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Convegno CNR a Roma: “Il Clima Urbano”

Ricevo e rimando:

L’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR, attraverso importanti contributi dei principali esperti della materia,  intende contribuire alla discussione  sul cambiamento climatico d’origine antropica nei grandi centri urbani, (urban warming) che solo negli ultimi anni ha assunto entità tali da coinvolgere tutti noi in modo diretto, con impatti rilevanti anche sulla salute umana. Abbiamo quindi il piacere di INVITARLA all’’evento:

IL CLIMA URBANO: DIAGNOSI E PREVISIONE
Giovedì 12 giugno 2008, presso il CNR, P.le Aldo Moro, 7 , 00185 Roma.

Il programma e le indicazioni per l’iscrizione sono disponibili all’indirizzo http://www.iia.cnr.it/clima_urbano

La partecipazione è gratuita. Per esigenze organizzative, chiediamo la cortesia di inviare l’adesione quanto prima.

Rifiuti: Beppe Grillo il Disinformatore (con Jacopo Fo, Stefano Montanari e La Repubblica)

(NOTA BENE: il blog qui sotto e’ dedicato solo ed esclusivamente a chiarire gli aspetti scientifici degli inceneritori riguardo la salute umana; ci sono ovviamente altre considerazioni da fare, riguardo incenerimento e “termovalorizzazione”, e magari me ne occupero’ in un altro momento)

Tuona e rituona contro gli inceneritori, Beppe Grillo si sta dimostrando un meschino disinformatore, dando oggi spazio a un non molto intelligente testo di Jacopo Fo che a sua volta cita un fuorviante, assolutamente errato articolo dal Venerdi’ di Repubblica, basato (ovviamente) su un clamoroso malinteso e un po’ di (mal)sana invenzione giornalistica. Il tutto fa pendant con il blog dello “scienziato” Stefano Montanari, che il 5 maggio scorso non ha esitato a far passare per “scientifiche” quelle che erano le considerazioni anti-inceneritori da parte di un gruppo di attivisti, invece delle molto piu’ pacate conclusioni dell’Istituto di Vigilanza Sanitaria francese.

E non basta: sembra che in Italia sugli inceneritori si stia ripetendo pari-pari un dibattito gia’ concluso negli Stati Uniti nel 1996, con la sconfitta da parte di coloro che sulla base di citazioni ad arte ed interpretazioni fantasiose dei dati scientifici, volevano demonizzare gli inceneritori stessi. 

Certo che se Grillo e’ il Profeta di tanti italiani (come dimostrato dalle decine di siti che riprendono le sue parole senza un minimo di pensiero critico, per non parlare dei tanti che si bevono tutto quanto scritto da Jacopo Fo, Montanari o La Repubblica) allora stiamo proprio freschi.

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Grillo ha pubblicato oggi un blog “Ultimatum agli inceneritori” ospitando uno scritto di Jacopo Fo “Repubblica Ammette: Gli Inceneritori Fanno Strage” che a sua volta cita un trafiletto comparso sul Venerdi’ di Repubblica “Quando la Salute Se Ne Va in Fumo (Tossico)” secondo il quale

Nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento. Lo dice una ricerca, resa pubblica dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, l’ultima delle 435 ricerche consultabili presso la biblioteca scientifica internazionale Pub Med (www.ncbi.nim.nih.gov) che rilevano danni alla salute causati dai termovalorizzatori per le loro emissioni di diossina, prodotta dalla combustione della plastica insieme ad altri materiali.

Come ho gia’ scritto a proposito di quell’altro scienziato a cui manca sempre l’ultimo pezzo per completare un discorso logico (Stefano Montanari), un aumento dei casi del 20% non significa quasi niente. E non puo’ essere considerato come “prova scientifica” che gli inceneritori siano davvero causa di quei tumori (la “prova” e’ per aumenti dal 200% in su, cioe’ per rischi relativi da 3 in poi).

In tanti, comunque, visto che l’ha detto Grillo, hanno fatto il loro compitino di copiato, e riportato le parole del loro Messia ex-Comico come fossero oro colato. Io, per far finta di non sapere ne’ leggere ne’ scrivere, sono andato a cercare queste fantomatiche 435 ricerche su “Pub Med” (meglio nota come PubMed).

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E cosa ho trovato? Ho trovato che l’articolista di Repubblica ha citato PubMed a sproposito. I dati dell’aumento dei tumori dal 6% al 20% sono stati pubblicati dal francese InVS (l’Istituto di Vigilanza Sanitaria), ma non su PubMed. Notare le discussione e le conclusioni dell’InVS: non si puo’ incriminare un inquinante particolare; non si puo’ stabilire una causalita’ fra esposizione alle emissione dell’inceneritore e tumori; lo studio riguarda una situazione passata, non il presente; le riduzioni degli inquinanti nell’ultimo decennio fanno pensare che ci sara’ una diminuzione dei casi di tumore).

Perche’ allora la citazione da PubMed? Perche’ il giornalista di Repubblica ha anche letto male una ricerca francese, pubblicata su PubMed, che parla di 434 “incident cases” (“incidenti”, cioe’ “casi di tumore”) e non di 434 ricerche (435 inclusa l’ultima).

Int J Health Geogr. 2008 Jan 28;7:4.
Dioxin emissions from a municipal solid waste incinerator and risk of invasive breast cancer: a population-based case-control study with GIS-derived exposure.
Viel JF, Clément MC, Hägi M, Grandjean S, Challier B, Danzon A.

D’altronde PubMed indica chiaramente come sia molto aperto il dibattito intorno agli effetti degli inceneritori su tumori, malattie, mortalita’.

Su PubMed alla parola “incinerator” corrispondono 886 articoli; a “waste-to-energy” (“termovalorizzazione”) 37 articoli; e all’abbreviazione “wte” 45 articoli. In fondo a questo blog, una breve scelta, che qui sommarizzo:

(a) La disinformazione da parte di chi odia gli inceneritori per principio, era gia’ in auge negli USA (e denunciata per quello che e’) ben 12 anni fa

(b) E’ provato che l’esposizione alle diossine causi problemi, per esempio un deciso aumento dei casi di sarcoma

(c) Uno studio francese di cinque anni fa riporta un deciso aumento anche dei casi di Linfoma non-Hodgkin, ma solo nella zona piu’ vicina a un inceneritore

(d) Una quantita’ di studi effettuati in varie parti del mondo, Italia, nel Regno Unito, a Taiwan, in Portogallo, in Spagna, in Slovacchia, negli Stati Uniti, riportano trascurabili o comunque poco chiari effetti sulla salute da parte degli inceneritori, specie quelli piu’ moderni

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Se il signor Grillo fosse davvero interessato a informare i cittadini, se il signor Jacopo Fo avesse davvero a cuore la “verita'”, se su Repubblica (a parte l’Oca Sapiens) i giornalisti scrivessero ogni tanto qualcosa di serio invece dei soliti strafalcioni), e se il signor Montanari desiderasse davvero portare avanti un discorso serio invece di spacciare per scientifici i commenti da parte di un gruppo di attivisti, la polemica sugli inceneritori finirebbe oggi stesso. O forse, non sarebbe mai iniziata.

Se.

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SELEZIONE DI ARTICOLI DA PUBMED RIGUARDO INCENERITORI, DIOSSINE E SALUTE UMANA

Environ Health. 2007 Jul 16;6:19. 
Sarcoma risk and dioxin emissions from incinerators and industrial plants: a population-based case-control study (Italy).
Zambon P, Ricci P, Bovo E, Casula A, Gattolin M, Fiore AR, Chiosi F, Guzzinati S.
(Italia: l’esposizione alle diossine fa male, nel caso del sarcoma, con un aumento del rischio di 2.3)

Waste Manag. 2008;28(5):885-95. Epub 2007 Jul 3.
Health risk assessment of air emissions from a municipal solid waste incineration plant–a case study.
Cangialosi F, Intini G, Liberti L, Notarnicola M, Stellacci P.
(Inceneritore a Taranto: basso aumento del rischio individuale totale, molto piccolo aumento del rischio di cancro)

Int J Hyg Environ Health. 2007 May;210(3-4):455-9. Epub 2007 Mar 1.
Human exposure to heavy metals in the vicinity of Portuguese solid waste incinerators–Part 3: biomonitoring of Pb in blood of children under the age of 6 years.
Reis MF, Sampaio C, Brantes A, Aniceto P, Melim M, Cardoso L, Gabriel C, Simão F, Miguel JP.
(Portogallo: risultati non chiari sul rapporto fra incineratori e livelli di piombo nel sangue dei bambini)

J Public Health (Oxf). 2006 Sep;28(3):261-6. Epub 2006 Jul 25.
Waste incineration–how big is the health risk? A quantitative method to allow comparison with other health risks.
Roberts RJ, Chen M.
(Regno Unito: aumento del rischio di morte dovuto a inceneritore di 1 su 4 milioni per anno i.e. 4 volte meno del minimo “accettato” di 1 su un milione)

Epidemiol Prev. 2006 Jan-Feb;30(1 Suppl 1):5-95.
Comment in:
Epidemiol Prev. 2006 Jul-Oct;30(4-5):210-1; author reply 211-2.
[Report on health status of residents in areas with industrial, mining or military sites in Sardinia, Italy]Biggeri A, Lagazio C, Catelan D, Pirastu R, Casson F, Terracini B.
(Sardegna: analisi degli effetti dell’inquinamento in varie localita’. A Sarroch, dove c’e’ un inceneritore, aumento del rischio di malattia a 1.24 negli uomini. A Tempio Pausania, dove c’e’ un altro inceneritore, niente da segnalare)

Epidemiology. 2003 Jul;14(4):392-8.
Dioxin emissions from a solid waste incinerator and risk of non-Hodgkin lymphoma.
Floret N, Mauny F, Challier B, Arveux P, Cahn JY, Viel JF.
(Francia: aumento del 130% del lymphoma non-Hodgkin nelle aree piu’ vicine all’inceneritore, dove la concentrazione e’ piu’ alta. Nessun aumento nelle altre, anche in quelle immediatamente piu’ vicine. Lo studio e’ di cinque anni fa. Gli autori ne hanno recentemente pubblicato un altro, dove indicano come le camere di combustione piu’ vecchie siano state recentemente sostituite)

Environ Sci Technol. 2007 Oct 1;41(19):6847-53.
Comparative health risks of domestic waste combustion in urban and rural Slovakia.
Krajcovicová J, Eschenroeder AQ.
(Slovacchia: aumento morti dovute a inceneritore moderno, 1 su in un milione; riguardo il vecchio inceneritore: 7-370 su un milione)

Epidemiol Prev. 2001 Mar-Apr;25(2 Suppl):1-71.
[Meta-analysis of the Italian studies on short-term effects of air pollution]
Biggeri A, Bellini P, Terracini B; Italian MISA Group.
(Italia: aumenti fino al 5% del rischio di morte associato a vari inquinanti atmosferici)

Waste Manag Res. 2002 Jun;20(3):223-33.
Energy recovery from New York City municipal solid wastes.
Themelis NJ, Kim YH, Brady MH.
(New York: ambientalmente, e’ meglio bruciare che seppellire)

Med Pr. 2005;56(1):55-62.
[Health risk related to municipal waste incineration]
Starek A.
(Polonia: dati non univoci nell’indicare una relazione causa-effetto fra inceneritori e malattie)

J Air Waste Manag Assoc. 2001 Jul;51(7):1100-9.
Health effects of waste incineration: a review of epidemiologic studies.Hu SW, Shy CM.
(Taiwan: analisi di vari studi legati agli inceneritori non porta a risultati univoci)

Ann Ist Super Sanita. 2004;40(1):101-15.
Health effects of exposure to waste incinerator emissions:a review of epidemiological studies.
Franchini M, Rial M, Buiatti E, Bianchi F.
(Italia: analisi di vari studi riguardo gli inceneritori suggerisce che se ne facciano di nuovi)

Toxicol Ind Health. 1996 Mar-Apr;12(2):277-87.
Health effects from hazardous waste incineration facilities: five case studies.
Pleus RC, Kelly KE.
(USA: denunciano la disinformazione fatta da chi e’ convinto dei danni alla salute da parte degli inceneritori.)

Chemosphere. 2008 Feb;70(9):1588-95. Epub 2007 Oct
Dietary exposure to PCDD/PCDFs by individuals living near a hazardous waste incinerator in Catalonia, Spain: temporal trend.
Martí-Cid R, Bocio A, Domingo JL.
(Spagna: riportano addirittura una diminuzione delle diossine nel cibo dopo l’installazione di un inceneritore)

Un Malinteso chiamato RealClimate

Quale Scienza per il Clima?
Siamo sicuri che i climatologi che parlano di riscaldamento globale di origine antropogenica (in acronimo dall’inglese, AGW) e chi ne e’ invece scettico da un punto di vista scientifico, stiano parlando del medesimo argomento?

La pensavo così, ma adesso non ne sono piu’ sicuro….

Questa e’ la mia impressione, avendo seguito il dibattito sull’AGW per gli ultimi cinque anni ultimi, e considerando anche il recentissimo blog sulle “Farfalle” su “Real Climate” (RC), il sito considerato da alcuni una specie di Vate da mai dubitare:

  • Gli scienziati che si occupano di clima e sono convinti dell’AGW stanno facendo quello che possono, ma dopo aver molto limitato il loro campo di ricerca, a partire dalla scelta di occuparsi pressocche’ esclusivamente di modelli del clima al calcolatore
  • Io, ed altri “colleghi scettici” con una preparazione scientifica, ci riferiamo invece e semplicemente alle ampie e inesplorate regioni della conoscenza fuori dalla comprensione e dall’abilità di calcolo del modellista climatico medio.

Per fare un’analogia: immaginiamo se i paleontologi avessero deciso di concentrarsi sui crani degli ominidi della Rift Valley in Kenya, disdegnando (in altri termini, trattando come “rumore “) tutto il contesto dei ritrovamenti, comprese altre ossa umane, resti di animali, la geografia locale (ed il clima). Ed ignorando deliberatamente ogni altro ritrovamento riguardante gli ominidi, altrove nel mondo.

La loro sarebbe ancora “scienza”, ma anche una ricerca cosi’ focalizzata da risultare abbastanza improbabile che possa aggiungere molto alla conoscenza e alla comprensione di alcunche’, a parte se stessa.

Incomprensioni
Se un così colossale malinteso è effettivamente in atto, sarebbe una spiegazione plausibile dello straordinario… clima di conflitto che attanaglia al momento la climatologia (e sto deliberatamente evitando di parlare di politica). Da un lato, si considera lo scetticismo come uno scandalo disonesto che dovrebbe essere schiacciato e cancellato una volta per tutte dall’esistenza; dall’altro lato, si vuole buttare via anni e gli anni di ricerca come sciocchezze praticamente irrilevanti scritte da bugiardi incompetenti.

Nessuna meraviglia quindi se i due lati non possono sopportarsi… come potrebbero andar d’accordo due giudici ad un concorso per cani, se uno di loro fosse soltanto interessato nella (ed avesse sviluppato un’intera teoria della bellezza canina riguardo alla) forma della coda?

Storia Breve della Climatologia
La storia di come la climatologia contemporanea e’ diventata quella che e’ puo’ chiarire molte cose.

Inizialmente, esperimenti di laboratorio hanno dato alcune indicazioni su come i gas costituenti dell’atmosfera potessero interagire tra loro e con la radiazione solare. Notevole fra quelli, lo studio sull’effetto serra dell’anidride carbonica (CO2) condotto da Arrhenius nel 1896.

Ma il mondo reale della meteorologia (clima compreso) è molto più complesso della regolazione del laboratorio. Per esempio, ampi scambi di energia si manifestano nella grande circolazione atmosferica “a celle”, nella termodinamica degli oceanici e in interi cicli con forte influenza climatica, attualmente conosciuti come l’Oscillazione Decennale nel Pacifico (PDO), l’Oscillazione nell’Atlantico del Nord (NAO), gli ormai famosi el Nino/la Nina, ecc ecc.

Non potendo replicare tutto cio’ in condizioni controllate in laboratorio, i climatologi hanno optato per modelli dell’atmosfera fatti al calcolatore. Ciò e’ stato possibile naturalmente soltanto dopo che una minima capacita’ di calcolo è divenuta disponibile.

I calcolatori naturalmente capiscono soltanto i numeri, e formule sotto forma di serie di istruzioni. Per ottenere quelli e quelle, è stato fatto un presupposto molto importante: in un metodo curiosamente rievocativo della scienza dell’aeronautica, il clima è stato considerato come la risposta dell’atmosfera alle “forzanti”, cioè a componenti distinguibili l’una dall’altra e che “spingono” l’atmosfera ciascuna in una direzione.

