Category Archives: Birmania

Il Potere della Nonviolenza

Shaazka Beyerle (Consulente Esperta al Centro Internazionale sul Conflitto Nonviolento – International Center on Nonviolent Conflict) e Cynthia Boaz (Professore Associato di Scienza Politica e Studi Internazionali alla State University di New York a Brockport) hanno pubblicato un paio di giorni fa un articolo sull’International Herald Tribune dal titolo “The power of nonviolence“.

Chissa’ se verra’ ripreso da qualche giornale italiano?

Nel frattempo faccio qui di seguito una traduzione veloce di questo interessante excursus sulle tecniche della nonviolenza, a cominciare naturalmente da quanto sta succedendo in Birmania/Myanmar.

========

Il Potere della Nonviolenza
di Shaazka Beyerle e Cynthia Boaz
International Herald Tribune

Giovedi’, 18 ottobre 2007

Non e’ stata una sorpresa vedere la Giunta birmana reprimere violentemente la “Rivoluzione dello Zafferano.” I Generali avevano perso ogni credibilita’ agli occhi del popolo ed era rimasto loro soltanto un mezzo per mantenere il controllo – la repressione.

Ma indipendentemente da quante pistole e quanti carri armati abbiano, i Generali dipendono comunque dai soldati semplici per fare il loro “lavoro sporco”. La Storia insegna che quando un numero sufficiente di persone smettera’ di eseguire i loro ordini, o passera’ all’opposizione, il potere della Giunta si disintegrera’.

Da questo punto di vista, la Rivoluzione dello Zafferano non e’ finita, e’ appena cominciata.

La disobbedienza e’ al cuore della lotta nonviolenta. “Neppure il piu’ potente puo’ governare senza la cooperazione dei governati” ha detto il Mahatma Gandhi. I movimenti Nonviolenti hanno successo non necessariamente quando ci sono dimostrazioni di massa, ma quando abbastanza persone ritirano la loro cooperazione, si rifiutano di obbedire ed insidiano cosi’ la sostenibilita’ del regime.

Notizie di atteggiamenti di sfida continuano ad arrivare dalla Birmania. Fonti della dissidenza segnalano che manifesti dell’opposizione stanno comparendo in spazi pubblici, sulle pareti delle prigioni, incollate su palloncini pieni di elio, e perfino su battelli fluviali.

Le proteste non sono l’equivalente di un movimento nonviolento, ma sono un tipo di tattica nonviolenta. Inoltre, il “Potere del Popolo” non e’ una forza inesplicabile per cui migliaia di cittadini manifestano in strada ed innescano una “conversione” nei cuori degli oppressori.

Il “Potere del Popolo” e’ l’applicazione sostenuta e strategica di una varieta’ di tattiche nonviolente, inclusi disobbedienze civili, boicottaggi, scioperi e noncooperazione. Gene Sharp, uno studioso della nonviolenza, ha documentato oltre 198 tipi di azioni nonviolente e ad ogni nuova crisi ne vengono inventate di altre.

Ci sono quattro tipi di obiettivi strategici per le azioni nonviolente. Possono interrompere il normale funzionamento di una citta’, di una regione o di un Paese, rendendo impossibile il business as usual. Sotto il brutale regime di Augusto Pinochet in Cile, l’opposizione lancio’ un appello al “rallentamento” ed il giorno indicato la maggior parte dei residenti di Santiago cammino’ a meta’ della velocita’ normale, e guido’ a meta’ della velocita’ normale, dimostrando cosi’ ai Generali quanto ne avessero abbastanza – senza che una singola persona rischiasse alcunche’.

Un esule birmano con fonti all’interno del Myanmar ha segnalato che gli attivisti locali “chiedono la noncooperazione con il regime e assenteismo da fabbriche e uffici.”

Le azioni nonviolente, come ha detto 30 anni fa Thomas Schelling, Premio Nobel per l’Economia, possono anche negare a un oppressore cio’ di cui ha bisogno, denaro, cibo, rifornimenti o forza lavoro.

Durante la rivolta popolare contro Ferdinando Marcos nelle Filippine, il pubblico ha ritirato i propri soldi dalle Banche collegate al regime ed ha smesso di pagare le bollette. Questo comportamento ha esercitato una forte pressione su un’economia carente di denaro e malgestita. Marcos aveva bisogno di soldi perche’ la repressione non e’ gratuita. Ci vogliono somme enormi per nutrire, trasportare ed armare soldati, come pure per comprare la lealta’ delle classi dirigenti superiore e di chi e’ piu’ vicino al dittatore.

