that “the fish had fished and sold themselves“.

If you have something to criticise about the EU (and there is plenty of material in that respect!) could you please at least make an effort not to concoct baseless innuendos.

Pearls of Unintended Irony on The Economist

Editorial control must have relaxed at The Economist, of late, or else for a series of unfortunate circumstances nobody at HQ is reading the magazine end-to-end any longer.

That may be a couple of reasons to justify the following of pearls of unintended irony on those esteemed pages…

(1) From one kind of waste to another

Nuclear power-Atomic renaissance“, Sep 6th, where we are told that “the current expansion of nuclear power”, based on lowering emissions of greenhouse gases, “is unlikely to be slowed down by concerns about what to do with the waste”.

(2) Errare humanum, perseverare…

Jolly green heretic“, Sep 6th, where credit is given to a Stewart Brand who, having been wrong about “his alarmism over the Y2K computer bug”, and having thereby convinced himself that the world is “modular, shockproof and robust”, for unfathomable (and unfathomed) reasons considers global warming the “single most important environmental threat facing mankind”.

(3) Warming fantasy

Gambling on Tomorrow” and “Tomorrow and Tomorrow“, Aug 18th, where we are told that all current climate models are too simple, and were not really checked against reality. This from the same magazine that has recently changed its mind, and thinks global warming is “for real”.

Grey-sky Hubris on The Economist

If the effect of clouds on climate is “obscure” and “little is currently known about where [aerosols] end up in the atmosphere” (as recognised on The Economist’s “Grey-sky thinking”, July 5, 2007), what kind of hubris is necessary to state, as at the beginning of the article, that “the general trends [of climate] are clear”?

Late-XIX-century physics looked pretty much complete too, apart from the obscure problem of black-body radiation, solved by Planck in 1900 by discovering the hitherto completely unknown world of quantum physics.

The Economist…and the economists

(Letter sent to The Economist)

Dear Editors

One wonders how much to read in what you don’t appear to be daring to explicitly write, in your commentary about Sir Nicholas Stern’s review of the economics of climate change (“It may be hot in Washington too“, Nov 2nd 2006)

Let’s see: Sir Nicholas, the “head of Britain’s government economic service” and with a past in very senior positions at the World Bank, delivers a series of economical figures…perfectly in line with what is politically needed by the commissioner of his latest effort, Gordon Brown

Contrarily to the Financial Times, only very obliquely you suggest that all that economics may as well have no value (apart of course from Mr Brown’s effort to get “America involved in the global effort to mitigate climate change“)

All in all, Sir Nicholas’s report may end up being remembered as a travesty of economics

Do you really hold expert economists in such a low esteem, not to feel any outrage at seeing their profession so heavily manipulated for political ends? And if that is true, what is the point of your Buttonwood and other economics columns?

One may even ask, what is the point of your magazine? Why not close it down, perhaps, to open it anew as “The Politician”?