Il “clima” è allora l’effetto generale risultante dall’azione di ciascuna forzante, mediato per un certo periodo di tempo.

In quel contesto, le “forzanti” erano strumenti puramente operativi, “digitazionali” usati per avere una base per calcolare il clima. Per definizione, infatti, le forzanti non possono essere misurate: tutte le osservazioni dell’atmosfera reale (ovviamente!) comprendono il loro effetto cumulativo, da cui e’ impossibile discernere quello individuale.

Se le “forzanti” usate esistano davvero o no, è quindi irrilevante. Possiamo sceglierle plausibili dal punto di vista fisico, o implausibili: per quello che valgono, potrebbero essere sostituite dall’analisi di Fourier, o dalla Principal Component Analysis, o da qualunque strumento tecnico che possa trasformare un insieme di segnali (e di formule) in numeri (e procedure) che un calcolatore possa capire.

Tuttavia, il fascino della semplicita’ del concetto di forzante, unito al costante aumento nella potenza di calcolo disponibile, ha causato un importante quanto fuorviante spostamento dell’attenzione, dal clima (osservabile) alle forzanti appunto (individualmente inosservabili). In una prima dicotomia con il mondo reale, invece che usare le forzanti per investigare lo sviluppo (possibile) del clima reale, sono stati usati i modelli come strumenti per lo studio dell’effetto (possibile) di ciascuna forzante sul virtualissimo clima dei modelli stessi.

Questo cambiamento è meno sottile di quanto possa apparire. Significa gettare la spugna e rinunciare a provare di capire l’atmosfera reale, preferendole il concentrarsi su prestabiliti, gia’ conosciuti effetti di cause gia’ conosciute anch’esse. I modelli infatti sono ben lontani dall’essere indipendenti dalle forzanti: anzi, sono creati in base a quelle. L’effetto di una forzante è già scritto nella programmazione del modello che dovrebbe servire a investigarla, e quindi i risultati del modello non potranno mostrare che quell’effetto al lavoro.

Anche se i risultati potrebbero variare per esempio cambiando la rappresentazione orografica in un modello, non potra’ mai accadere che quel modello si metta a funzionare in maniera contraria a quello che e’ per ipotesi il suo comportamento. Per esempio se la forzante-CO2 dice che a un aumento della concentrazione, aumentera’ la temperatura, nessun modello basato su quella forzante indichera’ diminuzioni della temperatura stessa, all’aumentare della concentrazione di CO2.

Un’altra analogia: se scrivo un programma al computer che aumenti un contatore di “uno” ogni volta che un oggetto bianco attraversa il campo visivo di una webcam, non accadra’ mai che il mio programma conti verso numeri negativi, perche’ non e’ stato programmato per sottrarre.

Il fatto che il contatore aumenti nel tempo non dice niente circa la densita’ di oggetti bianchi nel mondo reale. Mostra solo… come funziona il contatore.

Parametri, Troppi Parametri
Che cosa rimane da fare quando tutti quello che si ha, sono modelli utili soltanto per studiare quale potrebbe essere l’effetto di una o piu’ forzanti? Si puo’ solo “giocare” con i parametri, modificandoli in maniera da “essere compatibili” con le osservazioni e “la plausibilità”. Questo si vede benissimo nell’articolo di Hansen ed altri (2007), “Simulazioni di clima per il periodo 1880-2003 con il modello GISS ModelE”, letteralmente infestato di innumerevoli valori “stimati”, sei dei quali in maniera esplicitamente “soggettiva” (in altre parole, poco piu’ che tirando a indovinare) e pur tuttavia ritenuti degni di essere pubblicati in un articolo scientifico “peer-reviewed”.

Si noti che il confronto con il mondo reale è tutto sommato una questione marginale, in quell’articolo. Si parla di “osservazioni” (medie lungo 25 anni o piu’) ma solo perche’ ritenute utili per valutare le probabili grandezze dei parametri usati nei modelli, e quindi la possibile rilevanza relativa di ciascuna forzante.

Agli autori praticamente non interessa tutto cio’ che non e’ finalizzato a quella specifica valutazione: perche’ in una seconda dicotomia con il mondo reale, in una tale visione del mondo tutto cio’ che non sia incluso nella modellistica è “rumore”, in altre parole “trascurabile”.

Nel “mainstream” della scienza contemporanea del clima, non c’è nessun tentativo di “tornare in laboratorio”, tutta basata sulle forzanti, neanche per esempio per rianalizzare e imparare qualcosa di nuovo da osservazioni inattese: perché queste ultime sono “rumore” (a volte denominato “tempo metereologico”) e quindi sono, anzi vanno ignorate. E non c’è nessuno sforzo significativo per misurare se qualcosa non stia andando per il verso giusto: per esempio, i confronti fra i risultati dei modelli e le osservazioni sono semplicemente visivi, non numerici.

Quel che c’e’ di buono in tutto questo è che rimangono aree enormi di ricerca in campo climatico, lasciate intonsi per le generazioni future. Il lato negativo invece è che i modelli climatici, al momento, sono come scavati nella pietra, inamovibili, qualunque sia il clima reale là fuori.

Quali previsioni dai modelli climatici?
Scettici e non-scettici sembrano andare d’accordo sul fatto che i modelli non possano fare previsioni (previsioni cioè che possano essere falsificate, o confermate, tramite osservazioni) per periodi più brevi di circa 25 anni a partire dalla data del calcolo.

Infatti, RealClimate sembra indicare un quarto di secolo, più o meno, come il periodo di tempo minimo necessario a ottenere le necessarie “medie” che possano essere chiamate “clima” piuttosto che “tempo metereologico”. In realta’ si tratta di un secondo esempio di come i climatologi AGW abbiano severamente limitato il loro campo d’azione: come tutto cio’ che non possa essere modellato dalle forzanti è indicato come “rumore”, così tutto cio’ che si annulli sulle scale venticinquennali è, anch’esso, “rumore”.

Abbiamo insomma cominciato con la “scienza del clima” ma poi ci siamo incastrati nel “fare medie multi-decennali per valutare i parametri da utilizzare nella stima dell’effetto delle forzanti”.

Si puo’ falsificare (o dimostrare) i modelli basati sulle forzanti?
No. Cosi’ come stanno le cose, e’ assolutamente impossibile. Bisognerebbe aspettare venticinque anni, per poi verificare questo o quell’altro modello, e tutti quelli, all’epoca, saranno drammaticamente obsoleti. E basteranno un paio di eruzioni vulcaniche per annullare ogni previsione.

Insomma, senza modo per falsificarli, direbbe l’epistemiologo Karl Popper, i modelli proprio non sembrano poter essere scienza.

Alcuni di coloro che credono nell’AGW rispondono a quella domanda con improbabili affermazioni, insinuando che il criterio della falsificazione sia ormai roba vecchia: una risposta un po’ lugubre, che uno si aspetterebbe non da scienziati, ma da loschi inventori di macchine dal moto perpetuo.

In relta’, la domanda sul dimostrare/falsificare i modelli climatici, può semplicemente essere la domanda sbagliata. I modelli non sono ne’ adatti, ne’ pensati per fare previsioni, anche se poi vengono abusati in tal senso da fior di scienziati (e da politici e ambientalisti innamorati delle catastrofi). I modelli climatici sono soltanto strumenti per studiare l’effetto possibile di ciascuna forzante. Hansen ed altri, nell’articolo sopracitato, parlano di “usare il modello per simulazioni di cambiamenti climatici futuri”.

La parola chiave è naturalmente “simulazioni”.

I modelli non sono uno strumento per previsioni del tempo, e neanche del clima. Nel suo rapporto 2001 l’IPCC (il gruppo intergovernamentale delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici) ha infatti dichiarato, in termini non incerti: (dal IPCC TAR-WG1, 2001).

“Nella ricerca e nella modellistica sul clima, bisogna riconoscere che abbiamo a che fare con un sistema caotico accoppiato in maniera non-lineare, e quindi che la previsione a lungo termine delle condizioni climatiche future non è possibile”

Quello che i modelli possono fare è simulare l’effetto delle diverse forzanti, qualcosa che comunque non e’ possibile osservare; e simulare l’effetto cumulativo delle forzanti, aggiungengo incertezza a incertezza visto che vanno modellate anche le varie interazioni. E anche l’effetto cumulativo, non si pensa che sia davvero osservabile.

A quanto e’ dato sapere, il gruppo di RC non ha mai affermato altro. Buon per loro. Forse pero’ potrebbero essere stati più chiari, più spesso, ma finalmente, ultimamente stanno cominciando a muoversi nel verso giusto, arrivando a scrivere:

“[…] La media di insieme (dei modelli) aumenta monotonicamente in assenza di grandi eruzioni vulcaniche, ma [quella media] è la componente forzata del cambiamento climatico, non [qualcosa] che potrebbe accadere nel mondo reale. […] “

E Kevin Trenberth, un autore importante del rapporto IPCC-TAR nel 2001, ha scritto recentemente:

“In effetti non ci sono affatto previsioni fatte dall’IPCC. E non ci sono mai state. L’IPCC offre invece ‘what-if’, “cosa succederebbe se”, possibili scenari climatici futuri che corrispondono a determinati andamenti delle emissioni.”

Debolezze Composte
Occorre ricordare un punto importante: di per sè, fare una “stima” è normale nel fare ricerca scientifica; la modellistica al calcolatore è un ottimo strumento per situazioni molto complesse; le forzanti sono un buon metodo per tradurre un sistema in un modello trattabile; ed l’analisi degli “scenari” e’ il modo standard per valutare il rischio.

Ma quando si parla di climatologia basata sulle forzanti, tutte quelle componenti agiscono insieme peggiorando le loro debolezze piuttosto che migliorando i loro punti forti: le stime sono troppo spesso soggettive, i modelli al calcolatore sono usati per studiare le forzanti invece che il clima, le forzanti sono considerate “reali” anche se non possono essere misurate ed gli “scenari” sono usati come previsioni invece che per quantificare i rischi reali.

La scienza dell’AGW è addirittura alla base di una grande organizzazione intergovernativa (l’IPCC), decine di riunioni internazionali, l’azione collettiva di migliaia di persone, un Oscar ed un Nobel per la Pace: tutto in nome di qualcosa che ogni persona informata sa essere impossible da predire.

Che genere di scienza è la Climatologia?
Se ci si limita al “calcolo degli scenari”, la climatologia modellistica è una scienza (“la scienza dele forzanti del clima”, in effetti). E RealClimate un buonissimo sito. Lo stesso ragionamento si applica a tanto giornalismo scientifico contemporaneo preoccupato dell’AGW, compresi Scientific American, American Scientist, New Scientist, Science, Nature.

Quando si leggono articoli e reportage su quelle pubblicazioni, basta immaginare una visione del mondo (una “narrativa climatica“) dove la climatologia, la più incerta delle scienze esatte, è trasmutata in una scienza applicata, uno strumento politico-decisionale dove contano soltanto le forzanti e, fra le forzanti, solo quelle di origine antropogenica (sarebbe infatti difficile fare politica riguardo le forzanti non-antropogeniche…).

Ma quella e’ una visione troppo ristretta per essere utile, per esempio nella gestione del rischio, e tanto meno per far progredire la scienza. Piu’ che altro, porta all’assurdo di preoccuparsi di possibili uragani futuri, invece che degli argini che cedono adesso agli uragani presenti.

È tempo di ampliare la “narrativa climatica”, estraendo e liberando la scienza del clima dalla gabbia dei modelli, delle forzanti, degli scenari. I modelli sono stati la culla della climatologia, avrebbe detto Tsiolkovsky, ma non possiamo vivere per sempre nella culla.

Inceneritori: Dietro la Scienza di Montanari

Ho avuto il piacere di essere uno degli ascoltatori fatti intervenire questa sera a La Zanzara, il programma di approfondimento condotta da Giuseppe Cruciani su Radio24 dal lunedi’ al venerdi’ dalle 19.15 alle 21 circa.

I miei quattro minuti e mezzo sono ascoltabili in formato MP3: Maurizio Morabito – Inceneritore – La Zanzara – 20080509.

L’argomento che ho trattato e’ stata l’interpretazione dei dati presentati da Stefano Montanari, recentemente anche in noti programmi televisivi, come prova scientifica incontrovertibile che gli inceneritori causano tumori (e quindi non vanno comunque costruiti).

Cosa dico, per chi non ha voglia di ascoltare la mia voce? Dico che, scientificamente parlando, i dati suggeriscono al piu’ una possibilita’, e sono ben lontani dall’essere “prova incontrovertibile”. E che chi si lamenta tanto che “gli altri” non la raccontano sempre giusta, dovrebbe dare l’esempio, invece di manipolare per primo i risultati scientifici a suo piacimento.

In campo epidemiologico, infatti, la “certezza” si ha solo quando il rischio relativo triplica. Cioe’, quando l’incidenza di questa o quella malattia e’ almeno il 300% del normale: per esempio nel caso dei tumori al polmone, che colpiscono i fumatori con un’incidenza del 4’000% rispetto alla norma. Valori piu’ bassi non possono dare indicazioni “incontrovertibili”, semplicemente perche’ ci sono tante cause per ogni tumore e per ogni malattia.

Quindi se i tumori al fegato sono aumentati vicino a un inceneritore del 9% o del 16%, si tratta di fare una valutazione di rischio (che, a parer mio, rimane comunque basso), perche’ certezza proprio non ce n’e’.

Questo non cambia comuqneu la mia opinione che bruciare i rifiuti e’ una pessima idea, perche’ la spazzatura di oggi e’ sicuramente la miniera d’oro di domani. Buttando tutto nell’atmosfera, insomma, stiamo rubando ai nostri pronipoti senza granche’ vantaggio per noi stessi.

Seminario ALTE QUOTE 2008

SEMINARIO – ALTE QUOTE 2008

ALTE QUOTE – Verso la costituzione di un gruppo di attenzione interdisciplinare per la ricerca meteo-climatica in alta montagna e gli aspetti ambientali correlati

SEMINARIO – 14 maggio 2008
Università degli Studi – Facoltà di Agraria
Aula Magna (C03) – Via Celoria, 2 – Milano

OBIETTIVI – Le grandi montagne sono ecosistemi unici la cui sopravvivenza è un dovere sia nei confronti delle future generazioni sia per la salvaguardia di risorse turistiche e culturali di inestimabile valore. Dalle grandi montagne dipendono le popolazioni della pianura per l’approvvigionamento idrico, per la produzione di legname e più in generale le montagne racchiudono un patrimonio di diversità biologica ed antropologica che trova pochi eguali nel resto del mondo.

Le grandi catene montuose hanno un effetto rilevantissimo sul clima del pianeta sottraendo umidità alla circolazione generale ed alterando la circolazione generale stessa. Basti pensare, ad esempio, a quanto diverso sarebbe il clima padano senza la presenza delle Alpi o il clima europeo senza la presenza delle montagne Rocciose: recenti studi (Seager, 2002) hanno, infatti, evidenziato che la mitezza del clima europeo è in larga misura determinata non dalla Corrente del Golfo, ma dalla circolazione atmosferica che sull’Europa assume una caratteristica componente da sud per effetto delle Montagne Rocciose.

L’importanza ambientale ed economica, oltre che l’amore per la montagna, hanno spinto negli ultimi 50 anni ad intensificare le attività di ricerca negli ambienti estremi montani, sia per conoscerne le peculiari caratteristiche ancora oggi poco note sia, più recentemente, per cogliere testimonianze di cambiamenti i cui processi sono ancora da identificare completamente.

In tale attività è particolarmente attivo da oltre venti anni il Comitato Ev-K2-CNR, che promuove, anche attraverso l’Unità di Ricerca del Dipartimento Terra e Ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, recentemente costituito presso l’associazione, la ricerca scientifica interdisciplinare utilizzando dati provenienti dai monitoraggi effettuati nelle catene dell’Himalaya, Karakorum, Alpi, Appennino e Ruwenzori nell’ambito del loro Progetto SHARE (Stations at High Altitude for Research on the Environment). In occasione del seminario, Ev-K2-CNR allestirà un collegamento in diretta con la spedizione SHARE-Everest 2008, che sarà impegnata nell’installazione dei una stazione meteorologica a Colle Sud, Monte Everest, a 8000 metri di quota.

