Anche Sofri Dubita della Serieta’ del PD…

Piccola posta • da Il Foglio del 6 febbraio 2008, pag. 2 di Adriano Sofri

in un serio partito che voglia fare da sé, ed essere davvero aperto, l’unico veto accettabile è quello contro chiunque voglia imporre veti alla parteci­pazione altrui. I radicali non lo fanno

Trovo assai istruttiva, quanto all’assurdità o peggio dei tempi, la polemica sul bando dei radicali da parte del Partito democratico. Un po’ per lealtà, un po’ perché se ne aspettavano molto meno che gli altri commensali (con quella formula pannelliana, i Capaci di tutto contro i Buo­ni a nulla) i radicali sono stati i più fedeli partecipi della vicenda del governo Prodi, e i meno inclini agli ultimatum e ai calcoli di botteguccia. Emma Bonino si è guada­gnata, come ogni volta che le venga affida­to un incarico di fiducia – come il soldato Nemecsek, pronto a immergersi nella vasca dei pesci rossi, se la consegna è quella – l’apprezzamento di tutti gli osservatori in buona fede. Ai radicali si deve in misura decisiva il più prestigioso dei rari meriti di cui il governo può andar fiero, il voto all’O­nu per la moratoria sulla pena di morte. Ai radicali è stato fatto il torto evidente – e co­me tale riconosciuto in pubblico da alcuni fra i più autorevoli giuristi, in privato da tutti – di sottrarre i seggi in Senato che la lettera della legge, cioè la legge, assegnava loro, capaci oltretutto di dare al governo quella infima maggioranza che ne avrebbe protratto l’esistenza. In una esperienza go­vernativa lungo la quale le cose buone so­no state realizzate non grazie ma nonostan­te o contro la coalizione di governo, e la consumazione di una maggioranza si è bru­ciata fino alla mortificazione e al rigetto di un intero popolo, e l’opposizione è cresciu­ta come un pallone gonfiato senza prende­re alcuna iniziativa degna di memoria, e anzi dando prove intestine di meschinità madornale e sbandierando dalla prima ora fantastici proclami di illegittimità del risul­tato elettorale, i radicali hanno fatto la loro parte costruttivamente facendosene un punto d’onore, come gli ultimi giapponesi di una guerra perduta. Nel corso di questa esperienza, e già alla sua vigilia, hanno am­piamente dissipato una rischiata confusio­ne fra l’americanismo, che rivendicano, e il bushismo, e fra il liberismo, che rivendica­no, e la legge della giungla. Vantando a ra­gione una estraneità ai vizi castali, e anzi una primogenitura nella denuncia della partitocrazia, si tengono alla larga dalla cresta d’onda demagogica, Hanno auspicato costantemente e vigorosamente indulto e amnistia, e non se ne sono pentiti ipocrita­mente quando piovevano pietre forcaiole. Hanno sostenuto, con l’esempio della vita e della morte di militanti e dirigenti politici che dalla loro solidarietà hanno tratto e soprattutto dato forza, da Luca Coscioni a Piergiorgio Welby, battaglie tra le più es­senziali per una nobile idea della politica. Quanto all’aborto, solo una confusione fra la dolorosa libertà di scelta personale del­le donne e l’infamia delle demografie coer­citive di stato può ricacciare su trincee op­poste e accanite persone accomunate da un intimo amore per la vita. I radicali sono lai­ci, ma questo non dovrebbe guastare in nes­sun partito, tanto meno nel Partito demo­cratico. Qualcuno di loro sarà anche mangiapreti, ma i preti contemporanei hanno a loro volta appetito da vendere. Insomma, la mia opinione è che l’idiosincrasia per i ra­dicali sia una brutta malattia, che per giun­ta vede loro come ammalati dal cui conta­gio guardarsi. Ora, in un serio partito che voglia fare da sé, ed essere davvero aperto, l’unico veto accettabile è quello contro chiunque voglia imporre veti alla parteci­pazione altrui. I radicali non lo fanno. Que­sta almeno è la mia opinione.