Strategie e azioni Nonviolente possono anche minare le fondamenta di supporto dell’oppressore – le istituzioni ed i gruppi necessari per mantenere il controllo – inclusi la polizia e i militari. Un esule birmano dice di aver sentito che i soldati birmani non obbediscono completamente agli ordini e che alcuni hanno disertato, e che ci potrebbe essere una spaccatura fra i due Generali a capo del “Consiglio per la Pace e lo Sviluppo dello Stato” che comanda il Paese.

Una lezione dalle lotte nonviolente del passato e’ l’importanza della comunicazione di una visione della societa’ basata sulla giustizia, non sulla vendetta, che accoglie coloro che dopo averlo appoggiato, abbandonano l’oppressore.

Per concludere, le azioni nonviolente sono esse stesse un modo per attrarre piu’ persone nell’opposizione. Un numero crescere di residenti del Myanmar spengono le loro televisioni, e perfino le luci, quando il telegiornale del regime comincia ogni sera, mandando un segnale di sostegno all’opposizione e indicando la propria repulsione per il Governo.

E cosi’ se i Generali volevano la calma, l’hanno ottenuta – una mobilizzazione calma e potenzialmente in crescita. Tale era il caso in Turchia, quando nel 1997 una protesta contro la corruzione iniziata con lo spegnere le luci si e’ sviluppata in dimostrazioni da parte di 30 milioni di perse.

Quando era in prigione, il Reverendo Martin Luther King, Jr. scrisse: “Sappiamo per esperienza dolorosa che la liberta’ non e’ mai data dall’oppressore; deve essere chiesta dall’oppresso.” In Birmania, migliaia stanno facendo e continuano a fare proprio quello.

Una Questione Birmana per la Total

Daniel Altman dell’International Herald Tribune menziona sul suo blog “Gestire la Globalizzatione” la riluttanza da parte del gigante francese del petrolio Total di abbandonare i le attivita’ in Birmania.

Malgrado infatti decenni di dittatura e la crisi in corso, Total “insiste che la sua presenza migliora le vite quotidiane di decine di migliaia di persone del luogo“.

Orbene, e’ difficile immaginare Total come un gruppo di angeli verginali preoccupati delle potenziali ricadute negative dei loro comportamenti.Quello che sappiamo e’ che qualcuno li’ ovviamente decise un certo tempo fa che sarebbe una buona idea investire in una dittatura.

E’ ancora piu’ difficile immaginare che uno Stato dia via le proprie risorse gratis: e quindi e’ evidente che Total ha contratti in cui si spartisce i profitti con il Governo Birmano: cioe’, Total sta finanziando la continuazione della dittatura.

Ma c’e’ di piu': la Birmania e’ il Paese piu’ corrotto al mondo insieme alla Somalia (secondo l’indice appena pubblicato da Transparency International e segnalato dal Washington Post il 27 settembre).

Chi allora potrebbe seriamente sostenere che Total (o qualunque altra azienda per quello che importi) abbia trovato il modo di ottenere il petrolio o il gas dalla Birmania senza partecipare ad alcuna corruzione?

Quello sarebbe davvero un miracolo. E quindi possiamo ragionevolmente dire che con tutta probabilita’, ci sono tutti i segni che Total, ancora una volta, sta appoggiando la dittatura birmana (e no, non e’ sola).

Di conseguenza la presenza di Total e’ direttamente collegata alla sofferenza di circa 50 milioni di persone in Birmania. Ma i diritti di quelli superano forse i miglioramenti grazie alla Total alle “vite quotidiane di decine di migliaia di persone del luogo“?

Se cosi’ non fosse, si potrebbe giustificare qualunque violazione dei diritti umani a patto che una quantita’ ragionevole di persone appaiano guadagnarne economicamente. Non sono sicuro che quella sia la strada da percorrere.

Cosa dovrebbe fare la Total, allora? Dipende dal suo rapporto con la Giunta Militare al momento.

Se Total deve essere supina perche’ teme di perdere i contratti ed non se lo puo’ permettere, cio’ significherebbe che l’azienda sta correndo un grande rischio con i soldi dei suoi investitori, visto che una parte critica dei suoi redditi dipende dalle fisime di un numero di persone mai elette e piuttosto impopolari sia nel mondo che nel loro Paese.