Da tali presupposti e da altri che emergeranno nel corso del seminario nasce l’idea di attivare un gruppo di attenzione ai temi della ricerca meteo-climatica applicata in alta montagna che veda il più ampio coinvolgimento di università, enti di ricerca ed appassionati.

PROGRAMMA RELAZIONI

09:15-09:30 Saluti autorità
Preside della facoltà di Agraria, Claudia Sorlini
Direttore del DiProVe, Maurizio Cocucci
Rappresentante Unimib, Angelo Cavallin
Direttore Generale Ev-K2-CNR, Beth Schommer

Parte Prima: Lo stato delle conoscenze
09:30-09:45 Serie storiche dell’area alpina e delle zone al contorno (Maurizio Maugeri)
10:00-10:15 L’alta montagna e la scienza del suolo (Roberto Comolli)
10:15-10:30 L’alta montagna e le risorse idriche (Claudio Smiraglia)
10:30-10:45 L’alta montagna e le tracce dell’inquinamento globale (Valter Maggi)
10:45-11:00 L’alta montagna e la misura del trasporto degli inquinanti nell’aria (Paolo Bonasoni)
11:00-11:30 Pausa

Parte Seconda: Prospettive di ricerca
11:30-11:45 Il Progetto SHARE e le basi di dati disponibili per l’alta montagna (Elisa Vuillermoz)
11:45-12:00 Le serie storiche della valle del Khumbu (Simone Parisi, Emanuele Cabini, Luigi Mariani,
Elisa Vuillermoz, Gianni Tartari)
12:00-12:15 Iniziative internazionali di ricerca in alta quota e la neonata attività CEOP-High Elevations
(Gianni Tartari, Emanuela Manfredi)

DIBATTITO
12:15-13:00 Verso un gruppo di attenzione interdisciplinare alla ricerca meteo-climatica in alta
montagna ed agli aspetti ambientali correlati (coordina: Luigi Mariani)

COME RAGGIUNGERE LA SEDE
In auto: chi arriva dalle autostrade può raggiungere via Celoria dalla tangenziale Est (uscite v.le Rubattino o Lambrate). Dalle stazioni ferroviarie di Milano Centrale, Stazione Nord, Porta Garibaldi o Lambrate, la sede del convegno è facilmente raggiungibile con la linea 2 (linea verde) della metropolitana, scendendo alla stazione di Piola. Dall’aeroporto di Linate: bus 73, scendere all’incrocio con Corso 22 marzo e prendere il filobus 91 che percorre viale Romagna, scendendo all’incrocio con Via Pascoli. Dall’aeroporto di Malpensa: treno Malpensa Express fino alla Stazione Nord ove si prende la linea 2 (verde) della metropolitana scendendo alla fermata di Piola. I bus e filobus sopra indicati sono usufruibili con il semplice biglietto urbano ATM, che dopo la vidimazione ha validità per 75’. Per usufruire del Malpensa Express occorre un apposito biglietto che si acquista all’aeroporto o alla Stazione Nord.

La Religione Ambientalista del Riscaldamento Globale

Carlo Stagnaro (si’, proprio lui) ha deciso di citarmi sul blog de Il Foglio: “Gli ambientalisti costruiscono la loro nuova fede alla Nicea del global warming“:

La religione del global warming ha finalmente avuto il suo Concilio di Nicea. Il blog RealClimate.org – una specie di assemblea dei saggi dell’allarmismo climatico – ha pubblicato un importante post in seguito alla scomparsa di Ed Lorenz. Lorenz ha conquistato la fama pubblica e l’immortalità scientifica inaugurando le teorie del caos e sintetizzandole nell’effetto farfalla: il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un uragano in Texas. I redattori di RealClimate.org si sono sentiti in dovere di spiegare che sì, l’effetto farfalla crea qualche grattacapo a chi vorrebbe sfruculiare le interiora di gallina per cavarne previsioni affidabili sulle temperature tra cent’anni. Però, nessun grattacapo è insuperabile se lo si seppellisce sotto una dichiarazione di fede: e hanno risolto la questione deliberando in questa maniera: “But how can climate be predictable if weather is chaotic? The trick lies in the statistics. In those same models that demonstrate the extreme sensitivity to initial conditions, it turns out that the long term means and other moments are stable. […] Climate change then is equivalent seeing how the structure changes, while not being too concerned about the specific trajectory you are on”. Che può essere liberamente tradotto così: non importa cosa succede oggi, cosa è accaduto ieri, come andranno le cose domani; i nostri modelli guardano oltre, all’alba del giorno dopo, e allora si dimostreranno infine giusti e il mondo sarà un’immensa palla rovente a causa dell’uso indiscriminato degli spazzolini elettrici. Come ha rivelato l’attento Maurizio Morabito, “la mancanza di attenzione per la traiettoria specifica del riscaldamento globale fa sì che letteralmente non possa esistere alcun set di osservazioni in grado di falsificare i modelli”. A differenza del Concilio di Nicea del 325 dC, che era una cosa seria tanto che siamo qui a quasi due millenni di distanza e ancora ne parliamo, il pronunciamento di RealClimate.org non ha a che fare con la Verità ma con la fuffa, non con la vita eterna ma col cattivo tempo. Non c’è proprio più religione.

 

RealClimate: (quasi) Niente Puo’ Falsificare i Nostri Modelli

Momenti di comicita’ involontaria sul sito RealClimate, considerato da molti il Faro e/o l’Oracolo per cio’ che concerne i cambiamenti climatici di origine antropogenica.

Gestito da ricercatori della NASA sotto lo sguardo dell’esimio James Hansen, “RealClimate” si propone da anni come il sito “de rigueur” per chi crede che le attivita’ umane stiano cambiando il clima in una maniera che a breve (nel giro di qualche decennio) si rivelera’ disastrosa.

Il problema pero’ e’ che come si sa, anche le previsioni del tempo a due settimane se non due giorni possono essere completamente sbagliate, per cui a tutta prima pensare di sapere quanto piovera’ nel 2087 o quanto saranno estese le zone desertiche nel 2103 sembrerebbe davvero eccessivo. Il tempo contiene elementi molto instabili, per cui una piccola variazione iniziale puo’ portare a risultati assolutamente divergenti.

RealClimate (attenzione: il gruppo intero, non solo uno o due persone come di solito) ha deciso di rispondere a quel dubbio approfittando della morte di Ed Lorenz, lo scienziato americano che sviluppo la Teoria del Caos proprio a partire dalle sue esperienze di metereologo.

Sfortunatamente, in “Le Farfalle, I Tornado e I Modelli Climatici” il gruppo di RealClimate ha inavvertitamente dichiarato al mondo che i modelli climatici non possono praticamente essere mai falsificati: qualunque cosa succeda, cioe’, sia che faccia caldo, o freddo, o piova, o sia secco, o se ci sono piu’ uragani, o meno uragani, o piu’ tornado, o meno tornado, o se la calotta polare si scioglie, oppure se ingrandisce di dimensione: qualunque fenomeno atmosferico, semplicemente non potra’ mai essere usato per negare veridicita’ ai modelli climatici che prevedono il riscaldamento globale e il cambiamento climatico.

Discorsi perfettamente analoghi si applicano anche a qualunque insieme di fenomeni atmosferici nel breve periodo, dove per “breve periodo” si intende probabilmente “di durata inferiore ai venti o trenta anni”.

Entro in piu’ dettagli nel mio blog sul clima (in inglese: “RealClimate rende la vita piu’ difficile ai modelli climatici” e “Ulteriori considerazioni sulla infalsificabilita’ dei modelli climatici su RealClimate“) quindi almeno per ora mi limito a una brevissima citazione:

[…] per il problema del clima, il tempo metereologico (o la traiettoria individuale) e’ [solo] rumore […]

Se per esempio i modelli indicano riscaldamento prossimo venturo, e i termometri indicano Gennaio e Febbraio 2008 come abbastanza piu’ freddi del solito, RealClimate puo’ comunque dire che i modelli sono giusti, e si tratta solo un fenomeno momentaneo (il “tempo”, appunto: “rumore”).

E se i modelli dicono che all’aumentare della concentrazione di gas-serra devono aumentare le temperature globali, mentre tale aumento si e’ interrotto dal 1998, di nuovo RealClimate puo’ dire che i modelli sono giusti, e che semplicemente la strada verso un pianeta piu’ caldo passa per alcuni anni senza aumento del riscaldamento (la “traiettoria individuale”).

L’unica maniera per verificare i modelli climatici sembra essere l’aspettare venti o trenta anni per vedere se il riscaldamento c’e’ stato. Difficilmente pero’ un tale atteggiamento puo’ essere usato per giustificare gli interventi drastici e illiberali che tanti richiedono, anzi pretendono.

Lo stesso Gavin Schmidt di RealClimate, in un blog di qualche mese fa, ha detto esplicitamente che le osservazioni servono “a migliorare i modelli” (invece che, che ne so, elaborare quelle “bestemmie” che sarebbero nuove interpretazioni). In altre parole: non e’ il modello climatico ad essere subordinato al mondo esterno, ma l’esatto opposto…

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Forse e’ solo un triste caso di “amore soffocante”, con i modellisti cosi’ innamorati dei modelli, da proteggerli a ogni costo, estraniandoli pero’ allora dalla “scienza” che e’ fatta, appunto, di teorie falsificabili, non corazzate contro qualunque critica o osservazione.

E’ davvero ironico che cio’ accada su RealClimate, dove non e’ praticamente possibile postare commenti se non di elogio e di accordo per i gestori del sito.

RealClimate, insomma, e’ il posto impermeabile al mondo esterno, dove modellisti impermeabili al mondo esterno pubblicano articoli impermeabili al mondo esterno…

L’Inopportuno “Earth Day”: Intervista a Roberto Vacca su skytv.it

Ricevo e rimando l’intervista andata al noto ingegnere e scrittore Roberto Vacca, oggi a skytv.it in occasione dell'”Earth Day”:

E’ ragionevole minimizzare l’uso di energia, acqua, metalli: il risparmio evita sprechi e ci rende più ricchi ed efficienti. Meno ragionevole installare pannelli fotovoltaici perché hanno rendimento basso (14%) e sono costosi, quindi sprecano risorse: meglio investirle in ricerca per realizzare fotovoltaico ad alto rendimento.
Il risparmio non va fatto per i motivi sbagliati, ad es. per timore che le attività umane producano riscaldamento globale del pianeta. Non lo producono: gli allarmi di Al Gore e IPCC sono infondati. Il clima varia per cause astronomiche con ciclo di 100.000 anni. Su Nord Europa e America 20.000 anni fa c’era uno strato di ghiaccio spesso 2 km: in 10.000 anni si è sciolto e il clima interglaciale ha favorito lo sviluppo delle nostre civiltà. L’attività solare, poi, produce un ciclo di mille anni: ora siamo in fase di alta temperatura, ma era più alta 1000 anni fa quando la Groenlandia era verde. Queste spiegazioni sono condivise da Freeman Dyson (uno dei maggiori fisici viventi) e da climatologici esperti (ad es. Prof. Luigi Mariani, Università di Milano, IBIMET, Istituto Biometeorologia CNR Bologna, etc.).
Le ragioni giuste per risparmiare sono, ad es., che il petrolio è più utile per alimentare l’industria petrochimica e quella farmaceutica, che non per essere bruciato.
Le iniziative come Earth Day sono inopportune: Il pubblico, esortato a risparmiare per ragioni sbagliate, quando capirà che non è l’uomo a modificare il clima del pianeta, ricomincerebbe a sprecare allegramente.
Iniziativa giusta sarebbe quella di far capire a tutti come stanno davvero le cose. Va fornita al pubblico informazione su quanta energia, quanta acqua, quante risorse consumiamo giorno per giorno. Poi sfidiamoci a risparmiare e controlliamo che cosa abbiamo ottenuto.
Il risparmio non si ottiene, ad esempio, usando un’auto che consuma pochissimo – se pi la usiamo per viaggi che si rivelano inutili. Serve organizzazione logistica per aumentare i rendimenti, evitare di costruire macchine e strutture inutili e risparmiare non solo energia ma anche tempo.

 

Antartide: Risposta a Leucophaea

Risposte al blogger Leucophaea che dice di voler restare calmo riguardo il recente “Caso Gonfiato dell’Iceberg Antartico“:

  • Il riscaldamento globale non c’e’: o meglio, se c’e’, non sappiamo ancora se sia globale o no, visto che all’IPCC ammettono a denti stretti che le osservazioni del riscaldamento sono quasi tutte europee.
  • E’ la fine dell’estate, il periodo di massimo riscaldamento. E quindi il momento piu’ probabile perche’ la banchisa si frantumi. Mi sembra un punto rilevante.
  • In alcuni punti il Polo sud si riscalda, in altri si raffredda. Cosa succeda in Antartide e’ una cosa ancora tutta da scoprire. L’immagine sopra mostra trend dal 1981 al 2007 che arrivano al massimo a +/-0.1C per decade (quindi un totale inferiore a 0.3C. E visto che l’Antartide e’ freddo, non sono quelle differenze a causare granche’ cambiamenti). Ne parlavo giusto ieri, perche’ dalla NASA arrivano informazioni almeno apparentemente contraddittorie, sull’Antartide, incluso il fatto che l’area di scioglimento, nel 2008, e’ stata di 300mila kmq, lontano dalla media storica che e’ 860mila kmq. Il gia’ citato IPCC, poi, sottolinea continuamente come il riscaldamento al Polo Sud si e’ visto chiaramente solo nella Penisola Antartica: guarda caso, proprio’ dov’e’ la banchisa Wilkins.
  • Le dimensioni dell’iceberg sono minime: minime rispetto all’intera banchisa Wilkins. Non dico di aspettare che si sciolga tutta…ma perche’ preoccuparsi se se ne stacca meno dell’1%? Altri e ben piu’ grandi iceberg si sono staccati dalle banchise antartiche, in passati recenti e remoti.
  • L’estensione dei ghiacci marini antartici e’ un milione di kmq superiore alla media storica. Io il link l’avevo messo: al famoso sito Cryosphere Today dell’Universita’ dell’Illinois a Urbana-Champaign.
  • I mesi appena trascorsi sono stati a livello globale fra i piu’ freddi degli ultimi anni. Non ho citato, quello, a riguardo del riscaldamento globale, ma proprio riferendomi alla banchisa Wilkins e al nuovo iceberg gigante. Se si e’ staccato in un periodo freddo, non possiamo certo imputare la sua dipartita al riscaldamento.
  • Le conferme che la presunta instabilita’ climatica sia da imputare all’uomo non sono “infinite”. Sono tutte nelle pagine del secondo gruppo di lavoro del quarto rapporto IPCC, capitolo 1. A proposito, sono 26.285 conferme, insieme a 3.174 smentite.
  • Su Franco Battaglia non mi pronuncio. Difendera’ le sue opinioni come piu’ gli aggrada. C’e’ da considerare che mentre chi crede nel riscaldamento antropogenico ha qualcosa in cui credere, appunto, chi ne e’ scettico per definizione non ha altro in comune con gli altri scettici, se non lo scetticismo. Sono consapevole quindi che ci sono un mucchio di svitati che non credono al riscaldamento globale, e che tanti di loro non usano i miei stessi argomenti, ne’ io i loro.

Presentazione Forum delle Associazioni per l’Ecologia Umana

Ricevo e rimando

Presentazione Forum delle Associazioni per l’Ecologia Umana

Ambiente è Sviluppo

Forum delle Associazioni per l’Ecologia Umana composto da:
Ambiente azzurro
Ambiente e Libertà
ANEV
Cespas
Cristiani per l’Ambiente
Fare Ambiente
Forza Verde
Mare Amico
Movimento Azzurro
Sorella Natura
Umana Dimora
VIVA

Info: info@vivaaa.org Tel. 063222820

Vi invita alla conferenza stampa indetta per illustrare le basi di una nuova cultura ambientale caratterizzata da una forte connotazione antropocentrica.

Martedì 8 aprile alle ore 11.00 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati Via della Missione, 4 – Roma

Partecipano i rappresentanti delle associazioni membri del forum:

Comunicato stampa

Ambiente da problema a risorsa

Il Forum delle associazioni per l’ecologia umana propone la difesa dell’ambiente per lo sviluppo

L’Italia soffre di un cronico ritardo infrastrutturale. La produzione di energia è carente e monodipendente dalle fonti fossili. Lo sviluppo di vie di comunicazione, strade, ponti, ferrovie è tra i più bassi d’Europa.

Nonostante le tante parole, poco o nulla è stato fatto per migliorare le circolazione ed il trasporto nei centri cittadini. Nessuna promozione delle auto ibride, nessun incremento e miglioramento dei trasporti pubblici.

