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Burma, Myanmar, India and us

Are we going to let India lead us by our noses once again?

In these hours not that dissimilar from that night on 3 June 1989, hours before the Tian-an-men massacre in Beijing, it may be difficult to think of how to realistically support the demonstrations in Burma, apart from sending more and more appeals for calm to a Military Junta probably second to none in matters of bloody-thirsty repressions and the political and economic strangling of a country.

Still, it is possible to perform three not-just-symbolic gestures:

(1) Categorically refuse the use of “Myanmar” in place of “Burma”.

Even if “quasi-etymologically correct”, “Myanmar” is the invention of the Military Junta, forced upon the country in 1989 with no democratic process at all. If the Burmese will want to change the official “foreign” name of their country to “Myanmar”, they will be able to do so after getting their country back from the usurpers.

More: a couple of years ago the Foreign Minister of Burma protested for the use of “Burma” by the US State Department: all more the reason not to use “Myanmar”.

(2) Let’s publish the names of the dictators.

For way too long the Military Junta of Burma has been treated as a shapeless entity, not as a group of ferocious dictators (humanity-free to the point of denying Aung San Suu Kyi the chance to meet her dying husband for one last time).

Here then some of the persons who should be answering charges in a court of law, instead of commanding Burma against the will of its people:

General Than Shwe – President
General Soe Win – Prime Minister
General Major Nyan Win – Foreign Minister

If we force as much publicity as possible on the names (and pictures) of those in charge of Burma, they won’t be able to hide themselves with the anonymity they have so far much cultivated.

(3) And finally, we should not let India lead us by the nose once again.

Not only many European Governments have underplayed the scandal of the Dhruv helicopters, built also using European supplies and then supplied to the Burmese Junta against every EU embargo rule. It’s worse than that: while outside the Burmese monks were demonstrating, Indian Oil Minister Murli Deora was busy signing a US$150-million agreement for natural gas research in Burma: a clear sign of support of the Junta on the part of a “democratic” Government.

This behaviour is part of New Dehli’s strategic myopia, with India so scared by rebellions in the Northeast to the point of propping up the Burmese Military Junta to get their help in preventing an escalation of those conflicts. And it is based on the apparent impunity when a State goes against rules established by other democratic countries.

If that way of thinking would be intolerable when done by communist China, all the more so for India.

Foreign and International Trade Ministers from all the EU countries (and elsewhere) have a clear duty tonight to apply all possible pressures: including a protest against the present Indian acquiescence, and possible future complicity with the Burmese Junta, before things turn to the worse.

(link to the AVAAZ petition “Stand with the Burmese Protesters”)

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Birmania (non Myanmar), India, Italia

(Intervento pubblicato su Notizie Radicali del 27 Settembre 2007)

Permettera’ l’Italia di farsi prendere per il naso ancora una volta dall’India?

In queste ore che ricordano quella notte del 3 giugno 1989, l’ultima prima della strage a Pechino nella Piazza Tian-an-men, puo’ risultare difficile pensare come poter appoggiare realisticamente i dimostranti Birmani per la Democrazia, a parte lanciare appelli a una Giunta Militare che pero’ non e’ probabilmente seconda a nessuna in tema di repressioni sanguinarie e strangolamento politico ed economico del proprio Paese.

Comunque, e’ possibile mettere subito in atto tre gesti non solo simbolici.

(1) Rifiutiamoci categoricamente di usare il termine “Myanmar” per indicare la Birmania.

Anche se etimologicamente “quasi corretto”, si tratta pur sempre di una invenzione della Giunta Militare imposta senza nessun controllo democratico nel 1989.

Se i Birmani vorranno cambiare il nome ufficiale “per l’estero” del loro Paese in Myanmar, lo potranno tranquillamente fare dopo essere tornati proprietari tutti della loro Nazione. Anzi: un paio di anni fa il Ministro degli Esteri Birmano protesto’ per l’uso di “Burma” da parte dello State Department americano: motivo in piu’ per non usare “Myanmar”.

(2) Diamo nomi e cognomi.

Per troppo tempo si e’ parlato della Giunta Militare Birmana come se fosse un’entita’ informe e non un gruppo di dittatori feroci (al punto di negare per esempio ad Aung San Suu Kyi di rivedere il marito morente). Ecco allora alcun delle persone che dovrebbero sedere da imputati in un tribunale, e non nei posti di comando di uno Stato:

Generale Than Shwe – Presidente
Generale Soe Win – Primo Ministro
General Maggiore Nyan Win – Ministro degli Esteri

Bisogna pubblicizzare nomi (e fotografie) di tutti quelli che comandano, perche’ non si possano nascondere dietro l’anonimato all’estero, che hanno cosi’ ben coltivato.

(3) E infine, non permettiamo all’India di prenderci per il naso per l’ennesima volta.

Gia’ il nostro Governo ha detto poco o niente sugli elicotteri Dhruv, costruiti in India usando anche forniture italiane e poi forniti alla Giunta Birmana in barba a ogni embargo della Unione Europea.

Adesso addirittura, proprio mentre fuori i monaci dimostravano, il Ministro Indiano per il Petrolio Murli Deora ha firmato un accordo di 150 milioni di dollari per ricerche di gas naturale in Birmania: un chiaro segno di appoggio alla Giunta da parte di un Governo “democratico”.

Questo comportamento da parte di Nuova Dehli deriva una miopia strategica che vede l’India cosi’ spaventata dalle ribellioni nel Nord-Est da doversi affidare alla Birmania per evitare che diventino qualcosa di piu’ grosso. E da una apparente impunita’ quando si va contro le regole stabilite da altri Paesi democratici: un modo di pensare che dovrebbe essere intollerabile con la Cina della dittatura comunista, e quindi ancora di piu’ con l’India.

Il nostro Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, ma anche Emma Bonino come Ministro per il Commercio Internazionale, hanno insomma il dovere in questo momento drammatico di fare tutte le pressioni possibili: inclusa una protesta contro l’acquiescenza attuale se non la complicita’ Indiana futura con la Giunta Birmana, e questo prima che succeda il peggio.

(Petizione online “Stand with the Burmese Protesters”)