Catastrofismo, Al Limite Dell’Inumano

I “Quattro incubi energetici” sognati da Michael Klare su Notizie Radicali del 7 luglio scorso sono fantasie basate su informazioni fuorvianti, e al limite dell’inumano.

Prendiamo ad esempio l’incubo numero uno, riguardo un immenso iceberg che colpisce la piattaforma Hibernia al largo di Terranova nel gennaio del 2018 proprio dove la “nave appoggio” Ocean Ranger e’ affondata nel 1982. Peccato che se Klare si fosse informato meglio, avrebbe ovviamente spostato il suo romanzo a febbraio, mese in cui un incidente come quello descritto avrebbe almeno qualche probabilita’ non remota di capitare (la stagione tipica degli iceberg nel Nord Atlantico e’ da febbraio ad agosto).

Basta poco poi per stabilire come la Ocean Ranger fosse una “unita’ mobile semi-sommersa di trivellazione d’alto mare” (“semi-submersible mobile offshore drilling unit”), cioe’ una piattaforma galleggiante, altro che “nave appoggio”. La Hibernia invece e’ tutta un’altra cosa, un’isola a tutti gli effetti, piu’ di 600mila tonnellate appoggiate sul fondo oceanico, e infatti (guarda caso) e’ sempre al suo posto dall’estate del 1997.

Sono passati insomma quindici anni dalla tragedia del 1982 alla produzione nel 1997. Sono cambiate naturalmente tante cose, incluso il concetto stesso di piattaforma per lo sfruttamento del giacimento al largo di Terranova. E invece Klare e’ ancora qui a disinformare.

Prendere tragedie passate ed estenderle al futuro come se nessuno imparasse mai niente e’ un filosofare disutile, perche’ estraneo alla realta’. Se uno la pensa davvero in quel modo, allora e’ inutile discutere di alcunche’, visto che presuppone che non ci sia mai alcun progresso.

Cantiamo Insieme Per Copenhagen!

Sono passati un bel po’ di anni dalla canzone di beneficenza degli “Italy for Africa” o come-si-chiamavano (era il Natale 1984 o il 1985?).

Visto che la canzone era “Volare” ma adesso l’interesse e’ tutto sul clima, mi sono consentito una liberta’ di troppo (possa Modugno perdonarmi!) in onore del recente Climategate:

Truccare

Penso un grafico cosi` non ritorni mai piu`,
io ne aggiustavo i primi valori all’ingiu’.
Poi d’improvviso venivan dal cielo rapiti,
e incominciavan a salire pressocche’ infiniti.

Truccare, oh oh,
aumentare, oh oh oh oh.
Nel caldo sempre piu’ su,
felice di vederli lassu`.

E truccavo truccavo felice
piu` caldo del sole ed ancora di piu`
mentre il mondo reale non mi interessava
lontano laggiu`.
Un finanziamento dolce arrivava soltanto per me.

(per il resto della canzone, cliccare qui)

Esclusiva Mondiale: Il Rapporto CIA del 1974 Che Dimostra La Vacuita’ delle Paure Climatiche (E Non Solo)

(Ho recentemente scoperto in biblioteca a Londra un eccezionale documento della CIA, dimenticato per 35 anni, sul consenso scientifico intorno al raffreddamento globale negli anni ’70. Data l’importanza, versioni dell’articolo qui sotto sono state pubblicate lo scorso 3 dicembre in esclusiva mondiale a pagina XIII del settimanale britannico The Spectator (UK) a firma mia, sulla prima pagina l Foglio a firma Piero Vietti e sul blog Climate Monitor a firma mia e di Guido Guidi)

Un rapporto della CIA vecchio di 35 anni sul raffreddamento globale rivela che il consenso scientifico e le paure del clima non ci hanno mai veramente lasciati …stranamente, quale che fosse e sia la tendenza delle temperature!”

Il documento può essere del 1974, ma lo scenario e’ stranamente familiare: un importante rapporto governativo avverte che il cambiamento climatico porterà ad alluvioni e carestie. “Climatologi di chiara fama” parlano di un “pernicioso cambiamento climatico globale”, che minaccia “la stabilità della maggior parte degli Stati “. Ma questo documento – mai reso pubblico prima d’ora – è stato scritto per rispondere al raffreddamento globale, non al riscaldamento (e sì, si parla anche dell’esistenza di un “consenso” tra gli scienziati!).