I progetti per la costruzione di parcheggi è risultata ridicola. La carbon tax, le multe e la circolazione a targhe alterne, hanno penalizzato i cittadini senza nessun beneficio né in qualità della vita né tantomeno in difesa ambientale.

Gravissima la situazione creatasi a Napoli con il fallimento dei piani di trattamento rifiuti.

Napoli sommersa dalla “munnezza” è la più chiara espressione del fallimento di un modo di guardare alla crescita dell’umanità ed al suo sviluppo come causa dell’inquinamento.

Ma l’uomo non è “il cancro del pianeta” né “lo sviluppo la causa dell’inquinamento”.

Al contrario è solo con lo sviluppo favorito e diretto dalla comunità di persone, che si possono risolvere anche i problemi ambientali.

Al fine di presentare una nuova cultura d’ambiente, un’ecologia fondata su un idea più ottimista della comunità umana e delle sue attività. Un umanità che non è maledizione ma medicina del pianeta, non è impoverimento ma ricchezza per il mondo, il Forum delle associazioni per l’ecologia umana, ha organizzato una conferenza stampa che si terrà Martedì 8 aprile alle ore 11.00 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati Via della Missione, 4 – Roma.

Il Forum “Ambiente & Sviluppo”intende presentare un programma culturale e di comunicazione al fine di rendere possibile la realizzazione di impianti nucleari per la generazione di energia elettrica, la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, la realizzazione di porti, strade, autostrade, metropolitane, parcheggi, ferrovie e linee ad alta velocità per rendere più agevole ed economico il trasporto di persone e merci.

Ambiente & Sviluppo intende inoltre liberare l’Italia dalla dittatura anti-OGM e fornire agli scienziati, agli agricoltori, ed alle famiglie italiane la libertà di poter ricercare, coltivare e consumare prodotti OGM, usufruendone della migliore qualità e del prezzo più basso.

Intendiamo superare la dittatura dell’ecologismo catastrofista, proponendo l’ecologia umana in cui la crescita demografica e lo sviluppo economico e civile suscitino speranza e non disperazione.

Il Caso Gonfiato dell’Iceberg Antartico

(grazie a FM per aver raccolto parte di queste informazioni)

Alla deriva un iceberg gigantesco“, tuona il Corriere della Sera del 26 Marzo. “Antartide: l’iceberg gigante fa tremare il pianeta“, dice Il Manifesto. “COLLASSO ANTARTICO, ICEBERG DA 415 KMQ“, tuona l’ANSA.

Peccato siano le solite esagerazioni: anzi, ancora piu’ esagerate del solito: ingiustificatamente gonfiate nei numeri, e nell’analisi.

(1) NUMERI GONFIATI, ZERO IN GEOMETRIA

Ad esempio si dice un po’ ovunque che l’iceberg e’ “sette volte Manhattan“. Ora, Manhattan e’ di circa 80 kmq…come si arriva all’iceberg di 7×80=560 Kmq?

La fonte originale era chiara:

“[…] un grande iceberg, 41×2.5km (102kmq) si e’ staccato…portando alla disintegrazione di 405kmq della banchisa [di Wilkins] interna […]

In Italia invece tutto cio’ è diventato, su RaiNews24 (dove la geometria piu’ elementare e’ sconosciuta):

Un mastodontico frammento di una banchisa antartica grande 415 chilometri quadri si e’ staccato […] Il blocco e’ lungo 41 chilometri ed e’ largo 2,4

Anche sui quotidiani italiani, una serie di strafalcioni hanno mostrato un “pensiero unico”. A parte il Corriere e il Manifesto gia’ menzionati:

Il Giornale: “La natura non fa sconti: un gigantesco frammento di Antartide, vasto circa 405 chilometri quadrati, si sta staccando dalla piattaforma principale di Wilkins Ice Shelf“.

La Repubblica: “Il frammento di 415 km quadrati si è separato dall’area dello Wilkins Ice Shelf – Antartide, si stacca iceberg gigante ‘E’ grande sette volte Manhattan'”

Wall Street Italia: “Il frammento di 415 km quadrati si è separato dall’area dello Wilkins Ice Shelf
Antartide, si stacca iceberg gigante ‘E’ grande sette volte Manhattan’

E’ evidente che in molte redazioni si copia dall’ANSA senza neanche fare una verifica anche minima.

Se non altro alla CNN non hanno sbagliato i conti. Alla BBC, poi, cercano di essere molto molto cauti, e non si pronunciano sul “distacco”.

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(2) L’ICEBERG E… IL RISCALDAMENTO GLOBALE (CHE NON C’E’)

La notizia di un iceberg che si stacca da una banchisa al Polo Sud, naturalmente, diventa subito “prova” del riscaldamento globale. Ma anche su questo si tratta di un’interpretazione praticamente senza base alcuna:

  1. E’ la fine dell’estate, al Polo Sud, il momento cioe’ di massimo riscaldamento
  2. La zona interessata e’ quella della Penisola Antartica, dove da vari anni si nota un innalzamento delle temperature in opposizione all’abbassamento in corso in altre parti dell’Antartide stesso, come si vede in questa elaborazione della NASA Temperature dell'Antartico
  3. La banchisa interessata ha una superficie fra i 13mila e i 16mila kmq, piu’ di 100 volte l’iceberg e piu’ di 25 volte la zona “disintegrata” (termine che fra l’altro vuol dire semplicemente “separatasi in blocchi di ghiaccio liberi di muoversi l’uno contro l’altro”, e non “scomparsa completamente”)
  4. Nel frattempo, l’estensione dei ghiacci marini antartici e’ un milione di kmq superiore alla media storica
  5. I mesi appena trascorsi sono stati a livello globale fra i piu’ freddi degli ultimi anni
  6. Nel 2000 si e’ staccato un iceberg di 11mila kmq. E nel 1956 galleggio’ libero un iceberg di 31mila kmq addirittura, piu’ grande della Sicilia

Tutto considerato insomma, non ci sono le basi per dire che l’iceberg del 2008 “conferma che il clima sta cambiando e sta cambiando adesso, come scrive invece EcoAlfabeta.

Ambiente: Maledette Iperboli

Greenpeace ha annunciato che prendera’ le vie legali per fermare la decisione del Governo britannico di ricominciare a costruire centrali nucleari. Chissa’ quanti soldi saranno spesi in inutili avvocati…

Personalmente, a quelli di Greenpeace mi verrebbe da dire come Bart Simpson, “ciucciatevi il calzino!!!”.

Cosa si aspettavano? Greenpeace e tante altre organizzazioni di ogni genere e specie che piacciono sicuramente molto al nostro Pecoraro Scanio, non sono forse venute fuori anni fa con proclami del tipo “il cambiamento climatico (CC) e’ la piu’ grande sfida dell’umanita'” e “il riscaldamento globale (RG) e’ la piu’ grande minaccia alla sopravvivenza (del pianeta, di solito)”?

Perche’ abbiano deciso di parlare per iperboli penso di saperlo: non hanno saputo resistere alla ghiotta occasione di occupare il palco nel teatro delle decisioni politiche. O almeno, cosi’ la pensavano.

Ora, naturalmente chi era un po’ furbo ha fatto due piu’ due e capito che se CC e RG vengono davanti a tutto il resto, e’ chiaro che anche l’etanolo e l’uranio (e l’ETS europeo con i soldi aggratisse) sono soluzioni “vendibili”: e infatti sono state vendute e anche acquistate.

Per definizione, se OGNI altro problema ambientale e’ INFERIORE a quello del CC e del RG, allora e’ preferibile e puo’ essere scelto. Sono sicuro che non abbiamo ancora visto l’ultima furbata.

D’altronde, se sei nella padella e stai per morire anche la brace ti sembrera’ invitante.

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Questa “lobby ambientalista” tatticamente e strategicamente imbelle e’ sicuramente il miglior nemico che uno possa mai sognare di avere.

Idioti: perche’ se invece di isterismi politicamente dubbi (non si sa perche’, tutte le soluzioni sembrano invocare un aumento della presenza statale?) Greenpeace avesse POSTO LA DOMANDA GIUSTA, vale a dire la questione ambientale/antropica (occupazione del territorio; abuso del “bene comune” ambientale; demografia; poca differenziazione delle fonti energetiche; etc), ALLORA il NUCLEARE e l’ETANOLO NON SAREBBERO STATI proponibili come soluzioni. E non saremmo qui a lamentarcene.

Guarda caso, invece, i negoziati sul contenimento delle emissioni vanno a rilento, l’accordo di Kyoto era una presa in giro, quasi nessuno e’ riuscito a rispettarlo, etc etc.

Se adesso (puta caso) si scopre poi che il RG e il CC non ci sono o comunque non sono poi dei problemi cosi’ gravi, Greenpeace e gli altri, che hanno messo tutte le loro uova nello stesso cesto perderanno ogni credibilita’.

E chi se ne approfittera’, se non quelli che se ne sono gia’ approfittati fino ad adesso?

Nel frattempo, la questione ambientale/antropica non se la impippera’ nessuno. E noi, cui anni fa la benzina senza piombo era stata propagandata come “verde”, e adesso ci viene detto di comprare la lavatrice “verde”, rimarremo qui ad aspettare la prossima trovata sempre piu’ fortissimamente e inutilissimamente “verde”…

L’Intristente Tozzi Non Si Smentisce

Appena trasmesso su “Tristia” (al secolo “Terzo Pianeta“, la nuova trasmissione di Mario Tozzi il sabato sera su Rai3) un piccolo pezzo su come il Lago Chad si stia prosciugando a causa del cambiamento climatico (e delle irrigazioni umane).

Peccato che non ci sia stato tempo per dire che quello stesso lago si e’ prosciugato gia’, nell’8500 AC, nel 5500 AC, nel 2000 AC, nel 100 AC e ultimamente anche nel 1908.

E perche’ non c’e’ stato tempo? Perche’ un’informazione del genere avrebbe minato l’idea di “Tristia” che ci sia qualcosa di particolarmente preoccupante nel fatto che il Lago si stia prosciugando di nuovo. Difficile immaginare che le emissioni di anidride carbonica e l’ammontare delle irrigazioni fossero gia’ dietro quanto successo ben sei volte negli ultimi diecimila anni.

Il Tozzi ha poi introdotto un servizio sui futuri “conflitti sull’acqua”. Si e’ parlato di vari posti nel mondo dove l’utilizzo di fiumi da parte di una nazione potrebbe portare a eventuali guerre.

Di nuovo, e’ stato un peccato che non si sia trovato alcun minuto in cui portare analogie dal passato. In questo caso, pero’, la spiegazione e’ piu’ facile: non esiste memoria storica di “guerre dell’acqua”.

Semplicemente, non sono mai successe.

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Dobbiamo allora evincere che il messaggio di fondo di “Terzo Pianeta” e’ che il mondo va abbastanza bene, visto che per intrattenere i telespettatori adesso bisogna addirittura inventarsi i problemi??? 8-P

Fantasia per fantasia, tanto vale guardarsi un’opera di finzione, allora. Alla TV in questo momento “Scooby Doo e il Mostro di Loch Ness”….

Vergogna a Bali

Comincia domenica la conferenza per il dopo-Kyoto, e dura 12 giorni. Che sia fatta a Bali a Dicembre (temperatura:fra 23 e 33C. Nuvoloso, qualche probabilita’ di pioggia), la dice lunga sulle priorita’ dei conferenzieri.

E’ una vera vergogna: per chi non crede al Cambiamento Climatico, perche’ sara’ uno sperpero immane di denaro “per niente”.

E per chi ci crede, perche’ a parte non dare alcun esempio su come caspita dovremmo affrontare questa emergenza, generera’ colossali e inutili quantita’ di CO2 visto che per ogni delegato ci saranno almeno tre giornalisti e altri “addetti”.

I problemi della scarsezza delle risorse saranno forse discussi ma certo non esperiti dagli astanti. Basta vedere cosa hanno combinato l’anno scorso, a Nairobi, questi “turisti climatici”.

Ban Ki-Moon, naturalmente, ci sara’. Si vede che Skype e le webcam all’ONU ancora non funzionano.

Maurizio e…i Cambiamenti Climatici

In una mailing list italiana un noto personaggio televisivo mi ha chiesto “perche’ hai una posizione aggressiva in materia di cambiamenti climatici (peraltro ben esplicitata da quanto scrivi nel tuo blog)?”. Di seguito la mia risposta:

In realta’ scrivo tanto sui Cambiamenti Climatici (CC) ma si tratta di un effetto collaterale del mio atteggiamento scettico un po’ per istinto, un po’ per apprendimento.

Ai miei tempi mi sono formato in campo scientifico anche dietro a Skeptic Magazine, e James Randi e’ lassu’ nel mio Pantheon, assieme a Penn&Teller, Michael Shermer e tanti altri. A suo tempo leggevo anche la mailing list del Cicap.

Di astrologi e veggenti mi sono un po’ rotto, pero’, anche se trovo divertenti le pareidolie periodicamente fatte a pezzi dal Bad Astronomer (BA e’ un blog che consiglio di leggere, anche se sul clima io e Phil Plait la pensiamo molto diversamente)

Comunque, mi piace molto tenermi aggiornato dal punto di vista scientifico, sia da Scientific American, sia da Le Scienze, sia da American Scientist (piu’ una caterva di siti web di riviste varie. Ma New Scientist non lo sopporto, come stile).

Quando c’e’ bisogno mi leggo gli originali, anche se l’accesso da quando ho lasciato l’ambiente accademico e’ molto piu’ ristretto.

Se uniamo le due cose, otteniamo un tizio (me) che legge articoli scientifici con un occhio scettico, in maniera critica cioe’, perche’ quello che pretendiamo dal primo cafone illusionista lo dobbiamo richiedere anche a Lancet e Nature.

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Il CC da questo punto di vista e’ la “Tempesta Perfetta” per vari motivi.

Prima di tutto, francamente tanti studi sono campati in aria, tante affermazioni sono senza base scientifica, e tante previsioni sono solo lugubre paure del futuro. Non dico che la climatologia moderna vada buttata al macero, pero’ trovo difficile pensare che siano cose serie piu’ di una minima parte delle 428 e piu’ previsioni di cambiamento dovuto al riscaldamento globale.

Per far luce sulla situazione “vera”, proprio in questi giorni sto spulciando l’AR4-WG2 dell’IPCC pagina per pagina, per cercare finalmente di capire quali conseguenze del CC siano gia’ successe o stiano succedendo proprio adesso.

La prima cosa che salta all’occhio pero’ e’ che dei 26’200 cambiamenti riportati “consistenti con il riscaldamento” , ben 25mila siano relativi a sistemi biologici in Europa. Si tratta del 95.5% tutti da un continentino piccolo piccolo. E chissa’ quanti di quei cambiamenti sono legati fra di loro.

Insomma ci sono quasi tre volte piu’ cambiamenti “INconsistenti con il riscaldamento” in Europa (3’100) che cambiamenti “consistenti con il riscaldamento” nel resto del mondo (1’177)

E poi mi si chiede perche’ resto scettico? Che ci posso fare, se chiedo di “vedere per credere”? E cosa sbaglio?

Dei modelli del clima, non parlo neanche.

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Non si tratta comunque di attenzioni che riservo solo al CC. Ecco qui il mio commento in inglese a una fesseria pubblicata su The Lancet, l’ennesima associata alla Food Standards Agency britannica.

Questo poi e’ un mio articolo sempre in inglese sulla diatriba riguardo le linee elettriche e il cancro.

E infine una collezione di errori madornali e non, trovati sulle pagine di Astronomy Magazine.

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Ma e’ facile notare che tanti dei miei pezzi parlano di Cambiamento Climatico. Un grosso problema che ho con l’allarmismo climatico e’ infatti dovuto al suo debordare nella politica. Al momento e’ il carrozzone su cui sale chiunque vuole mangiarsi un po’ della nostra liberta’, cercando di pilotarci grazie alle paure (vedi Ban Ki-Moon e le sue stupidaggini sul Darfur).

Queste pero’ naturalmente sono considerazioni politiche per cui ciascuno la pensi come vuole.

