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Per Una Gestione Completa del Rischio

Quando si parla di rischio ci si lamenta sempre del fatto che la percezione e’ molto diversa dalla realta’ dei numeri. Si dice che la gente sottostima i piccoli incidenti come quelli automobilistici, e pensa che guidare sia meno rischioso che prendere l’aereoplano. La “magnitudine” dei disastri aerei in qualche maniera offusca il fatto che siano cosi’ sorprendentemente rari, specie in confronto a quelli stradali.

Se invece la scuola ci educasse tutti alla gestione dei rischi (“risk management”), l’errore di guidare veloci e spensierati lo farebbero molti meno, e molti piu’ potrebbero volare senza troppi patemi d’animo.

Tutto cio’ e’ matematicamente vero ma manca ancora di qualcosa. Questo qualcosa e’ il fatto che ciascuno di noi in quanto essere umano non e’ un individuo isolato, ma anzi membro di (svariate) comunita’.

Insomma, nei calcoli andrebbe aggiunto un qualche coefficiente che tenga conto del fatto che la “sezione d’urto” di ciascuno di noi in caso di incidente non e’ quasi mai rappresentata dai confini materiali del proprio corpo.

Per esempio la probabilita’ che un pendolare qualsiasi sia vittima di attentati terroristici in una grande citta’ del mondo e’ bassissima. Ma la probabilita’ che quello stesso pendolare sia “toccato” da un attentato e’ invece altissima: basta che mettano una bomba da qualche parte specificatamente affinche’ colpisca, appunto, i pendolari.

Ne parlo (in inglese) in un blog “Percezione del Rischio, Networks Sociali e Globalizzazione” dove cito Jeremy Waldron dalla The New York Review of Books (”Is This Torture Necessary?“, Vol 54, N. 16 • October 25, 2007), quando dice che la sicurezza “non e’ un bene individuale, di cui beneficiamo ciascuno di noi in termini di probabilita’ statistica [individuale]“.

La Sicurezza va quindi ripensata in termini di gruppo, non solo di persona.Anche se l’11 Settembre “il 99.999 percento degli abitanti degli USA […] non sono stati uccisi“, il fatto che 2,974 lo siano stati e’ stato anche un colpo al senso di sicurezza di tutti coloro che potevano immaginare se stessi nelle Torri Gemelle, al Pentagono or sul volo United 93.

Ecco perche’ la paura di un grosso attacco terroristico o di una altra grande catastrofe appare superficialmente assurda, visto che la probabilita’ che ciascuno di noi sia coinvolto e’ infinitesima. In realta’ la domanda non e’ “qual’e’ il rischio per me?” ma “qual’e il rischio per il mio gruppo?

Se insomma io sono esposto un rischio in termini di uno su un milione, e ho dieci amici o compari o compagni di tribu’ o familiari, la mia “esposizione effettiva” (se vogliamo, “affettiva”…) come “persona” e’ una su centomila. E se ho cento amici, una su diecimila.

In altri termini, se il nonno muore sotto il tram, uno non pensa mica “meno male a me non e’ successo“, anzi…

Il “coefficiente di gruppo” per cui moltiplicare il rischio individuale sarebbe naturalmente un valore medio diverso per ogni tipo di rischio, molto alto nel caso di attentati terroristici sul “pubblico qualunque” (dove quindi l’identificazione dell’individuo e’ molto alta) e molto basso (vicino a uno cioe’) nel caso di incidenti specifici come quelli automobilistici (dove l’identificazione dell’individuo e’ ovviamente bassa, altrimenti l’auto non la userebbe piu’ nessuno).

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E’ importante stabilire che non e’ solo un discorso di “magnitudine”. Anche se siamo tutti umani, il rischio di milioni di bengalesi di morire nel prossimo monsone non tocca i non-bengalesi come quello delle centinaia di loro conoscenti di essere diagnosticati con un tumore entro un anno.

In realta’ non sto proponendo di sostituire una cosa con un’altra. Sto dicendo di aggiungere alle considerazioni del rischio una misura dell’impatto sull’individuo come parte di un gruppo, e non solo come individuo.

Per esempio, il rischio che cada un aereo con sopra qualcuno che conosco e’ molto piu’ elevato adesso che sono e sono stato in contatto con decine e decine di persone in giro per il mondo, piuttosto che quando avevo tre anni e ne conoscevo forse una ventina, tutte fra l’altro residenti nello stesso posto (se fossi amico intimo di ogni altro umano, ogni giorno sarei invitato a 150mila funerali, 350mila nascite, altrettanti matrimoni e peserei circa millecinquecento chili. Forse c’e’ un buon motivo perche’ siamo naturalmente familiari e tribali).

Questo discorso e’ importante perche’ le scelte tecniche e politiche vanno prese non in base a sensazioni ma in base a fatti. Ed e’ appunto un fatto che il risk management di un attentato a New York non puo’ essere limitato a “tanto di americani in percentuale ne moriranno pochissimi” perche’, se gli attentati sono “contro gli americani” allora tutti gli americani o quasi ne saranno comunque toccati.