E’ sicuramente ora per la Total di ridurre quel rischio, per esempio andandosene dalla Birmania alla prima occasione.

Se Total puo’ invece avere il coltello dalla parte del manico (per esempio visto che i Generali birmani hanno bisogno di un flusso di reddito stabile, i loro guadagni dalla corruzione), allora la ditta dovrebbe fare pressione affinche’ vengano fatte le riforme necessarie oppure uscire del Paese: perche’ se non usa il potere che ha, la Total e’ complice in tutte le uccisioni, tutti gli assalti, tutte le torture e tutte le incarcerazioni.

Forse, malgrado la grandezza e la profondita’ delle sue cassaforti, e’ troppo chiedere alla Total di portare il cambiamento in un Paese. Ma per l’azienda e’ davvero obbligatorio almeno tentare, oppure chiudere il becco riguardo il portare “miglioramenti” alle vite di chicchessia.

Birmania (non Myanmar), India, Italia

(Intervento pubblicato su Notizie Radicali del 27 Settembre 2007)

Permettera’ l’Italia di farsi prendere per il naso ancora una volta dall’India?

In queste ore che ricordano quella notte del 3 giugno 1989, l’ultima prima della strage a Pechino nella Piazza Tian-an-men, puo’ risultare difficile pensare come poter appoggiare realisticamente i dimostranti Birmani per la Democrazia, a parte lanciare appelli a una Giunta Militare che pero’ non e’ probabilmente seconda a nessuna in tema di repressioni sanguinarie e strangolamento politico ed economico del proprio Paese.

Comunque, e’ possibile mettere subito in atto tre gesti non solo simbolici.

(1) Rifiutiamoci categoricamente di usare il termine “Myanmar” per indicare la Birmania.

Anche se etimologicamente “quasi corretto”, si tratta pur sempre di una invenzione della Giunta Militare imposta senza nessun controllo democratico nel 1989.

Se i Birmani vorranno cambiare il nome ufficiale “per l’estero” del loro Paese in Myanmar, lo potranno tranquillamente fare dopo essere tornati proprietari tutti della loro Nazione. Anzi: un paio di anni fa il Ministro degli Esteri Birmano protesto’ per l’uso di “Burma” da parte dello State Department americano: motivo in piu’ per non usare “Myanmar”.

(2) Diamo nomi e cognomi.

Per troppo tempo si e’ parlato della Giunta Militare Birmana come se fosse un’entita’ informe e non un gruppo di dittatori feroci (al punto di negare per esempio ad Aung San Suu Kyi di rivedere il marito morente). Ecco allora alcun delle persone che dovrebbero sedere da imputati in un tribunale, e non nei posti di comando di uno Stato:

Generale Than Shwe – Presidente
Generale Soe Win – Primo Ministro
General Maggiore Nyan Win – Ministro degli Esteri

Bisogna pubblicizzare nomi (e fotografie) di tutti quelli che comandano, perche’ non si possano nascondere dietro l’anonimato all’estero, che hanno cosi’ ben coltivato.

(3) E infine, non permettiamo all’India di prenderci per il naso per l’ennesima volta.

Gia’ il nostro Governo ha detto poco o niente sugli elicotteri Dhruv, costruiti in India usando anche forniture italiane e poi forniti alla Giunta Birmana in barba a ogni embargo della Unione Europea.

Adesso addirittura, proprio mentre fuori i monaci dimostravano, il Ministro Indiano per il Petrolio Murli Deora ha firmato un accordo di 150 milioni di dollari per ricerche di gas naturale in Birmania: un chiaro segno di appoggio alla Giunta da parte di un Governo “democratico”.

Questo comportamento da parte di Nuova Dehli deriva una miopia strategica che vede l’India cosi’ spaventata dalle ribellioni nel Nord-Est da doversi affidare alla Birmania per evitare che diventino qualcosa di piu’ grosso. E da una apparente impunita’ quando si va contro le regole stabilite da altri Paesi democratici: un modo di pensare che dovrebbe essere intollerabile con la Cina della dittatura comunista, e quindi ancora di piu’ con l’India.

Il nostro Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, ma anche Emma Bonino come Ministro per il Commercio Internazionale, hanno insomma il dovere in questo momento drammatico di fare tutte le pressioni possibili: inclusa una protesta contro l’acquiescenza attuale se non la complicita’ Indiana futura con la Giunta Birmana, e questo prima che succeda il peggio.

(Petizione online “Stand with the Burmese Protesters”)