Interventi su Pace e Energia, Congresso Radicali Italiani

Ho partecipato giovedi’ 1 e venerdi’ 2 novembre a due commissioni del Congresso di Radicali Italiani, in congresso a Padova fino a domenica:

(a) Commissione 3: (Quanti Siamo, Quanto Consumiamo: audiovideo del mio intervento)

Questa e’ la sintesi pubblicata del mio intervento su energia e trasporti:
Maurizio Morabito osserva che in generale le risorse vengono utilizzate indipendentemente dalla quantità disponibile; chiede prudenza nella valutazione degli indicatori quando essi non sono direttamente legati a fatti indiscutibili. Propone che si cerchino soluzioni comuni indipendentemente dalle diagnosi che le originano. Suggerisce un atteggiamento positivo e non catastrofista nell’esposizione dei problemi. Espone alcune proposte concrete su cui è possibile trovare un accordo come la gratuità dei servizi di trasporto cittadino il lavoro remoto, la chiusura dei parcheggi nei centri delle città e la realizzazione di piste ciclabili a carreggiate separate

(b) Commissione 5: (Pace Subito?: audiovideo del mio intervento)

Questa e’ la sintesi pubblicata del mio intervento per un’Enciclopedia della Nonviolenza:
MAURIZIO MORABITO
Un altro aspetto del pensiero gandhiano era quello di pensare alla nonviolenza per gestire i propri conflitti interni. Dobbiamo riconoscere i conflitti interni radicali con i mezzi di comunicazione di massa. Non possiamo non gestrie il conflitto cadendo in un piangisteo nè in una pagliacciata. Come riuscire a ottenere lo spazio?
I modi li conosciamo. Pannella ha avuto spazio adottando metodi molto plateali in passato.
Poi anche la cosa plateale finisce di suscitare interesse. Ci manca l’enciclopedia delle tecniche nonviolente. Ho tradotto un elenco di due studiose americane di tecniche nonviolente, per Notizie Radicali. La mia esperienze è che noi l’abbiamo una associazione dedicata al Satyagraha. A livello locale cosa può fare una associazione? L’Associazione Satyagraha potrebbe raccogliere le diverse tecniche e proporle in maniera consultiva, in modo che ogni associazione possa adottare il metodo che preferisce per fare le sue azioni. Avrei osato pensare ad una mozione da preparare sulla costruzione dell’enciclopedia di tecnica nonviolenta.

Dibattito sui Trasporti Pubblici Gratuiti

(Estratto dal forum di Radicali.it. Mie risposte a vari interlocutori sul tema dei vantaggi e svantaggi della proposta di rendere gratuiti i trasporti pubblici al di sotto dei 100km dai centri abitati)

Praticamente vorresti un aumento delle tasse.

Ho anche messo una lista dei posti dove la gratuita’ dei trasporti pubblici e’ gia’ sperimentata se non pienamente avviata. Tutti veterosocialisti?

L’aumento delle tasse cui accenni potrebbe comunque essere non necessario o anche non significativo, visto che gia’ adesso chi pubblico o privato gestisce autobus, tram e treni riceve generosi contributi dallo Stato, in UK come in Italia. Insomma non vorrei causarti uno shock, ma gli autobus li paghi gia’ e molto, anche se non li usi.

Si potrebbe anzi immaginare una situazione in cui i risparmi in termini per esempio di manutenzione delle strade e dei mezzi, controllo del traffico etc etc rientrerebbero nella comunita’, con una diminuzione di certe tasse a compensare l’eventuale aumento per i trasporti pubblici.

Ma dimmi: a te la parola “privato” fa tanto schifo? Ce l’hai nel tuo vocabolario o l’hai eliminata definitivamente?

Niente in quello che ho scritto presuppone che i trasporti pubblici siano gestiti da aziende pubbliche o aziende private.

Per esempio il Comune riceve gia’ l’elettricita’ da un fornitore, e che questi sia pubblico o privato non cambia il fatto che non ti viene chiesto di lasciare un obolo per la bolletta della luce ogni volta che entri in un ufficio comunale.

Quello che avevo comunque chiesto, ahime’, era evitare di perdersi nei dettagli delle soluzioni. Forse (quasi sicuramente) conviene che ci sia competizione, forse no. Non importa: il punto e’ togliere le automobili dalle citta’, per diminuire l’inquinamento e lo sperpero di petrolio.

E chi t’ha detto che skype è stato abbandonato?

E dove l’ho scritto? Ho detto che quando ho avuto la possibilita’ di scegliere fra 1.7c al minuto oppure zero ma pagando £10 al mese, ho scelto quest’ultima opzione.

Nel discorso sui trasporti, quindi, un biglietto del bus artificialmente basso ma non zero (come accade adesso un po’ ovunque) non e’ equivalente alla gratuita’ del mezzo, magari con un abbonamento “simbolico” di pochi euro.

Nel primo caso, chi puo’ va in automobile: la comodita’ compensa la maggiore spesa, perche’ tanto bisogna spendere comunque.

Nel secondo caso, chi puo’ va in autobus: perche’ usare l’auto comporta una spesa, usare l’autobus nessuna. Anzi, se hai pagato i 10 euro, ti conviene usare l’autobus di piu’, cosi’ ogni corsa ti costera’ meno.

Se si stabilisce poi un circolo virtuoso, l’assenza di traffico porta ad autobus piu’ puntuali e piu’ frequenti, permettendo quindi di poter pianificare i propri spostamenti senza timore di perdere 20 minuti alla fermata. Ancor meno ragioni quindi per andare in macchina in citta’.

la tessera illimitata intera rete per un mese costa 30 euro, a Roma. Non esattamente una cifra iperbolica.

Ma non e’ neanche trascurabile

In effetti comunque potrebbe servire anche un’iniziativa ad effetto tipo autobus gratis a tutti nelle ore di punta per un anno, per dare un segnale “forte” che c’e’ qualcosa che non va

Altrimenti come dici tu si discute sulla sorte degli orsi bianchi nel 2050 e poi tutto come prima

Perchè non rendere gratuito per tutti il servizio di trasporto pubblico? Perchè, visto che noi vorremmo un raddoppio, come minimo, degli utenti del trasporto pubblico, cioè dal 25% attuale al 50% e anche oltre, dovresti trovare dai 10 ai 15 miliardi di euro all’anno per pagare questo costo aggiuntivo. E da dove li prendiamo questi danari???

Io le tue obiezioni le capisco. E’ chiaro che la coperta e’ quella che e’ e se la tiriamo da una parte, un’altra rimane “al freddo”.

E’ per quello che bisogna decidere se “diminuire l’inquinamento” e “consumare meno petrolio” sono scelte strategiche, per le quali vada la pena sperimentare idee “rivoluzionarie” come la gratuita’ dei trasporti sotto i cento chilometri dai centri cittadini.

Idee che potrebbero risultare piu’ o meno costose del presente: quanto si risparmierebbe eliminando tutti i sistemi di controllo, per esempio? E quante morti e/o malattie in meno con un’aria piu’ salubre, magari dopo aver convertito gli autobus gratis in autobus gratis ad energia elettrica?

Comunque si tratta di calcoli complessi che poi vanno verificati grazie appunto a sperimentazioni (e perche’ no, vedendo cosa e’ successo altrove).

Inoltre, ci sarebbe un uso eccessivo dei mezzi pubblici: dal momento che divenissero gratuiti, è evidente

Sull’uso eccessivo dei mezzi pubblici non ci giurerei: dopo alcune settimanela novita’ scemerebbe. Come per l’appunto su Skype, che all’inizio vede l’utente parlare con tutto il mondo ma poi si torna al solito tran-tran.

Ma poi, un abbonamento intera rete mensile a 45 euro ti sembra troppo caro?

Se non lo fosse, auto private non ce ne sarebbero gia’ ora

L’uso massiccio dei mezzi privati – almeno qui a Roma – non dipende certo dal costo dei mezzi pubblici, che costano poco. Dipende da una mentalità del cazzo (si infastidiscono, a salire su un autobus), ben sostenuta da una rete di merda, scomodissima per i più.

Senza contare il fatto che gli autobus sono lentissimi, a causa di tutte quelle auto…

Comunque se pensi che i signorini non salgono sul bus perche’ infastiditi, vedrai che una bella campagna pubblicitaria improntata sul “cretino chi spende in auto, furbo chi va gratis sull’autobus” potrebbe avere effetto (come quella pubblicita’, se non sbaglio in Australia, che ha associato con successo la guida spericolata alla scarsa lunghezza degli attributi maschili)

In grandi città con una metropolitana fitta fitta di stazioni (e non certo gratuita), bisogna cercare col lanternino chi va al lavoro con la macchina.

Io vivo tutti i giorni l’esempio di Londra dove c’e’ chi usa l’auto imperterrito anche se deve pagare 12 euro al giorno. E gli autobus e il metro’ non mancano. Il problema e’ anche che la congestion charge, come tutte le tasse, dopo un po’ viene semplicemente “assorbita”. Quando perde l’effetto della novita’, perde ogni effetto.

Contro Inquinamento e Traffico, Trasporti Pubblici Gratuiti (con Esempi)

(in Addendum in calce, una serie di esempi dove tutto questo e’ gia’ realta’)

Chi vive in una grande o anche solo media citta’ sa benissimo cosa vuol dire affrontarne il traffico. Anche a Londra, dove acqua e vento puliscono l’aria in fretta, c’e’ poco da stare allegri: nonostante i 12 euro da pagare ogni giorno per guidare al centro, il numero di veicoli e’ fin troppo alto. Andare al lavoro la mattina significa camminare in mezzo ai fumi di decine di automobili in fila per questo o quel motivo (magari chi e’ in auto ha acceso il condizionatore, e respira un’aria piu’ pulita…).

E’ evidente che la situazione non potra’ che peggiorare, a meno che al posto del petrolio non si trovi il modo di far marciare le macchine con l’acqua di rose. Occorre dunque pensare un modo completamente nuovo di gestire i trasporti in citta’: una vera rivoluzione.

Rivoluzione che puo’ partire da una proposta molto diretta: fare in modo che gli autobus, il metro’ e gli spostamenti ferroviari sotto i 100km siano completamente gratuiti.

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Questa idea e’ venuta dopo aver constatato la differenza fra telefonate internazionali con Skype (17 centesimi) e con una piano tariffario a £10/mese, con chiamate gratuite fino ad un’ora a chiamata. Nel secondo caso l’utilizzo del telefono e’ aumentato a dismisura, e Skype quasi abbandonato anche se dotato di tariffe molto basse.

Insomma anche 1 cent e’ infinitamente di piu’ di zero cent.

Andare in citta’ con gli autobus gratuiti non sarebbe piu’ una scelta fra le tante, ma LA scelta praticamente obbligata (ma attenzione: non imposta, anzi entusiasticamente abbracciata) per la quasi totalita’ degli utenti.

Automobile, motocicletta, scooter addio per andare in centro, perche’ qualunque cosa costino, non costeranno mai “zero”.

Forse qualcuno ha fatto gia’ da qualche parte un’analisi del potere della gratuita’ nel cambiamento delle abitudini delle persone.

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Il primo dubbio, naturalmente, e’ se una tale strategia portera’ a un uso eccessivo dei mezzi pubblici. Ma questo si puo’ rimediare. Anche chi puo’ chiamare gratis non passa tutto il giorno al telefono: magari dopo un periodo di eccitamento iniziale, poi si torna al solito tran-tran.

E dubito ci sia un pendolare al mondo contento della sua situazione, e pronto a farsi un giro in autobus in piu’ per divertirsi.

Comunque, come si dice in campo manageriale, non ha senso “soluzionare”, cioe’ entrare nei dettagli piu’ minuti, quando e’ il momento delle idee; e non ha senso eliminare una proposta solo perche’ non si hanno subito tutti i dettagli della soluziona.

Un’altra domanda e’ se sarebbe giusto far credere che muoversi non costa niente. “Giusto” in che senso pero’? Se da una parte c’e’ l’inquinamento, il traffico, l’insensato bruciare del petrolio invece di farne delle utilissime plastiche, la scarsezza dei giacimenti dello stesso con la possibilita’ di un “picco di produzione” e poi aumenti senza fine del greggio, etc etc, allora bisogna togliere le persone dalle loro automobili, quando possibile, e metterle su mezzi di trasporto pubblico.

C’e’ un problema di costi del “Business as Usual”, del “continuiamo come sempre”, che va affrontato. E dobbiamo anche dirci che non sono certo i 30 euro al mese del romano pendolare, o le 43 sterline (60 euro) alla settimana del commuter londinese, a finanziare adeguatamente la rete dei trasporti urbani, per cui un po’ ovunque lo Stato deve intervenire e trasferire ingenti quantita’ di denaro alle ditte incaricate di gestire i treni o gli autobus.

Come gia’ detto, non e’ che i pendolari “pendolino” per sport o altro atto ludico. E’ anzi nella situazione attuale che mi trovo a dover pagare un mucchio di soldi per farmi affumicare tutti i giorni fra le 8.45 e le 9.00 e fra le 18.00 e le 18.30, nel tragitto fra le stazioni di arrivo e partenza da Londra e l’ufficio; e per passare circa 90 minuti al giorno gomito a gomito con un mucchio di perfetti estranei sul treno e sull’autobus, magari in fila ad aspettare che qualche furgone si tolga di mezzo o dietro una teoria di auto private che non si sa bene perche’ sono in centro all’ora di punta.

Il fatto che i trasporti pubblici costino in termini energetici/economici/industriali e’ da questo punto di vista marginale, perche’ si tratta di un servizio di cui sia io sia ogni pendolare al mondo faremmo volentieri a meno. Ma fintanto che non si cambi la mentalita’ delle aziende consentendo a chi puo’ di lavorare da casa, almeno facciamo in modo che chi e’ costretto a spostarsi non si trovi in posizione svantaggiata quando lo fa usando mezzi pubblici.

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Cosa significa lasciare le cose come stanno? Per fare un esempio, per andare da casa mia a sud di Londra all’aeroporto di Stansted, due adulti piu’ un bambino, ci vogliono circa £55 di taxi. Oppure, £45 di mezzi pubblici: un treno, un taxi cittadino, un altro treno, piu’ naturalmente il “costo” di trascinare i bagagli, aspettare le coincidenze, uscire e entrare dalle stazioni.

Naturalmente l’uso dei trasporti pubblici per £5 di differenza e’ una follia e me ne guardo bene.

Se invece il Primo Ministro Brown e il Sindaco Livingstone fossero seri sull’inquinamento, e soprattuto sul Cambiamento Climatico contro cui lanciano proclami due volte al giorno, abbatterebbero i costi in modo che dai sobborghi di Londra a
Stansted, per esempio, la spesa fosse meno della’ meta’ del taxi.

Invece i biglietti ferroviari continuano ad aumentare.

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Non e’ ci vorrebbe molto, per sperimentare  i trasporti pubblici gratuiti…basterebbe convincere il sindaco di una cittadina di media grandezza (Torino, Pisa, Livorno…) e fare un esperimento per un mese.

Meglio quello che denunciare gli assessori all’ambiente per non aver fatto niente contro l’inquinamento, no?

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ADDENDUM: a seguito di questo blog ho ricevuto da Sylvie Coyaud, la nota giornalista scientifica gia’ su Radio24 e adesso in forza a Repubblica via e-mail (e rimando con entusiasmo) una serie di link con vari esempi dove i trasporti pubblici sono gia’ gratuiti o quasi-gratuiti (alla faccia di chi dice che non si puo’ fare!!)

http://en.wikipedia.org/wiki/Zero-fare

C’è in giro molta gratuità per segmenti di popolazione: parigini over 65, studenti a Bruxelles, in Canada x gli handicappati e chi li accompagna ecc, in Australia per università ecc. L’elenco wiki forse non è completo, mi sembrano mancare città scandinavi, francesi (Figeac dal 2006 per es.) e della California, in Orange County? con free-fare per tutti i residenti, di solito a trimestre – contro l’inquinamento.

Herbert Baum, non so che fine abbia fatto, aveva scritto questo, molto citato, e libri http://www.bath.ac.uk/e-journals/jtep/pdf/Volume_V11_No_1_3-19.pdf . Erano uscite altre cose dopo sul Journal of Public Transports and Policies, uno studio di un gruppo della London School of Economics di sicuro, ma chissà come si chiamavano gli autori – scusa!

Intanto, per gli USA http://www.ecoplan.org/briefs/general/free-biblio.htm

Il caso di Hasselt, Belgio http://www.leda.ils.nrw.de/database/measures/meas0270.htm

Cipro: http://grhomeboy.wordpress.com/2007/07/29/fare-free-travel-under-new-public- transport-plan-in-cyprus/

E ci sono movimenti di cittadini per il free-fare – uno a Parigi si chiavama RATP, setssa sigla di Régie autonome des transports parisiens, ma non so se c’è ancora. Intanto c’è dibattito in Francia sulla proposta di chèque transports: http://www.hns-info.net/article.php3?id_article=9205

UK: Un Abominio da Fermare

Sir David King, il referente scientifico del Governo Britannico, ha deciso in barba a tutto cio’ che dice la Scienza di proporre l’uccisione in massa dei tassi nell’isola, per far diminuire il numero di casi di Tubercolosi Bovina.