Dopotutto, se l’obiettivo e’ educare il pubblico al risk management, bisogna fare un discorso plausibile, e non, appunto “spallucce“. Quando i risultati numerici contraddicono la percezione puo’ esserci un errore nella percezione, o puo’ mancare qualcosa nel calcolo.

Non sto certo dicendo di “accomodare la percezione comune“. Sto suggerendo di partire dalle osservazioni, invece di cercare di imporre un astratto ed incompleto modello matematico.

Nello specifico, la dicotomia fra chi dice “il pericolo di morire terrorismo negli USA e’ bassissimo” e la percezione generale che “il terrorismo e’ molto pericolo per chi vive negli USA” puo’ essere superata appunto se ci rendiamo conto che per l’individuo “residente negli USA” il fatto che una bomba possa colpire un altro “residente negli USA” e’ (quasi) equivalente a che colpisse lui stesso.

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Why is the BBC Biased Against Climate Change Sceptics?

Letter sent to Richard Black, Environment correspondent, BBC News website

Dear Richard

I am not sure what you’ve set yourself up to show regarding “climate sceptics“, in the week “ahead of the launch of the IPCC’s synthesis report for 2007“.

First you treat the “sceptics community” as if it were some kind of monolith, or a political party (“Unravelling the sceptics“, Nov 12).

May I respectfully remind you that it is the Anthropogenic Global Warming proponents that need demonstrate their proposition, not the other way around.

In science, there’s usually only one way to agree, but lots of ways to disagree with something.

So what is “in the fringe” is as varied as it gets: outside the mainstream you will find those honestly doubting the Accepted Truth, alongside people with dodgy goals, and of course plenty of nutters.

It is not for the honest sceptics to answer for the dishonest ones, or for the fools.

And even among those sincerely disbelieving the IPCC’s claims, there will be quite a large range of opinions. That’s because they are not mainstream.

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Today (Nov 14) you have published another baffling article “Climate science: Sceptical about bias”  where you argue almost nobody provided you with evidence backing the accusations the “science itself is against” climate sceptics.

First of all it is a rather naive accusation you’ve decided to argue against. How can “science itself” be against scepticism of any sort?

At most, it would be the scientific Establishment that will show reluctance in admitting being wrong.

Anyway, in that article you proceed lamenting the dearth of evidence, only then to dismiss the biggest of it all, Nature’s rejection of Stephen McIntyre’s and Ross McKitrick’s rebuttal of Michael Mann’s Hockey Stick.

Please do make up your mind: either you are looking for evidence, or you are not looking for evidence.

The fact that you were looking for small stuff should not prevent you from seeing the big “elephant in the room”.

Also if you decide to mention something only to state that it “has been so well documented elsewhere” can you please insert at least a link of where that “elsewhere” is. It’s full of links on all BBC news pages, you know, so there must be a chance for you to help your readers investigate further, at least your own claims.

By the way, are you aware that the BBC and the IPCC have themselves pretty much rejected the Hockey Stick?

Look at this graph from one of the “In Depth” pages

That graph resembles no Hockey Stick anybody will ever want to play with. Looks more like a wide-bodied, irregular golf club…

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And finally since you like challenges, how about this one: can you please point me to a page on the BBC new website showing present evidence for climate change?

I do not want to see one of the many lists of things that may, could, perhaps will happen.

All I can find is “Climate change: The evidence” that speaks of tiny raises in temperature, centimeters of melting ice and millimeters of rising seas.

You must admit it does not look like the clearest of cases.

ADDENDUM NOV 21

Richard Black has responded. Here my reply to his private message. All text below is of course mine.

(about lack of evidence for anti-sceptic bias)
You’re missing something very important there. Let me try to convey the message with a made-up report:

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“Women are not much at risk of domestic violence”, journalist Mr Red reported today. “I have sent a questionnaire to many of them but few bothered to respond. There is little evidence to support that claim”.
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(about what “warmers” are finding out in the “real world”)
The real-world stuff is what I am studying at the moment.

In the AR4-WG2 documente there is a map repeated several times (eg fig 1.9, p 116) with numbers and percentages for observed physical and biological changes.

Now, there is an extremely large majority of “data samples” coming from biological changes in Europe (28,115 out of a total of 29,373). Furthermore: of those 28,115 “biological European data sets”, 89% are “consistent with warming”. In other words, 3,093 “biological European” changes (11%) are “NOT consistent with warming”. That is almost three times more than the total 1,177 number of observed changes outside of “biological European” and “consistent with warming”.

I still think the “warmers” need to demonstrate their case better than that.

(about the lack of skeptical articles in mainstream scientific publications)
Aren’t you arguing ad autoritatem there…

And don’t you know, when people publish for example on “Energy&Environment”, we are told that it’s not good enough.

regards
maurizio