Il rapporto della CIA intitolato Uno Studio della Ricerca Climatologica per quanto Riguarda i Problemi dell’Iintelligence, scritto nel marzo del 1974 per aiutare la “pianificazione interna” potrebbe tutto solo spiegare la diffusa sensazione di deja-vu riguardo i cambiamenti climatici e giustificare i ricordi delle discussioni scientifiche della metà degli anni ‘70 circa il raffreddamento globale. Anzi, con il senno di poi, un po’ fa anche ridere e imbarazza il lettore, visto che le due fraseologie, di ieri sul raffreddamento e di oggi sul riscaldamento, sono praticamente identiche.

Quasi come se le paure climatiche fossero fatte con lo stesso stampino, la “nuova era climatica” era descritta nel 1974 come foriera di carestie, morti per fame, ondate di rifugiati, inondazioni, siccità, fallimenti delle coltivazioni e dei
monsoni, con ogni genere di fenomeni meteorologici in una mescolanza di catastrofi attuali e future e con la solita sottovalutazione dei possibili benefici, solo accennati. E accanto al Sahara che si doveva espandere, ecco il consueto riferimento alle riserve mondiali di cereali inferiori ad un mese e alle civiltà passate distrutte da “maggiori e minori” episodi di raffreddamento (le civilta’ dell’Indo, gli Ittiti, i Micenei, e l’Impero del Mali, se qualcuno lo volesse sapere).

Secondo la CIA, nel 1974 i modelli climatici erano in fase di perfezionamento (come sempre) e il bilancio energetico dell’atmosfera perfettamente spiegabile (incredibilmente, senza un solo riferimento ai gas serra). L’intervento governativo (ovviamente) aveva riunito famosi scienziati fino ad allora vittime di “scontri di personalità” (ma va’), e aiutato a stabilire un “consenso scientifico” (interdisciplinare, naturalmente) riguardo un “cambiamento climatico globale”, delle vaghe minacce (come no) a proposito di “una maggiore variabilità” nel clima, gravi problemi economici in tutto il mondo (difficile da indovinare, vero?), e una serie di proposte circa la creazione di nuove agenzie governative (chi l’avrebbe mai detto).

Quello è esattamente il consenso di cui si parlava all’epoca nelle pagine di Newsweek e del New York Times. Come mai un tale documento è allora stato fin’ora tralasciato? Perchè alcuni si sono sforzati per anni per definire “un mito” il
concetto stesso di consenso sul “raffreddamento globale”, come ad esempio in un noto articolo di Thomas C. Peterson, William M. Connolley, e John Fleck pubblicato dalla American Meteorological Society nel mese di settembre 2008?

Forse è facile non notare ciò che non si sta cercando (si può trovare menzione di un consenso sul raffreddamento globale almeno dal lontano 1961). La Scienza poi, nel 1974, non era fatta da gruppi intergovernativi di esperti. Infine, i documenti come questo della CIA che appaiono sul web solo nel titolo possono essere dichiarati a tutti gli effetti perduti nelle raccolte di microfiches delle biblioteche di tutto il mondo (in questo caso, della British Library).

Ipotizzando liberamente, il più probabile motivo che può aver spinto la CIA a produrre quel documento è stata la perdita di “una parte significativa” del raccolto invernale di grano dell’URSS nel 1972, con le conseguenze del caso sulla “politica degli approvvigionamenti” nella consapevolezza di non avere seri “strumenti di analisi”. Da qui la richiesta agli scienziati di rispondere (all’unanimità) a chi si occupa di leggi e regolamenti, un’altra caratteristica che fino ad oggi è rimasta sostanzialmente invariata. Vuol forse dire che ci sono climatologi modaioli in giro, pronti a fare di ogni tendenza una previsione?

Oppure il problema risiede nel pubblico in generale, in grado di parlare del clima solo in termini inquietanti, mentre il cielo resta l’ultimo dio animista maligno, volubile e mai indifferente? Forse il “raffreddamento” e il “riscaldamento” globali sono solo la versione emotivamente carica delle chiacchiere sulla meteo? Questa allora deve essere la lezione più importante da trarre da un rapporto del 1974 sul raffreddamento globale: che dobbiamo diventare adulti, separare per una buona volta la climatologia dai nostri terrori e riconoscere, per quanto se ne possano dolere ad ammetterlo i nostri politici piu’ vani e i nostri scienziati piu’ primadonna, che la nostra comprensione di come cambi il clima rimane ancora molto, molto immatura.