Poco gli importa, a Sir David, se giusto un mese fa e’ stato pubblicato un rapporto secondo il quale tale uccisione sarebbe utile solo se completa, e quindi costosissima. Poco gli importa anche sapere che il 60% delle infezioni sono fra un bovino e l’altro.

Quello che davvero importa e’ poter dimostrare che il Governo sta “facendo qualcosa”. Speriamo che l’avere il 95% della popolazione contraria all’idea di eliminare i tassi, sia abbastanza per fermare un’abominevole strage.

Dovrebbe far riflettere il fatto che si tratta dello stesso Sir David che urla da alcuni anni che il Riscaldamento Globale e’ piu’ pericoloso del Terrorismo.

Un pericolo molto grande, tutto sommato, sembra essere rappresentato dagli scienziati-politici che non faticano ad ostentare sicurezza nella direzione che piu’ conviene al Governo cui rispondono.

In Conseguenza del Nobel Preventivo ad Al Gore…

Una volta c’era la Guerra Preventiva (Iraq), oggi c’e’ il Nobel Preventivo per la Pace (ad Al Gore e all’IPCC, per la prima volta nella Storia un Premio assegnato non per quanto fatto in passato, ma sulla base di qualcosa che, forse, potrebbe accadere in futuro).

Perche’ allora non dare spazio anche a Notizie Preventive? Per esempio questo comunicato stampa dal futuro:

Roma, 12 Ottobre (MNN) –  I Cambiamenti Climatici dietro l’enorme frana sulle Dolomiti

Sesto Pusteria: un boato alle 9; il crollo da Cima Una. Dal rifugio in val Fiscalina chiamano soccorsi: “L’intera valle è invasa da detriti e polvere” (foto). I soccorritori: “Aiutati alcuni escursionisti, non ci sono feriti“.
Il Ministro Pecorario Scanio ha dichiarato: “Si tratta dell’ennesimo segno che i cambiamenti climatici stanno minando la sicurezza ambientale e sociale della Nazione. Stabiliro’ questa sera stessa un Comitato di Salute Pubblica che prendera’ in mano le redini del Paese. Dirameremo a breve un bollettino di informazione che andra’ a sostituire i giornali risparmiando cosi’ da morte certa milioni di alberi“.
Il Maresciallo d’Italia Plenipotenziario Pecoraro Scanio ha poi confermato l’abbattimento di una quercia “sacrificata per costruire la ghigliottina che ci aiutera’ a liberarci dai dissenzienti“.

Riepilogo dei Commenti in vista del Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre

Riepilogo riassuntivo delle mie riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(a) Venti Anni Senza Nucleare (http://tinyurl.com/3czldr)

Nel 1987 il nucleare italiano fu abbandonato per una diffusa sensazione di incompetenza tecnica e politica.

Approfittando dei Verdi assurdamente posizionatisi all’estrema sinistra, c’e’ lo spazio per ottenere molti (altri) consensi in tema energetico ed ambientale.

(b) Sui Consumi Energetici (http://tinyurl.com/3czldr)

Bernard Laponche calcola che se vivessimo tutti bene, non ci sarebbe energia per tutti. Ma a leggere bene i suoi argomenti, porta anche un messaggio di speranza.

(c) Energia, Ambiente e Il Problema della Leadership (http://tinyurl.com/2jftfe)

Proclamarsi “verde” e’ diventato cosi’ facile per un politico da trasformarsi in un marchio di pigrizia ipocrita. E cosi’ si sta dando spazio a esperimenti sociali, colossali perdite di tempo destinate al fallimento, perche’ basate sul pessimismo.

Bisogna invece aborrire questo revival dello Stato Etico, ed affrontare i problemi reali uscendo dal solito elenco di sogni ed obiettivi per parlare di risorse e strumenti da usare per implementarli, e di alleanze e priorita’.

(d) Gestire Il Picco del Petrolio (http://tinyurl.com/2opvok)

Raggiungere il picco della produzione mondiale di petrolio nei prossimi quindici anni e’ un rischio significativo, che va gestito. E quindi studiato, non solo per lanciare allarmi ma principalmente per mitigarlo, che e’ quanto quasi inconsapevolmente stiamo facendo gia’ .

(e) I Criteri di Scelta delle Fonti Energetiche (http://tinyurl.com/3bxjch)

Non ha senso rifugiarsi solo nella Scienza per trovare tutte le indicazioni su come scegliere il nostro futuro, e men che meno in campo energetico ed ambientale. Bisogna avere il coraggio di includere anche le proprie motivazioni politiche, in perfetta trasparenza.

E non vanno dimenticati gli strumenti manageriali gia’ esistenti, come il “Total Cost of Ownership” e la “Balanced Scorecard”.

(f) Rientrodolce e Il Paradosso del Bagagliaio (http://tinyurl.com/2o42jb)

Il rischio della sovrappopolazione va gestito come quello del picco del petrolio.

Per far questo, l’Associazione Rientrodolce dovrebbe abbandonare ogni traccia di catastrofismo: perche’ non si puo’ fare nessun rientro-dolce se non si ha fiducia nei propri mezzi, ma anche fiducia nell’Umanita’. E se questo e’ vero, allora c’e’ la concreta speranza che l’Umanita’ stessa sia capace comunque di adattarsi a quello che ha, ed escogitare nuovi modi per avere di piu’ e vivere meglio.

Rientrodolce e Il Paradosso del Bagagliaio (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 5)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(vai al precedente…)

(f) Commento al problema della sovrappopolazione che sara’ probabilmente trattato da Marco Pannella nell'”Intervento di Chiusura

Marco Pannella Deputato europeo, iscritto all’Associazione RientroDolce

Comincero’ con il parlare di Rientrodolce come associazione, per poi passare all’argomento della sovrappopolazione.

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L’Associazione Rientrodolce

Rientrodolce, che seguo da “esterno” da piu’ di un anno, ha tre anime che non sempre vanno d’accordo: una (dolcemente!) “misantropa”, una scientifica, una politica.

Il guaio e’ che a volte si mescolano, nella stessa persona o nello stesso messaggio, con un malcelato catastrofismo (il Dolore da Giovane Werther gia’ menzionato).

Quando e’ l’anima misantropa a contaminarsi al catastrofismo, per esempio, il resto dell’umanita’ e’ ritenuto troppo cocciuto per cambiare prima della Fine. Ci si dovrebbe chiedere perche’ continuare l’Associazione invece di continuare a farle fornire perle ai proverbiali porci.

Oppure quando l’anima scientifica diventa catastrofica, si discute scientificamente ma invariabilmente secondo gli scenari peggiori: per cui se un organismo internazionale (l’IPCC) prevede disastri climatici, viene portato ad esempio, ma se un altro (la Banca Mondiale) non prevede disastri da sovrappopolazione, viene considerato un lacche’ dei Poteri Forti.

E quando infine e’ la politica ad impregnarsi di un senso di tragedia imminente, ecco che scatta il meccanismo fin troppo naturale della “setta”.

Come su un treno che corra veloce verso un ponte, quei pochi fra i passeggeri che sanno che quel ponte e’ gravemente danneggiato si stringeranno l’uno con l’altro, frustrati dall’incapacita’ degli altri di capire il disastro che (forse) sta per occorrere.

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Per vederne i risultati si puo’ dare un’occhiata a quanto pubblicato nel recente supplemento all’Agenda Coscioni “Per un Rientro Dolce dell’Umanita’” (Speciale Agenda Coscioni Anno II – N. 9 – Settembre 2007).

Mario Marchitti, Presidente di Rientrodolce, discute molto bene di Demografia come limite allo sviluppo, o per meglio dire alla crescita. Poi pero’ verso la fine del suo pezzo si pone l’ingenuissima domanda su quale sia la “motivazione alla crescita”, con improbabili paragoni alla salute corporea.

La “crescita”, mi sembra ovvio, deriva dal fatto che un mucchio di persone vogliono arricchirsi e/o ottenere il potere di controllare la piu’ grande quantita’ di risorse (e persone!) possibile. Si chiama “ambizione” e a quanto mi risulta e’ innata nella specie.

Luca Pardi parla di “Esplosione Demografica e il ‘Rientro Dolce’”. Anche questo articolo e’ ben argomentato e si merita una lunga risposta (una e’ nel mio blog su “Il Petrolio”). Pardi menziona anche la “militanza fanatica” di chi pensa che sia un valore in se’ il fatto che l’economia cresca a dismisura.

Ma poi come ho potuto esperire, nel discutere di questi temi non c’e’ sempre traccia di una volonta’ di dialogo quanto semmai di prevaricazione: la quale magari e’ all’apparenza giustificata, agli occhi di chi si aspetta la catastrofe entro 15 anni.

Ma come ho gia’detto, visto che neanche i figli di Troia ascolterebbero Cassandra

Nel supplemento all’Agenda Coscioni c’e’ anche un pezzo dal Los Angeles Times, dove si parla di urbanizzazione e dei suoi aspetti peggiori, senza pero’ chiedersi perche’ la gente abbandoni le campagne per una vita del genere. Poi un articolo di Luigi De Marchi che e’ pero’ solo un lamento del fatto che su certi temi tutti sembrano sordi.

Poi c’e’ un’intervista a Bill Ryerson del Population Media Center, intervista che il lettore piu’ attento consigliera’ a Pardi e De Marchi di leggere bene.

Ma lo Speciale Rientro Dolce finisce con un articolo di Paolo Musumeci che andrebbe riscritto daccapo, perso com’e’ in un guazzabuglio di concetti campati in aria (l’Economia non si occuperebbe di mancanza di risorse? Begg non sarebbe d’accordo…) ed accorati appelli millenaristi (“un vincolo che non resta che accogliere”, “revisione dei modi di abitare umani”) che arrivano ad auspicare una preconcetta e inspiegata “fine di progetti di opere titaniche” che davvero non sembra avere relazione logica diretta con il rientro-dolce.

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Cosa puo’ imparare Rientrodolce, da Bill Ryerson? Che quello che serve per ottenere risultati e’ uno sforzo perche’ prevalgano gli aspetti politici e pratici, e quindi inclusivi, e scientifici, e quindi consapevoli e con i piedi per terra: invece di perdersi in chiacchiere descrivendo come strumento del Maligno chiunque faccia un’obiezione.

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Il Problema della Sovrappopolazione

Ma insomma, esiste un problema “sovrappopolazione”?

Il rischio e’ serio e puo’ essere valutato assieme al rischio del picco del petrolio (non a caso, il problema dell’esaurimento delle risorse e’ in cima alle preoccupazioni di Rientrodolce). E come il rischio del “picco”, quello della sovrappopolazione va in primis gestito e mitigato, agendo da subito nell’ipotesi che sia reale.

A guardare i numeri e le previsioni a medio termine, in realta’, si potrebbe ipotizzare come gia’ fatto in passato che l’espansione dell’umanita’ stia quasi seguendo una curva “logistica”, quelle con la forma a “S” dove a una crescita molto rapida segue un rallentamento e poi una sostanziale stabilizzazione. Su questo pero’ non vi e’ certezza, anche se in assenza di drastici cambiamenti possiamo aspettarci un massimo fra gli otto e i nove miliardi di persone in pochi decenni.

Quindi la gestione del rischio-sovrappopopolazione significa anche prepararsi fin da ora a gestire quel massimo.

Il rischio principale (1) e’ che non ci siano risorse sufficienti a garantire la sopravvivenza di tutte queste persone, molte piu’ che in qualunque momento storico e preistorico precedente. Una volta raggiunto questo punto, il rischio ulteriore (2) sarebbe di vedere un aggiustamento verso il basso, con l’eliminazione fisica di una parte dell’umanita’: in un linguaggio meno terso, diversi milioni di morti.

Per mitigare (2) occorrono politiche internazionali che garantiscano la distribuzione piu’ efficiente delle risorse, e accordi multilaterali perche’ nessuno si senta messo da parte o candidato alla eliminazione. Naturalmente e’ molto piu’ semplice mitigare (1), e cioe’ fare in modo che le risorse disponibili siano ampiamente sufficienti: e quindi bisogna aumentare la quantita’ di tali risorse, o mantenere basso il numero di umani: magari diminuendolo in maniera “dolce”.

E’ quest’ultima, ovviamente, la strada scelta da Marco Pannella e Rientrodolce (e Bill Ryerson). Ma e’ possibile “risparmiare risorse” semplicemente diminuendo di numero?

Non e’ strettamente vero, come ben noto anche ai membri di Rientrodolce. La presenza di maggiori risorse per persona potrebbe tranquillamente portare a un consumo pro capite sostanzialmente piu’ alto, con il risultato che il consumo totale non cambi o cambi di poco.

Istintivamente, sembrerebbe logico quindi iniziare delle campagne di sensibilizzazione al risparmio individuale e collettivo, magari anche con delle tariffe di consumo particolarmente punitive per chi superasse una certa soglia.

Questo metodo e’ molto efficace, se e quando funziona. Ci sono molti esempi molto simili nella Storia, inclusi i vari razionamenti durante le ultime guerre, anche se il contrabbando proliferava non poco. Insomma se si riesce a convincere la popolazione che certi sacrifici vanno fatti per un “bene superiore”, e’ poi abbastanza semplice ottenere dei risultati, a parte delle situazioni ai margini.

Purtroppo pero’ questo e’ un metodo da indottrinamento, che va usato con estrema cautela e “gentilezza” e soprattutto senza duri metodi coercitivi. Per far questo bisogna avere una grande fede nel proprio modo di agire, e un’encombiabile stabilita’ nel percorso di fronte ad ogni avversita’: due caratteristiche di Ryerson che con il suo Population Media Center continua a parlare di sovrappopolazione con le “soap operas” radiofoniche.

Ma esiste davvero un grande rischio che la persuasione fallisca, o che i persuasori si facciano prendere la mano e decidano di obbligare invece che persuadere, qualora i risultati tardassero. D’altronde cosa si potrebbe fare altrimenti, qualora si fosse convinti che l’alternativa saranno inenarrabili stragi?

Ma non e’ tutto cio’ straordinariamente simile all’egualitarismo comunista e con limiti per forza di cose arbitrari che spingono sostanzialmente la societa’ verso uno stato quasi mummificato, dove ciascuno si impegna a raggiungere il massimo allocato e nulla piu’.

Davvero un Brave New World, la distopia di Aldous Huxley di una societa’ scientificamene controllata. Cosa avremmo fatto, scegliendo quel futuro, se non barattare possibili ma non ineluttabili problemi di sovrappopolazione, con un terrificante mondo senza liberta’?

E’ davvero possibile, il Rientro-DOLCE? Non lo so.

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In realta’ una speranza c’e’ comunque. La diminuzione del numero di umani potrebbe non essere la strada possibile.

Paradossalmente la risposta e’ insita nei discorsi di Bernard Laponche, che gira il mondo per dire che se tutti avessero i bisogni energetici dei popoli piu’ ricchi della Terra, ce ne vorrebbero tre, di pianeti.

Di pianeti pero’ ce n’e’ uno solo, almeno per ora, e con questo stiamo andando avanti noi del mondo presente, come naturalmente tutte le popolazioni umane del passato.

Ripensiamo ora al fatto che l’aumento di risorse per persona non porta ai risparmi teoricamente possibili.

Se mi si perdette l’aneddotica: avendo sostituito in casa le lampadine classiche da 100W con modelli a risparmio energetico da 18W, non ho tagliato la bolletta dell’80%, anche perche’ adesso e’ molto piu’ conveniente lasciare accese piu’ luci di prima: perche’ il “costo” di spegnerle per poi magari riaccenderle piu’ tardi e’ piu’ alto dei pochi soldi dei kilowattora “sprecati” (pochi proprio per l’aumentata efficienza delle lampadine stesse).

Di piu’: immaginiamo un ascensore disegnato per sei persone, e occupato da cinque estranei fra loro. In quell’ambiente ristretto, questi si sistemeranno in modo da stare il piu’ lontano possibile gli uni dagli altri. Ma se ad un piano scendono due di loro, non e’ che improvvisamente il 40% della cabina rimane vuoto: i rimanenti tre si sposteranno approfittando dello spazio in piu’ per allontanarsi ulteriormente. E occuperanno l’intero spazio, di nuovo.

Ricordiamo in proposito che fino all’inizio del XX secolo, per mantenere tenori di vita simili, un nobile russo aveva bisogno di dieci o piu’ volte terra e servitu’ di un suo “pari” tedesco: soprattutto perche’ la grande disponibilita’ di risorse non invogliava il primo ad essere efficiente come il secondo.

Chiamiamolo “il paradosso del bagagliaio”. Chi fa viaggi lunghi in automobile sara’ familiare con il fatto che, quasi indipendentemente dalla durata e dal numero di viaggiatori, qualunque siano le dimensioni della macchina lo spazio dei bagagli e’ praticamente sempre usato pienamente.

Per legge naturale incoscienti e alieni al risparmio, usiamo insomma sempre tutte le risorse che sono disponibili, semplicemente adeguandoci a quello che si ha. Ci vorranno allora davvero, tre pianeti? O non dobbiamo fare altro che continuare ad adattarci, e fare in modo che il pianeta che abbiamo basti comunque per tutti?

D’altronde non ha alcun senso, per l’ingegno umano, di dubitare se stesso: perche’ vorrebbe dire dubitare anche quel dubbio…

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E per concludere: questo non vuol dire che si debba lasciare strada alle offensive “nataliste” di chi lamenta la diminuzione del numero di bambini per coppia.

Spingere verso l’alto la natalita’ significa infatti presupporre che la meta’ femminile dell’umanita’ sia per forza di cose piu’ utile a fare figli invece che lavorare, fare carriera, creare dell’arte e qualunque altra attivita’ che viene invece offerta ai maschietti senza nessun cavillo.

Sovrappopolazione o no, non permettiamo a nessuno di far regredire una societa’, vedendo uteri la’ dove ci sono persone.

I Criteri di Scelta delle Fonti Energetiche (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 4)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

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(e) Commento al tema che sara’ trattato nella sessione: “Energie Rinnovabili: +20% Criteri Scientifici per la Valutazione dell’Utilita’ delle Diverse Fonti Energetiche Rinnovabili

Presidenza: Marco Perduca, Direzione di Radicali Italiani
Massimo Ippolito Sequoia Automation
Carlo Ripa di Meana, già Commissario Europeo per l’Ambiente, presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio
Maurizio Turco Deputato della Rosa nel Pugno
Massimo Gaiani Ministro plenipotenziario – Coordinatore dell’Ufficio di Segreteria del Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei – CIACE
Carmine Nardone Presidente della Provincia di Benevento, inventore del Marsec (Mediterranean Agency for Remote Sensing)

Problemi come energia, ambiente e clima sono all’attenzione di molti, ma non da molto tempo. Il percorso che ci attende e’ quasi inesplorato.

Naturale quindi chiedersi quali siano i criteri da usare per scegliere da che parte andare. Ma una lista non basta: servono anche gli strumenti per valutare e confrontare tali criteri.

(d.1) Criteri di Scelta

Si fa presto a dire che i criteri di scelta dovrebbero essere appannaggio della Scienza, vista come pinnacolo della ragione umana in termini di obiettivita’ e coincidenza con il reale.

Ma la ricerca in cambo energetico e ambientale e’ cominciata relativamente di recente. E’ comune quindi che nella Letteratura Scientifica appaiano degli articoli a tutta prima contrastanti.

Per esempio e’ in corso un grande dibattito sul contributo teorica all’effetto serra da parte delle foreste: c’e’ chi dice che quelle boreali aumentino la temperatura del globo visto che sono verdi e quindi, piu’ scure della neve, assorbono piu’ calore. Altri pensano invece che ogni albero e’ per forza di cose un assorbitore di anidride carbonica, e quindi occorre piantarne tanti per controbilanciare le emissioni umane. Altri ancora si preoccupano perche’ le foreste di eucalipti messe su per l’appunto in Ecuador e Uganda non sono native, ne’ favoriscono la biodiversita’.

Cosa ci sarebbe da seguire, allora? Il “consenso scientifico”, se mai questo quasi-ossimoro esiste? Quando si deve passare a dettagli e decisioni operative, non ha certamente senso implementare la soluzione “du jour, basata su un articolo scientifico pubblicato ieri e che verra’ poi messo in discussione altrettanto scientificamente una settimana o un mese dopo.

Per evitare il dilettantismo e l’obsolescenza quasi immediata, e’ importante allora ricuperare un discorso politico da affiancare a quello scientifico, senza che l’uno affossi l’altro.

E’ allora possibile individuare una serie di criteri non-scientifici, ma non per questo meno importanti, per cominciare a dare un’indicazione sul futuro da scegliere:

* Quali sono tutti i costi e tutti i benefici di una scelta?
* Puo’ funzionare, quella scelta, eliminando le esistenti manipolazioni del mercato?
* E’ una scelta che semplificare la struttura degli incentivi e delle penalita’ in campo energetico e ambientale?
* E’ una scelta che mette al centro l’attenzione a favorire le liberta’ di vita e di scelta di ogni individuo allorquando questi non interferisca negativamente con le stesse liberta’ di qualunque altro individuo?
* E’ una scelta che favorisce l’abbandono dalla dipendenza dal petrolio o addirittura da tutte le fonti di energia non rinnovate?
* E’ una scelta di transizione, che aiutera’ sia a sganciarsi dal petrolio, sia ad accumulare esperienza su come riconvertire al meglio la societa’ da una fonte energetica all’altra? E quali sono i costi di tale transizione?
* Quali modifiche vanno portate alla distribuzione e commercializzazione di energia sul territorio?
* Cosa possiamo imparare dalle esperienze all’estero nello stesso campo?
* E’ una scelta contraria al dirigismo economico ed energetico?
* Quali sono le conseguenze a livello di coordinamento delle politiche energetiche a livello nazionale e a livello europeo, sia per aumentare le efficienze, sia per eliminare sprechi e duplicazione, sia infine per permettere di minimizzare i rischi legati a questa o quella incertezza sulla disponibilita’ energetica futura?

(d.2) Strumenti per valutare i criteri di scelta

Una volta individuati i criteri, il problema diventa come stabilire quale sia la priorita’ relativa. E’ piu’ importante la superficie occupata da questo o quel sistema di generazione di energia, o il co-ordinamento a europeo? O e’ piu’ urgente abbandonare il petrolio?

La risposta classica a queste domande suggerisce l’uso dell’analisi dei costi e dei benefici relativi di ogni criterio. Ma certo non e’ una panacea.

Il Regno Unito, che in materia di finanza non ha da imparare da nessuno, ha fatto quelle analisi, trenta anni fa, e ha deciso di abbandonare la tecnologia dei treni ad alta velocita’. Il primato e’ allora divenuto francese, nonostante almeno un decennio di vantaggio nella ricerca da parte della vecchia British Rail. Adesso, a Londra e dintorni l’esperienza di viaggio su rotaia e’ almeno di quindici anni indietro a quella francese, tedesca, e anche italiana.

Altri calcoli costi-benefici sono stati fatti, dieci anni fa da Major e poi da Blair, e un miliardo di sterline e piu’ se ne sono andate per quella mostruosa scioccezza chiamata Millennium Dome.

Insomma se uno vuole i costi-benefici, un esperto da qualche parte si trova pure, pronto a fare due conti. Non meravigliamoci pero’ se verranno fuori esattamente i numeri che voleva il committente.

Per un esempio di come si possano manovrare di nascosto conti, guardiamo al giochino dei “costi marginali“. Per uscire dai soliti temi: per lanciare dieci Space Shuttle in un anno occorrono dieci miliardi di dollari. Ma una volta che si e’ pagato per lanciare nove Shuttle, il lavoro per il decimo e’ praticamente completato.

Si potrebbe dire, il “costo marginale” di quel lancio e’ poche centinaia di milioni. Ma non sarebbe una truffa? Perche’ infatti non applicare lo stesso ragionamento ad ognuno degli altri nove lanci? A meno che, come al solito, quei miliardi mancanti li paghi Pantalone.

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Non basta dunque appellarsi a un’ideale “Matematica Super Partes” che possa indicare in maniera assolutamente oggettiva su cosa impegnarsi, e cosa scartare: perche’ anche la matematica e’ un’opinione, in campo finanziario, e soprattutto in materia di opere ed investimenti pubblici.

E la decisione dunque rimane per forza di cose politica: come indicato in passato, cio’ su cui si deve puntare e’ quindi la trasparenza.

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Rinunciamo quindi del tutto a ogni oggettivita’? Non necessariamente. In realta’ esiste un meccanismo che permette di scegliere in pressocche’ assoluta trasparenza, in una maniera che puo’ essere compresa ed analizzata da tutti gli interessati. Ed e’ la Metodologia dell’analisi del _Costo Totale_ (in inglese: Total Cost of Ownership).

Si tratta di un concetto relativamente nuovo, che vuol dire inserire nell’analisi _tutti_ i costi e i benefici associati a una certa scelta, a cui vengono poi assegnati “pesi”, coefficienti indicativi della sua importanza relativa.

In questo modo e’ possibile effettuare dei calcoli ed arrivare a conclusioni matematiche accettate e accertate da tutti, dove si dichiara espliciamente a quali problemi di fondo viene data maggiore importanza, appunto con il meccanismo dei “pesi”.

Certo non possiamo aspettarci che il Total Cost possa mettere tutti d’accordo: ma il punto e’ palesare le motivazioni e preoccupazioni di fondo, troppo spesso nascoste dietro analisi economiche “massaggiate” e di parte.

Naturalmente, il Total Cost non riguardera’ solo i costi ed i ricavi strettamente economico-monetari, ma anche i benefici e le sofferenze non immediatamente monetarizzabili.

Ad esempio, parlando di Piano Energetico Nazionale (PEN), il Total Cost dell’etanolo da mais includerebbe gli enormi sussidi a questa nuova, tragicomica industria.

Il Total Cost, il costo vero del carbone includerebbe gli effetti nocivi sulla salute nelle vicinanze delle miniere e delle centrali, e la scomparsa di fiumi e foreste seppelliti dai residui delle miniere a cielo aperto. Se siamo preoccupati delle emissioni di anidride carbonica possiamo poi aumentare il peso dei costi legati all’uso di vecchie centrali a carbone, anche se il prezzo di mercato di quel combustibile rimane basso.

E il Total Cost del nucleare includerebbe l’intero ciclo di vita della centrale (obsolescenza inclusa), e dei rifiuti radioattivi.

Come applicare il Total Cost? E’ molto piu’ semplice di quanto sembri.

Il primo passo e’ stabilire a priori dei criteri di peso e di misurazione. E’ importante includere _tutto_ quello che si deve e si vuole misurare, e _non_ solo quanto e’ piu’ facile da misurare (un’altra amara lezione di tutto il periodo Blair).

Ogni possibile soluzione viene poi valutata rispetto a quei criteri prestabiliti, ottenendo quindi una tabella di immediata lettura. Ovviamente per garantire la bonta’ dei risultati, occorrono anche alcuni cicli di calcolo per risolvere le eventuali, inevitabili lacune nell’insieme dei criteri di peso e di misurazione.

Gli esperti del settore avranno riconosciuto in quanto sopra alcuni principi elementari del “Balanced Scorecard”.

Si puo’ sempre migliorare, nella gestione di una crisi o comunque di un abbandono obbligato del “continuare come se nulla fosse”. Ma con il Total Cost of Ownership e la Balanced Scorecard, e la consapevolezza che in fondo a ogni nostra scelta c’e’ la politica e non la scienza, possiamo almeno cominciare con il passo giusto. 

(continua…)

Gestire Il Picco del Petrolio (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 3)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

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(d) Commento a parte del tema che sara’ trattato nella sessione: “Petrolio e Gase: Risorse e Problemi Geo Politici

Presidenza: Antonio Bacchi, direzione di Radicali Italiani
Luca Pardi – Aspo Italia – Segretario Associazione radicale RientroDolce
Diego Gavagnin Direttore Editoriale di Quotidiano Energia
Igor Boni Segretario Associazione Adelaide Aglietta
Alessandro Ortis Presidente Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas
Leonardo Bellodi – Responsabile affari istituzionali ENI
Francesco Giorgianni – Responsabile affari istituzionali ENEL

Limitero’ per il momento le mie considerazioni al solo aspetto del petrolio come risorsa, senza considerazioni geopolitiche.

Una prece per le Cassandre, pero’: visto che neanche i figli di Troia vi ascolterebbero, capirete che forse e’ il caso di parlare in maniera diversa?

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A differenza del Riscaldamento Globale, il problema del Peak Oil (l’eventuale raggiungimento di un picco nella produzione mondiale di petrolio, con susseguente precipitoso declino della stessa), problema di cui si occupa l’Aspo, non e’ di moda, non e’ usato per raccogliere consensi, non appare sui giornali tre volte al giorno, e non e’ neanche urlato.

Forse perche’ non e’ un messaggio facilmente manipolabile; forse perche’ non e’ direttamente collegabile ai panda, ai coralli o agli orsi bianchi; o forse perche’ e’ un problema reale.

Purtroppo chi ne parla deve fare i conti con un passato in cui non sono certo mancati gli allarmi riguardo l’imminente fine della civilta’ a causa della fine del carburante: allarmi che fino ad ora si sono ovviamente rivelati troppo allarmisti.

Ma se vengono letti i discorsi pacati e ragionati sul Peak Oil, la possibilita’ che si raggiunga un picco di produzione nei prossimi dieci anni e’ significativa.

Rendersi conto di questo rischio ed agire di conseguenza non e’ quindi cadere nella fallace trappola del Principio di Precauzione (secondo il quale non si dovrebbe fare niente finche’ non se ne conoscono le conseguenze): e’ “semplicemente” un problema di rischio, appunto, da gestire e dunque mitigare.

Agiamo allora nell’ipotesi che ci sara’ davvero un picco nella produzione mondiale di petrolio. La prima cosa da fare e’ ovviamente migliorarne le stime, e quindi investire in piu’ ricerca e stabilire quantomeno un Osservatorio Europeo sul Petrolio.

E le domande a cui rispondere sono molte: cosa ci dice che diminuira’ dopo il picco precipitosamente, la produzione di petrolio? O ci saranno i tempi perche’ agiscano meccanismi “naturali” di compensazione, nel mercato? Possiamo imparare qualcosa, da cio’ che e’ avvenuto negli “Oil Shocks” del passato (pur considerando la loro temporaneita’)?

D’altronde, la plastica, la benzina e l’elettricita’ da gas e petrolio costano davvero poco. Buste, bicchieri e posate di plastica sono letteralmente troppo poco costosi per essere venduti, e vengono regalati dal 99.99% dei negozianti.

E come dimostrano anni di aumenti dei costi dei carburanti, possiamo aspettarci che anche se triplicassero o quintuplicassero, la societa’ si adeguerebbe alla nuova situazione (probabilmente, spenderemmo un po’ di meno per il tempo libero, invece di risparmiare benzina): perche’ cinque volte un bruscolino, sono solo cinque bruscolini.

Non e’ quindi obbligatorio pensare che l’unico modo per sostenere il tenore di vita attuale sia trovare un sostituto del petrolio allo stesso identico costo di quello attuale.

Forse ci sarebbero problemi non trascurabili solo se il costo del petrolio decuplicasse o piu’ in tempi brevissimi. Sarebbe interessante allora vedere il grafico delle previsioni del costo del “barile” dopo il picco, invece che la quantita’ di petrolio che viene estratta.

Non viene anche detto ripetutamente che le fonti di energia rinnovabili ci sono, ma attualmente risultano troppo costose?

Se per esempio il solare fosse in totale cinque volte piu’ costoso del petrolio, e’ evidente che quand’anche quest’ultimo diventasse cento volte piu’ caro, alla fine la nostra bolletta potra’ al massimo quintuplicare (senza considerare le ovvie riduzioni dei costi del solare se fosse adottato pressocche’ universalmente come lo e’ adesso il petrolio).

Non c’e’ neanche bisogno di puntare tutto sulle rinnovabili pero’. Se di petrolio ce ne sara’ poco, avremo sempre il carbone, e l’uranio, entrambi inquinanti ma dalla tecnologia matura.

Visto poi che le riserve di uranio non sono ben note, invece di tentare il fato e dover gestire a breve un “picco dell’uranio”, possiamo puntare sul carbone, e tentare il fato sui cambiamenti climatici.

In ultima analisi, non e’ forse vero che abbiamo degli standard di vita eccezionalmente alti?

Forse possiamo solo cadere, ma non stiamo forse costruendo comunque dei grandi cuscini che addolciranno la caduta? Sia coltivando la scienza e la tecnica delle rinnovabili, sia usando le alternative esistenti, come carbone ed uranio: il che e’ la cosa migliore da fare, per mitigarne il rischio.

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Quindi come la si volti e la si giri, non ci sono indicazioni di crisi irreversibili sul lato-petrolio nei prossimi tre o quattro decenni (e cercare di vedere piu’ in la’ e’ un giochino inutile).

Magari mi si dira’ che non e’ cosi’: e perche’, non lo sarebbe?

E se non lo fosse: invece che sognare future “guerre per le risorse”, e frutta e verdura vendute a meta’ del XXI secolo di nascosto e care come droghe illegali (immagini usate recentemente a Gaia su RaiTre per mostrare come potrebbe essere un mondo con poco petrolio), dovremmo in ogni caso continuare a concentrarci su cosa ci sarebbe da fare per cambiare la situazione, diminuire i rischi, mitigare le conseguenze.

Chi e’ sicuro che non ci sia piu’ niente da fare, almeno non faccia come quei manager della Nasa: i quali per supponenza e fatalismo, lasciarono morire i sette astronauti del Columbia nel Febbraio 2003, convinti (i manager) che anche il pensare a un rimedio fosse un’azione inutile.

(continua…)

Energia, Ambiente e Il Problema della Leadership (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 2)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

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(c) Commento al tema che sara’ trattato da Emma Bonino, Ministro per le Politiche Europee e il Commercio Internazionale: “Gli obiettivi europei nel contesto globale

Nel contesto globale e ancor piu’ in quello europeo, per una serie di motivi precisi non esiste alcuna leadership seria per affrontare i problemi dell’energia e dell’ambiente. E questo e’ un problema e al tempo stesso un’opportunita’.

Altro che “leadership”: i segni sono quelli della pigrizia mentale e politica, e un’ipocrisia che regna sovrana procurando affari agli esperti di public relations capaci di mascherare i loro clienti in “paladini dell’ambiente”.

Essere “verdi” e’ infatti facilissimo, al giorno d’oggi, come dice il New York Times a proposito di Angela Merkel. Basta farsi fotografare su un ghiacciaio in Groenlandia; poi andare a Kyoto per lanciare un inflazionatissimo “appello al mondo”; fare qualche dichiarazione di qua’ e di la’; e le credenziali, sono a posto.

Oppure si puo’ fare come Gordon Brown, che da Cancelliere dello Scacchiere (Superministro dell’Economia) britannico prima, e da Primo Ministro adesso, ha giustificato tasse ed aumenti di tasse come “verdi”, ricevendo il plauso generale anche se poi gli introiti sono usati per qualcos’altro invece che “l’ambiente”.

Oppure ancora, si puo’ rimanere sul vago e, preoccupati, descrivere come obiettivo un futuro piu’ radioso per tutti: meno sprechi, piu’ spazi, piu’ verde, meno smog. E perche’ no, una “Nuova Alleanza con la Natura”, alla Prodi (manco fossimo Noe’). Chi si direbbe contrario?

In tema ambientale, l’atteggiamento di gran lunga meno rischioso per un parlamentare o un ministro odierno, in Europa e altrove, e’ proprio quello di prendere per buone le “emergenze ambientali catastrofiche” e apparire di cercare di fare qualcosa al riguardo.

Se accadranno, quelle emergenze, quel politico potra’ sottolineare la propria lungimiranza al cospetto di un’umanita’ ingorda, illusa e irresponsabile. Se non accadranno, si congratulera’ con se stesso e girera’ gonfio come un tacchino spacciandosi per salvatori del pianeta, e quindi…potra’ sottolineare la propria lungimiranza.

Insomma sembrerebbe quasi “segnare a porta vuota”. Cosa volere di piu’? E invece tutto questo ha evocato un atteggiamento a meta’ fra l’incosciente e l’ingenuo.

L’ambiente presentato come “emergenza ambientale catastrofica” viene infatti usato da alcuni come strumento per stimolare e incanalare una sensibilita’ politica a livello europeo (o americano) e fra i giovani.

Ma non e’ tutto cio’ un artificioso esperimento sociale, studiato a tavolino e venduto come una saponetta e, nel suo desiderio di reclutare le masse in “comportamenti etici” non troppo dissimile dalla propaganda politica del Ventennio, che adesso ci fa ridere nel film “Fascisti su Marte” ma all’epoca era straordinariamente efficace ancorche’ falsa e manipolatoria?

E che ideali si vogliono inculcare nelle giovani generazioni, poi! Viaggiare di meno, produrre di meno, agire di meno, per un futuro da mummie addormentate vivacchianti da un giorno a un altro.

Se l’Europa non avesse basi sulle quali costruire il futuro, che se ne prendesse atto. Ma le basi ci sono, in quella spinta verso una “economia basata sulla conoscenza” (la Knowledge Economy) di cui tanto si parla e su cui tanto si promette ma sulla quale non vuole investire nessuno, in Europa (differentemente che in India o in Cina per esempio).

E quindi, piu’ che una risposta a un’assenza di ideali, l’”emergenza ambientale catastrofica” appare essere la manifestazione di un malessere di moda nella cultura occidentale odierna, un riflusso quasi ai tempi di Goethe con milioni di Giovani (e meno giovani) Werther crogiolantisi quasi compiaciuti nel gioco filo-nichilista del pessimismo per un futuro dove andra’ piu’ o meno tutto a rotoli (anzi, non avremo nemmeno i rotoli).

E come dei parassiti, tali concetti diffondono se stessi, attraverso la situazione paradossale di quelli che vogliono stimolare le folle ad agire “per salvare il pianeta” ma usano dei messaggi millenaristi che al massimo potranno ispirare sfiducia, depressione e inazione (il classico caso dell’ultima sigaretta che il condannato a morte puo’ naturalmente fumare tranquillo, senza preoccuparsi di un futuro tumore).

Consci dell’assenza di risultati ma incapaci di additare le proprie manchevolezze, quelli stessi poi decidono di urlare di piu’, e tinteggiare il disastro a tinte ancora piu’ forti, con il risultato di aumentare la sfiducia, la depressione e l’inazione (se non, moti di riso quando ne viene sparata una piu’ grossa del solito), in un parossismo che ormai ha raggiunto il grottesco.

Bisogna fare esperienza di quanto e’ avvenuto nel Regno Unito, dove la “massima allerta” e’ stata abusata cosi’ tanto (SARS, aviaria, terrorismo islamico) che adesso la maggior parte del pubblico non crede piu’ agli allarmi lanciati dal Governo (cambiamento climatico incluso).

Altro che “leadership”: ormai non possiamo quasi che aspettarci quella disperazione in passato gia’ anticamera della violenza, o un pernicioso revival dello Stato Etico. Oppure, se l’“Al lupo! Al lupo!” del cambiamento climatico non apparira’, la distruzione della credibilita’ dell’intero ambientalismo contemporaneo.

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I problemi reali, pero’, esistono, e scegliere non e’ facile. Per esempio, c’e’ chi si preoccupa molto del fatto che la Cina e l’India stiano puntando molto sul carbone, per le loro centrali elettriche. Quelle centrali, viene ricordato, emetteranno enormi quantita’ di anidride carbonica nell’atmosfera, e causeranno quindi ulteriori cambiamenti climatici.

Ma anche se sposiamo una tale causa, qual’e’ l’alternativa che offriamo, a Pechino e Nuova Dehli? Diciamo loro di consumare meno, o di svilupparsi meno, comodi nelle nostre confortevoli case dove l’elettricita’ non manca mai? Oppure consigliamo quei Governi a puntare sulle rinnovabili, dando il bell’esempio di non prenderle noi stessi davvero sul serio?

Oppure avremo mai il coraggio di dire agli elettori sensibili alle cause ambientali, scusate Signori, ma per evitare che i Cinesi costruiscano centrali a carbone pagheremo tutti di tasca nostra la differenza, e faremo tappezzare la Cina di pannelli solari capaci di fornire la stessa quantita’ di energia?

E che senso ha, chiedere ai Cinesi di rinunciare al carbone che estraggono a casa loro, mentre chiediamo agli Italiani di emanciparsi dalla dipendenza da forniture di petrolio e gas dall’estero?

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Finora, la soluzione e’ stata procedere a tentoni, in Italia ma anche altrove. C’e’ invece bisogno di una leadership la quale, senza tante scene di fronte alle telecamere, e senza farsi prendere da uno sconforto quantomeno incoerente in un attivista politico, possa parlare seriamente di energia ed ambiente, uscendo dal solito elenco di sogni ed obiettivi per parlare di risorse e strumenti da usare per implementarli, di alleanze e di priorita’.

E’ fondamentale allora discutere/stabilire/pubblicizzare Criteri di Scelta trasparenti, e logicamente e scientificamente forti.

Perche’ piu’ che di progettisti, delle idee dei quali se ne perde facilmente il conto nella cagnara generalizzata dei mille interessi che oscurano i temi dell’energia e dell’ambiente, in un momento di incertezza c’e’ davvero bisogno di qualcosa che ci indichi la strada futura.

(continua…)

Senza Nucleare da Venti Anni + Sui Consumi Energetici (Convegno Energia-Ambiente 19-20 Settembre – 1)

Una serie di riflessioni in vista del Convegno “ENERGIA & AMBIENTE – Scenari e prospettive per l’Europa e per l’Italia“, Mercoledì 19 settembre 2007 ore 15.00 – 20.00 e Giovedì 20 settembre ore 9.30 – 14.00 presso la Camera dei Deputati – Sala del Refettorio (Palazzo San Macuto), Via del Seminario

(a) Commento al tema che sara’ trattato da Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani: “L’iniziativa radicale su energia e ambiente; un po’ di storia

Dal 1987 al 2007: siamo a 20 anni dai referendum contro il nucleare. Quanti si lamentano, ultimamente, dell’esito di quel referendum?

Personalmente mi dispiace che non venga mai riconosciuto il contesto storico.

Era l’Italia del Pentapartito, del CAF Craxi-Andreotti-Forlani. Era l’Italia con un’industria nucleare che non era riuscita a crescere, e Beppe Grillo usava i suoi passaggi televisivi per raccontare l’incredibile numero di incidenti e mancati incidenti, naturalmente mai riportati dai mass media.

Venti anni dopo, oltre che celebrare, possiamo tirare le somme per capire anche cosa non ha funzionato, e per evitare di ricadere nell’errore.  Mi riferisco in primis alla sostanziale scomparsa di ogni discorso di pianificazione energetica da allora ad oggi, come se il futuro fosse solo nucleare: e quindi, senza nucleare non era rimasto piu’ niente da discutere.

Si dice infine che l’industria nucleare italiana sia morta all’epoca: sarebbe invece interessante scoprire se e come potrebbe tornare in vita, nel 2007. Quanti anni dovrebbero passare prima che una centrale nucleare fornisse elettricita’? E avrebbe senso ricominciare daccapo in Italia invece che rivolgersi a chi per scelte sue ha continuato a usare l’energia atomica?

Cosa sarebbe, un revival dell’Autarchia?

E’ interessante anche notare che sulla scia delle vittorie politiche dei Gruenen tedeschi, nell’ultimo quarto di secolo sono cresciuti anche in Italia movimenti politici ambientalisti, poi confluiti nella Federazione dei Verdi che negli ultimi sei anni, grazie a Pecoraro Scanio, ha risolto il problema di come far andare avanti un partito monotematico, transitando sempre piu’ verso sinistra: e abbandonando quindi al loro destino tutti coloro cui interessa l’ambiente ma non necessariamente le politiche fiscali di Rifondazione Comunista.

E quindi esistono molti spazi per iniziative non-Verdi di largo consenso.

(b) Commento al tema che sara’ trattato da Bernard Laponche, Fisico ed economista dell’energia, parlera’ su “Consumi energetici: ci vorrebbero tre pianeti Terra

Ci vorrebbero tre pianeti Terra per cosa? Ci vorrebbero tre pianeti Terra se l’energia consumata per capita nel 2030 o 2050 fosse mediamente identica per tutti in giro per il mondo. Insomma se finalmente si riuscisse a “sviluppare” tutte le nazioni del mondo, non ci sarebbe abbastanza energia per tutti.

Ma il messaggio di Laponche, a leggere altri interventi in passato, probabilmente sara’ ottimista, non pessimista, perche’ ci sono ancora moltissimi modi per migliorare la situazione, cominciando con il decentralizzare la produzione. Per non parlare poi del “paradosso del bagagliaio“…

(continua…)

L’Aspetto Migliore della Conferenza Nazionale Sui Cambiamenti Climatici 2007

Di una cosa possiamo essere certi, riguardo la Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici 2007, il 12-13 Settembre a Roma: che lascera’ il tempo che trova.

In tutti i sensi. Figuriamoci, ci sono i soliti inutili saluti delle Autorita’, e anche una tavola rotonda con i rappresentanti dei sindacati.

Che faranno, uno sciopero se fa troppo caldo?

Manchera’ solo Beppe Grillo con una proposta di legge di iniziativa popolare per mettere in galera tutti i politici beccati ad emettere anidride carbonica nel loro respiro.

In ogni caso, la Conferenza e’ tutta improntata a come adattarsi ai cambiamenti climatici, e quindi rallegriamoci almeno che Pecoraro Scanio e compagni non si perderanno in chiacchiere su come rovinarci la vita.

Un Plauso alla Ecosofia di Biancardi

E’ davvero molto incoraggiante, l’articolo di Guido Biancardi sulla “Ecosofia” apparso su Notizie Radicali prima il 25 maggio, e adesso il 4 settembre: dove si auspica che sia concesso all’Uomo di essere con-creatore con la Natura, capace di estrarre e fabbricare ricchezza partendo da e non solo nella costrizione dei limiti di cio’ che e’ disponibile.

Con la ecosofia di Biancardi (che Mendizza ci perdoni!) e’ possibile superare le solite contrapposizioni fra “sviluppisti” e “conservazionisti“.

Pensiamo per esempio a una bella spiaggia: per il conservazionista, un posto da mummificare in un deserto proibito e immutabile; per lo sviluppista, un’area da cementificare con il solito casermone per turisti con piscina. Per l’ecosofo, un luogo da valorizzare, rendendolo usufruibile ma senza rovinarlo.

Noto anche con favore che gli amici (e i conoscenti!) di Rientrodolce non sono sordi alle argomentazioni di Biancardi, come dimostra un commento di Guido Ferretti alla “ecosofia”.

Chissa’, magari e’ un segno che Rientrodolce sta evolvendo una proposta completa, radicale e condivisibile, lontano dalle classiche cariche d’ariete decebrato contro chiunque contraddica minimamente il Verbo dei limiti dello sviluppo?

Uccelli Discriminati

Film e documentari sulle vite apparentemente altamente morali del pinguino non si contano piu’. Perche’ invece nessuno parla mai del Remiz Pendulinus?pendolino

Ecco perche’… dall’Economist di questa settimana:

[… ] sia i maschi che le femmine [del “pendolino”] abbandonano la loro prole, una strategia che, in maniera perversa, aumenta il numero di pulcini che riescono ad avere [… ] fra il 30% e il 40% dei genitori abbandonano entrambi la covata [… ] sia i maschi che le femmine possono accoppiarsi ed avere uova con fino a sette partner differenti a stagione

Penso proprio che sia quasi zero, la probabilita’ che un produttore selezioni il povero Remiz Pendulinus come ispirazione per un prossimo kolossal dei cartoni animati…

Stampa Surriscaldata e il Povero Gio_c_acchino

To: lettere@lastampa.it

Cara Redazione del quotidiano La Stampa

Antonio Scurati, bonta’ del suo nome, tratteggia il clima a tinte fosche su La Stampa di oggi (“Apocalypse Gore”), per poi dirci che bisogna passare dalle ansie ai fatti, prima che compaia l’atmoterrorismo.

Scurati sembra particolarmente entusiasta dell’idea che tutto cio’ inspiri una “missione generazionale” in coloro abituati alla “pappa pronta”.

Ma io che ho quaranta anni, ce l’ho gia’, le mie missioni generazionali.

Una e’ quella di mandare a quel paese chi passa il suo tempo nella paura e nell’impaurire. Che si prenda un Prozac, il sig. Scurati.

L’altra missione e’ diminuire gli incidenti di battitura sui giornali. E quindi se vi perdono per aver scritto “Giocchino Murat” (ultimo paragrafo, seconda frase) proprio non posso fare a meno di brontolare per quel “Giocacchino Murat” scritto a quattro righe dalla fine dell’articolo di Scurati.

saluti
maurizio morabito